I nostri giovani italiani




Sono davvero tanti i giovani italiani che studiano o lavorano tra Nizza, Sophia Antipolis e zone limitrofe. Qui mi riferisco ai numerosi giovani con una laurea ottenuta in Italia ed ulteriori specializzazioni acquisite sia presso Università del nostro paese che altrove.
Molti sono ingegneri che lavorano in aziende del polo di Sophia Antipolis, molti sono ricercatori in ambito biomedico, chimico o di sviluppo software.
Per motivi di lavoro ne ho incontrati molti, con la costante di persone capaci, curiose ed appassionate al loro lavoro, costrette però a lasciare l'Italia per la difficoltà di trovare o mantenere un lavoro consono e con una retribuzione almeno commisurata alla loro preparazione.
Nessuno di loro si lamenta, hanno messo in conto di potere-dovere lavorare all'estero per un periodo, che sovente si è allungato, e parecchi sono qui in Francia già da tanti anni.
Hanno talvolta nostalgia per casa loro, come non capirli.
Molti di loro hanno inizialmente costruito delle relazioni con altri italiani, magari colleghi di lavoro, è certo più facile, poi il circuito di conoscenze si è ampliato a francesi e giovani di altri paesi europei.
Una volta installati nella nostra regione, dopo essersi ambientati hanno fatto i conti con tutte le incombenze amministrative locali, cambio targa dell'auto, Carte Vitale, Mutuelle ecc... e va detto che troppo spesso non hanno avuto chiare delucidazioni da parte delle istituzioni italiane di Nizza.
Mi chiedo sempre: ma è mai possibile che non esista un ufficio italiano dedicato e centralizzato in grado di indirizzare ed assistere questi giovani (ed ovviamente anche i meno giovani) a districarsi tra le formalità francesi?
Nel mio piccolo ricorro ad una generosa persona, ben conosciuta nella comunità italiana e residente in Francia da molti anni, che si è sempre rivelata in grado di risolvere ogni problema. Ho girato volentieri questo nominativo a diversi giovani.
Quindi, sistemati con l'abitazione (studio) come si dice qui, a posto con il lavoro, auto o bus per andare da casa al lavoro, "i nostri" cominciano a guardarsi attorno per ampliare la loro vita sociale.
Va detto che taluni giungono in Costa Azzurra con la loro compagna/o, alcuni mantengono storie a distanza (Italia-Francia), ma non so perché, pare che dopo un pò tante storie affettive giungano a conclusione con relativa sofferenza e ricorso allo psicologo.
Gli altri frequentano gruppi di giovani ed amicizie informali dei locali "trendy" della zona.
Mi fa sempre effetto sentir dire che dalle cittadine della costa vengono a Nizza, che è considerata la grande città, con vita diurna (e soprattutto) notturna...
Bene il nostro giovane conosce una ragazza, poco importa sia francese, ucraina, scozzese o di non so dove, come tutti i giovani uomini apre un importante capitolo della sua vita per avere una relazione affettiva.
Qui non ci sono più confini o frontiere che tengano, gioie e crucci dell'amore sono uguali dappertutto, mi riferisco alla vecchia Europa e, penso valga per gran parte di questa nostra Terra.
Ho molto rispetto per questi giovani, competenti, intelligenti, svelti e coraggiosi: non se se io sarei stato capace a 23-24 anni di lasciare casa mia per andare in Francia, che è a due passi, per non dire di altri paesi.
Mi fanno anche tenerezza perché nelle cose dell'amore usano il linguaggio del desiderio, della passione, della sofferenza e del rimpianto che è un pò la lingua universale.
Con la differenza che essere lontani da casa pesa molto nei momenti di crisi, la solitudine e la nostalgia mordono di più, occorre grande forza d'animo per non perdersi nella tristezza e nello scoraggiamento.
Qui può davvero fare la differenza avere costruito un circuito di relazioni amicali ed affettive in Francia, oltre all'insostituibile appoggio dei familiari, anche se lontani.
Amici e familiari possono rappresentare la rete di protezione in grado di sostenere per il tempo necessario a riaprirsi alla voglia di vivere con una persona accanto.








Il dolore del lutto




Siamo tutti passati per il dolore del lutto, per lutto non intendo solo l'esperienza della perdita di qualcuno, la fine della vita, ma anche la fine di un amore o di un tempo importante della nostra esistenza.
Scrivo questo post con la tristezza nell'animo per la scomparsa di un amico carissimo, direi un fratello per il legame che ci univa. Morte improvvisa, per beffa del destino in un giorno di gran festa, senza alcun preavviso o esito di malattia.
Quindi ancor più difficile da accettare, comprendere e interiorizzare.
Dapprima viene voglia di capire cosa è successo davvero, quali soccorsi sono stati portati e via così, quasi per negare l'evidenza: la persona non c'è più.
E' terribile ancora adesso svegliarsi la mattina e, per qualche istante, chiedersi se è solo un brutto sogno o è realtà: poi la violenza della realtà si impone e la sofferenza si palesa in tutta la sua portata.
Ci si sente svuotati, senza voglia di fare alcunchè, come se si fosse perso l'orizzonte dei progetti e delle attività in corso.
Credo proprio che questa esperienza ci faccia toccare con mano e duramente cosa vuol dire essere depressi, un tempo fermo e senza significato che avviluppa ogni pensiero e azione.
Non trovo giusto cercare di scacciare la depressione, la tristezza, dato che è "normale" stare male di fronte ad eventi del genere, piangere o rintanarsi in un angolino per un po'.
Al contempo si è costretti a fare ricorso a tutte le risorse psicologiche ed emotive che abbiamo in noi stessi per "tirare avanti" e togliere il velo di tristezza davanti ai nostri occhi.
Conta molto avere delle persone attorno, "complici" della triste esperienza, con cui il legame emotivo ed affettivo è forte per tentare, poco a poco, di uscire dal buio tunnel della morte.
Lavoro lungo, tanto più il legame con la persona era forte ed autentico.
Ma soprattutto rendersi conto che questa esperienza, che ci mette nudi ed impotenti di fronte ad una realtà così dura e totalizzante, ci costringe senza alcuna mediazione a rivedere le priorità della nostra vita: cos'è davvero importante per me, per noi, per la vita.
Queste domande sono forse l'aspetto "riparativo" del dolore del lutto, ovvero dare senso a tante cose che lasciamo sullo sfondo delle vita, indaffarati e presi dalle contingenze quotidiane...
Proprio questo è il lavoro, quasi un dono che la persona scomparsa ci lascia, dare senso, recuperare ciò che davvero conta e non perdersi dietro stupidaggini, inutili guerriglie, falsi problemi e corse verso dove...?
Ciao Lucio.