La comunicazione tra medico e paziente

Giorni fa alla televisione francese ho seguito un interessante servizio dedicato alla sperimentazione, all'interno del corso di laurea in medicina dell'Università di Lione, di incontri in cui gli studenti del quarto anno simulavano colloqui con pazienti.
Al centro di una sala era posta una scrivania con tre sedie, e gli studenti, usando la ben nota tecnica del Role Playing, a turno si calavano nei panni del "dottore" che doveva spiegare una malattia grave al paziente ed ai suoi familiari.
A rotazione i giovani "dottori" si calavano nei panni del medico e successivamente del paziente-familiare, osservati dai loro colleghi e da due "senior", un medico di lunga esperienza ed un attore-formatore.
Le immagini mostravano giovani studenti in imbarazzo, spesso "bloccati" nel parlare con il paziente, di certo non all'altezza della situazione…
A questo punto interveniva dapprima l'attore-formatore per mostrare i punti critici della comunicazione e suggerire modalità di interazione più affettive e "calde".
Il medico di lunga esperienza, da parte sua, interveniva per rendere le spiegazioni cliniche, i sintomi e la diagnosi, coerenti e comprensibili da parte dei pazienti.
Ho trovato molto innovativa l'idea di mettere assieme un esperto attore ed un esperto medico, per fare riflettere i giovani studenti sulla difficoltà di una comunicazione efficace ed empatica, oltre che clinicamente corretta, verso i loro pazienti.
Ancora poco tempo fa, in una visita ad un parente in ospedale, mi sono reso conto della difficoltà di una comprensione corretta dei messaggi tra medico, paziente e familiari.
Anche medici che dedicavano tempo, per loro prezioso, al dialogo con il paziente ed i familiari, compivano errori comunicativi a volte ingenui, a volte fonte di ulteriore angoscia per chi  ascoltava, quando, in buona fede, desideravano rassicurare l'interlocutore…
Ovviamente anche i pazienti ed i familiari capiscono a "modo loro", ma il medico è in una posizione di "soggetto supposto sapere" che lo pone in maniera asimmetrica rispetto agli interlocutori, e tale posizione va sostenuta con consapevolezza ed efficacia.
Mi tornano alla mente le esperienze di "Primo colloquio simulato", che si svolgevano a Milano negli spazi dello CSERDE (Centro studi e ricerche sulla devianza ed emarginazione), ospitato alla Provincia di Milano e poi alla Società Umanitaria, cui ho partecipato per anni.
Cuore di tale esperienza rivolta agli psicologi era il Dr. Enzo Morpurgo, che con validi collaboratori dedicava tempo e passione per formare i giovani psicologi al colloquio clinico.
Morpurgo, psichiatra e psicoanalista, aveva aperto il primo Consultorio Popolare rivolto ai cittadini, in quel di Niguarda, per fornire alla classe operaia colloqui psicologici gratuiti e sviluppare nei soggetti la consapevolezza delle cause sociali della sofferenza psichica.
Morpurgo si è dedicato con tutte le sue forze a formare giovani operatori della salute, psicologi e medici, all'applicazione della psicoanalisi fuori dal contesto tradizionale, nel territorio.
Nel 1976 aveva fondato con altri colleghi l'Associazione "Psicoterapia critica", luogo di dibattito scientifico e politico per una psicoanalisi fruibile da tutti, al di là della condizione economica.
Sono un po' commosso nello scrivere queste parole, grazie Enzo per tutto quello che hai fatto per noi giovani "Psi", e… quanto ci servirebbe ancora uno sguardo "Politico" sulla psicoanalisi e della psicoanalisi sulla società attuale.






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