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La setta della fine del mondo

© Pexels

Lo psicologo americano Leon Festinger ha lavorato al Centro di Ricerca sulle Dinamiche di Gruppo di Kurt Lewin al MIT di Boston ed è noto per le sue ricerche sulla dissonanza cognitiva. Festinger voleva capire come reagiscono le persone quando una convinzione molto forte viene smentita dalla realtà.
Secondo la teoria della dissonanza cognitiva, quando una credenza importante viene contraddetta dai fatti si crea un forte disagio psicologico e le persone cercano possibili modi per ridurre questa tensione.
Il celebre racconto “La volpe e l’uva” tratto dalle Favole di Esopo è un bell’esempio di dissonanza cognitiva. 

Spinta dalla fame una volpe tentava di raggiungere un grappolo d'uva posto in alto sulla vite, saltando con tutte le sue forze. Non potendo raggiungerla, esclamò: "Non è ancora matura; non voglio coglierla è acerba!"

La dissonanza è tra il desiderio dell’uva e l’incapacità di saltare per prenderla. Per non ammettere lo scacco la volpe dice che l’uva è acerba quindi non vale la pena di saltare per prenderla… 

Uno degli studi più famosi sulla dissonanza cognitiva è stato condotto da Festinger insieme ai suoi collaboratori negli anni ’50. Lo studio è raccontato nel libro “When Prophecy Fails” ed è considerato uno dei casi più interessanti di osservazione nel campo della psicologia sociale. Dato che Festinger ha sempre evidenziato l'importanza dello studio di situazioni di vita reale ha messo in pratica tale tecnica quando ha infiltrato dei suoi collaboratori nella setta di un culto apocalittico per studiare gli effetti di quando una profezia fallisce.  

La setta in esame era “La setta della fine del mondo” gruppo guidato da Dorothy Martin, una donna statunitense che sosteneva di ricevere messaggi da esseri extraterrestri. Secondo queste rivelazioni la setta credeva intimamente che il mondo sarebbe stato distrutto da una grande inondazione e la data prevista dell’evento era il 21 dicembre 1954. Solo i membri del gruppo sarebbero stati salvati dagli alieni provenienti dal pianeta Clarion.
I ricercatori di Festinger si erano infiltrati nel gruppo fingendosi membri della setta ed osservare per mesi il comportamento dei partecipanti prima e dopo la data della presunta catastrofe.  

Molti membri della setta prima della data fatidica avevano lasciato il lavoro ed interrotto relazioni personali e familiari importanti. Molti avevano venduto i loro beni, l’auto e la casa per prepararsi alla salvezza promessa dagli alieni.
La notte del 21 dicembre 1954 i membri della setta aspettavano la grande inondazione ma erano certi di essere salvati dagli alieni.

La notte passò e non accadde nulla. 

La profezia risultò quindi completamente falsa e secondo la logica ci si sarebbe aspettato che i membri abbandonassero la loro credenza.
In realtà accadde il contrario, moltissimi membri rafforzarono la loro fede e iniziarono a diffondere il messaggio con ancora più convinzione.
Dorothy Martin, la leader del gruppo affermò che: “ Grazie alla fede del gruppo, Dio aveva deciso di salvare il mondo”.
Secondo Festinger questo comportamento è un esempio perfetto di dissonanza cognitiva.
Quando le persone hanno: 
    * investito moltissimo in una credenza

    * fatto sacrifici (economici e personali) importanti

    * costruito la propria identità su quella convinzione

diventa psicologicamente impossibile accettare che la credenza sia falsa e, per ridurre il disagio, possono reinterpretare la realtà invece di cambiare convinzione.
Questo studio dimostrò che le persone non sempre cambiano idea davanti alle prove contrarie.
Il fenomeno è stato utilizzato per spiegare molti comportamenti sociali, tra cui: la radicalizzazione ideologica e le credenze religiose o politiche estreme.
Lo studio rimane uno dei casi più celebri nella storia della Psicologia sociale.








Corso di formazione

 

© psichesrl.it

In un mondo sempre più connesso e multiculturale, la capacità di comprendere e valorizzare le differenze è diventata un requisito fondamentale. Il corso di formazione alla transculturalità a Palermo rappresenta un’opportunità unica per professionisti, studenti e operatori sociali che desiderano acquisire competenze pratiche e teoriche nell’ambito dell’inclusione e della comunicazione interculturale. Partecipare a un percorso di questo tipo significa sviluppare strumenti concreti per affrontare le sfide della diversità, trasformandole in occasioni di crescita personale e professionale. Questo corso organizzato con la collaborazione di Psiche Srl offre contenuti strutturati che spaziano dalla psicologia sociale alla mediazione culturale, passando per casi pratici e simulazioni. Grazie a docenti qualificati e a un approccio multidisciplinare, i partecipanti possono apprendere strategie efficaci per migliorare le relazioni in contesti educativi, aziendali e sanitari. La formazione non si limita alla teoria: grande attenzione viene data alla pratica e al confronto diretto. Il corso di formazione alla transculturalità a Palermo si distingue inoltre per l’impostazione esperienziale, pensata per stimolare riflessioni personali e favorire l’acquisizione di competenze spendibili subito nel mondo del lavoro. Se desideri investire nel tuo futuro e contribuire a costruire ambienti inclusivi, questa è la scelta ideale. Non lasciarti sfuggire l’occasione di acquisire conoscenze fondamentali per la tua carriera: scegli il corso di formazione alla transculturalità a Palermo, iniziando così il tuo percorso di crescita professionale

Corso per Operatore Transculturale a Palermo


© Centro Penc
Il corso annuale forma la figura dell’Operatore Transculturale in ambito etnoclinico, un professionista in grado di integrare nel proprio lavoro un approccio sensibile alle differenze culturali e ai contesti migratori.

Il corso è rivolto alle professioni sanitarie, in particolare a psicologi, psicoterapeuti, medici, psichiatri, infermieri, e si rivolge a coloro che desiderano approfondire le connessioni tra cultura, sofferenza psichica e pratiche di cura.

In un mondo in rapido mutamento, la cura e la salute mentale si trovano sempre più spesso a dover rispondere a situazioni complesse, attraversate da diversità culturali, esperienze migratorie, e da nuovi assetti familiari e sociali. La transculturalità diventa così una chiave fondamentale per leggere il disagio, comprendere il paziente nella sua interezza e costruire pratiche di cura realmente efficaci.

La formazione ha una struttura esperienziale, in cui il gruppo è lo strumento elettivo di apprendimento. Si lavora attraverso il gruppo, per promuovere una riflessione profonda e condivisa sulle proprie pratiche professionali.

L’approccio etnoclinico proposto permette di sviluppare competenze relazionali e cliniche centrate sull’ascolto delle differenze, sull’attenzione ai codici simbolici culturali e sulla costruzione di uno spazio terapeutico interculturale. Anche sul versante applicativo il gruppo viene considerato strumento elettivo, e la formazione sarà rivolta anche allo sviluppo di competenze relative alla conduzione di gruppi, variamente declinata secondo le specifiche professionalità degli allievi.

La sede del Corso, organizzato dal Centro Penc in collaborazione con Psiche Srl, sarà Palermo. Verranno date reali opportunità di partecipazione online a coloro che risiedono lontano dalla sede.

Il corso sarà svolto a Palermo in collaborazione con Psiche Srl di Milano 

 

https://www.centropenc.org/

Il "bene" vince sempre sul "male"...?

  

© Copertina libro Raffaello Cortina Editore
Cosa succede se si mette della brava gente in un posto “cattivo”? Riuscirà il bene a vincere sul male o, piuttosto, trionferà il male? Può una persona buona commettere atti malvagi? Qual è il limite attraverso il quale nelle persone si scatena il male? Sono le situazioni in cui veniamo posti che determinano il nostro comportamento?


Nell'anno 1971 lo psicologo Philip Zimbardo (di origini italiane), docente all'Università di Stanford ideò un'esperimento che intendeva riprodurre una situazione carceraria con dei volontari per studiare il loro comportamento. Nei sotterranei di un edificio fu ricostruito un carcere ove fare interagire 24 studenti universitari per svolgere i ruoli di detenuti e guardie. Tutti i ragazzi vennero intervistati e sottoposti ad una batteria di test di personalità al fine di eliminare quelli con problemi psicologici, malattie o precedenti criminali e/o di abuso di droghe. I volontari decisero di partecipare per un periodo di due settimane in cambio di 15 dollari al giorno. 12 diventarono guardie carcerarie, gli altri 12 i loro prigionieri. In questo esperimento non c’erano mezze misure; affinché lo studio potesse essere efficace, doveva avvicinarsi il più possibile all’esperienza reale dei prigionieri e delle guardie.
I “prigionieri” vennero arrestati e prelevati con una macchina della polizia a sirene spiegate, mentre svolgevano le loro attività quotidiane. Poi furono loro rilevate le impronte digitali, furono bendati e messi in una cella, spogliati e perquisiti. Venne loro data una divisa e un numero.
Gli altri partecipanti vennero trasformati in guardie e perciò vestiti in uniforme e dotati di manganello.
Ogni cella ospitava tre prigionieri e comprendeva tre lettini. Altre camere erano utilizzate per le guardie carcerarie. Uno spazio molto piccolo era designato come la camera di isolamento “il buco”, e un’altra piccola stanza serviva da cortile della prigione. Zimbardo e collaboratori osservavano il comportamento dei prigionieri e delle guardie con telecamere nascoste e microfoni. 
Dopo solo due giorni dall'inizio dell'esperimento accaddero i primi episodi di violenza tra i "detenuti" e le "guardie". Scontri sia verbali che fisici, intimidazioni ed umiliazioni. I detenuti spesso non obbedivano agli ordini ed alle consegne delle guardie che erano sempre più aggressive e sadiche nei confronti dei prigionieri. Al quinto giorno vi fu una rivolta da parte di alcuni prigionieri e la rappresaglia delle guardie fu rapida e brutale: vennero rimossi i letti dalle celle, i "rivoltosi" furono sbattuti in isolamento e tutti i “prigionieri” incominciarono ad essere picchiati. Al sesto giorno la situazione stava volgendo al dramma. Sconcertato, Zimbardo decise di interrompere immediatamente l'esperimento. 
Ma a quali effetti erano andati incontro le persone coinvolte?
I giovani che precedentemente all’esperimento si erano dichiarati pacifisti, nel loro ruolo di guardie, umiliarono e aggredirono fisicamente e verbalmente i “prigionieri”; alcuni di essi addirittura segnalarono piacere nel farlo.
I “detenuti", nel frattempo, cominciarono rapidamente a mostrare i classici segni del crollo emotivo, assomigliavano a prigionieri di guerra o pazienti di un ospedale psichiatrico. 
Lo stesso Zimbardo ammise di essersi immerso nel ruolo di “direttore della prigione”. Uno dei risultati più importanti dell'esperimento fu proprio la sua personale trasformazione in una figura istituzionale rigida; una figura più interessata alla sicurezza della sua prigione piuttosto che al benessere dei suoi partecipanti. Zimbardo stava perdendo il contatto con la realtà, la "prigione" era divenuta la sua realtà e lui si stava trasformando in Lucifero! Alla divulgazione dell'esperimento vi furono molte critiche, venne anche definito immorale. Al di là del giudizio sull'esperimento, però occorre porsi qualche interrogativo: in quale momento od in quale situazione una persona "normale" attraversa il confine tra il bene ed il male? Scrive Zimbardo: 
Possono avvenire trasformazioni del carattere umano in nuove  “situazioni sociali”, in cui le forze situazionali sociali sono sufficientemente potenti da riuscire a sopraffare, o a sopprimere temporaneamente, attributi personali di moralità, di compassione, o senso di giustizia.
Studi successivi (Penitenziario USA di Rikers, 1995) hanno cercato di comprendere come le guardie possano non percepire sensi di colpa derivanti dalle violenze inflitte ai detenuti. Alcune guardie non si rendevano davvero conto della tragica trasformazione in aguzzini, sul posto di lavoro. In quel carcere i livelli di violenza contro i detenuti erano così alti che molte guardie furono ufficialmente accusate di aver inflitto gravi aggressioni ai prigionieri e condannate a pesanti pene.
Molti ricorderanno le drammatiche immagini della prigione di Abu Ghraib, soldati e soldatesse che umiliavano e torturavano i prigionieri, con tanto di foto e selfie mettendosi in posa e sorridendo...
lo stesso Zimbardo suggeriva che gli abusi di Abu Ghraib potrebbero essere stati esempi reali degli stessi risultati osservati nel suo esperimento. Non a caso nel 2004 in qualità di perito partecipò al processo contro i militari americani colpevoli delle vessazioni sui prigionieri nel famigerato carcere iracheno.
Scrive Zimbardo nel suo libro:
Il male è l’esercizio del potere di nuocere intenzionalmente (psicologicamente), di procurare dolore (fisicamente), o distruggere (mortalmente o spiritualmente) altri. Solo poche persone sono in grado di resistere alla tentazione di cedere al potere e al dominio"

 

Philip G. Zimbardo, L'effetto Lucifero. Cattivi si diventa?, Raffaello Cortina, Milano 2008