Il burnout lavorativo



Photo by Roland Kettenring
Negli ultimi anni sempre più persone che ho incontrato mi hanno raccontato di difficoltà lavorative legate alle relazioni con i capi o con i colleghi.
Sia ben inteso, non parlo delle "normali" difficoltà del lavoro, oggettive e spesso legate ai ritmi di lavoro sostenuti. Nemmeno le comuni antipatie e gelosie lavorative, fisiologiche in qualunque micro comunità quale può essere un ufficio o altro luogo di lavoro.
Mi riferisco a situazioni francamente di burnout lavorativo.
Il termine burnout viene da lontano: negli anni '70 Maslach e Freudenberger studiarono alcuni operatori di un reparto di Igiene Mentale che presentavano effetti di stress accentuato.
Allora si parlava di stress, termine molto in voga che stava ad indicare gli effetti, a volte anche gravi, che colpivano delle persone al lavoro per la fatica e per le difficili relazioni con gli altri colleghi.
Un po' alla volta ci si è resi conto che questo stress aveva però caratteristiche peculiari e venne studiato soprattutto nel personale che svolgeva le cosiddette "relazioni di aiuto" in costante contatto con altre persone in difficoltà, bisognose o in pericolo. Tanto per intenderci: medici e infermieri, assistenti sociali, poliziotti, vigili del fuoco ecc. Tutte professioni complesse che hanno a che fare con persone in stato di pericolo o difficoltà, paura ed angoscia.
Questi professionisti, all'inizio molto motivati e competenti, perdevano le loro capacità di intervento, erano nervose, stressate, negative. In una parola sola si "bruciavano"
Del resto è comprensibile che queste persone vadano incontro ad "esaurimento" per il loro lavoro. Non è certo come stare tranquilli in un ufficio con orari definiti, pausa caffè e week end sempre a casa. Con il passare degli anni però ci si è resi conto che il fenomeno del burnout colpiva anche persone che sembrava non potessero mai essere coinvolte date le condizioni lavorative normali e tutto sommato protette.
Per orientarsi nel fenomeno del burnout dobbiamo tenere in conto che è nella relazione con le persone che ci attorniano al lavoro l'indicatore più importante che può dirci se la persona andrà incontro a fenomeni di burnout. L'esperienza clinica mi ha mostrato che non sono i carichi di lavoro, la complessità del compito o l'affrontare nuove tecnologie l'innesco del burnout.
Semmai tali elementi sono il substrato sul quale si sovrappongono le relazioni conflittuali o meno con i colleghi di lavoro ed i capi. Ancora una volta l'esperienza mostra che se l'ambiente di lavoro non è conviviale, collaborativo, con quella generosità umana che ci fa stare bene assieme, allora vi è pericolo di burnout. Molte persone mi riferivano di difficoltà relazionali con colleghi protratte nel tempo. E, soprattutto, l'incapacità del loro capo di risolvere o almeno gestire tale conflitto. Un pò come dire che sia orizzontalmente che verticalmente lo stress era troppo. Questa è una classica condizione di pre-burnout, poi il protrarsi nel tempo fa esplodere la sofferenza.
Carlo lavora da sei anni a Milano come venditore in una importante concessionaria di auto e moto. E' un appassionato motociclista, felice di trattare anche quelle moto che ama tanto. Per quattro anni va contento al lavoro, è apprezzato dai clienti per la simpatia e competenza e va d'accordo con i colleghi. Il suo capo, ex corridore di rally è quasi un amico, tanto che spesso si ritrovano fuori del lavoro.
2017, riorganizzazione aziendale, molto spesso sinonimo di tagli al personale ed al budget: Carlo viene spostato dalle vendite al magazzino ricambi, alle vendite sono inseriti due giovani laureati (Carlo ha solo un diploma). Il suo capo viene spostato in una concessionaria dell'hinterland milanese da "risollevare" come vendite ed al suo posto è promosso un venditore senior della parte auto.
Carlo pur dispiaciuto non può che accettare tali cambiamenti, voluti dalla direzione centrale del marchio in Italia. Iniziano dei dissapori con il suo capo che ritiene il magazzino ricambi solo una piccola parte del fatturato della concessionaria e quindi nega ogni riconoscimento salariale al nostro. I due giovani venditori sembra facciano di tutto per rendersi antipatici. Sono sussiegosi e considerano le moto un peso per il marchio rispetto ai guadagni della vendita delle auto.
Carlo mi dice che ha sentito il "clima" della concessionaria cambiare, i numeri del budget e delle vendite diventano la bibbia cui tutti devono conformarsi. L'importante è vendere, a qualunque costo, il rapporto con il cliente diviene formale e occorre sempre fare in fretta, fare firmare i contratti in fretta, vendere in fretta... Ma i problemi sono solo all'inizio per Carlo. Un pomeriggio ha uno scontro con il suo capo che lo rimprovera di non essere abbastanza efficiente nel suo ruolo di capo magazziniere perché alcuni corrieri hanno ritardato le consegne per scioperi in Austria.
Carlo si sente accusato ingiustamente e avrebbe voglia di mollare tutto, ma non lavora certo per svago! Si susseguono mesi di episodi sgradevoli e ripicche tra i vari dipendenti, con un capo che ha come massima: «Si può fare sempre di più»
Com'erano belli i tempi in cui andava al lavoro volentieri, ora è totalmente demotivato e deluso, il clima della concessionaria è talmente cambiato che inizia a fare delle assenze per malattia. Il medico lo trova stressato e gli prescrive degli ansiolitici. Al ritorno al lavoro il suo capo lo attacca e l'accusa di essere un furbetto che fa la scena per non lavorare! Carlo stavolta risponde per le rime e poco dopo si ritrova con una lettera di richiamo da parte dell'azienda. Carlo si sente impotente, arrabbiato ed al contempo esaurito. Il medico gli prescrive altri giorni di malattia ed ipnotici dato che dorme male ma, soprattutto, gli dice che è in burnout. Carlo è sorpreso, non sa nemmeno bene cosa significhi, si documenta e deve riconoscere che è proprio vero: è "bruciato". Sicuramente vorrete sapere com'è finita: Carlo ha intrapreso un percorso con uno psicologo per affrontare questa sofferenza oltre a rivolgersi ad un avvocato del lavoro. Attualmente lavora in un motolavaggio (ne esistono alcuni a Milano), guadagna meno di prima ma ha a che fare quotidianamente con moto di tutti i tipi e con colleghi "malati" come lui di motori su due ruote. Pensate il suo capo viene sempre in moto da lontano, anche nelle fredde giornate milanesi, un "malato" anche lui!







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