Che cos'è la resilienza

     

Utilizzo questo proverbio giapponese per parlare di resilienza. La resilienza psicologica è la capacità di affrontare le avversità senza "cadere a pezzi" ma uscire rafforzati dall'esperienza. Si tratta di una una capacità che si sviluppa durante tutta la vita e dipende dall'atteggiamento con cui affrontiamo gli ostacoli e i problemi che incontriamo nel vivere.
Ciò significa che gli eventi non sono buoni o cattivi in ​​sé, è l’interpretazione che ne diamo che acquisisce una valenza positiva o negativa. Ne consegue che non sono i fatti, ma le nostre aspettative e la valutazione degli stessi a fare la differenza.

Lo psichiatra e psicoanalista francese Boris Cyrulnik autore (tra gli altri) del libro "Il dolore meraviglioso" compie uno studio sistematico di una serie di casi di bambini sottoposti a traumi violentissimi come gli ex internati nei campi di concentramento nazisti, i piccoli rinchiusi negli orfanotrofi lager della Romania comunista, i piccoli mutilati di guerra e le vittime di abusi sessuali per dimostrare come le sofferenze in tenera età non segnano per sempre il destino delle persone. Sappiamo che per la psicologia infantile le esperienze traumatiche dei primi anni di vita sono considerate basilari per la costruzione della personalità. Ma l'autore mostra che i bambini hanno una capacità di resistenza ai traumi che l'autore definisce, con un neologismo mutuato dalla fisica, resilienza: questo permette anche ai più maltrattati di trovare delle risorse psicologiche per reagire e non avere la vita per sempre segnata da tali accadimenti tragici. Ben inteso questo genere di esperienze drammatiche "segnano" eccome il bambino ma non tutte le persone coinvolte sono distrutte psicologicamente e per sempre. Cyrulnik, di origine ebrea ha vissuto in prima persona eventi tragici da bambino durante l'occupazione tedesca di Bordeaux. Nel 1942 (ha cinque anni) i genitori per salvarlo lo fanno adottare da una famiglia non ebrea ma due anni dopo nel corso di una retata è catturato e confinato con altri ebrei nella Sinagoga di Bordeaux per essere deportato. Si nasconde in una toilette ed è salvato da un'infermiera poi, in modo rocambolesco, raggiunge una zia a Parigi con la quale crescerà. Non vedrà più i suoi genitori, uccisi nel campo di concentramento di Auschwitz. Cyrulnik ha chiaramente detto che questa esperienza personale traumatica lo ha spinto a divenire medico, poi psichiatra e psicoanalista per studiare proprio il tema della resilienza.
Percepirsi solamente nel ruolo di vittima, ruolo rafforzato anche dal contesto e dalle altre persone che ci circondano, può solo farci ulteriore male. La vita non è totalmente spezzata, dal dolore si può rinascere, con fatica, ma è possibile e Cyrulnik ce lo testimonia. Dal dolore, dalla tragedia è possibile trarre energie per reagire e dare senso alla propria vita, anzichè vivere "spezzati" ed inermi.
E' interessante osservare il fenomeno della resilienza anche a livello di comunità di persone e non solo per i singoli. Dopo la tragica alluvione del Polesine nell'anno 1951, a seguito della rottura degli argini da parte del Po, le popolazioni coinvolte non sono riuscite a reagire collettivamente e gran parte delle persone coinvolte sono fuggite per sempre dalla zona, sia in altre parti d'Italia che, addirittura, all'estero. Mentre la città di Firenze, che è sottoposta sovente alle esondazioni dell'Arno come nella tragica alluvione del 1966, si è comportata come una città resiliente. La cittadinanza ha reagito ed il tessuto economico, sociale e culturale comune ha permesso ai fiorentini di restare, ricostruire la città, riattivare i legami sociali e comportarsi davvero come una "comunità resiliente".