Psicoterapia di gruppo o individuale?



Quante volte mi è stato chiesto dai pazienti se ritenevo "meglio" una psicoterapia individuale "classica", vis a vis, a due, insomma paziente-terapeuta, rispetto ad una psicoterapia di gruppo…
Devo dire che, nel corso degli anni, ho proposto l'una o l'altra cura (individuale o gruppo), soprattutto rispetto al tipo di sofferenza presentata ed alla persona che mi chiedeva aiuto. Tanto per essere chiari anoressia e bulimia possono avvalersi ottimamente di una cura in gruppo, per altri tipi di sofferenza, gruppo o individuale, per me, possono ritenersi equivalenti. Va da sé che lavorando sia in setting individuale che gruppale, per me era facile proporre una delle due alternative, con "buon senso clinico", poi il paziente era libero di capire meglio la mia proposta, opporsi o provare e poi ne avremmo riparlato.
Non voglio addentrarmi nelle teorizzazioni sulle cure in gruppo o individuali, dato che molti autori italiani o stranieri hanno scritto le pagine più importanti che ogni terapeuta ha letto e studiato con attenzione.
Vorrei però spezzare una lancia ricordando che la terapia di gruppo, non è di serie B, un modo per mettere assieme tante persone da curare, riducendo tempie e costi.
Proprio perché una terapia di gruppo non è la somma di 7-8 terapie individuali, ma qualcosa di profondamente diverso, che richiede al terapeuta una formazione approfondita.
Parto dalla mia esperienza, dopo anni di terapia individuale, classica, ho fatto parte di un gruppo terapeutico per altri anni. E' stata "meglio" quella individuale o il gruppo? Ricordo emozioni e momenti teneri e grandi rabbie in entrambe le cure. Di sicuro ho conosciuto qualcosa di me sia nella prima che nella seconda terapia.
Provo a proporre una metafora: chi, come me, ha preso la patente per l'auto tanti anni fa, imparava a guidare solo la macchina ma poteva condurre anche le moto.
Dopo tanti anni di auto, con un pizzico di follia, ho acquistato una grossa moto BMW. Dico un pizzico di follia perché la scuola guida non mi aveva insegnato a stare in sella ad una moto, nota bene, mezzo in grado di oltrepassare i 200 km all'ora!
Occorre velocemente capire che auto e moto sono mezzi totalmente diversi, ci portano entrambi da Milano a Roma ma… non sono la stessa cosa.
Ebbene così come non è possibile guidare un'auto come fosse una moto, non è possibile guidare una moto come fosse un'auto.
Credo così si possa comprendere la differenza tra terapia individuale e gruppo, non sono uguali, ma sono entrambi importanti mezzi di comprensione di sé.
Chi ha guidato moto anche quando va in auto percepisce il traffico in modo diverso da chi ha solo usato le quattro ruote e viceversa.
Dottore è meglio la terapia individuale o il gruppo…? Ancora adesso racconto la metafora dell'auto e della moto.





La consultazione con i genitori

La consultazione con i genitori


Nella mia pratica professionale, mi sono sempre occupato di consultazione con i genitori, principalmente per difficoltà di relazione con i loro figli, sia bambini che ragazzi o adolescenti… se non giovani adulti.
Le problematiche "generazionali" sembrano complicarsi sempre più nonostante l'impegno dei genitori stessi, l'intervento di insegnanti ed altre figure di rilievo per il bambino o ragazzo in oggetto.
Mi riferisco in questo caso a consultazioni promosse dai genitori, rispetto al loro figliolo, dato che nel caso un ragazzo fosse già mio paziente, ciò comporta maggiore cautela nell'eventuale consultazione con i suoi genitori, ovviamente con il suo e loro assenso!
Ma torniamo al caso di due genitori che mi consultano perché sono preoccupati di comportamenti del loro figlio o figlia, comportamenti che ritengono, a torto o a ragione, fonte di ansia per loro o francamente pericolosi: conflittualità perenne, assenza di regole (genitoriali o convenzioni sociali), sperpero di denaro, insuccessi scolastici, cattive frequentazioni, anoressia o bulimia ecc…
La posizione dello psicologo per tentare di aiutare queste persone, dovrebbe essere equidistante, sia dai genitori che dai figli, dato che ogni complicità comporterebbe perdere di vista il focus del problema e capire ben poco.
In queste intricate situazioni provo a far passare un primo messaggio: non si tratta di un braccio di ferro,  genitori contro figli, dato che l'unica certezza è che perdano tutti e non poco.
La sconfitta di tutti gli attori in gioco comporta la "rottura" della comunicazione genitori e figli e, molto spesso, tale rottura non può essere più recuperata.
Se riesco a far passare questo messaggio, predispongo i genitori a fare un po' di spazio nella loro mente per tentare di capire ciò che la figlia o figlio "urla" loro con il suo comportamento provocatorio e conflittuale.
Non si tratta di un passaggio facile da digerire per i genitori, ovviamente ambivalenti nel loro sincero desiderio di aiutare la figlia o figlio, ed ugualmente sfiniti dal conflitto in atto, magari da anni, quindi pronti a gettare la spugna ed arrendersi agli eventi.
Un secondo messaggio che tento di fare passare riguarda ciò che potremmo chiamare "il tragico equivoco". Provo a spiegarmi con un esempio: se io genitore credo che mia figlia faccia ogni cosa contro di me, la considero, di fatto, una nemica da combattere…
Se io figlia credo che i miei genitori pensino solo a controllarmi e avere la meglio su di me, li considero dei nemici da battere con ogni mezzo…
Risultato finale: conflittualità perenne, totale incomprensione, radicalizzazione dello scontro e allontanamento sempre più marcato tra quella figlia e quei genitori.
Mostrare ai genitori, e se possibile anche alla figlia o figlio, "il tragico equivoco" potrebbe consentire di abbassare il livello dello scontro, per aprire un canale di comunicazione.
Un po' come, nel corso della battaglia, alzare bandiera bianca per parlare con il "nemico". Parlare non risolve certo magicamente tutto, ma consente di cercare insieme una via di uscita, utile ad entrambi i contendenti, se non addirittura per giungere ad un cessate il fuoco e ad un armistizio, di li a poco.





Lo psicologo nello studio del medico di base


In Inghilterra, tra il 2006 ed il 2008, è stata avviata una sperimentazione consistente nell'utilizzare la presenza dello psicologo all'interno degli studi medici di base, rivolti alla popolazione.
La relazione finale ha evidenziato il vantaggio in termini economici di tale scelta oltre, ovviamente, all'importanza di integrare competenze psicologiche per aiutare il lavoro quotidiano del medico di base.
Il concetto di fondo è semplice: nello studio di consultazione del medico di base giungono tanti pazienti, molti hanno bisogno non solo di medicine ed esami ma hanno bisogno di parlare delle loro preoccupazioni legate alla malattia in atto o presunta. Ricordiamo tutti i famosi medici di famiglia che ben conoscevano oltre agli aspetti sanitari di una famiglia, le dinamiche tra i vari componenti, comportandosi come "consulenti familiari", ascoltati e rispettati.
Il medico di base oggi, dato l'alto numero di pazienti in carico, il facile ricorso al collega specialista e ad esami sempre più raffinati, spesso (troppo) perde di vista, complice il tempo sempre tiranno, la possibilità di entrare in relazione con il suo paziente ed ascoltarne le preoccupazioni, non solo sanitarie.
Vero è che molti pazienti esprimono fiducia e gratitudine a quei medici di base che prescrivono tante medicine ed esami, ma se potessero essere ascoltati con calma magari qualche esame in meno lo farebbero, riducendo la loro ansia.
In Italia da oltre dieci anni il Prof. Solano, docente di Psicosomatica all'Università La Sapienza di Roma, conduce una ricerca con la collaborazione di alcuni medici di base che si sono resi disponibili a inserire lo psicologo nei loro studi.
Lo psicologo è presente una volta alla settimana nello studio medico e vede tutti i pazienti, tranne quelli che vogliono parlare solo con il medico.
I pazienti alla presenza dello psicologo si sentono legittimati a parlare della loro ansia, delle preoccupazioni sul loro stato di salute e su come affrontare tale ansia.
Già la possibilità di parlare con lo psicologo ha sortito effetti positivi in termine di riduzione di medicine ed esami prescritti, riducendo lo stato ansioso delle persone nel corso della visita.
Di più, si è osservato che tale approccio consente maggiormente di focalizzare l'attenzione del paziente anche sugli aspetti di prevenzione della salute, sia sul versante medico che psicologico, magari con l'ausilio di colloqui ad hoc svolti con lo psicologo in tempi diversi.
Giusto per "dare i numeri" è stato calcolato un risparmio sui costi del Servizio Sanitario Nazionale (farmaci, visite specialistiche ed esami) del 20%, data la presenza dello psicologo nello studio del medico.
Il Prof. Solano si augura che tale ricerca possa essere estesa a livello nazionale e sostenuta dal Ministero della Salute, in accordo con le Asl, per potere verificare in modo più preciso i benefici su pazienti e medici, e gli effetti sulla spesa sanitaria.







  

25ennale ARP a Milano



Il 16 novembre si svolgerà a Milano, in occasione del 25ennale dell'ARP, una giornata seminariale dal tema: Psicopatologia ed efficacia clinica. Nella locandina si fa riferimento ad una esperienza di laboratorio continuo con il Dr. Sabba Orefice.
"Cosa impedisce a un paziente di utilizzare il lavoro terapeutico? Cosa permette a un altro di evolvere verso un miglioramento della propria sintomatologia? Quali sono i fattori che concorrono a strutturare e mantenere un disturbo e su quali elementi è necessario far leva per ottenere un effetto terapeutico realmente mutativo?"
Gli interrogativi sopraesposti sono basilari per qualunque trattamento psicologico, al di là della teoria di riferimento del terapeuta, hanno a che fare con le capacità evolutive del paziente e della relazione terapeutica che è possibile instaurare. Il Dr. Orefice da molti anni, assieme ad un gruppo di colleghi teorizza, sperimenta ed affina un approccio veramente clinico, al di là delle teorie di riferimento, soprattutto per lavorare con pazienti gravi dal punto di vista psicopatologico.
Centrale in tale approccio clinico è la possibilità di individuare, se possibile sin dall'inizio della consultazione, la struttura affettiva elementare che organizza la psicopatologia di ogni caso.
In ARP si privilegia il momento diagnostico tramite una dettagliata anamnesi oltre all'utilizzo di test e questionari.
La diagnosi, nell'accezione dell'ARP, è un passo preliminare per tentare di instaurare un'alleanza di lavoro tra il paziente ed il terapeuta, prima ancora di parlare di psicoterapia o di qualsivoglia trattamento.
Gli elementi diagnostici elaborati in ARP vertono soprattutto sulla conoscenza dell'organizzatore emotivo profondo, del "funzionamento" della persona e della relazione del soggetto con gli altri e con il terapeuta.
L'obiettivo di fondo di questi tre elementi diagnostici è il tentativo di tornare ad una clinica quanto più vicina al vero sentire di una persona, negli aspetti emozionali e cognitivi, senza dovere necessariamente inscrivere il paziente all'interno di una teoria.




La comunicazione tra medico e paziente

Giorni fa alla televisione francese ho seguito un interessante servizio dedicato alla sperimentazione, all'interno del corso di laurea in medicina dell'Università di Lione, di incontri in cui gli studenti del quarto anno simulavano colloqui con pazienti.
Al centro di una sala era posta una scrivania con tre sedie, e gli studenti, usando la ben nota tecnica del Role Playing, a turno si calavano nei panni del "dottore" che doveva spiegare una malattia grave al paziente ed ai suoi familiari.
A rotazione i giovani "dottori" si calavano nei panni del medico e successivamente del paziente-familiare, osservati dai loro colleghi e da due "senior", un medico di lunga esperienza ed un attore-formatore.
Le immagini mostravano giovani studenti in imbarazzo, spesso "bloccati" nel parlare con il paziente, di certo non all'altezza della situazione…
A questo punto interveniva dapprima l'attore-formatore per mostrare i punti critici della comunicazione e suggerire modalità di interazione più affettive e "calde".
Il medico di lunga esperienza, da parte sua, interveniva per rendere le spiegazioni cliniche, i sintomi e la diagnosi, coerenti e comprensibili da parte dei pazienti.
Ho trovato molto innovativa l'idea di mettere assieme un esperto attore ed un esperto medico, per fare riflettere i giovani studenti sulla difficoltà di una comunicazione efficace ed empatica, oltre che clinicamente corretta, verso i loro pazienti.
Ancora poco tempo fa, in una visita ad un parente in ospedale, mi sono reso conto della difficoltà di una comprensione corretta dei messaggi tra medico, paziente e familiari.
Anche medici che dedicavano tempo, per loro prezioso, al dialogo con il paziente ed i familiari, compivano errori comunicativi a volte ingenui, a volte fonte di ulteriore angoscia per chi  ascoltava, quando, in buona fede, desideravano rassicurare l'interlocutore…
Ovviamente anche i pazienti ed i familiari capiscono a "modo loro", ma il medico è in una posizione di "soggetto supposto sapere" che lo pone in maniera asimmetrica rispetto agli interlocutori, e tale posizione va sostenuta con consapevolezza ed efficacia.
Mi tornano alla mente le esperienze di "Primo colloquio simulato", che si svolgevano a Milano negli spazi dello CSERDE (Centro studi e ricerche sulla devianza ed emarginazione), ospitato alla Provincia di Milano e poi alla Società Umanitaria, cui ho partecipato per anni.
Cuore di tale esperienza rivolta agli psicologi era il Dr. Enzo Morpurgo, che con validi collaboratori dedicava tempo e passione per formare i giovani psicologi al colloquio clinico.
Morpurgo, psichiatra e psicoanalista, aveva aperto il primo Consultorio Popolare rivolto ai cittadini, in quel di Niguarda, per fornire alla classe operaia colloqui psicologici gratuiti e sviluppare nei soggetti la consapevolezza delle cause sociali della sofferenza psichica.
Morpurgo si è dedicato con tutte le sue forze a formare giovani operatori della salute, psicologi e medici, all'applicazione della psicoanalisi fuori dal contesto tradizionale, nel territorio.
Nel 1976 aveva fondato con altri colleghi l'Associazione "Psicoterapia critica", luogo di dibattito scientifico e politico per una psicoanalisi fruibile da tutti, al di là della condizione economica.
Sono un po' commosso nello scrivere queste parole, grazie Enzo per tutto quello che hai fatto per noi giovani "Psi", e… quanto ci servirebbe ancora uno sguardo "Politico" sulla psicoanalisi e della psicoanalisi sulla società attuale.






Il disturbo di separazione, l'ansia di separazione

La psicologia conosce bene e da lungo tempo una sofferenza dei bambini che viene chiamata "ansia di separazione".

Ansia che può presentarsi anche in bambini piccoli, pur se molte osservazioni cliniche riguardano età verso gli 11-12 anni.
Nucleo centrale è l'ansia provocata dalla separazione dei genitori e il conseguente timore di non sapere in quale casa vivere, con chi e in quale "clima" familiare.
Spesso quest'ansia viene percepita in maniera indiretta e secondaria, dato che il bambino o la bambina iniziano a manifestare disagio rispetto alla scuola che, di fatto, è il loro "lavoro" quotidiano.
Parliamo ovviamente di situazioni protratte nel tempo, con caratteristiche strutturali, dato che momenti di difficoltà verso la scuola o ansia di separazione, fanno parte del vivere di ogni essere umano, in relazione con altre figure, anche genitoriali.
Dato che i genitori perfetti non esistono (per fortuna), non esistono nemmeno figli o figlie perfetti...
In tali situazioni è anche possibile che si manifestino sintomi psicosomatici nei bambini e ciò potrebbe paradossalmente allertare con maggiore efficacia taluni genitori.
Va da se che la reazione dei genitori, separati o conviventi, può fare la differenza rispetto a tale sofferenza.
Se la reazione dei genitori implica il farsi carico della difficoltà, soprattutto condividendo il "peso" di interventi di rassicurazione sul bambino, l'ansia potrebbe tornare a livelli tollerabili da parte del bambino.
Sappiamo però che tale contingenza, in coppie conflittuali, può incrementare il livello di rabbia e svalorizzazione dell'altro genitore, colpevolizzato "unilateralmente" per quanto accade.
Così si butta benzina sul fuoco della sofferenza del bambino, e Gardner ce lo ha insegnato bene, in breve tempo l'alienazione di un genitore è cosa fatta e la PAS si può "installare" a pieno diritto.
   


Incontri sui disturbi del comportamento alimentare: anoressia, bulimia ed obesità


La rilevanza epidemiologica dei disturbi alimentari su più fasce di età, pone oggi una serie di interrogativi alla psicologia, sia da un punto di vista clinico che teorico.

Se consideriamo l'anoressia, la bulimia e l'obesità, alcune tra le nuove manifestazioni del disagio contemporaneo, può essere utile scandirne una lettura aggiornata che tenga conto delle loro attuale fenomenologia e delle possibili correlazioni con altri quadri sintomatici. In questi incontri vengono trattate le specificità delle relazioni esistenti fra stati psicologici e possibile sviluppo di dipendenze alimentari.


anoressia ed infanzia:

si tratterà della specificità dell'anoressia infantile rispetto a quella adulta, si metteranno in evidenza gli elementi comuni e ciò che crea una differenza legata alla particolare posizione infantile. Si parlerà della funzione genitoriale, soprattutto per quel che riguarda il riconoscimento dei desideri dei bambini, che non sempre coincidono con le loro domande, a volte impossibili.


anoressia ed adolescenza:

l'adolescenza racchiude al suo cuore una delle fasi più traumatiche e rivoluzionarie della vita dell'essere umano: la pubertà. Si tratta di un tempo in cui si verifica il riemergere delle pulsioni dopo la fase di latenza.

La repentina trasformazione del corpo trascina il soggetto a confrontarsi, spesso prematuramente, con la propria identità sessuale. Il rapporto che giovani adolescenti anoressico-bulimiche intrattengono con lo specchio, oggetto amato o detestato, rivela come l'immagine riflessa del corpo ritorni loro con effetti di estraniazione e profonda angoscia. Cosa ha impedito loro di arrivare sufficientemente preparate a questo salto esistenziale al punto che vi possono rispondere con l’anoressia o la bulimia? Nel corso degli incontri verranno affrontati i punti che strutturano ed influenzano la lettura che queste ragazze fanno del trauma della pubertà: l'incidenza della madre nel suo rapporto con la femminilità, il peso di una stile di vita che sempre meno tiene conto della fragilità e dell'incertezza in cui l'adolescente è immerso, trascinandolo verso ruoli, atteggiamenti, scelte che ancora non è in grado di fare. Il dato statistico che coniuga l'insorgenza dell'anoressia-bulimia con l'epoca adolescenziale mostra infatti come questi sintomi siano degli “espedienti” per attraversare la crisi puberale.


anoressia e femminilità:

i disturbi alimentari sono notoriamente correlati ad una preoccupazione eccessiva che il soggetto rivolge nei confronti dell'immagine corporea, immagine che, in modo particolare nella nostra cultura, si vuole fare aderire all'ideale estetico dominante che pone come modello la magrezza del corpo. Questo ideale ha un'incidenza particolare nel mondo femminile, in quanto rende la donna suscettibile o meno di occupare la posizione di oggetto del desiderio maschile. Il rapporto col desiderio e con la sessualità è chiaramente al centro di questo disagio, mostrando tutti gli aspetti sintomatici che legano il soggetto femminile ad uno sviluppo psicologico particolarmente complesso. In realtà, l'amenorrea stessa, che accompagna stabilmente le varie forme di anoressia, testimonia sintomaticamente gli effetti di una chiusura alla via materna e femminile (vedi nuove sterilità), e ci porta ad interrogarci sul fatto che in questi quadri sintomatologici, appaia un certo rifiuto, non solo delle capacità riproduttive proprie della donna, ma anche dell'assunzione di un corpo che, in quanto femminile, tenga conto del piano della differenza sessuale.

Non a caso, l'anoressia-bulimia si manifesta spesso come esito di una disfunzione del legame madre-figlia, enfatizzato dalla carenza del ruolo paterno che sempre più caratterizza l'attuale contesto socio-culturale. La diffusione del disagio riguarda il mondo femminile in tutte le fasce d'età, da quella adolescenziale all'età adulta. Così come il menarca, nella pubertà, segna un momento particolarmente delicato nella sviluppo psico-affettivo, anche la menopausa è oggi una causa ricorrente dell'insorgenza tardiva del disturbo alimentare. Inoltre, i nuovi contesti familiari, che si differenziano dalla famiglia tradizionale anche per il cambiamento del ruolo sociale delle donne, hanno determinato una nuova configurazione e una nuova ridistribuzione dei ruoli all'interno della famiglia che mostra come la popolazione di sesso femminile sia oggi più che mai divisa all'interno di diversi ambiti: da quello materno a quello affettivo e professionale.


il trattamento della famiglia:

l’incontro sul trattamento della famiglia si propone di delineare innanzitutto i fondamenti teorici del lavoro con genitori e con le famiglie. Si evidenzierà, anche attraverso esempi clinici, l'importanza dell'utilizzo dei concetti fondamentali della psicoanalisi e si affronteranno le principali

caratteristiche dei diversi contesti familiari, esaminando sia le diverse caratteristiche di padri e madri sia, in un secondo momento, le logiche familiari più frequenti nelle famiglie di soggetti anoressico-bulimici.



come orientarsi di fronte ad una persona che chiede aiuto:

le persone anoressiche o bulimiche raramente chiedono aiuto, quasi sempre la domanda di cura è una domanda preoccupata della famiglia, o della scuola. Questo spiega l'importanza cruciale che nell'anoressia-bulimia occupa il trattamento della persona sofferente con un lavoro preliminare antecedente e strutturante la cura stessa. L'accoglienza si basa su una serie di manovre cliniche che accompagnano e sostengono il paziente nell'avviarsi di un discorso di tipo terapeutico. Se si salta questo snodo logico la cura e' destinata al fallimento.

Nel corso dell'incontro saranno esaminate, in modo dettagliato, le ragioni per cui questo tipo di pazienti vada pensato come sempre "in difetto" di domanda, e i criteri minimi per orientarsi nella difficile evenienza di dovere fare fronte ad una richiesta di aiuto da parte di una persona che presenti tale sofferenza.

Cibo e cultura


Il rapporto con il cibo è basilare per l’essere umano, sia dal punto di vista propriamente nutritivo che culturale ed emotivo.
Il latte, sia materno che del biberon, che è il suo sostituto, è il primo cibo con il quale il bambino prende contatto nella sua vita. E’ un cibo assolutamente privilegiato dato che adempie a varie funzioni: non solo nutre, ma attorno ad esso viene organizzato il rapporto con la madre, a cominciare dal pianto dovuto alla fame ed alla soddisfazione successiva all’essere stato nutrito, e per il tramite della nutrice stessa, indirettamente in rapporto a tutto il resto del mondo.
Possiamo dire che il bambino è soddisfatto dal latte che assume, tanto quanto dal rapporto con la madre che lo nutre.
Proprio tale funzione materna introduce il bambino in un mondo che ha un certo tipo di funzionamento, dove vi sono giorni e notti, degli orari, dei momenti per il gioco, per il sonno e per il cibo. Vale a dire che la madre adempie ad una funzione nutritiva, ma soprattutto di mediazione culturale e sociale.
Il valore sociale del cibo è parte importante della tradizione culturale dei popoli, si trasmette da una generazione all’altra e conforma un tratto di identità. Di fatto molti rituali religiosi, e non, includono cibi e bevande. I festeggiamenti di solito hanno luogo attorno ad una tavola ricca di cibo. L’importanza del banchetto (convivio) è innegabile, la tavola familiare costituisce un luogo fondamentale di incontro, di scambio e di legame affettivo.
Possiamo dire che il cibo è così pervasivo nella nostra vita e nella nostra cultura da costituire un “organizzatore emotivo” insostituibile con cui noi tutti dobbiamo fare i conti, bene o male.
E’ risaputo che in un viaggio in India o Estremo Oriente perderemo peso, in un viaggio negli USA prenderemo peso; per fare contente mamme e suocere prenderemo peso e… il migliore farmaco anti-depressivo è la cioccolata.
L’assunzione di cibo poi è strettamente connessa con il numero che la bilancia ci rimanda: il peso corporeo, gioia per molti o tormento forse per i più…
Del resto ciascuno di noi ha avuto, o ha, momenti conflittuali con il cibo o con particolari tipi di alimenti, senza che in ciò si possa ravvisare un qualche sintomo o patologia non meglio definita.
Tali momenti spesso sono strettamente legati a situazioni emotive e familiari, di fronte a cambiamenti attesi o meno nella nostra vita. E’ esperienza comune che le pene d’amore fanno perdere peso, il matrimonio invece fa prendere peso, una figlia/o che non mangia fa arrabbiare tanto la mamma e conferma la natura sovversiva del digiuno in ogni comunità umana.
Del resto è risaputo che con lo “sciopero della fame” ci si vuole sottrarre al carceriere, al padrone, al potere… spesso ravvisato nella mamma o nella famiglia.
Se gettiamo uno sguardo sulla cultura del cibo ai nostri giorni, potremo fare alcune riflessioni interessanti. 
L’offerta di cibo è quanto mai varia, in termini di qualità (cibo regionale, nazionale o etnico) e quantità, ed aggiungerei di fruizione nel tempo: infatti è possibile mangiare (ora anche da noi in Italia) a qualunque ora del giorno e della notte.
Le coordinate culturali sembrano essere quattro: cibo genuino, etnico, “fast food” e  biologico.
I cibi genuini sono identificati come gustosi e semplici, a valenza regionale, soprattutto paste o riso, pesce e carni, insaccati, formaggi, latticini, il farro (il cibo dei legionari romani), lenticchie e funghi.
Il cibo etnico ha soprattutto valenza culturale, un po’ di tendenza, un po’ tanto per cambiare, ma non ha molta presa rispetto alle nostre cucine regionali forti e molto connotate.
Il “fast food” sull’esempio di McDonald’s è un cibo uguale in qualunque parte del mondo, calibrato e standardizzato sul modello culturale americano. E’ noto che tale alimentazione comporta un eccesso di calorie, ed è negativo per la grande quantità di caffeina e, soprattutto, zuccheri e grassi contenuti nei cibi, ma è molto apprezzato dai ragazzi e dagli adolescenti e… non solo.
McDonald’s ha inaugurato il filone del cibo-spazzatura: il “fast food” va di pari passo con la cultura dell’usa e getta, non a caso McD produce montagne di rifiuti ogni giorno in tutto il mondo. A tale proposito è interessante la creazione in Italia nel 1986 dell’Associazione “Slow food”… il cui nome dice tutto. 
Il cibo biologico considera l’intero ecosistema agricolo, sfrutta la naturale fertilità del suolo e promuove la bio-diversità dell’ambiente in cui opera ed esclude l’utilizzo di prodotti di sintesi e OGM.
Per completezza va fatta menzione anche della pratica dell’happy hour, espressione inglese che significa letteralmente "ora felice", ed è la fascia oraria in cui alcuni bar e altri esercizi pubblici praticano sconti, tipicamente sulle bevande alcoliche e sui salatini.
È una pratica di promozione delle vendite nata nei paesi anglosassoni per attirare la clientela nei pub dopo l'uscita dal lavoro, velocemente importata in Italia. Di fatto per molti l’happy hour sostituisce la cena, poiché spesso l’alternativa sarebbe quella di mangiare da soli a casa, davanti al televisore.
Credo che ognuno di noi possa collocarsi all’interno di queste coordinate culturali, dove preferisce, senza che ciò possa considerarsi anormale o segnale di un distorto rapporto con il cibo.
Però qualche domanda possiamo porcela, dato che, con il tempo, il cibo che assumeremo ci porterà a fare i conti con il nostro peso e le modifiche al nostro corpo, in un rapporto quanto mai incatenato tra cibo – peso – corpo, che molti vivono in modo conflittuale.

Il Training Autogeno

Tra le tecniche di rilassamento, il Training Autogeno di Schultz si presenta tra le più elettive perché interessa il corpo nella sua immediatezza e completezza.

L’allenamento continuo dei sei esercizi base, la riappropriazione del proprio vissuto corporeo e delle sensazioni ad esso legate, producono uno stato di benessere con recupero delle energie, sia dal punto di vista psichico che fisico.
Per descrivere in cosa consiste questa tecnica è opportuno partire dal significato stesso delle due parole, “Training” ed “Autogeno”.
Per “Training” si intende allenamento nel senso di apprendimento graduale e sistematico dei sei esercizi base con lo scopo di produrre modificazioni spontanee a livello muscolare, della funzionalità vascolare, dell’attività cardiaca e polmonare, dell’equilibrio neuro vegetativo e dello stato di coscienza.
Il termine “Autogeno” vuole mettere in risalto come le modificazioni psichiche e somatiche vengono sperimentate autonomamente dal praticante, adattando il metodo alle proprie esigenze.
In generale, la pratica del Training Autogeno influenza varie funzioni dipendenti dal Sistema Nervoso Vegetativo quali la respirazione, la circolazione del sangue ed il metabolismo.
Inoltre, consente di mutare il tono dell’umore ed attenuare gli stati emotivi e l’ansia, portando ad un sempre maggiore grado di distensione, benessere ed equilibrio psicosomatico. Permette, infatti, di combattere lo stress, le tensioni muscolari e psichiche, la mancanza di energia, l’ansia e le sue somatizzazioni organiche.
I SEI ESERCIZI BASE: l’esperienza della pesantezza, l’esperienza del calore, l’esperienza del cuore, l’esperienza del respiro, l’esperienza del plesso solare, l’esperienza della fronte fresca.
Nell’apprendimento in gruppo, il conduttore tramite le sue parole invita i partecipanti a porre attenzione all’esperienza in esame, es. la pesantezza.
Saranno poi i partecipanti a sperimentare nel loro corpo quanto evocato, per poi raccontare, al termine dell’esercizio, quanto hanno vissuto e memorizzato.
Così via per i sei esercizi base, che andranno ripetuti a casa per un migliore e più proficuo allenamento. 

Il Role Playing


IL ROLE PLAYING
“Giocare significa allenarsi alla vita, cioè provare in una situazione protetta le difficoltà della vita che, dette in un linguaggio più preciso, sono in gran parte determinate dalla relazione esistente tra l’individuo e la società”.
Enzo Spaltro, 1975

Il Role Playing consente di:

  • −  sviluppare le capacità di comunicare e gestire le relazioni
    interpersonali;
  • −  migliorare le capacità di ascolto e di comprensione dei
    punti di vista degli altri;
  • −  saper osservare e analizzare i comportamenti altrui;
  • −  sviluppare la capacità di mediazione e negoziazione;
  • −  apprendere strategie per affrontare situazioni lavorative
    complesse.
    Questa tecnica consente ad ogni partecipante di conoscere i bisogni soggettivi e le “difese” psicologiche che ciascuno di noi porta all’interno di un gruppo:
    -esempi di bisogni: bisogno di identità, comprensione e riconoscimento;
    -bisogno di fidarsi, di essere rassicurato;
    -bisogno di essere accettato;
    -bisogno di coesione e familiarità.
    Il Role playing si propone di simulare una situazione reale accaduta o prevista, allo scopo di far conoscere ai partecipanti, attraverso il gioco della parte assegnata e di fronte ad altri, le relazioni che si stabiliscono in un’attività caratterizzata da un importante processo di comunicazione.
Il gruppo dei partecipanti si divide in due parti: alcuni interpreteranno dei personaggi in una situazione realistica della vita lavorativa, altri osserveranno la loro azione; ciò non significa che “attori” e “spettatori” abbiano funzione nettamente diversa: ambedue le categorie devono “osservare ciò che succede” ed elaborare l’osservazione allo scopo di comprendere il sistema di relazione e comunicazione si realizza. Ai partecipanti che fungeranno da “attori” verranno assegnate delle “parti” che definiscono il loro ruolo nella situazione che si vuole ricreare; a tutti sarà dato uno scenario che definisce il contesto nel quale l’azione si sviluppa.
Naturalmente non si tratta di mettere in scena una “pièce teatrale”, quanto di far interagire delle personalità. Le “parti” conterranno anche alcune indicazioni su come iniziare il “gioco” e come condurne alcuni aspetti, ovvero sulle caratteristiche e sulle modalità comportamentali del ruolo assunto; la parte maggiore del lavoro sarà però lasciata all’improvvisazione.
E’ utile e didattico anche consentire agli “attori”, dopo un po’ di tempo che giocano la loro parte, scambiare le posizioni tra i due partecipanti, ovvero mettersi nei “panni dell’altro”.
Conclusa l’esperienza di Role Playing, il conduttore e tutto il gruppo riportano le loro osservazioni e ne discutono assieme: è importante che tutti “dicano la loro”, e che anche gli “attori” riportino le loro impressioni, emozioni, scelte e difficoltà relazionali.

Un po’ di teoria sul Role Playing:
“Il Sé nasce dai ruoli”: il comportamento e, di conseguenza, la nostra identità si strutturano attraverso configurazioni di ruoli che noi giochiamo-interpretiamo a seconda delle varie situazioni”.
“Identità e comportamento sono, tra loro, in una relazione ricorsiva: il comportamento causa l’identità che, a sua volta, causa il comportamento”.
“Il ruolo è la forma operativa che l’individuo assume come risposta ad una determinata situazione”
Jacob Levy Moreno
Queste citazioni da Jacob Moreno, connettono molto bene comportamento manifesto, ruoli e identità personale.
Il Role Playing è uno strumento dinamico, vivo, che ben si presta per consentire ad ogni persona di conoscere qualcosa di più di sé stessa, della propria identità pur utilizzando la recita di situazioni tipicamente lavorative- professionali.
È una metodologia didattica mirata all’acquisizione di competenze relazionali (saper essere) connesse ad un profilo professionale. Le competenze relazionali aiutano nella comunicazione, nella gestione di un gruppo, nell’affrontare i conflitti e nel perseguire obiettivi singoli o nel lavoro di squadra.

IL ROLE PLAYING può essere:
LIBERO: si stabiliscono solo i ruoli e il contesto lasciando liberi gli attori nella gestione dell’interazione comunicativa;

SEMI-STRUTTURATO: si indica in modo dettagliato il contesto e la situazione psicologica dei ruoli giocati e si accenna il nodo problematico.
Al termine del lavoro di Role Playing, si introducono i partecipanti ad un processo via via più approfondito di riflessione sull’esperienza, sia sperimentata che osservata.