Le violenze alle donne





Questa settimana parliamo delle azioni intraprese dalla Ville de Nice per contrastare l’emarginazione delle donne vittima di violenza e ringrazio Marco Casa di Radio Nizza per questa breve intervista sul tema.





https://soundcloud.com/radionizza/ultime-notizie-gr-del-29-11-2019

Intervista su Radio Nizza

   
Il monumento alle vittime dell'attentato. Photo montecarlonews.it
   
Ringrazio Marco Casa di Radio Nizza per questa breve intervista sugli effetti traumatici causati dagli attentati terroristici, in occasione dell'ottavo Congresso Internazionale delle vittime del terrorismo, in svolgimento qui a Nizza.


https://soundcloud.com/radionizza/ultime-notizie-gr-del-22-11-2019

La teoria del divertimento (the Fun Theory)

Di solito le ricerche psicologiche o psico-sociali sono appannaggio delle Università. Ebbene la casa automobilistica Volkswagen anni fa ha ideato alcuni esperimenti per studiare la "teoria del divertimento".
Photo: La mente è meravigliosa
Tale teoria indica che le persone sono motivate a fare alcuni cambiamenti delle proprie attività quotidiane se si divertono. Quindi divertirsi può essere un fattore positivo per indurre cambiamenti nel modo di fare di una persona.
Di fatto tale teoria ribalta il credo che la punizione sia uno dei fondamenti dell'educazione, insegnare è porre dei limiti che la persona dovrebbe un po' alla volta interiorizzare.
La "teoria del divertimento" mostra invece che c'è ben altro modo per ottenere determinati risultati ovvero quando uno stimolo positivo ci consente di abbandonare un comportamento sconveniente per uno più apprezzato socialmente.

La "teoria del divertimento" recita: «Passione e divertimento sono le forze in gioco più potenti per ottenere qualsiasi cosa.»

La Volkswagen nel 2009 ha lanciato così la sua Fun Theory, o teoria del divertimento, con lo scopo di stimolare le persone ad essere positive e più attente alla socialità. Va da se che oltre alla ricerca la Volkswagen tendeva anche a consolidare l’immagine del proprio marchio, ovviamente!
Sono stati approntati dei semplici esperimenti sociali per poi osservare ed analizzare il comportamento delle persone ignare di essere "cavie" di una ricerca. Di base gli esperimenti presupponevano una scelta duplice: da una parte i soliti comportamenti abitudinari e, dall'altra, un piccolo sforzo di cambiamento che però aveva un effetto divertente e inaspettato.
Ad esempio un esperimento era così allestito: nella stazione metropolitana più frequentata di Stoccolma erano affiancate una scala tradizionale ed una scala mobile. Ebbene come indurre le persone ad utilizzare la scala tradizionale al posto di quella meccanica e quindi fare un pò di esercizio fisico...? 
Venne dipinta una scala-pianoforte, ogni gradino rappresentava un tasto, e quando uno lo calpestava veniva emesso un suono per ogni gradino, come un vero pianoforte!
Il risultato fu oltre ogni aspettativa, il 65 % delle persone ha preferito fare le scale a piedi per sentire suonare la scala-pianoforte, divertita, quando solitamente le scale mobli sono utilizzate da oltre il 95% delle persone in condizioni solite. Quindi il divertimento funziona!
Un secondo esperimento, sempre svolto a Stoccolma consisteva nel cercare di ridurre la quantità di mozziconi di sigarette e rifiuti vari che vengono gettati per terra (anche nella civile Stoccolma). 
Per lo scopo sono stati installati dei cestini dotati di un sensore che, quando una persona utilizzava gettando qualcosa dentro, emetteva un simpatico suono di caduta tratto da un cartone animato.
Non solo le persone erano indotte a gettare i rifiuti nel cestino, molti addirittura raccoglievano delle cartacce da terra per poi introdurle nel cestino che faceva il suo buon rumore divertente...
I cestini, solitamente mezzi vuoti, alla fine della giornata erano stracolmi, quindi si poteva tranquillamente dire che la teoria era dimostrata sul campo.
Va da se che tali semplici quanto interessanti esperimenti non possono essere considerati la vera base di una teoria sociale infatti non sappiamo quanto tali comportamenti "positivi" potrebbero durare nel tempo. Però la motivazione del divertimento rappresenta un potente motore che ci fa cambiare comportamenti diremmo quasi automatizzati e, a prezzo di un piccolo sforzo, divertire e far sorridere.





Il comportamento del gregge


Photo: linkiesta.it

Il comportamento del gregge è classicamente quello di animali che stanno assieme, vivono e si muovono in massa, gli uni vicini agli altri. Stanno assieme per motivi di sopravvivenza, difesa, ricerca del cibo, socialità, riproduzione...
Nella trasposizione umana il gregge diviene la folla, entità non ben definita che però ha comportamenti e dinamiche estremamente simili a quelle degli animali.
Si dice anche gregge per indicare un gruppo di umani che si muovono come le pecore (senza offese per le brave pecore), ovvero in modo istintivo, talvolta irrazionale, comunque senza molta "intelligenza". L'umano all'interno del gregge è trasportato dal gregge stesso, sembra non sapere come comportarsi, imita e segue il movimento degli altri "animali" umani.
Ebbene proprio il comportamento di un individuo all'interno del gregge è stato studiato da alcuni ricercatori italiani e tedeschi con la collaborazione dell'Istituto per le Applicazioni del Calcolo (IAC) del CNR di Roma. 
Gli esperimenti condotti hanno dimostrato che l'effetto gregge esiste eccome, in situazioni di confusione, paura o panico una persona è fortemente portata a seguire il proprio vicino soprattutto se quest'ultimo appare sapere cosa fare o dove andare.
Un esperimento consisteva nel chiedere a due gruppi di 40 persone di uscire da un’aula e dirigersi verso un luogo sconosciuto a tutti, tranne ad un "complice" in un gruppo e nell’altro, in incognito fino alla fine dell’esperimento. L'esperimento ha mostrato che le persone seguivano senza difficoltà i "complici" che li conducevano verso luoghi determinati a mo' di guide per il gregge di umani...
I ricercatori dell'Università La Sapienza di Roma desideravano: "...Testare sul campo la correttezza delle previsioni dei modelli matematici per il controllo delle folle che sfruttano il cosiddetto effetto gregge". Uno dei matematici coinvolti in questo esperimento, Emiliano Cristiani, ha così commentato i risultati dell'esperienza svolta: 
“Si tratta di un comportamento che si manifesta in animali sociali, come oche, lupi e, naturalmente, pecore, che porta a muoversi seguendo i compagni vicini, indipendentemente dalla loro destinazione”
Cristiani ha aggiunto:  
“In matematica, un gregge è un esempio di sistema auto-organizzante, un gruppo composto da un numero elevato di ‘agenti’ che seguono regole semplici e in cui le dinamiche individuali sono influenzate da quelle degli agenti più prossimi. Nonostante si tratti di atteggiamenti solitamente associati ad animali, studi del genere sono utili per indirizzare al meglio anche grandi folle di esseri umani in situazioni delicate come nei piani strategici di evacuazione”
Pensate ai grandi raduni di folle per concerti, eventi culturali o comizi politici. Alla luce di tali ricerche si potrebbe pensare di collocare all'interno della "folla" ed in incognito delle persone preparate e consapevoli delle vie di fuga, in grado di gestire momenti di difficoltà, panico e scomposti tentativi di fuga che sappiamo essere pericolosi e potenzialmente mortali.
I ricercatori sottolineano che tali persone "guida" dovrebbero essere nascoste e anonime proprio per sfruttare l'effetto gregge, dato che in certe situazioni le parole non hanno alcun effetto sulla folla, ma solo il seguire "irrazionalmente" le persone vicine che, guarda caso, potrebbero essere appositamente inserite per controllare e gestire al meglio la folla impaurita e condurla verso uscite, sbocchi o vie di fuga sicure... La cronaca degli ultimi mesi ha purtroppo dovuto segnalare troppi raduni di folla funestati da morti e feriti proprio perchè la folla senza guida alcuna si è comportata come un gregge impazzito ed ha compiuto gesti pericolosi e senza alcun senso.

L'esperimento di Latané e Darley

Bibb Latané e John Darley, due psicologi della Columbia University nel 1970 avevano condotto una serie di esperimenti con l'ausilio di studenti universitari che erano invitati a compilare un questionario sulla qualità della vita nelle grandi città degli USA. 

Biancolavoro.it
L'esperimento consisteva nel raggruppare alcuni studenti in una stanza con la porta chiusa, intenti a compilare il questionario e in una variante dell'esperimento tra gli studenti erano messi alcuni "complici" dei ricercatori, che fingevano anch'essi di essere li per compilare il questionario come tutti. Dopo alcuni minuti al di sotto della porta della stanza veniva pompato del fumo, come a seguito di un incendio, fumo che si diffondeva nell'aria della stanza.
Qui iniziava l'esperimento vero e proprio, ovvero l'osservazione delle reazioni degli studenti ignari di quanto accadeva, osservati dai "complici" dei ricercatori.
Se gli studenti erano da soli all'interno della stanza dopo che il fumo iniziava ad espandersi nell'ambiente in pochi secondi erano in allarme e pronti a fuggire (il 75%), se nella stanza vi erano i "complici" dei ricercatori che facevano finta di nulla e continuavano a compilare il questionario mentre il fumo di diffondeva, solo il 26% dei giovani si allarmava e voleva fuggire. Ne consegue che la presenza di altre persone "tranquille" rallenta la nostra percezione del pericolo o di una situazione di emergenza. In qualche modo siamo portati a pensare che se gli altri non sono in allarme e spaventati forse la situazione non è poi così pericolosa. In situazioni ambigue, non chiare, anche in quelle che possono metter in pericolo noi stessi, ci affidiamo alle altre persone per capire cosa accade e quindi per decidere (come in questo caso) se fuggire o meno. In un precedente esperimento effettuato dallo psicologo Solomon Asch, sempre alla Columbia University, appariva chiaro che in situazioni sociali le nostre percezioni e interpretazioni delle situazioni che ci circondano si basano sui comportamenti delle altre persone presenti. Siamo quindi portati a pensare che se, in presenza di fumo tutti si spaventano allora il pericolo è grave, se la maggior parte delle persone resta tranquilla forse sono solo io quello pauroso, non c'è davvero da allarmarsi...

L'effetto Pigmalione


Foto: Giustalessio.com
L'effetto Pigmalione è conosciuto in psicologia come una "profezia autoavverante", ovvero un effetto per cui (ad esempio) se gli insegnanti pensano che un bambino sia più o meno capace degli altri, lo tratteranno, anche inconsciamente, secondo la loro convinzione. A sua volta il bambino, facendo suo il punto di vista dell’insegnante, si comporterà in modo tale da conformarsi ad esso.
L’effetto Pigmalione è conosciuto anche come effetto Rosenthal dal nome dello psicologo che per primo parlò di questo fenomeno. In effetti si tratta di una forma di suggestione psicologica per cui le persone tendono a conformarsi all’immagine che altri individui hanno di loro, sia essa un’immagine positiva oppure negativa. Per indagare tale effetto Robert Rosenthal e la sua equipe nell'anno 1963 sottoposero alcuni bambini di una scuola elementare di San Francisco ad un test d’intelligenza. Dopo il test, in modo casuale, vennero selezionati alcuni bambini ai cui insegnanti fu fatto credere che avessero un’intelligenza sopra la media.
La suggestione fu tale che, quando l’anno successivo Rosenthal si recò presso la scuola elementare, dovette constatare che, in effetti, il rendimento dei bambini selezionati era molto migliorato e questo solo perché gli insegnanti li avevano influenzati positivamente con il loro atteggiamento,  inconsapevoli del fatto che fosse tutto legato alla suggestione. Quindi il credere che un individuo sia dotato, capace o talentuoso porta a comportarsi di conseguenza con lui, mentre se abbiamo la credenza che sia poco capace lo tratteremo peggio! Ovviamente l'effetto Pigmalione non è riscontrabile solo a scuola ma anche nei rapporti di lavoro e ovunque si sviluppino rapporti sociali. In ambito lavorativo quanto conta che il proprio capo o superiore abbia un'idea positiva o "amichevole" di noi piuttosto che un'idea negativa... Soprattutto una volta instaurato l'effetto Pigmalione in senso negativo, sarà ben difficile fare cambiare idea a chi ci ha "etichettati" in un certo modo.
Il nome di tale effetto psicologico ha origine nella mitologia greca ove si narra che Pigmalione, scultore e re di Cipro, realizzò una statua così bella da innamorarsene. Accecato dall’amore chiese alla dea Afrodite di far sì che la statua divenisse umana così da poterla sposare. Venne accontentato e la statua prese a vivere, la potè sposare ed ebbero una figlia. Nell'uso comune, si definisce "Pigmalione" chi assume il ruolo di maestro nei confronti di una persona semplice ed ingenua, plasmandone la personalità, sviluppandone le doti naturali e affinandone i modi.

Gli Hikikomori

Hikikomori è un termine giapponese che significa letteralmente "stare in disparte" e viene utilizzato per indicare giovanissimi ed adolescenti che "decidono" di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi (mesi o addirittura anni), chiusi nella propria camera da letto, molto spesso collegati ad Internet, e che si rifiutano di parlare e relazionarsi con genitori e fratelli.


Associazione Hikikomori Italia
All'inizio il fenomeno è stato osservato e studiato in Giappone, ma è diffuso anche in altri paesi asiatici e nel resto del mondo occidentale. Da alcuni anni in Francia, dopo che erano stati segnalati alcuni preoccupanti casi di giovani di età tra i 15 ed i 25 anni, con scarsa o nulla "vita sociale", le autorità sanitarie hanno affidato a loro ricercatori, in collaborazione con esperti giapponesi, uno studio per comprendere l'entità del fenomeno e valutare come intervenire. Alcune stime indicano in alcune decine di migliaia il numero di Hikikomori francesi, con un trend in crescita negli anni recenti.
E in Italia? Alcune stime del 2018 indicano centomila tra giovani e giovanissimi interessati da questo fenomeno, ma la cifra potrebbe essere sottostimata. Questo fenomeno viene studiato con attenzione da parte di Associazioni come Hikikomori Italia, Associazione nazionale di informazione e supporto sul tema dell'isolamento sociale giovanile. Un primo distinguo importante è non confondere il ritiro sociale e psicologico dell'hikikomori con la dipendenza da Internet. Nel senso che l'isolamento volontario del vero Hikikomori è alla base della "scelta" radicale di chiudersi in un piccolo spazio protetto e confinato per potere vivere quella che ritiene la sua idea di vita. L'uso o abuso di Internet è solo secondario e può incentivare tale scelta ma non è la causa del "ritiro sociale" del giovane.
E' la condizione di fragilità emotivo-sociale del giovane o dell'adolescente l'innesco del fenomeno dell'Hikikomori, e non Internet. Paradossalmente Internet permette ad alcuni Hikikomori di non essere davvero del tutto isolati dal mondo. Senza confondere realtà "vera" da quella virtuale certo, però una qualche modalità di comunicazione con il mondo esterno può avvenire anche tramite i "Social".



L'esperimento della bambola Bobo

Albert Bandura è uno Psicologo canadese noto per il suo lavoro sulle teorie dell'apprendimento sociale specie nel suo impatto sulla teoria sociale cognitiva. L'esperimento che lo ha reso celebre si è svolto nel 1961 alla Stanford University, dove ha insegnato per molti anni, sino a divenire Presidente dell'American Psychological Association. Bandura stava svolgendo ricerche sull'aggressività e ideò un esperimento "sociale"con il coinvolgimento di alcuni bambini in età pre-scolare. Negli esperimenti erano coinvolti bambini, 36 maschi e 36 femmine della scuola materna dell’Università di Stanford, di età compresa tra i 3 e i 6 anni.
psicologiatorino.org
L'esperimento è conosciuto soprattutto per la bambola Bobo, un pupazzo gonfiabile che mantiene  da solo la posizione eretta anche dopo essere stato colpito. Ricordate Ercolino sempre in piedi, pupazzo di plastica gonfiabile della pubblicità Galbani...?
  • In un primo gruppo di 10 bambini Bandura inserì uno dei suoi collaboratori che si mostrò aggressivo nei confronti del pupazzo Bobo. L'adulto picchiava il pupazzo gridando: «Picchialo sul naso!» e «Pum pum!».
  • In un secondo gruppo di 10 bambini, gruppo di confronto, un altro collaboratore giocava con le costruzioni di legno senza manifestare alcun tipo di aggressività nei confronti del pupazzo Bobo.
  • Infine, il terzo gruppo, quello di controllo, era formato da 10 bambini che giocavano da soli e liberamente, senza alcun adulto con funzione di modello.
Questa era la prima fase dell'esperimento, successivamente i bambini venivano condotti in una stanza nella quale vi erano giochi neutri (peluche, palline, automobiline) e giochi aggressivi (fucili, martelli, Bobo, una palla con una faccia dipinta legata ad una corda).
Bandura poté verificare che i bambini che avevano osservato l'adulto picchiare Bobo manifestavano un'incidenza maggiore di comportamenti aggressivi, sia rispetto a quelli che avevano visto il modello pacifico sia rispetto a quelli che avevano giocato da soli. Infatti ben 8 bambini su 10, che avevano visto picchiare Bobo, a loro volta colpivano il pupazzo con rabbia ed aggressività. I bambini degli altri due gruppi invece giocavano tranquilli senza manifestare comportamenti aggressivi verso il pupazzo.
Per Bandura ciò rappresentava la conferma che il comportamento aggressivo dei bambini può essere modellato, cioè appreso per imitazione.
Le ricerche di Bandura sono state più volte utilizzate anche a sostegno della tesi, ancora attuale, secondo la quale le scene di violenza mostrate in TV possono produrre comportamenti imitativi da parte dei ragazzi.
Molti ricorderanno anni fa le tragiche ripetizioni di lanci di pietre sulle auto, dai cavalcavia delle autostrade. Lanci di pietre talmente diffusi in senso imitativo in tutta la Penisola da parte di adolescenti e giovanissimi che avevano costretto i media, in accordo con il Governo, a non parlarne più su giornali e televisione per ridurre drasticamente la frequenza di tali atti criminali sovente mortali. Da allora tutti i cavalcavia delle autostrade sono stati numerati per permettere di risalire a dove erano avvenuti i lanci di pietre! Esperimento di Psicologia sociale tragicamente veritiero che non fa che confermare la teoria di Bandura che: 

"...Le scene di violenza mostrate in TV (o eventi come il lancio di pietre sulle auto) possono produrre comportamenti imitativi da parte dei ragazzi..."

Facebook, maneggiare con cura...



Nel gennaio del 2012 Facebook ha condotto un esperimento all'insaputa di circa 700.000 mila utenti: molti di loro sono stati esposti a "contenuti emotivi" delle pagine che osservavano di tipo fortemente positivo, altri a contenuti molto negativi.
A seconda dei contenuti osservati, le persone postavano commenti positivi o negativi come reazione a quanto letto. Era evidente un fenomeno ben conosciuto in psicologia come "contagio emotivo".
Quando venne pubblicato il risultato dello studio vi furono critiche e pesanti reazioni per tale esperimento, peraltro legale, su temi così delicati come l'etica e la privacy on-line.
Forse non tutti sanno che l'algoritmo sottostante a Facebook e che ci propone quotidianamente gli aggiornamenti, che vediamo scorrere nella nostra pagina si basa già su una serie di principi, totalmente automatizzati, stabiliti per dare priorità a uno o all’altro contenuto in base agli amici con cui entriamo più spesso in contatto o alla popolarità di uno stato o di una foto. Come dire, l'algoritmo ci indirizza già verso determinati contenuti, pensati per noi! Facebook decide cosa farci vedere, mentre noi crediamo che si tratti di notizie e profili scelti in modo imparziale.
Nel caso dell'esperimento i ricercatori di Facebook hanno utilizzato il software Linguistic Inquiry and Word Count, ed i risultati hanno mostrato come la condivisione di emozioni positive ci porti ad esprimerne di altrettanto ottimistiche mentre vedere amici e conoscenti di cattivo umore ci condiziona in questo senso. 
Da notare che alla sottoscrizione di Facebook noi tutti accettiamo le condizioni di questo servizio e le relative profilazioni. Quindi nulla di illegale, ma credo che ben pochi di noi siano consapevoli di quello che sottoscrivono: poi gli algoritmi che diavolo sono? Mi risponda chi lo sa e ne conosce l'utilizzo. Facebook cambia il suo algoritmo quando e come vuole senza doverci chiedere ulteriore assenso tacito o esplicito.
E' anche vero che nel 2012 oltre 340.000 persone si sono recate a votare in elezioni del Congresso Americano dopo avere letto commenti di amici su Facebook, orientati in un senso o nell'altro (Democratici o Repubblicani) e qui non si parla di scegliere una bevanda o un hamburger ma si tratta di "comunicazione politica".
Va detto che il gruppo di ingegneri di Facebook ha lavorato in collaborazione con ricercatori delle Università della California e della Cornell, stupiti per le reazioni della stampa e dei media in generale per tale "ricerca". Gli ingegneri di Facebook hanno manipolato l'algoritmo per orientare le reazioni e studiare l'effetto sugli ignari lettori, senza chieder alcun permesso o scusarsi poi. Ad onore del vero uno degli ingegneri, tale Adam Kramer, membro della squadra di analisi dei dati di Facebook e fra gli autori dello studio ha detto che lo scopo della ricerca era rendere migliore il servizio e si è mostrato:  "... Dispiaciuto per l'ansia causata nei lettori". Come dire che lo studio è stato fatto per i lettori e non c'è motivo di non credere alla buona fede di Facebook.

E voi cosa ne pensate...?

Aggiornamento  del 5 settembre: su un server ad accesso libero sono stati trovati i dati di 419 milioni di utenti Facebook, account e numeri di telefono. Facebook, interpellata, ha minimizzato la cosa e assicurato che ora tutto è sotto controllo e non accadrà più.


Perle prima di colazione

Il 12 gennaio 2007 il giornalista Gene Weingarten del Washington Post volle fare un esperimento di psicologia sociale coinvolgendo uno di più famosi violinisti al mondo: Joshua Bell.

Gene Weingarten

Joshua Bell aveva suonato tre giorni prima alla Symphony Hall di Boston, con biglietti di almeno 100 dollari ed il tutto esaurito. Ebbene il giornalista propose a Bell di suonare come uno dei tanti musicisti di strada che si esibivano nella metropolitana di Washington, nell'atrio della stazione L'Enfant Plaza al mattino all'ora di punta. 


Joshua Bell e lo Stradivari "Gibson ex Huberman"

Bell eseguì per quasi un'ora alcuni celebri e difficilissimi brani di Bach con il suo violino Stradivari del 1713 chiamato "Gibson ex Huberman" e quotato 3,5 milioni di dollari! La performance fu registrata da una  telecamera nascosta. Di 1.097 persone che erano passate, solo sette si fermarono ad ascoltarlo per un po' e solo una lo riconobbe. Alla fine della performance Bell aveva raccolto 32 dollari, pochi per uno dei più talentuosi violinisti al mondo, che aveva suonato pezzi difficilissimi con uno strumento eccezionale! L'obiettivo dell'esperimento era dimostrare come è difficile cogliere la bellezza (in questo caso la musica) in un contesto ordinario come una stazione della metro. Altra domanda: siamo in grado di capire ed apprezzare le straordinarie opere di bellezza che ci circondano...?  Weingarten pubblicò nell'aprile 2007 un pezzo su tale esperienza intitolato Pearls before breakfast (perle prima di colazione) e vinse il premio Pulitzer nel 2008 per il migliore articolo.

Si potrebbe obiettare che all'ora di punta in una stazione della metro le persone hanno fretta, vero. Ma delle mille e passa persone che hanno incrociato l'estemporanea esibizione di Bell tantissime non erano pressate e, soprattutto, mai avrebbero pensato di potere trovare un violinista famoso suonare nella stazione brani di tale difficoltà. Figuriamoci poi con uno Stradivari del 1700...




La "teoria delle finestre rotte"




Foto: Docsity.com




Nel 1969 il professor Philip Zimbardo, docente all’università di Stanford decise di condurre un esperimento di psicologia sociale. Lo psicologo statunitense (di origini italiane) volle studiare il comportamento delle persone in una situazione creata apposta: lasciò due auto abbandonate in strada, due automobili identiche, della stessa marca, modello e colore. Una però la lasciò nel Bronx, una zona povera e conflittuale di New York, l’altra la lasciò a Palo Alto, ancora oggi una zona ordinata ricca e tranquilla della California.
Due auto uguali abbandonate, in due quartieri con popolazioni molto diverse. Con un gruppo di ricercatori nascosti a studiare il comportamento delle persone in ciascun sito.
L’esperimento fornì i primi risultati nel giro di poche ore: l’automobile abbandonata nel Bronx cominciò ad essere vandalizzata il giorno stesso. Dapprima furono rubate la radio, le ruote e gli specchietti, poi parti del motore. Ciò che poteva essere utilizzato fu rubato immediatamente, il resto dell'auto distrutta. Dall’altra parte del Paese invece, l’automobile abbandonata a Palo Alto, dopo una settimana risultava ancora intatta.
I ricercatori a questo punto decisero di fare un ulteriore esperimento: provarono a rompere un vetro della vettura parcheggiata in strada a Palo Alto, nella ricca California. Il risultato fu che si innescò anche per questa auto lo stesso processo, come nel Bronx a New York. Furto e vandalismo ridussero questo veicolo rapidamente ad un rottame.
La domanda era quindi: “Perchè la semplice rottura di un vetro in una macchina abbandonata in un quartiere presumibilmente sicuro è in grado di provocarne a breve la sua distruzione?”
La scoperta: quel fatto, il processo criminale, non era stato provocato dalla povertà, ma era successo qualcosa di diverso. Che aveva a che fare con la psicologia  sociale e con il comportamento umano. Da tale esperimento si comincerà a parlere della “Teoria delle finestre rotte”, molto utile per indagare i fenomeni sulla poverta ed i contesti sociali.
La teoria delle finestre rotte è una teoria criminologica sulla capacità del disordine urbano e del vandalismo di generare criminalità aggiuntiva e comportamenti anti-sociali. La teoria afferma che mantenere e controllare ambienti urbani reprimendo i piccoli reati, gli atti vandalici, la deturpazione dei luoghi, il bere in pubblico, la sosta selvaggia o l'evasione nel pagamento dei parcheggi, contribuisce a creare un clima di ordine e legalità e riduce il rischio di crimini più gravi.
Ad esempio l'esistenza di una finestra rotta (da cui il nome della teoria) potrebbe generare fenomeni di emulazione, portando qualcun altro a rompere un lampione o un cassonetto, dando così inizio a una spirale di degrado urbano e sociale. 
Zimbardo ci ricorda che: “La linea tra il bene e il male è permeabile. Quasi chiunque può essere indotto ad attraversarla quando viene spinto da forze situazionali (ovvero dal contesto)”
In pratica ci si domandò: che pensiero produce la visione di un vetro rotto in un’auto abbandonata?  Trasmette un senso di deterioramento, di disinteresse e di non curanza. Più in generale trasmette la sensazione di “rottura” dei codici di convivenza. Come altri esperimenti successivi consentirono di rilevare: è il SEGNALE di un territorio con assenza di norme, privo di regole, dove si può fare di tutto. Ogni nuovo attacco subito dall’auto finisce poi con il ribadire e moltiplicare quell’idea. Fino all’escalation di gesti incontrollabili e violenti rivolti anche alle persone.
Chi di voi ha seguito la fortunata serie televisiva Blue Bloods con Tom Selleck, che veste i panni di Frank Reagan, capo della Polizia di New York, lo avrà sentito spesso citare la "teoria delle finestre rotte" ai suoi collaboratori, in riferimento ad alcune zone difficili della grande mela.

Blue Bloods: Tom Selleck, capo della Polizia di New York
Negli anni ottanta una prima applicazione di tale teoria ha visto coinvolta la Metropolitana di New York. La Subway, come in gergo viene chiamata ancor oggi, era il luogo più pericoloso della città. Si cominciò combattendo le piccole trasgressioni: graffiti che deterioravano il posto, lo sporco dalle stazioni, ubriachezza tra il pubblico, evasione del pagamento del biglietto, piccoli furti e disturbi. I risultati furono evidenti: non trascurando le piccole trasgressioni si è riusciti a fare della Metro un luogo sicuro.
Successivamente, nel 1994, Rudolph Giuliani (anch'egli figlio di immigrati italiani) quando divenne sindaco di New York, basandosi sulla "teoria delle finestre rotte" e sull’esperienza della metropolitana promosse quella come regola della sua amministrazione: “la politica della tolleranza zero”. Che non aveva niente di rigido, nel senso normalmente inteso, bensì la formula di una strategia: quella di creare comunità pulite ed ordinate, non permettendo violazioni alle leggi e agli standard della convivenza sociale e civile. Il risultato pratico è stato un enorme abbattimento dei tassi di criminalità in tutta la città di New York.
In sostanza: la criminalità è più alta nelle aree dove l’incuria, la sporcizia, il disordine e l’abuso sono più alti. Se si rompe il vetro di una finestra di un edificio e non viene riparato, saranno presto rotti tutti gli altri. Se una comunità presenta segni di deterioramento e questo è qualcosa che sembra non interessare a nessuno? Allora lì si genererà la criminalità.
Se sono tollerati piccoli reati come il parcheggio in luogo vietato o il superamento del limite di velocità o passare col semaforo rosso, se questi piccoli “difetti” o errori non sono puniti? Si svilupperanno “difetti maggiori” e poi i crimini più gravi.
La mendicità aggressiva, l’incuria, la sporcizia, sono l’equivalente delle finestre rotte, ossia inviti a commettere crimini più gravi quando il contesto e l'ambiente non rappresentano un limite all'agire.
Le possibilità e le occasioni sono tante. Si può iniziare a riparare le finestre della propria casa, cercare di migliorare le abitudini alimentari della propria famiglia, chiedere a tutti i membri della famiglia di evitare di dire parolacce, soprattutto davanti ai figli...
È idea comune attribuire le cause del crimine alla povertà. Attribuzione nella quale si trovano d’accordo le ideologie più conservatrici (sia di destra che di sinistra). La Teoria delle Finestre Rotte afferma invece – ed è qui la novità, come si è detto – che la criminalità è invece un fenomeno sociale: fenomeno che non parte da un particolare tipo di persona ma da una “caratteristica”, da una infrazione alla regola. Appunto il vetro rotto “nell’ambiente circostante” che, se non riparato per tempo, comporterà fenomeni di emulazione anche violenta sulle cose e sulle persone.

Un altro esperimento di Philip Zimbardo



Ah la nostalgia...! - (parte terza)

Nel percorrere i duemila chilometri tra Srinagar e Katmandu siamo passati da Amritsar, luogo sacro per i Sikh, con il famoso Tempio d’Oro, conosciuto in tutto il mondo. I Sikh, riconoscibili dalla caratteristica fascia sui capelli, devono comportarsi onestamente e condurre una vita sobria ed è loro proibito bere, fumare e mangiare carne animale. Le donne poi sono trattate alla stregua di sorelle, madri o figlie e quindi assai rispettate. Nel lungo percorso abbiamo attraversato zone di religione musulmana e potuto visitare alcune moschee.
Una delle innumerevoli moschee

Quello sono io obbligato a mettere una palandrana nera per visitare la moschea...
Alla fine del nostro estenuante viaggio per il Nepal abbiamo raggiunto la sua capitale Katmandu.
Ci è parsa una città animata e coloratissima, con due anime che convivono: luoghi di culto e di devozione e luoghi di svago simil-occidentali. Abbiamo anche incontrato molti giovani europei che vivevano li da anni ma che ci sono apparsi “perduti” e alla ricerca di non si sa bene cosa… se non all’utilizzo di droghe di ogni genere. 
La valle di Katmandu
Effige della Kumari al vecchio Palazzo Reale
A Katmandu è venerata sia dai buddisti che dagli induistisi la vergine bambina o Kumari, rinchiusa in un palazzo di pietra rossa ed abbigliata sempre di rosso. L'attuale Kumari Reale è Trishna Shakya. Verrà sostituita all'arrivo della prima mestruazione o a seguito di perdite di sangue (basta un piccolo graffio) o malattia, infatti per restare pura la Kumari non può ricevere le cure di alcun medico. La Kumari reale di Kathamndu è colei che pone la Tika, il sacro segno rosso, sulla fronte del Re e con il suo potere di Dea vivente può portare prosperità alla popolazione del Nepal. Vive praticamente segregata nella sua "prigione dorata" e deve sempre atteggiarsi a Dea vivente e dispensare serenità, lungimiranza e pace al Re del Nepal, ai suoi familiari ed alla popolazione tutta. Attualmente il Nepal è una Repubblica ma l'ultimo Re è ancora venerato e considerato una manifestazione del dio Vishnu.
La piazza Durbar a Katmandu
A Katmandu come scrivevo prima vi sono molti locali "occidentali": bar, fast food, negozi di souvenir ed alimentari. Ricorderò sempre che abbiamo mangiato un ottimo cream caramel (veramente due o tre) e bevuto Coca Cola in un bar non lontano dal nuovo Palazza Reale, tanta era la fame di cose dolci che avevamo, dopo tanti giorni di cibo "vegetariano".
Per visitare i dintorni di Katmandu abbiamo noleggiato delle biciclette e Nicola ed io ci siamo fatti confezionare da un sarto locale dei meravigliosi pantaloni rigati, comodi per i nostri continui spostamenti su due ruote nella valle, ricca di cittadine da visitare.
Stupa di Swayambhunath
Assai famoso è lo Stupa di Swayambhunath luogo sacro per i buddisti ed antico complesso religioso situato in cima ad una collina nella valle di Kathmandu ad ovest della città. È anche conosciuto come il Tempio delle scimmie per via delle numerose scimmie che popolano il sito.
Un'esperienza davvero forte ed a momenti difficile da sopportare è rappresentata dalla visita al Tempio di Pashupatinath che è il più importante tempio induista del Nepal. Si trova lungo il corso del fiume Bagmati ed è consacrato al dio Pashupati, manifestazione di Śiva. È uno dei sette gruppi di monumenti che permettono alla valle di Kathmandu di essere considerata patrimonio dell'umanità.
Pashupatinath: i fedeli al bagno rituale
Una salma in attesa di essere bruciata
L'inizio della cerimonia di cremazione. In bianco gli "addetti"
Gli induisti credono che la loro anima si potrà incarnare nuovamente se i loro corpi, prima di essere cremati, saranno avvolti in sudari arancioni, bagnati con l'acqua del fiume sacro Bagmati e cosparsi di petali di fiori. La salma poi viene messa sulle cataste di legna e darà fuoco il figlio maggiore per il padre ed il figlio minore per la madre. Le ceneri sono poi disperse nell'acqua del fiume sacro. Noi abbiamo assistito dalle scalinate alla devozione dei fedeli, attorniati da scimmiette dispettose ed a tratti aggressive, solo con i turisti però! Il Tempio è frequentato da molti bambini, malati o mutilati, senza un braccio o una gamba, in cerca di elemosina o qualcosa da mangiare. Esperienza terribile per noi, nell'assoluta indifferenza dei fedeli! Ma l'India è così, magia e sofferenza al contempo.
Altra visita è rappresentata dalla cittadina di Patan, poco distante da Katmandu. Patan è considerata la più antica tra le città reali nella valle di Kathmandu e l'UNESCO l'ha dichiarata patrimonio dell'umanità. La piazza centrale, Durbar Square vede templi, idoli, cortili e fontane mete di devoti e turisti. Il tempio più importante è dedicato a Krishna, anche se, occorre ricordarlo, Patan è un centro di devozione sia per gli induisti che per i buddisti, che convivono pacificamente.
Patan, Durbar Square
Patan, fontane di devozione
Patan, Durbar Square
Patan, Durbar Square
Patan, Durbar Square. Nicola alla sommità (notare i magnifici calzoni colorati)
Patan, Durbar Square


Il nostro viaggio volge al termine, da Katmandu torniamo a Delhi per imbarcarci su un volo PanAm (allora esisteva) per Roma e poi rientro alle nostre case. E, come ho sentito dire da un anziano indù: "Tu occidentale non puoi fare nulla per cambiare l'India, ma l'India certo ti cambierà". Come non dargli ragione!

P.S. le foto sono tutte mie, allora si usavano gli apparecchi fotografici caricati con pellicole per diapositive che poi erano riversate in foto classiche. Ovviamente con perdita di definizione e luminosità... Spero non me vogliate!

Il 25 aprile del 2015 un terribile terremoto ha scosso il Nepal con magnitudo locale 7,8 ed epicentro a 34 chilometri a sud-est di Lamjung. Il sisma ha provocato più di 8.000 morti e danni ingentissimi in Nepal e nelle zone himalayane di India, Cina, Bangladesh e Pakistan. Oltre alle drammatiche perdite umane anche la torre Dharahara situata nella piazza Durbar di Katmandu e gran parte del patrimonio dell'umanità dell'UNESCO in Nepal sono andati distrutti.




La grotta di Amarnath ed il Festival di Hemis - Ah la nostalgia...! - (parte seconda)

La grotta di Amarnath è uno dei luoghi più sacri dell’induismo ed occorre salire sin oltre 4.000 metri tra le montagne del Kashmir indiano. I devoti pregano un grande blocco di ghiaccio formatosi nel tempo dal gocciolare dell’acqua che scende all’interno della caverna alta ben 40 metri.
Il Lingam di Shiva
Questa formazione di ghiaccio, venerata come lingam di Shiva, è il simbolo fallico devozionale di questa divinità conosciuta come una delle forme primarie di Dio; nella religione indu il lingam rappresenta sia la forza maschile (la Conoscenza), sia quella femminile (la Saggezza). Il pellegrinaggio si svolge nel periodo tra i primi di luglio sino al 29 agosto di ogni anno e centinaia di migliaia di persone si inerpicano a piedi in fila indiana per raggiungere la grotta. Va detto che i sentieri sono ripidi, ghiaiosi e molte persone cadono o si feriscono nel corso della salita, ma nessuno demorde per la devozione a Shiva. Gli ultimi sei chilometri sono davvero ripidi e la mancanza di ossigeno è per noi fonte di notevoli sforzi per compiere l’ultimo tratto. Il paesaggio è maestoso tra cascate che scendono tra i monti e le vette aguzze delle montagne attorno alla grotta. Gli antichi testi sacri dell’induismo parlano già della grotta di Amarnath, che si narra essere stata scoperta da un pastore. Noi abbiamo fatto l’ascensione con dei cavalli, che sovente camminavano a filo del sentiero a strapiombo sulla valle, ma probabilmente a piedi non saremmo mai arrivati… intendo vivi!
Gli ultimi chilometri per la grotta
Quello sono io, e stava per scatenarsi una pioggia torrenziale...

Eccoci con i nostri cavalli
Il nostro "campo base"
Quasi 4 ore di ascensione per giungere alla grotta, con i nostri cavalli, mentre la stragrande maggioranza delle persone percorreva a piedi (molti senza scarpe) il sentiero sempre più scosceso.
Dopo la visita alla grotta, qualche foto ed esserci ripresi dallo sforzo abbiamo intrapreso la via del ritorno sempre a cavallo ed ecco che si è scatenato un bell’acquazzone. Le ore di ritorno sono state un martirio sotto l’acqua, eravamo fradici ed infreddoliti e già pensavamo ad una bella polmonite per i giorni a venire…
Si sa l’India è un paese magico e nessuno di noi è stato male, dopo una notte passata a riscaldarci alla meglio al nostro campo base, nemmeno uno starnuto. Shiva è stato misericordioso con noi!
Altro appuntamento che non abbiamo voluto mancare è il Festival di Hemis, con le sue colorate maschere, giochi di abilità, gare di tiro con l'arco e danze rituali e che si svolge all'interno del Gompa di Hemis che è il più grande del Ladakh, ad una quarantina di chilometri da Leh.
Giornate piene di canti, danze, sfilate con bellissime maschere propiziatorie: ogni abitante della zona si abbiglia con maschere coloratissime e partecipa a questa festa collettiva che attrae ogni anno molti turisti affascinati dall'atmosfera che si crea in tutta la valle di Hemis.
L'inizio della festa
La zona turisti
Le maschere propiziatorie
Gli arcieri pronti alla sfida
C'è stato un attimo di panico alla sfida degli arcieri, qualche freccia è passata assai vicino ad alcuni di noi, ma si sa Shiva, che già ci aveva protetto, continuava a vegliare su di noi!
Siamo poi partiti con le nostre fidate 1100 e relativi autisti verso il Kashmir indiano e la sua città più importante: Srinagar, a cavallo tra i laghi Dal e Anchar. Abbiamo optato per la sistemazione sulle House Boat, caratteristiche barche in legno completamente attrezzate come appartamenti, pigramente adagiate sul lago Dal. In effetti sul lago abbiamo potuto riposare, e ne avevamo davvero bisogno, dopo tante settimane ad alta quota con le relative difficoltà di acclimatamento. Tenete poi conto che potevamo bere acqua trattata e purificata con apposite pastiglie, solo dalle nostre borracce, per evitare infezioni batteriche.
Le house boat
I Taxi di Srinagar
Una tintoria sul lago Dal
Il barbiere: donna e uomo

La sosta a Srinagar volgeva al termine, in marcia verso il Nepal e la sua capitale: Katmandu.














Ah la nostalgia...! (parte prima)

Qualche giorno fa stavo sistemando alcune foto nel computer e, per caso, mi sono imbattuto in una cartella che aveva come titolo: Ladakh 1984. Ho aperto il file e sono stato colpito da una forte emozione: rivedere i volti di quei compagni di viaggio, ricordare i luoghi e, soprattutto, gli odori mi ha fatto ritornare a quel viaggio affascinante. Una grande nostalgia mi ha assalito: quanti anni sono passati da allora, ero giovane, pieno di capelli (!) con voglia di vivere e viaggiare, speranzoso in un mondo migliore, motivato al mio lavoro e fortemente impegnato nel "sociale" con tanti altri amici e colleghi. Figlio, anche se giovane, del mitico '68, (avevo conosciuto Mario Capanna in Università Statale a Milano), avevo la percezione che tutto si potesse cambiare e migliorare, largo ai giovani ed alla loro determinazione ad una società più giusta, equa e solidale. Cosa sia rimasto di quel sogno, beh... quello che abbiamo attorno è certamente lontano da quanto sperato e immaginato. I meno giovani ricorderanno una delle parole d'ordine di allora: "Vogliamo tutto e subito...!" Ma non voglio entrare in considerazioni politiche dato che quei tempi sembrano anni luce lontano dagli anni che stiamo vivendo! Vorrei porre attenzione al sentimento della nostalgia, ritorno ad un tempo che fu, ricordo di momenti passati ed emozioni ancora vive che ci fanno piacere da una parte ma dolore dall'altra, dato che non potranno più verificarsi... Noi tutti che viviamo all'estero dobbiamo confrontarci con tale sentimento di nostalgia, anche se non possiamo certo considerarci gli emigrati con la valigia di cartone.
Le motivazioni di tale uscita dai confini d'Italia sappiamo bene quali sono, lavoro, possibilità di mettere su famiglia agevolmente, bisogno di emanciparsi dalle famiglie, ricerca di un'affermazione professionale che spesso in Italia è ben poco riconosciuta...
E poi c'è la nostalgia. Non credo minimanente a coloro i quali mi dicono che non hanno nostalgia di casa, del paese, della città, degli amici, dei familiari, della pizzeria di loro cugino, della spiaggia vicino casa. Nostalgia anche per chi, come noi nizzardi, in mezz'ora possiamo andare a Ventimiglia e parlare in italiano con i negozianti, che sovente ci rispondono in francese...!
Bando alla nostalgia, se vorrete seguirmi vi racconterò un po' di quel mitico viaggio, che dividerò in tre parti per comodità di lettura e non abusare della vostra pazienza.

PARTE PRIMA: il LADAKH
Correva l'anno 1984, a cavallo tra agosto e settembre tredici giovani si incontrano per intraprendere un viaggio con Avventure nel Mondo con destinazione: India, Ladakh e Nepal
Incontro a Roma e partenza per Delhi con sosta tecnica all'aeroporto di Gedda. Ricordo ancora che noi "occidentali" eravamo confinato dietro transenne per non mescolarci con i sauditi, che osservavano con disprezzo noi "infedeli".
Arrivati a Delhi il nostro gruppo ha noleggiato tre auto (uguali alle nostre Fiat 1100) con autisti per raggiungere la cittadina di Leh, capitale del Ladakh, chiamato anche piccolo Tibet. Il Tibet è stato annesso "con dolcezza" dalla Cina ed allora impossibile da visitare, con il Dalai Lama costretto all'esilio. Diversi giorni di viaggio per percorrere i circa 1.000 km su strade terribili, con frequenti soste per aggiungere acqua ai radiatori delle vetture. Tenete conto che siamo ad altezze sul livello del mare oltre i 2.000 metri, quindi per chi come noi non è abituato all'altezza ogni sforzo è una prova di coraggio.
La strada per Leh
Prima di arrivare a Leh abbiamo visitato i Gompa di Lamayuru ed Alchi, luoghi di preghiera e raccoglimento per i buddisti del Ladakh. Dappertutto l'effige di Budda, con lunghe orecchie, simbolo di saggezza. 
Ingresso al Gompa di Alchi
I monaci dalla tunica rossa ci hanno sempre accolto con cortesia e curiosità, hanno avuto pazienza quando li abbiamo fotografati nel mentre delle loro cerimonie, ci hanno offerto the e quanto avevano da mangiare per rifocillarci. Una bevanda molto utilizzata (soprattutto d'inverno e qui il freddo è terribile), è il the con il burro rancido di yack. Dire che per i nostri gusti è orripilante è poco, ma io, solo ed impavido ho accettato l'offerta e bevuto la pozione sotto gli occhi divertiti dei monaci e lo sguardo preoccupato di Nicola, amico e collega di lavoro nonché medico che già mi vedeva rotolare a terra tra gli spasmi...! Ebbene sono sopravvissuto e da allora digerisco anche i sassi!

Un monaco al Gompa di Alchi
Budda al Gompa di Lamayuru
Dopo tanti giorni di viaggio siamo giunti a Leh, che si trova ad oltre 3.500 metri d'altezza. Di grande effetto è il grande palazzo di Leh del XVII secolo, realizzato sul modello della precedente residenza del Dalai Lama (il palazzo del Potala in Tibet), che si affaccia sul bazar e sui labirinti di stradine della città vecchia. 
Un paio di giorni di riposo (si fa per dire) e via per un'ascensione a cavallo per la grotta di Amarnath ad oltre 3.800 metri, per vedere il Lingam di Shiva. La grotta è un importante luogo di culto e di preghiera per gli induisti. Ma ne parleremo la prossima puntata...
Il grande palazzo di Leh






La maggior parte del gruppo alla grotta di Amarnath (3.880 metri)

  











Che cos'è la resilienza

     

Utilizzo questo proverbio giapponese per parlare di resilienza. La resilienza psicologica è la capacità di affrontare le avversità senza "cadere a pezzi" ma uscire rafforzati dall'esperienza. Si tratta di una una capacità che si sviluppa durante tutta la vita e dipende dall'atteggiamento con cui affrontiamo gli ostacoli e i problemi che incontriamo nel vivere.
Ciò significa che gli eventi non sono buoni o cattivi in ​​sé, è l’interpretazione che ne diamo che acquisisce una valenza positiva o negativa. Ne consegue che non sono i fatti, ma le nostre aspettative e la valutazione degli stessi a fare la differenza.

Lo psichiatra e psicoanalista francese Boris Cyrulnik autore (tra gli altri) del libro "Il dolore meraviglioso" compie uno studio sistematico di una serie di casi di bambini sottoposti a traumi violentissimi come gli ex internati nei campi di concentramento nazisti, i piccoli rinchiusi negli orfanotrofi lager della Romania comunista, i piccoli mutilati di guerra e le vittime di abusi sessuali per dimostrare come le sofferenze in tenera età non segnano per sempre il destino delle persone. Sappiamo che per la psicologia infantile le esperienze traumatiche dei primi anni di vita sono considerate basilari per la costruzione della personalità. Ma l'autore mostra che i bambini hanno una capacità di resistenza ai traumi che l'autore definisce, con un neologismo mutuato dalla fisica, resilienza: questo permette anche ai più maltrattati di trovare delle risorse psicologiche per reagire e non avere la vita per sempre segnata da tali accadimenti tragici. Ben inteso questo genere di esperienze drammatiche "segnano" eccome il bambino ma non tutte le persone coinvolte sono distrutte psicologicamente e per sempre. Cyrulnik, di origine ebrea ha vissuto in prima persona eventi tragici da bambino durante l'occupazione tedesca di Bordeaux. Nel 1942 (ha cinque anni) i genitori per salvarlo lo fanno adottare da una famiglia non ebrea ma due anni dopo nel corso di una retata è catturato e confinato con altri ebrei nella Sinagoga di Bordeaux per essere deportato. Si nasconde in una toilette ed è salvato da un'infermiera poi, in modo rocambolesco, raggiunge una zia a Parigi con la quale crescerà. Non vedrà più i suoi genitori, uccisi nel campo di concentramento di Auschwitz. Cyrulnik ha chiaramente detto che questa esperienza personale traumatica lo ha spinto a divenire medico, poi psichiatra e psicoanalista per studiare proprio il tema della resilienza.
Percepirsi solamente nel ruolo di vittima, ruolo rafforzato anche dal contesto e dalle altre persone che ci circondano, può solo farci ulteriore male. La vita non è totalmente spezzata, dal dolore si può rinascere, con fatica, ma è possibile e Cyrulnik ce lo testimonia. Dal dolore, dalla tragedia è possibile trarre energie per reagire e dare senso alla propria vita, anzichè vivere "spezzati" ed inermi.
E' interessante osservare il fenomeno della resilienza anche a livello di comunità di persone e non solo per i singoli. Dopo la tragica alluvione del Polesine nell'anno 1951, a seguito della rottura degli argini da parte del Po, le popolazioni coinvolte non sono riuscite a reagire collettivamente e gran parte delle persone coinvolte sono fuggite per sempre dalla zona, sia in altre parti d'Italia che, addirittura, all'estero. Mentre la città di Firenze, che è sottoposta sovente alle esondazioni dell'Arno come nella tragica alluvione del 1966, si è comportata come una città resiliente. La cittadinanza ha reagito ed il tessuto economico, sociale e culturale comune ha permesso ai fiorentini di restare, ricostruire la città, riattivare i legami sociali e comportarsi davvero come una "comunità resiliente".