Il famoso lettino di Freud

   

Il lettino di Freud

L'immagine raffigura il lettino con la poltrona dietro al paziente, nella stanza di consultazione di Freud a Vienna in Berggasse 19.

Ricordo ancora con emozione la prima volta che avevo visitato lo studio di Freud a Vienna tanti anni fa, quando ancora studiavo psicologia. Con altri studenti avevamo organizzato un breve viaggio a Vienna proprio per visitare la casa-studio divenuta un museo accessibile al pubblico.

La casa era piena di oggetti provenienti da tutto il mondo, soprattutto la stanza di consultazione zeppa di statuette, sovente doni dei pazienti.

 

Il tavolo di lavoro di Freud

 

La scrivania
 

Il lettino, di fatto un divano con sopra una coperta con cuscini era il simbolo dell'analisi, la grande differenza tra la psicoterapia e l'analisi, considerata la "punta di diamante" del lavoro terapeutico. Ricordo le discussioni infinite tra l'uso del lettino, sinonimo di psicoanalisi ed il lavoro seduti vis-à-vis, qualificato come psicoterapia, ovvero il figlio povero del "vero" processo analitico. Ora questa differenza farebbe sorridere, vediamo nel panorama psicoterapeutico attuale tecniche di ogni tipo, spesso di derivazione americana, terapie brevi, focali, riadattative, neuro-cognitive e via dicendo...

Sono della vecchia scuola e penso che il lavoro terapeutico sia un incontro tra persone, può funzionare o meno. Certo sta ai due partecipanti dare qualcosa di sè perchè il processo analitico funzioni, lettino o meno. Ho una certa diffidenza per le tecniche "moderne" soprattutto quando si vuole "comprimere" il lavoro terapeutico, che ha i suoi tempi.

Per non parlare dei gruppi terapeutici sempre più utilizzati nella clinica, sia in maniera mono-sintomatica (alcolisti, addiction, anoressia-bulimia...) che classicamente. Non molti anni fa una "scissione" profonda si era consumata tra i terapeuti che consideravano il lavoro di gruppo degno di rispetto e assai efficace, mentre altri lo consideravano solo un gruppo di parola e di autocoscienza, ben poco utile ai pazienti.

Dato che ho avuto anche una formazione di terapia di gruppo posso affermare che i gruppi terapeutici permettono un ottimo lavoro clinico, e non mi sentirei di dire se meglio o peggio dell'analisi "classica".

E' interessante sapere perchè Freud ha pensato ed utilizzato il lettino per il lavoro di analisi. Dopo avere seguito le lezioni parigine alla Salpêtrière del grande neurologo Charcot che studiava l'isteria, Freud ne utilizzò per alcuni anni le tecniche di ipnosi che aveva appreso a Parigi. 

Per ipnotizzare i pazienti li faceva sdraiare su un divano-letto e ponendo le sue mani ai lati del viso (da dietro) faceva "addormentare" le persone per poi procedere con i passi ipnotici sino a potere utilizzare il materiale dell'inconscio.

Sappiamo che Freud era assai curioso e non aveva timore a percorrere nuove strade: da li a poco si rese conto che la tecnica dell'ipnosi aveva limiti evidenti. Ciò lo portò a teorizzare il metodo delle "libere associazioni", ovvero permettere al paziente di parlare di ciò che voleva, senza censure. Sappiamo bene che le "libere associazioni" libere non sono, dato che ciò che esprimiamo è ben connesso con il nostro inconscio, come i sogni che ricordiamo al mattino.

Freud si trovava bene, seduto dietro il paziente sdraiato sul lettino, per ascoltarlo, prendere appunti (pochi), e lasciare la sua attenzione fluttuante. Perchè non continuare a tenerlo sdraiato, libero di parlare, tacere, piangere o sorridere... Il lettino, nato per l'ipnosi, poteva continuare ad essere utilizzato...






 






 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 



 


Freud ed i suoi amati amici a quattro zampe

© bitquotidiano.it

Freud nel 1930 ricevette in dono da una sua assai nota paziente, la principessa Maria Bonaparte (pronipote di Napoleone) un Chow-Chow femmina di nome Jofi.

L'immagine sopra mostra Freud nel suo studio di Vienna con il suo Jofi, amico a quattro zampe che scherzosamente, ma non tanto, considerava il suo collaboratore...

Freud scrive che Jofi gli era d'aiuto nel mentre delle sue consultazioni e sedute psicoanalitiche. Quando i pazienti erano distesi sul lettino, Jofi si accucciava vicino a loro contenta di essere accarezzata e coccolata.

Con i pazienti ansiosi o troppo "nervosi" Jofi si comportava diversamente e si poneva lontana da loro all'interno della stanza di consultazione!

Non solo, Jofi aveva memorizzato il tempo delle sedute, i famosi 45 minuti che utilizzava Freud nel mentre delle analisi. Allo scadere dei 45 minuti Jofi si alzava e iniziava a muoversi nella stanza, segno inconfondibile che il tempo era scaduto ed il paziente poteva andare via dal cabinet di Freud...

Innegabilmente Freud era affezionato a Jofi che descrive così: «Le ragioni per cui si può in effetti voler bene con tanta singolare intensità a un animale come Jofi, sono la simpatia aliena da qualsiasi ambivalenza, il senso di una vita semplice e libera dai conflitti difficilmente sopportabili con la civiltà, la bellezza di un’esistenza in sé compiuta. E, nonostante la diversità dello sviluppo organico, il sentimento di intima parentela, di un’incontestabile affinità».

Freud era certamente felice di avere vicino a sè Jofi, lo aiutava a rilassarsi, concentrarsi e scrivere oppure giocherellare.

Jofi presentava : "...Una naturale regalità, un’impenetrabile riservatezza e uno spiccato senso di autonomia, che rendeva tuttavia il rapporto con il suo padrone unico e indissolubile", così scrive Freud.

Quando Jofi morì Freud sentì un enorme vuoto e dolore per la sua perdita, e decise di prendere un altro Chow-Chow di nome Lun, che portò con se a Londra dove era fuggito nel 1938, per non essere arrestato dai Nazisti.

Ricordo personale: durante una seduta il gatto del mio analista era riuscito ad entrare nella stanza di analisi e mi era saltato sulla pancia, contento di fare "la pasta"...

Attimo di sorpresa: l'analista dispiaciuto per l'accaduto ed io piacevolmente colpito dall'arrivo del gatto. Ho chiesto all'analista di farlo restare con noi, sulla mia pancia, dove si era accoccolato per dormire!

Ebbene non potete immaginare quanti sogni ho fatto dopo questo incontro e quanto materiale d'analisi, scatenato dal gattone.

Sappiamo bene che cani e gatti sono in grado di cogliere le emozioni umane, siano esse positive o negative, con grande sensibilità. Ci ascoltano, coccolano, sostengono, curano. Già ci curano dato che sono un ottimo anti-depressivo e cercano di portare serenità nella nostra vita. Potremmo poi cercare di analizzare le differenze tra i cani ed i gatti nel rapporto con il loro amico umano. Ma qui vorrei solo ribadire il loro amore incondizionato verso l'umano, inteso come grande cane o grande gattone...

Da molti anni poi la pet-therapy è utilizzata nelle situazioni più disparate per aiutare e sostenere pazienti siano essi giovani, anziani o portatori di handicap. Addirittura ci sono esperienze di animali nei percorsi di cura di malati di Alzheimer.

Mi aveva molto colpito tempo fa una coraggiosa esperienza pilota in un carcere di massima sicurezza americano. Quelle carceri che vediamo nei film con galeotti condannati a vita, aggressivi e pericolosi anche tra loro, quelli che non hanno niente da perdere...

Ebbene il direttore di un carcere aveva dato ad alcuni detenuti volontari un cane da accudire, che poteva stare in cella con loro ed uscire all'ora d'aria in cortile. Colpivano le immagini di questi detenuti, modello armadio a tre ante, tatuati ed aggressivi, teneri e premurosi con i loro amici a quattro zampe! Non solo, un po' alla volta quasi tutti i detenuti avevano chiesto un cane da accudire e coccolare, soprattutto animali che erano stati abbandonati, in cerca di un "umano" con cui vivere. Sapete che le risse, gli accoltellamenti e gli "incidenti" tra i detenuti e le guardie si sono drasticamente ridotti...!

Ricordiamo quindi che “...I cani sono miracoli con le zampe…”