Allarme dell'autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza.
Il famoso lettino di Freud
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| Il lettino di Freud |
L'immagine raffigura il lettino con la poltrona dietro al paziente, nella stanza di consultazione di Freud a Vienna in Berggasse 19.
Ricordo ancora con emozione la prima volta che avevo visitato lo studio di Freud a Vienna tanti anni fa, quando ancora studiavo psicologia. Con altri studenti avevamo organizzato un breve viaggio a Vienna proprio per visitare la casa-studio divenuta un museo accessibile al pubblico.
La casa era piena di oggetti provenienti da tutto il mondo, soprattutto la stanza di consultazione zeppa di statuette, sovente doni dei pazienti.
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| Il tavolo di lavoro di Freud |
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| La scrivania |
Il lettino, di fatto un divano con sopra una coperta con cuscini era il simbolo dell'analisi, la grande differenza tra la psicoterapia e l'analisi, considerata la "punta di diamante" del lavoro terapeutico. Ricordo le discussioni infinite tra l'uso del lettino, sinonimo di psicoanalisi ed il lavoro seduti vis-à-vis, qualificato come psicoterapia, ovvero il figlio povero del "vero" processo analitico. Ora questa differenza farebbe sorridere, vediamo nel panorama psicoterapeutico attuale tecniche di ogni tipo, spesso di derivazione americana, terapie brevi, focali, riadattative, neuro-cognitive e via dicendo...
Sono della vecchia scuola e penso che il lavoro terapeutico sia un incontro tra persone, può funzionare o meno. Certo sta ai due partecipanti dare qualcosa di sè perchè il processo analitico funzioni, lettino o meno. Ho una certa diffidenza per le tecniche "moderne" soprattutto quando si vuole "comprimere" il lavoro terapeutico, che ha i suoi tempi.
Per non parlare dei gruppi terapeutici sempre più utilizzati nella clinica, sia in maniera mono-sintomatica (alcolisti, addiction, anoressia-bulimia...) che classicamente. Non molti anni fa una "scissione" profonda si era consumata tra i terapeuti che consideravano il lavoro di gruppo degno di rispetto e assai efficace, mentre altri lo consideravano solo un gruppo di parola e di autocoscienza, ben poco utile ai pazienti.
Dato che ho avuto anche una formazione di terapia di gruppo posso affermare che i gruppi terapeutici permettono un ottimo lavoro clinico, e non mi sentirei di dire se meglio o peggio dell'analisi "classica".
E' interessante sapere perchè Freud ha pensato ed utilizzato il lettino per il lavoro di analisi. Dopo avere seguito le lezioni parigine alla Salpêtrière del grande neurologo Charcot che studiava l'isteria, Freud ne utilizzò per alcuni anni le tecniche di ipnosi che aveva appreso a Parigi.
Per ipnotizzare i pazienti li faceva sdraiare su un divano-letto e ponendo le sue mani ai lati del viso (da dietro) faceva "addormentare" le persone per poi procedere con i passi ipnotici sino a potere utilizzare il materiale dell'inconscio.
Sappiamo che Freud era assai curioso e non aveva timore a percorrere nuove strade: da li a poco si rese conto che la tecnica dell'ipnosi aveva limiti evidenti. Ciò lo portò a teorizzare il metodo delle "libere associazioni", ovvero permettere al paziente di parlare di ciò che voleva, senza censure. Sappiamo bene che le "libere associazioni" libere non sono, dato che ciò che esprimiamo è ben connesso con il nostro inconscio, come i sogni che ricordiamo al mattino.
Freud si trovava bene, seduto dietro il paziente sdraiato sul lettino, per ascoltarlo, prendere appunti (pochi), e lasciare la sua attenzione fluttuante. Perchè non continuare a tenerlo sdraiato, libero di parlare, tacere, piangere o sorridere... Il lettino, nato per l'ipnosi, poteva continuare ad essere utilizzato...
Freud ed i suoi amati amici a quattro zampe
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| © bitquotidiano.it |
Freud nel 1930 ricevette in dono da una sua assai nota paziente, la principessa Maria Bonaparte (pronipote di Napoleone) un Chow-Chow femmina di nome Jofi.
L'immagine sopra mostra Freud nel suo studio di Vienna con il suo Jofi, amico a quattro zampe che scherzosamente, ma non tanto, considerava il suo collaboratore...
Freud scrive che Jofi gli era d'aiuto nel mentre delle sue consultazioni e sedute psicoanalitiche. Quando i pazienti erano distesi sul lettino, Jofi si accucciava vicino a loro contenta di essere accarezzata e coccolata.
Con i pazienti ansiosi o troppo "nervosi" Jofi si comportava diversamente e si poneva lontana da loro all'interno della stanza di consultazione!
Non solo, Jofi aveva memorizzato il tempo delle sedute, i famosi 45 minuti che utilizzava Freud nel mentre delle analisi. Allo scadere dei 45 minuti Jofi si alzava e iniziava a muoversi nella stanza, segno inconfondibile che il tempo era scaduto ed il paziente poteva andare via dal cabinet di Freud...
Innegabilmente Freud era affezionato a Jofi che descrive così: «Le ragioni per cui si può in effetti voler bene con tanta singolare intensità a un animale come Jofi, sono la simpatia aliena da qualsiasi ambivalenza, il senso di una vita semplice e libera dai conflitti difficilmente sopportabili con la civiltà, la bellezza di un’esistenza in sé compiuta. E, nonostante la diversità dello sviluppo organico, il sentimento di intima parentela, di un’incontestabile affinità».
Freud era certamente felice di avere vicino a sè Jofi, lo aiutava a rilassarsi, concentrarsi e scrivere oppure giocherellare.
Jofi presentava : "...Una naturale regalità, un’impenetrabile riservatezza e uno spiccato senso di autonomia, che rendeva tuttavia il rapporto con il suo padrone unico e indissolubile", così scrive Freud.
Quando Jofi morì Freud sentì un enorme vuoto e dolore per la sua perdita, e decise di prendere un altro Chow-Chow di nome Lun, che portò con se a Londra dove era fuggito nel 1938, per non essere arrestato dai Nazisti.
Ricordo personale: durante una seduta il gatto del mio analista era riuscito ad entrare nella stanza di analisi e mi era saltato sulla pancia, contento di fare "la pasta"...
Attimo di sorpresa: l'analista dispiaciuto per l'accaduto ed io piacevolmente colpito dall'arrivo del gatto. Ho chiesto all'analista di farlo restare con noi, sulla mia pancia, dove si era accoccolato per dormire!
Ebbene non potete immaginare quanti sogni ho fatto dopo questo incontro e quanto materiale d'analisi, scatenato dal gattone.
Sappiamo bene che cani e gatti sono in grado di cogliere le emozioni umane, siano esse positive o negative, con grande sensibilità. Ci ascoltano, coccolano, sostengono, curano. Già ci curano dato che sono un ottimo anti-depressivo e cercano di portare serenità nella nostra vita. Potremmo poi cercare di analizzare le differenze tra i cani ed i gatti nel rapporto con il loro amico umano. Ma qui vorrei solo ribadire il loro amore incondizionato verso l'umano, inteso come grande cane o grande gattone...
Da molti anni poi la pet-therapy è utilizzata nelle situazioni più disparate per aiutare e sostenere pazienti siano essi giovani, anziani o portatori di handicap. Addirittura ci sono esperienze di animali nei percorsi di cura di malati di Alzheimer.
Mi aveva molto colpito tempo fa una coraggiosa esperienza pilota in un carcere di massima sicurezza americano. Quelle carceri che vediamo nei film con galeotti condannati a vita, aggressivi e pericolosi anche tra loro, quelli che non hanno niente da perdere...
Ebbene il direttore di un carcere aveva dato ad alcuni detenuti volontari un cane da accudire, che poteva stare in cella con loro ed uscire all'ora d'aria in cortile. Colpivano le immagini di questi detenuti, modello armadio a tre ante, tatuati ed aggressivi, teneri e premurosi con i loro amici a quattro zampe! Non solo, un po' alla volta quasi tutti i detenuti avevano chiesto un cane da accudire e coccolare, soprattutto animali che erano stati abbandonati, in cerca di un "umano" con cui vivere. Sapete che le risse, gli accoltellamenti e gli "incidenti" tra i detenuti e le guardie si sono drasticamente ridotti...!
Ricordiamo quindi che “...I cani sono miracoli con le zampe…”
THE OUTBREAK OF CORONAVIRUS DISEASE 2019 - A PSYCHOLOGICAL PERSPECTIVE
Riporto un estratto dal libro "THE OUTBREAK OF CORONAVIRUS DISEASE 2019 - A PSYCHOLOGICAL PERSPECTIVE" del Dr Daniele LUZZO, membro di APSI, sugli aspetti psicologici della pandemia. Il virus diffusosi nel 2019 ha non solo creato una pandemia biologica ma altresì una pandemia psico- socio-culturale.
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| © APSI |
Elementi legati alla psicologia, sociologia e antropologia hanno giocato un ruolo significativo nella diffusione della malattia. Lo scoppio della nuova patologia da coronavirus (Sars-Cov-2) ampiamente noto come Covid-19, è stato inizialmente segnalato a Wuhan, in Cina (Li et al., 2020). Entro il 29 settembre 2020, aveva infettato 33.384 milioni di persone in tutto il mondo, uccidendo più di 1 milione di individui (fonte database online Johns Hopkins). Il virus altamente contagioso (Paules, Marston e Fauci, 2020) ha costretto le Nazioni ad adottare misure straordinarie in cui un terzo della popolazione mondiale è stata costretta a rimanere in isolamento a casa, uno strumento di sanità pubblica senza precedenti messo in atto per ridurre la diffusione dell'epidemia e per consentire al sistema medico e sociale di adattarsi per affrontare questa nuova sfida. Per la prima volta nella storia una parte così grande dell'umanità è stata costretta a ridurre la propria mobilità, senza che questo fosse correlato a uno stato di guerra o disordini civili. Diverse nazioni hanno adottato differenti strategie di confinamento ma ogni Stato ha dovuto imporre il blocco attraverso la repressione pubblica (pagamento di una multa o intervento di controllo di polizia) perché c'era una generale mancanza di volontà di seguire queste misure di sanità pubblica (nonostante le prove che queste decisioni governative abbiano aiutato a rallentare la diffusione del virus) (Bonardi et al., 2020). "Il peso psicologico posto sulla popolazione potrebbe essere enorme, per non parlare delle complicazioni economiche dirette che ne derivano che denotano anche stress psicologico, come la paura delle persone di ritrovarsi disoccupate" (Kim e Zhao, 2020) In effetti, le Nazioni Unite sollevano l'attenzione sull'imminente crisi di salute mentale che potrebbe originarsi dalla pandemia Covid-19 (Nazioni Unite, 2020).
Queste osservazioni portano ad analizzare la crisi sanitaria da un punto di vista psicologico sotto due diversi angoli:
- 1) Come gli elementi psicologici (oltre che sociali e culturali) hanno contribuito alla diffusione del virus
- 2) Quali saranno le conseguenze psicologiche del post-crisi e quali azioni dovrebbero essere messe in atto per prevenire questi effetti.
Alla prima questione possiamo rispondere innanzitutto evocando i bias cognitivi che hanno influenzato i leader nella gestione della pandemia. Questi bias hanno portato i decision-makers a compiere gli stessi errori che sono stati fatti durante il management della crisi di Ebola o di altre pandemie.
Il bias cognitivo influisce sul processo decisionale e introduce errori nell'elaborazione delle informazioni e sulle reazioni emotive determinando il nostro comportamento. (Haselton, Nettle e Andrews, 2015).
Questi fattori inconsci hanno influenzato e stanno influenzando il processo decisionale dei governi, sono pregiudizi che influiscono sui leader e sui responsabili della salute pubblica nelle loro scelte durante le emergenze.
Il nostro cervello deve elaborare i dati esterni alla massima velocità per reagire prontamente ai pericoli esterni. Considerando l'enorme quantità di stimoli che raggiungono i nostri sensi ogni secondo, la nostra mente deve semplificare il flusso costante di dati; vengono quindi automaticamente messe in atto dal nostro cervello una serie di filtri, iper-semplificazioni e generalizzazioni per consentire una rapida interpretazione del mondo (Wilke e Mata, 2012). Tuttavia, aumentare la velocità delle informazioni porta a errori: stereotipi, pregiudizi cognitivi, illusioni della memoria, gli errori sono il prezzo da pagare per elaborare i segnali in modo rapido (Pronin, 2007). Soprattutto durante una crisi, il sistema cognitivo privilegia la velocità all'accuratezza e l'imprecisione nell'interpretare la realtà ha normalmente un effetto limitato sulle nostre possibilità di sopravvivenza.
Purtroppo, in caso di crisi nazionali questi bias cognitivi possono influenzare la presa di decisioni e condurre la popolazione e i governanti ad adottare comportamenti inappropriati. L'epidemia di Covid- 19 in corso è un esempio di come decisioni sbagliate basate su errori cognitivi hanno facilitato la diffusione di una pandemia, tra i molti bias cognitivi che hanno contribuito alla diffusione del virus possiamo ricordare:
Confirmation bias, Normalcy bias, Agent detection, Anchoring, Plan continuation bias, Reactance, Peltzman Effect. Curse of knowledge, Dunning–Kruger effect, Neglect of probability, Optimistic bias, System justification theory, Naïve realism.
Per una analisi dettagliata di come questi bias cognitivi abbiano contribuito alla diffusione del Covid- 19 si rimanda al libro da cui questo articolo è tratto (Luzzo 2021).
Un secondo strumento che avrebbe potuto ridurre la diffusione del virus, ma che non è stato utilizzato è lo studio del Crowd Behaviour (Comportamento della folla). Lo studio del crowd behavior nelle emergenze di massa ha migliorato la comprensione della reazione delle persone di fronte alle crisi (Drury, 2020). L'approccio dell'identità sociale offre la possibilità di prevedere i comportamenti individuali e prevedere le loro reazioni. Inoltre, la psicologia sociale avrebbe potuto essere utilizzata come strumento per spostare l'identità condivisa da un punto di vista antagonista verso un approccio più collaborativo attraverso misure di salute pubblica (Drury e Reicher, 2018).
L’Italia ci offre un esempio pratico di come la psicologia sociale e il crowd behavior avrebbero potuto rallentare la diffusione del virus: quando il governo italiano annunciò il blocco dei trasporti si verificó una migrazione di massa dalle regioni settentrionali (dove il virus era altamente presente) verso le regioni meridionali (quasi prive di Covid). Questo comportamento aumentò notevolmente la diffusione del Covid in Italia, creando tensioni sociali tra gli italiani del sud e gli italiani del nord. L'utilizzo di conoscenze afferenti alla scienza sociale, psicologia sociale e sociologia avrebbe potuto suggerire un modo migliore per gestire la salute pubblica nazionale. Si sarebbero potute adottare misure preventive se i direttori della sanità pubblica italiana avessero considerato un approccio più socio-psicologico. Si sarebbero potute adottare misure di prevenzione come il bocco dei trasporti nel Sud Italia o una lunga campagna mediatica preventiva per sensibilizzare la popolazione italiana. Infine, anche se le misure preventive non avessero avuto successo, a causa di fattori imprevedibili, gli esperti nelle scienze sociali avrebbero potuto programmare una serie di azioni per ridurre la tensione tra la popolazione del Nord e del Sud del Paese.
Per quanto riguarda la seconda questione, vi sono ampie ricerche sulle conseguenze psicologiche di eventi traumatici. (McFarlane, 2010). La pandemia del 2020 rappresenta un grande evento stressogeno per gran parte della popolazione mondiale, imponendo uno stress prolungato su ogni aspetto della vita. Simboleggia una grande sfida non solo psicologica ma anche fisica. McFarlane (2010), evidenzia una alterazione dell'eccitazione corticale e delle anomalie neurormonali come conseguenze di uno stress traumatico prolungato. Il disturbo post-traumatico da stress (PTSD) è associato a "dolore muscoloscheletrico cronico, ipertensione, iperlipidemia, obesità e malattie cardiovascolari". Inoltre, il disturbo post-traumatico da stress a insorgenza posticipata porta a uno sviluppo ritardato dei sintomi fisici e psicologici. Perciò, la malattia Covid-19 avrà conseguenze di lunga durata sul servizio sanitario pubblico e importanti ricadute sulla salute mentale che avranno un impatto sul bilancio nazionale. Esistono già prove di traumatizzazione nella popolazione generale dovuta all’epidemia e i governi dovrebbero preparare le risorse adeguate per far fronte al futuro aumento della domanda di servizi di salute mentale, nonché alle malattie fisiche legate a un cattivo stato di igiene mentale.
La razza umana non è solo un organismo fisiologico ma anche psicosociale. Durante la pandemia Covid-19, così come durante l'epidemia di Ebola, i provvedimenti nazionali sono stati presi sulla base di un modello biologico con un occhio attento alle conseguenze politiche ed economiche. Quel tipo di decisioni sono state solo parzialmente efficaci perché non basate su un approccio olistico. Vorremmo offrire una chiara indicazione che è necessario ripensare la risposta al Covid-19 e organizzare una serie di politiche per offrire una risposta sanitaria completa. Esperti nel campo delle scienze sociali, come psicologi, sociologi e antropologi dovrebbero svolgere un ruolo essenziale nella creazione e direzione di nuovi programmi di salute pubblica. Le loro azioni dovrebbero rappresentare un insieme integrato e coordinato di operazioni per prevedere il comportamento delle popolazioni e degli individui, organizzando il miglior processo decisionale. Parallelamente, il governo dovrebbe stimolare gli esperti in campo sociale a partecipare attivamente alle discussioni pubbliche sui media, fornendo contesto e conoscenza alla popolazione generale.
La pandemia è determinata dall'economia, dalla politica, dalla salute pubblica e dal comportamento sociale e ciascuna di queste aree dovrebbero essere ugualmente coinvolte attraverso esperti nella preparazione e nello sviluppo di un piano d'azione efficiente.
Conclusione
Abbiamo analizzato tre elementi legati al campo psicologico che potrebbero portare ad una migliore gestione della crisi sanitaria: bias cognitivi, comportamento di folla e conseguenze psicologiche di eventi traumatici. Tuttavia, altri elementi basati sulla conoscenza delle scienze sociali potrebbero fornire una visione più ampia ai leader. La cultura crea la normativa sociale a cui ogni membro deve aderire per essere integrato e plasma la reazione degli individui in risposta alle decisioni politiche e governative. Il leader deve tenere conto dei principi di salute mentale nella creazione di politiche di salute pubblica con un duplice punto di vista:
- 1) Come il processo psicologico ha un impatto sugli stakeholder e sulla popolazione
- 2) Quale misura preventive dovrebbe essere applicate per affrontare il disagio psicologico nella popolazione nel presente e nel futuro.
Il primo punto potrebbe essere affrontato creando due sottogruppi consultivi nel processo decisionale: uno con l'obiettivo specifico di valutare se qualche aspetto psicologico stia influenzando il processo decisionale e un altro con l’obiettivo di valutare le conseguenze psicosociali della decisione finale, prevedendo il comportamento futuro della popolazione. Questi sottogruppi dovrebbero essere composti da esperti riconosciuti nel campo delle scienze sociali.
Il secondo punto dovrebbe considerare le conseguenze sulla salute mentale e sul benessere dei cittadini e preparare il sistema medico a far fronte a una domanda crescente. Pertanto, le risorse appropriate, sia finanziarie che logistiche, dovrebbero essere pianificate in anticipo. Il sotto- investimento nella salute mentale dovrebbe essere prontamente corretto. Il personale adeguato dovrebbe essere già identificato e se l'attuale capacità delle risorse umane risultasse inadeguata per far fronte a una futura insorgenza di sostegno psicologico e psichiatrico, una formazione adeguata dovrebbe essere creata per preparare le risorse tecniche necessarie in caso di un deterioramento della salute mentale a lungo termine.
© Dr Daniele LUZZO
La costruzione di un luogo psichico. Brevi riflessioni sulla nozione di casa natale.
Condivido il lavoro della collega Emanuela Surace sempre sul tema della casa
Ania – La casa in cui noi viviamo non é più la nostra casa da ormai molto tempo, e io partiró, ve lo giuro.
Trofimov – Se lei possiede le chiavi della proprietà, le getti nel pozzo, e parta lontano. Sia libera come l’aria.
Anton Cechov, Il Giardino dei Ciliegi
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| © APSI |
Che cosa rappresenta per noi tutti la casa natale e che cosa intendiamo con questa formula che traduce il piu originario dei quesiti : da dove vengo ? da quale desiderio sono nato ?
Cosa puo dirci la psicoanalisi di questa nozione dinamica a cui spesso si mescola il tragico senso della perdita, dell’irreversibile, del trauma, dell’invivibile ma anche dell’indimeticabile, del souvenir d’enfance ? Pensare la casa natale é pensare l’infanzia : ce temps qui ne passe pas e che per questo rivive nei nostri sogni e in quelli dei nostri pazienti come luogo prediletto dell’inconscio.
Luogo dei primi passi, il suo destino, pur nel rischio dell’idealizzazione, é di essere uno spazio onirico. « Une maison n’est pas un corps de logis mais un corps de songe » afferma Gaston Bachelard. La casa deve dunque permettere il sogno, cosi come deve proteggere e accogliere i suoi abitanti.
Paradigma dello spazio transizionale, essa é uno spazio potenziale tra interno e esterno, un luogo psichico eminente perché luogo essenziale degli scambi tra il bambino e la madre. Il fantasma di perinnità e solidità che la caratterizza contrasta l’angoscia di sparizione dell’oggetto materno. La questione del luogo é dunque centrale perché nella sua forte concrettezza permette di fondare la continuità dell’immagine del corpo e del materno.
Ascoltare la descrizione di una casa in analisi equivale allora all’ascolto del racconto di un sogno. In questo ascolto, quasi come un ritorno, la possibilità di interrogare l’enigma della relazione all’altro e la natura stessa del legame familiare, modello originario per ognuno di noi di altri liens a venire.
« I muri parlano » dice con ironia lo psicanalista Alberto Eiguer a cui si deve L’incoscient de la maison, un testo fondamentale per il nostro tema. E come su pareti primitive, immagini e rappresentazioni fantasmatiche emergono per raccontare una storia allo stesso tempo soggettiva e gruppale : la storia di una famiglia. Visto che la casa natale é sovente sinonimo di famiglia e permette una funzione di continuità identitaria già da un punto vista nominativo. « La maison est le reflet de ce que nous sommes, en termes d’individus non pas isolés mais groupés dans un ensemble formé de ses habitants. S’agit-il d’un modèle de fonctionnement où l’humain reproduit ce qu’il vit à l’intérieur de lui-même en conjuguant la représentation de son corps et celle de la famille ».
C’è spesso a sostengno della nascità di una casa, un fantasma di resistenza alla disunificazione e alla dispersione.
« Tutti sanno che la propria madre é mortale, nessuno sa che la propria casa é mortale » afferma Gunther Anders. Qualcosa si deve perpetuare, inscrivere nel tempo, trasmettere, se fosse possibile anche al-dilà della robustezza delle mura, al-dilà del perimetro reale dello spazio domestico. Ma l’unità della famiglia e il suo progetto fondante su cui si basa il fantasma della costruzione identitaria dell’individuo e del corpo famiglia, puo dirsi sempre limitato al corpo materiale della casa ? Cosa fa « casa » ? L’aspirazione all’immutabile, alla fissità, puo rappresentare un rischio psichico ? E cosa resta della casa natale quando pure essa é persa per sempre o lontana ?
Al-dilà delle vicissitudini del reale, la casa natale per sua propria natura multipla e transizionale sembrerebbe destinata a essere persa e ritrovata. Come ci insegna l’adolescenza per cui le conseguenze psichiche della separazione dalla casa madre sono fondamentali, nel processo che permette la rinegoziazione con gli oggetti oedipidiani e la possibilità della nascita di uno spazio desiderante.
« Qui mi sento un po come fossi in Italia. Soprattutto posso parlare in italiano » mi hanno spesso detto alcuni pazienti italiani facendo riferimento allo spazio del mio studio e alla scelta di una terapeuta italiana à Parigi. Si puó allora ipotizzare che lo spazio del transfert, luogo per eccellenza de l’inquiétante étrangeté, possa “avere luogo” dunque esistere ed essere investito, proprio perché c’é stata rappresentazione al livello inconscio della casa familiare, anche se in negativo. Con la conseguenza che partendo da questo spazio originario si possano creare altri luoghi e permettere la relazione tra luoghi diversi. In un movimento creativo che consenta les retrouvailles con lo spazio simbolico e immaginario del familiare. Ma attraverso un tramite d’eccezione nel nostro caso : la lingua madre.
La casa natale é il luogo della lingua madre. Si puo perdere in tanti modi la casa natale ma si puo perdere una lingua madre, questo tenant-lieu atopico e trasferibile delle nostre origini, luogo primario de l’infans ? Il primo esilio é nella lingua, quando -come ci ricorda Lacan – in questa distanza simbolica e nostalgica, si puo rinuciare alla cosa materna per dare spazio al desiderio e creare cosi un nuovo luogo soggettivo.
Il processo analitico, ci permette di visitare e rivisitare questi luoghi originari che da bambini abbiamo giurato di abitare per sempre. « L’inconscient de la maison vit sur l’effet de la trasformation » per questo le appassionate associazioni che ne derivano non possono che sorprenderci.
Dr.ssa Emanuela Surace
LA CASA: LUOGO FISICO, LUOGO PSICHICO?
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Qual è l’esperienza degli expat e del loro ritorno a casa?
L’APSI (Associazione Psicologi Italiani in Francia) e il DIRE (Donne Italiane Rete Estera) hanno il piacere di invitarvi al primo webinar congiunto sul tema:
“LA CASA: LUOGO FISICO, LUOGO PSICHICO?”
Si parlerà della casa sia come luogo fisico, estetico, narrativo, sia come luogo della nostra intimità psichica e delle nostre radici. La casa assume infatti molte sfumature e molti volti, anche simbolici, in particolare per chi, come molti tra di noi, vive l’esperienza dell’espatrio, e di un eventuale ritorno.
Il webinar, via zoom, sarà sia l'occasione per riflettere insieme, attraverso i contributi dei professionisti che interverranno, sia uno spazio in cui porre domande e condividere esperienze.
La Console Generale d’Italia a Parigi, Irene Castagnoli, ci onorerà della sua presenza. Interverranno: le psicologhe Anna Arrivabene e Giulia Paoletti, e la decoratrice d'interni Barbara Masella Saitta.
Nell’attesa di ritrovarvi numerosi, vi alleghiamo la locandina dell’evento che si terrà il 24/03/2002 h18.30-20.00.
Educare i bambini alla meraviglia ai tempi del COVID
Riporto l'interessante scritto della collega Sara Sesia dell'APSI sul tema: Dentro e fuori il Covid
Pensando a questo incontro mi è subito venuta alla mente la parola “meraviglia”. Essendo un sentimento positivamente connotato, potrebbe apparire un ossimoro associarlo alla sofferente esperienza del Covid-19. Ho ripensato alle parole di Aristotele (“Gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia”), a quelle dello psicologo Donald Winnicott quando spiega come “La capacità di provare ancora stupore è essenziale nel processo della creatività”; per finire poi con la suggestiva frase di un più recente scrittore quando afferma che “Gli scienziati dicono che siamo fatti di atomi, ma un albero mi ha sussurrato che siamo fatti di sogni, un’onda mi ha detto che siamo fatti di viaggi, un bambino che gioca con le fate mi ha raccontato che siamo fatti di meraviglia.” E proprio ai bambini infatti associamo il più frequentemente questa parola; è facile per ognuno di noi immaginare con tenerezza lo sguardo stupito di un bimbo di fronte ad un aquilone che vola. La meraviglia, lo stupore (che è una emozione primaria, innata e comune a tutte le culture del mondo) diviene anche presupposto di ragionamento e capacità creativa (pensiamo al bambino che chiede: come fa a volare?), indicandoci come emozione e cognizione siano strettamente legate. Ed ecco, forse, qui il legame tra lo stupore (e la sua assenza in realtà) e i mesi della pandemia, in cui la costrizione della sottrazione di liberà ha tolto momenti e occasioni di stupore, gettando i nostri bimbi, e noi stessi, in una routine monotona, a tratti anche depressiva e angosciante. Già a tre settimane i bambini reagiscono alle novità: uno studio ha dimostrato che, se li si abitua a vedere una serie di figure geometriche e poi se ne inserisce una nuova, il loro cuore batte più velocemente. Quindi come sopperire a questa importante perdita di occasione di stupore durante il covid che si è configurato anche come “Situazione che ha impedito di attingere a delle risorse note per fronteggiare i consueti problemi?” (COVID-19 International Behavioral Science Working Group dell’Università di Harvard - task force di esperti del mondo delle scienze comportamentali sotto l’egida del Prof. Gary King.
Analizziamo meglio cosa è la sorpresa per capire il ruolo importante che ha nello sviluppo cognitivo dei bambini e come fattore protettivo verso depressione e ansia in tutto l’arco della vita.
La sorpresa è una forma di apprendimento spontanea, in quanto lo stupore attiva nel cervello il sistema dell’attenzione, deputato a cercare le risorse per gestire un evento inatteso. Stimola le funzioni cognitive, per stabilire un nesso tra il fatto sorprendente e quanto si conosceva, e fa apprendere qualcosa di nuovo.
La sorpresa dura un secondo, poi il cervello inizia l’analisi dell’evento e, in base al risultato, passa a un’altra emozione (felicità, paura, tristezza). Quasi ogni emozione nasce da una sorpresa, perché implica che è stato colto qualcosa di nuovo e rilevante.
Da un punto di vista neurobiologico, di fronte a un elemento di meraviglia il cervello produce sostanze, come neurotrasmettitori e ormoni, che hanno l’effetto di rinforzo positivo sull’umore e portano a una percezione più piena, fortunata e ricca della vita.
Nemica della sorpresa è invece la velocità che ci ha abituati alla soddisfazione immediata dei desideri (tutto e subito), un atteggiamento che è in contrasto con il meccanismo naturale della mente, che ha bisogno di tempo, della capacità di attendere e tollerare le frustrazioni, per potersi evolvere.
Alcuni esercizi utili quindi in tempi di covid, e non solo, per aiutare i nostri bimbi a ritrovare un po’ di meraviglia:
1. Godersi il momento. Essere capaci di vivere il presente, anziché rimuginare sul passato o preoccuparsi sul futuro, consente di non perdersi l’occasione di restare incantati da qualcosa. Non distraetevi subito dopo aver avuto una sorpresa, per non disperdere il piacere di ciò che state vivendo.
2. Variare una semplice piccola abitudine al giorno. La paura del nuovo è nemica della meraviglia. La maggior parte delle consuetudini sono “scorciatoie” della mente, che rendono la vita più semplice, ma anche meno stimolante per il cervello e per l’umore!
3. Fare “la conta”, ogni sera, insieme ai vostri figli, di tre cose positive della giornata, annotandole su un foglio. Rimarrete sorpresi, appunto, di quanto le giornate, anche quelle considerate le “peggiori”, siano in realtà ricche di motivi per essere contenti: piccoli istanti, sorrisi, gentilezze, dialoghi, eventi a cui altrimenti non si dà importanza.
Alcuni consigli con i più comuni errori da evitare
1. Anticipare i desideri. Nella nostra società, viviamo un vero e proprio “blocco del desiderio” perché soddisfiamo i bisogni prima ancora di esprimerli. Non coltivare il desiderio delle cose toglie il piacere di guadagnarsele e di goderne.
2. Razionalizzare tutto. Come sottolinea Catherine L’Ecuyer, autrice di “Educare allo stupore” (edizioni Ultra, 2013), cercare di trovare una spiegazione logica a tutto ciò che accade uccide la spontaneità e il desiderio di scoperta dei bambini
3. Compensare con soldi e regali (o ore di videogiochi che creano dipendenza cerebrale) Quando niente emoziona, il rischio è quello di cedere alla tentazione di procurarsi soddisfacimento in modo artificiale, con abitudini che “simulano” la felicità nel centro cerebrale della gratificazione, fornendo un appagamento immediato quanto passeggero e illusorio.
Uno studio del Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive dell’università John Hopkins di Baltimora, ha dimostrato come a base della creatività ci sia proprio «la meraviglia emotiva». Un’emozione fondamentale che non bisogna mai smarrire anche in un periodo costellato di incertezze e paure come quello del COVID.
La meraviglia poi è una pillola naturale contro il narcisismo: attraverso lo stupore cogliamo la sofferenza, la solitudine, la distanza che ci separa dagli altri. Lo stupore di un’immagine, di un qualcosa che non pensavamo di vedere o che avevamo semplicemente ignorato per distrazione. Ovviamente, questo sguardo ha bisogno di tempo, non può essere schiacciato nella bulimia e dalla dipendenza dalla iper-connessione. Serve la voglia del contatto con la vita reale, e con le sue contraddizioni.
Dobbiamo essere pronti a raccogliere questo attimo di gioia, di felicità, per dilatarlo e ripeterlo in diverse versioni, se riusciamo a educare allo stupore figli, avremo dato un contributo alla loro creatività e alla loro intelligenza, cognitiva e emotiva.
E quando a stupirci è qualcosa di inatteso come una pandemia, anticamera di paura e angoscia? Con i nostri figli abbiamo a disposizione due armi potentissime: la parola e l’abbraccio (ove possibile coltivarlo). Dove c’è parola, c’è cura, per questo è importante insegnare ai bambini a esprimere le proprie emozioni, a raccontarle (se poi l’argomento interessa sono disponibile ad approfondirlo). Come diceva saggiamente Alda Merini (ci si abbraccia per ritrovarsi interi ) e appunto le neuroscienze ci hanno spiegato ciò che la poetessa aveva intuito: l’abbraccio attiva l’insula, una zona del cervello importantissima anche per il ruolo di connettore tra il “cervello emotivo e quello verbale”. Quindi quando un bimbo è triste o molto arrabbiato o impaurito, nell’abbraccio troviamo una via efficace per poter dialogare con lui permettendogli di dare voce e legittimità anche alle sue emozioni.
© Sara Sesia







