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| © Apsi, serata di presentazione del libro |
È proprio da questa parola che prende il nome “L’emprise – Histoire d’une manipulation“, il graphic novel che è stato al centro della presentazione tenutasi il 20 settembre al Tour de Babel. L’opera – testimonianza e ricostruzione – nasce dal desiderio di Camille Eyquem, una donna che ha scelto l’anonimato per raccontare, attraverso la voce e le immagini della disegnatrice Fiamma Luzzati, la sua discesa in una relazione manipolatoria. Non una finzione narrativa, ma la messa in scena di un’esperienza vissuta, documentata e condivisa, con l’intento di proteggere, denunciare, ma anche elaborare.
Una relazione sotto influenza
La vicenda narrata è apparentemente semplice: Agnès e Skipper si incontrano mentre sono entrambi impegnati in altre relazioni. Lui si mostra seducente, generoso, ammaliante. Lei si lascia coinvolgere da una storia che appare romantica, passionale, travolgente. Ma, come spesso accade in questi casi, l’idillio si incrina presto. Il primo commento svalutante sull’aspetto di Agnès, seguito da un attacco alle sue origini familiari, segna l’inizio di un progressivo smantellamento della sua volontà.
Ciò che segue è una “strana servitù volontaria”, per usare le parole della psicoanalista Clotilde Leguil, in cui la protagonista perde la capacità di distinguere il proprio desiderio da quello dell’altro. Ed è proprio qui che il fumetto si fa potente: non solo per la storia che racconta, ma per il modo in cui parola e disegno si intrecciano per rendere visibile l’invisibile. Il disagio sottile, il malessere silenzioso, la progressiva perdita di sé vengono resi con efficacia attraverso immagini, silenzi, inquadrature che parlano quanto – o più – del testo.
La parola come antidoto
Al cuore di questa opera c’è una riflessione sul potere della parola. Il racconto comincia, significativamente, con una donna che racconta la propria esperienza a un’altra donna, vestita da sposa. È una scena che evoca la trasmissione femminile, la sorellanza, ma anche l’urgenza di rompere il silenzio. Come nella terapia – e non a caso il fumetto riecheggia la forma della seduta psicoanalitica – la narrazione diventa strumento di guarigione.
La parola, ci ricordano le autrici, può curare, ma anche distruggere. Può essere usata per soggiogare, come fa Skipper quando toglie ad Agnès persino il diritto alle proprie parole, o può essere ritrovata come gesto di liberazione. È significativo che la svolta decisiva avvenga non in reazione alla violenza evidente, ma a una menzogna che smaschera il sistema di potere sotteso alla relazione. Agnès squarcia il velo che le copriva gli occhi: è il momento dell’epifania. E ciò avviene davanti a un testimone, un’amica – figura di terzo – che rende possibile il passaggio all’atto.
Un percorso di soggettivazione
Il finale sorprende: Agnès racconta la sua storia a una giovane donna, che si rivelerà essere l’ultima vittima di Skipper. Il ciclo si ripete, ma la narrazione può forse spezzarlo. Qui emerge un’altra riflessione: come uscire dalla ripetizione degli stessi schemi? Come riconoscere un manipolatore prima che sia troppo tardi?
Le riflessioni psicoanalitiche emerse durante la presentazione hanno arricchito la lettura dell’opera. Il personaggio di Skipper è stato analizzato alla luce della teoria del Sé di Heinz Kohut: un narcisista patologico che ha congelato il proprio sviluppo a uno stadio infantile, bisognoso di validazione costante e incapace di empatia. Per lui, gli altri – Agnès compresa – sono oggetti-Se’: funzioni che esistono solo in quanto rispondono ai suoi bisogni. Ma cosa accadrebbe a Skipper senza queste presenze? Un narcisista solo è un soggetto frammentato, privo di coesione, prigioniero di una grandiosità fittizia.
Agnès, al contrario, attraversa un cammino di maturazione: da oggetto usato, a soggetto parlante. La sua rabbia diviene è una forza propulsiva. È l’affermazione di un limite, il rifiuto del dominio, la scintilla che riattiva la volontà e la dignità.
Una storia paradigmatica
Il valore di L’emprise risiede anche nella sua universalità. Non sappiamo molto di Agnès, e questo è un punto di forza: la sua storia diventa paradigma, simbolo, archetipo. La sua voce può essere quella di molte altre donne – e uomini – intrappolati in relazioni manipolatorie, incapaci di riconoscerne i segnali.
Le domande emerse durante la presentazione sono rimaste volutamente aperte: quale futuro per Agnès? Quale per Skipper? E per il figlio che hanno avuto insieme? È possibile spezzare la catena? Può un narcisista guarire? La psicoanalisi ci dice che sì, ma solo attraverso un lungo e doloroso processo di consapevolezza.
Una parola (e un disegno) che liberano
Il merito di questo graphic novel è anche quello di aver scelto un mezzo espressivo capace di rendere accessibile una riflessione complessa. Il dialogo tra testo e immagine non è mai didascalico, ma costruisce un discorso metanarrativo che coinvolge il lettore in prima persona.
Come nel dramma greco, noi – spettatori e lettori – vediamo ciò che Agnès non riesce ancora a vedere. E in questo gesto di “essere terzo”, possiamo diventare l’amica che avremmo voluto essere. Per lei, ma anche per noi stessi.

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