L’esperienza genitoriale, funzioni e stili educativi

Ospito con grande piacere un interessante scritto della Dr.ssa Zaira Galli, sul tema dell'esperienza genitoriale. Ancor più da riflettere in questi difficili momenti di confinamento...
La Dr.ssa Galli ha fondato e dirige a Milano il Centro di Mediazione Familiare, CMF.

La Dr.ssa Zaira Galli

Per quanto riguarda l’esperienza della genitorialità è possibile distinguere due tipi di modelli di comportamento a cui ognuno di noi fa riferimento: il primo è quello basato sull’imitazione al modello dei propri genitori e si cercano di riprodurre le condizioni, le relazioni e i modelli educativi della propria esperienza per mantenere attivo il proprio romanzo familiare; il secondo è quello basato sulla contrapposizione in cui ci si propone di modificare il modello genitoriale che appartiene alla propria storia familiare per evitare ai figli quelle esperienze che sono state fonti di conflitto e di sofferenza.
Diventare genitori, da un punto di vista psicologico, può essere considerato un’esperienza che attiva un processo di sviluppo e cambiamento in ogni soggetto e lo mantiene lungo un percorso in cui i ruoli e le relazioni sono in continua trasformazione.
Genitori si diventa assumendo una prospettiva molto più completa rispetto all’aspettare un figlio.
La famiglia moderna della società occidentale si fonda oggi sull’organizzazione delle relazioni di parentela che privilegiano i rapporti tra i coniugi, configurati pariteticamente, tra questi e i loro figli su base affettiva e che intrattiene relazioni significative con la famiglia d’origine. Questo profondo mutamento riguarda anche la genitorialità che oggi si connota più sul versante affettivo che su quello normativo. La caratteristica più importante dell'’essere genitori è una disponibilità che riguarda entrambi, i quali in momenti e situazione diversi si alternano per dare al figlio una maggiore possibilità di intervento nelle diverse situazioni della vita. Ciò richiede che entrambi siano presenti nella quotidianità dei figli per osservare cosa accade loro e per riuscire a mantenersi come punto di riferimento stabile, presente e disponibile; una possibilità che si complica nelle situazioni di separazione dei genitori.
In questi casi prima della Legge n° 54 del 2006 sull’affidamento condiviso, definita anche legge della bi-genitorialità, i figli erano affidati a un solo genitore, spesso la madre, lasciando il padre sullo sfondo rispetto alla crescita quotidiana, impedendo di fatto che potesse svolgere nella quotidianità tale ruolo fondante dell’essere genitore. Accadeva in passato ma può capitare tuttora di trovarsi di fronte ad uno sbilanciamento relazionale nei confronti dell’asse materno.
Ciascun genitore non è sostituibile ma fondamentale anche se in situazioni della vita e momenti di crescita diversi nella vita del figlio; considerazione che ha portato a una revisione dell’Art. 155 del Codice Civile, in seguito all’emanazione della Legge 54/2006 che recita “Anche in caso di separazione personale dei coniugi il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.”
Il compito principale di una coppia di genitori, ex coniugi, consiste nell’impegnarsi reciprocamente per la gestione del conflitto coniugale ridefinendo anche i nuovi confini del loro rapporto. Essi, in quanto genitori, hanno il compito di mettere in atto forme di collaborazione con l’ex coniuge per garantire l’esercizio della funzione genitoriale, legittimando l’altro e garantendo ai figli l’accesso alla trasmissione generazionale di ciascun genitore. La situazione di divorzio è sempre un passaggio difficile per i figli in cui mantenere un legame stabile con entrambi i genitori è fondamentale per il loro benessere e la loro sana crescita. La coppia che si separa ha bisogno di trovare equilibrio tra diventare ex coniugi ed essere ancora genitori. Riuscire a separarsi come marito e moglie e tuttavia continuare ad essere padre e madre, salvando la genitorialità, rappresenta comunque un compito molto impegnativo assolto spesso a prezzo di grandi difficoltà e sofferenze. In questo l’atto mediativo punta a mettere le parti nella condizione di uscire da situazioni di impasse, effettuando un graduale passaggio da uno stato di confusione e sofferenza, originato dal conflitto, ad una condizione di nuovo equilibrio e collaborazione. La mediazione si pone l’obiettivo di portare le parti interessate a gestire il conflitto. L’obiettivo è quello di rendere gli individui protagonisti delle proprie scelte future. Il divorzio dei genitori costituisce una frattura e un dolore che se ben gestito nel setting di mediazione rappresenta un’occasione da cui i figli possono uscire con più maturità, cioè con più valore attribuito al legame, senso di responsabilità e rispetto reciproco che il legame comporta. 

Il significato del termine “genitorialità” è, in questi ultimi anni, in continua evoluzione. Sempre maggiore diventa la sua complessità e sempre più ramificato il suo intrecciarsi con altri aspetti della ricerca clinica e psicologica. Partiamo storicamente da una visione psicopedagogica della genitorialità per arrivare alle ipotesi odierne che la considerano, in termini psicodinamici, una parte essenziale della personalità di ogni adulto.

Prospettiva psicopedagogica
Per le implicazioni di tipo formativo, questa concezione, vede la genitorialità come un lungo e continuo apprendistato per imparare l’arte di essere genitori, questa funzione consiste in un processo dinamico attraverso il quale si impara a diventare genitori capaci di prendersi cura e di rispondere in modo sufficientemente adeguato ai bisogni dei figli; bisogni che cambiano nel corso dell’età evolutiva. Fanno a capo di questa teoria i Parent Effectiveness Training introdotta da Gordon, allievo di Rogers, negli anni ’70 che poneva attenzione alle modalità relazionali di ascolto e comunicazione.
A partire da questa esperienza, si è distinta negli anni ’90 la metodologia avviata dall’Università Salesiana di Roma che, facendo riferimento al modello dell’Analisi Transazionale, allargava la prospettiva individuando i compiti evolutivi delle diverse fasi, sia in riferimento ai bisogni dei bambini sia tenendo conto dei bisogni dei genitori.

Prospettiva psicologica
Considera la genitorialità parte fondante della personalità di ogni individuo. E’ uno spazio psicodinamico che inizia a formarsi nell’infanzia quando a poco a poco interiorizziamo i comportamenti, i messaggi verbali e non verbali, le aspettative, i desideri e le fantasie dei nostri genitori. Le esperienze reali con le figure di attaccamento vengono interiorizzate in modelli mentali. Erikson, psicoanalista americano, pensa la genitorialità come uno stadio evolutivo di cui la generatività è l’aspetto evolutivo più importante perché implica tutti quelli sviluppi che hanno fatto dell’uomo un essere “che si occupa di”. In questo senso la genitorialità, questa ”funzione autonoma e processuale dell’essere umano” rappresenta il momento evolutivo più maturo della dinamica affettiva in cui convergono tutte le esperienze, le rappresentazioni, i ricordi, le convinzioni, i modelli comportamentali e relazionali, le fantasie, le angosce, i desideri della propria storia affettiva. Il termine genitorialità quindi non coinvolge l’essere genitori reali ma uno spazio psicodinamico autonomo che fa parte dello sviluppo di ogni persona. Ovviamente, l’evento reale della nascita di un figlio, attiva in un modo particolare e molto intenso questo spazio mentale e relazionale, rimettendo in circolo tutta una serie di pensieri e fantasie legati in particolare al proprio essere stati figli, alle modalità relazionali ritenute più idonee, ai modelli comportamentali da avere.

Le funzioni
Un modo per capire la complessità e la vastità di ciò che definiamo genitorialità è analizzare le sue funzioni o meglio i suoi modi di esprimersi.
Funzione protettiva: tipica funzione del caregiver risponde al bisogno di sviluppare costanti relazioni di accudimento e al bisogno di protezione fisica e di sicurezza. La funzione protettiva più di tutte determina il legame di attaccamento che Bowlby ha chiamato base sicura.
Funzione affettiva: introdotta dalle ricerche di Daniel Stern sulla relazione madre-bambino riguarda il mondo degli affetti entro il quale il bambino è inserito e sottolinea il reciproco desiderio di vivere emozioni positive.
Funzione regolativa: capacità del bambino che possiede fin dalla nascita di regolare i propri stati emotivi, organizzare l’esperienza e le risposte comportamentali adeguate. La funzione regolativa genitoriale può avere un funzionamento iper (con risposte intrusive che non danno il tempo al bambino di segnalare i suoi bisogni o stati emotivi), ipo (quando vi è una mancanza di risposte), inappropriata (quando i tempi non sono in sincronia con il bambino).
Funzione normativa: consiste nella capacità di dare dei limiti in base all’età, una struttura di riferimento, una cornice corrispondente al bisogno del bambino di avere dei limiti, di vivere dentro una struttura di comportamenti coerenti. Riflette l’atteggiamento genitoriale di fronte alle norme, alle istituzioni e alle regole sociali.
Funzione predittiva: capacità del genitore di prevedere il raggiungimento della tappa evolutiva imminente ed anche la capacità di cambiare modalità relazionali con il crescere del bambino e con l’espandersi del suo mondo e delle sue competenze.
Funzione rappresentativa: Stern la descrive “lo schema di essere con” che presuppone un insieme di interazioni reali con il bambino, non solo capacità di intuire e facilitare lo sviluppo del bambino ma soprattutto la capacità di cambiare modalità relazionali con il crescere del bambino e con l’espandersi del suo mondo e delle sue competenze.
Funzione significante: Bion parla di “funzione alfa” della madre come capacità di dare un contenuto pensabile o sognabile utilizzabile dall’apparato psichico del neonato che è ancora privo di spessore psichico. La madre costituisce un contenitore dentro il quale il bambino inizia a pensare e dà senso all’azione del bambino.
Funzione fantasmatica: “nella stanza di ogni bambino ci sono dei fantasmi”, sono i visitatori del passato non ricordato dai genitori, ricordi non elaborati, fantasie che servono non solo per conoscere la realtà, ma il bambino che nasce si inserisce all’interno dei fantasmi familiari dei genitori. Ogni individuo ha un proprio romanzo familiare costruito intorno alle proprie fantasie infantili, un mondo immaginario fatto di fantasmi consci e preconsci; vi è un gioco di specchi tra quello che i genitori sono stati come bambini, quello che avrebbero voluto essere, quello che i loro genitori sono stati, quello che vorrebbero che fossero stati, quello che è il bambino reale, quello che è il bambino desiderato e fantasticato. Un genitore sano vive questa vita fantasmatica.
Funzione proiettiva: vi è una mutualità psichica tra genitori e bambino all’interno della quale occupa un posto fondamentale la proiezione; proiettando direttamente sul figlio l’immagine ideale del figlio che avrebbe voluto fosse e attraverso l’ombra degli oggetti interni con le parti di sè. Tali modalità sono narcisistiche nel senso che ciò che viene visto, amato, sognato, desiderato non è l’oggetto esterno, ma parti o immagini di sé. E’ciò che gli autori chiamano “scenari narcisistici della genitorialità”; tali scenari possono dar luogo a psicopatologie nel momento in cui tali proiezioni siano molto invasive e disturbanti nella relazione reale. Ma esse fanno anche parte di una sana genitorialità nel momento in cui la dinamica di queste due relazioni co-presenti, oggettuale del bambino come essere diverso da sé e parti di sé viste, costituiscono il confine tra normalità e patologia.
Funzione triadica: la scuola di Losanna la definisce come la capacità dei genitori di avere tra loro un’alleanza cooperativa fatta di sostegno reciproco, capacità di lasciare spazio all’altro o di entrare in una relazione empatica con il partner e il bambino. “E’un gioco di squadra”; questo presuppone la capacità del genitore di vedere il bambino dentro una relazione dove esiste un terzo la cui presenza – anche solo percepita- dà al bambino un orizzonte molto più aperto dove collocarsi e gli offre possibilità di adattamento e interazioni maggiori. Esiste a livello di affetti un contatto reciproco tra la coppia genitoriale e il bambino che mantiene viva e dinamica la relazione.
Funzione differenziale: la genitorialità si esprime attraverso due codici: materno e paterno con accentuazioni e percentuali molto diverse ed entrambi devono essere presenti per una sana relazione.
Funzione transgenerazionale: immissione di un figlio dentro una “storia”, una narrazione, che appare reale ma anche un po’ sognata; è la storia della propria famiglia, è il continuum generazionale dove si inserisce la nascita. Questa funzione rimanda ovviamente ai rapporti tra generazioni; come si collocano i genitori dentro le rispettive storie familiari e come si colloca la nascita dentro quel particolare momento della storia generazionale, quali sono gli intrecci tra le due storie familiari.
Muratori riporta una frase di Talmud “ci vogliono tre generazioni per fare un figlio” intendendo appunto la storia che sta dietro la nascita di ogni bambino e che lo inserisce in un “prima” e quindi, appunto perché c’è un prima con la possibilità che vi sia anche un “dopo”.

Gli stili educativi genitoriali
Essere genitori si impara nel tempo: è un tipo di esperienza che si sviluppa e matura stando accanto ai propri figli e che va di pari passo con la loro crescita. Insieme si matura, ci si sperimenta e avvengono scambi reciproci.
L’insieme di questi comportamenti e le loro modalità prendono il nome di stile educativo genitoriale.
In passato lo stile educativo si fondava sul senso del dovere, sulle regole rigide e puntava al senso di colpa, raddrizzando i comportamenti sbagliati attraverso le punizioni. I figli dovevano seguire le orme dei genitori, non venivano prese in considerazione i loro bisogni, interessi ed esigenze; questo modello veniva considerato come unico e non ci si poneva il dubbio se fosse o meno sbagliato. Nel tempo tutto ciò è stato progressivamente messo in discussione, modificato e diversificato, dando vita a stili genitoriali differenti.
I fattori in gioco
Per comprendere meglio gli stili educativi e le varie differenze, è necessario prima di tutto considerare due fattori fondamentali:
 Il livello di controllo: le richieste dei genitori per integrare i figli in famiglia e società, il tentativo di gestione della vita del figlio e la tendenza ad amministrarlo, indirizzarlo
 Il livello di accudimento: il prendersi cura, ascoltare, mostrare affetto, conferma, condivisione e gioia nello stare insieme. Il tentativo di favorire l’individualità, l’autoregolazione e l’affermazione di sé attraverso sostegno, vicinanza affettiva e disponibilità a soddisfare bisogni e richieste.
I quattro stili genitoriali
Se in passato il modello genitoriale tramandato accoglieva spesso alto livello di controllo e scarso accudimento oggi, in funzione del livello di questi due elementi, possiamo individuare quattro stili genitoriali:
 Autoritario: l’adulto è direttivo ed esigente nei confronti del bambino, usa metodi coercitivi per controllarlo, senza dare spiegazioni.
 Indulgente/permissivo: il clima affettivo è ricco di calore, ma la dimensione del controllo genitoriale sul comportamento del figlio è scarsa. Il bambino è coinvolto nelle conversazioni e decisioni familiari, ma non gli vengono offerti né un chiaro modello di disciplina da seguire, né delle aspettative sui risultati da raggiungere.
 Autorevole: c’è un’equilibrata mescolanza tra la vicinanza affettiva offerta al bambino e la richiesta di risultati circa il suo comportamento. I genitori non fanno ricorso a modalità punitive ed incoraggiano il bambino agli scambi verbali. L’adulto non è solo colui che detta le regole, ma è anche colui che dimostra di rispettarle, dandone il buon esempio.
 Trascurante/rifiutante: il grado di controllo esercitato sul bambino è nullo, così come l’offerta genitoriale di strumenti e supporti per l’apprendimento e la crescita. C’è un disimpegno generale riguardo alla funzione educativa.
Possiamo dire che lo stile autorevole è associato a caratteristiche maggiormente positive per lo sviluppo dell’identità e per la gestione delle crisi che inevitabilmente il figlio incontrerà nel ciclo di vita.

Stili genitoriali in conflitto
Considerata la varietà dei modelli educativi possibili, c’è da dire che a volte non sempre tutto funziona come ci immaginiamo e va secondo i nostri piani. Pur essendo importante la collaborazione al fine di poter creare un approccio coerente alla genitorialità, non è infatti sempre detto che gli adulti appartenenti alla coppia genitoriale adottino lo stesso modello educativo nei confronti dei figli; può accadere che vi siano alcune differenze fra i due nell’adottare stili diversi.
La difficoltà ad accordarsi sulla scelta dei principi da trasmettere ai figli è maggiore nelle coppie in fase di separazione: quando l’esercizio delle funzioni genitoriali, critico a volte anche nelle famiglie unite, deve essere gestito, modificato e rinnovato. Quando la conflittualità è alta e viene meno l’unione fra le due parti nelle divergenze di vedute, il rischio di cadere nell’incoerenza educativa, incidendo negativamente sugli equilibri infantili, aumenta.
In alcuni casi, purtroppo, i genitori tendono a porre talmente tanto in primo piano il conflitto presente
tra loro che trascurano ciò che è bene per i figli, mettendo in atto meccanismi disfunzionali e stili genitoriali opposti solo per il gusto di mettersi contro l’altro; pertanto, il conflitto coniugale spesso si riflette sulle competenze genitoriali, e i figli si trovano ad essere triangolati in giochi di potere e di vendetta. In tali casi ci si può rivolgere ai professionisti della Mediazione Familiare, lo strumento protettivo delle relazioni tra i figli e i genitori a seguito di una separazione coniugale.
Detto ciò, perché si ritiene così importante puntare alla ricerca di una soluzione o quantomeno di un accordo fra i genitori, anche quando sembra che ormai non ci sia più nulla da fare e che tutto ormai è andato perso? Perché è essenziale ricordarsi che la famiglia come nucleo affettivo resta, ad oggi e sempre, il fulcro, il centro stabile, la guida, il porto sicuro: rappresenta per un bambino il luogo più importante per la sua sicurezza e serenità, il fondamento su cui andrà a costituire la propria personalità. E’ nell’ambiente domestico, infatti, che i figli sperimentano i primi contatti con l’altro, fanno esperienza del diverso da sé, comprendendo di essere soggetti unici e irripetibili; ma, ancor prima di tutto, è proprio qui che i figli la prima significativa esperienza di amore.
Conclusione. Abbiamo visto come la genitorialità sia un insieme di funzioni dinamiche e relazionali che rappresentano gli aspetti evolutivi del percorso maturativo della persona. “Prendersi cura di” e quindi maturare il desiderio generativo è uno degli stadi della crescita umana. Esso non presuppone la nascita di un figlio reale ma è uno spazio mentale e soprattutto relazionale dentro il quale convergono la mia storia affettiva, i miei legami di attaccamento, il mio mondo fantasmatico, il mio narcisismo, il senso che ha per me la mia esistenza, il mio sentirmi parte di una storia, la mia differenziazione sessuale, la mia capacità di vivere relazioni pluri-dinamiche, il mio rapporto con le regole e il sociale, la mia capacità di contenere e regolare i miei stati emotivi, la mia capacità di cambiare ed essere cambiato, il mio sentirmi unico e irripetibile, autonomo e indipendente e nello stesso tempo bisognoso “di essere pensato da qualcuno”.



Nessun commento