Jofi, l'amico a quattro zampe di Freud

Forse non molti sanno che Freud, durante le sedute di analisi, lasciava di buon grado il suo fidato Jofi, un Chow-chow, gironzolare per la stanza durante i colloqui, ovviamente con l'assenso del paziente.
In lingua ebraica Jofi significa “Bene, va bene” e nei suoi scritti Freud ci rivela che le ore passate vicino al fidato cagnolino erano per lui ore serene, momenti in cui poteva rilassarsi.
Jofi era un regalo di Marie Bonaparte, paziente e poi preziosa allieva di Freud, che teneva con se la sorella di Jofi, Topsy.
La principessa Marie Bonaparte vi ricordo permettè la fuga da Vienna per Londra di Freud, pagando una cifra esorbitante per consentire al Maestro di sfuggire alle persecuzioni naziste contro gli ebrei.
Possiamo capire il legame tra Freud e l'animale da uno scritto in cui egli afferma: “Le ragioni per cui si può in effetti voler bene con tanta singolare intensità a un animale come Jofi, sono la simpatia aliena da qualsiasi ambivalenza, il senso di una vita semplice e libera dai conflitti difficilmente sopportabili con la civiltà, la bellezza di un’esistenza in sé compiuta. E, nonostante la diversità dello sviluppo organico, il sentimento di intima parentela, di un’incontestabile affinità. Spesso, nel carezzare Jofi, mi sono sorpreso a canticchiare una melodia che io, uomo assolutamente non dotato per la musica, ho riconosciuto essere l’aria dell’amicizia nel Don Giovanni: "Voglio che siamo amici… del cuore”.
Freud riconosceva a Jofi la capacità di cogliere gli stati d'animo dei pazienti, più o meno illustri, che venivano in analisi a Vienna.
Jofi, se sentiva che il paziente era in ansia si allontanava da lui per accucciarsi vicino a Freud se, al contrario, percepiva tranquillità si sdraiava a fianco del paziente per facilitare il lavoro d'analisi...
Non solo, Jofi allo scadere dei 50 minuti della seduta si alzava e si dirigeva verso la porta dello studio fissando il paziente come a dire: "La seduta è finita, si accomodi..."
Utilizzo queste note su Jofi per sottolineare come sia esperienza di molti che nel lavoro con pazienti difficili, gravi o particolarmente diffidenti, l'utilizzo di un animale domestico come "medium" può davvero fare la differenza.
Non solo perché gli animali hanno una dote innata nel cogliere e leggere le emozioni umane, anche se si tenta di ingannarli, ma anche per il valore di rassicurazione, legame affettivo e compagnia che un animale consente.
Sono innumerevoli le esperienze con gatti, cani e cavalli, utilizzati per scopi terapeutici anche con pazienti gravi.
Credetemi, spesso il mio gatto capisce meglio e più velocemente di me cosa c'è nell'aria, quale emozione circola tra noi umani e da buon gattoterapeuta si da da fare per cercare di ridurre l'ansia o la tensione, con tutto il suo arsenale di miagolii, borbottii, posture ridicole, testate e fusa, per riportare gli umani alla giusta serenità..., oltretutto senza chiedere alcun pagamento, se non delle appetitose crocchette...  

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