Francia vs Italia

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Ho provato (scherzosamente) a mettere a confronto alcune abitudini, consuetudini ed approcci del vivere quotidiano che caratterizzano i francesi e gli italiani.
Naturalmente occorre iniziare dal caffè. Per noi italiani il caffè è parte della vita quotidiana, lo prendiamo spesso (a volte davvero troppo) velocemente ed in una gamma infinita di varianti: lungo, macchiato caldo o freddo, in tazza grande, in alcune zone d’Italia nel bicchiere e spesso accompagnato da un dolcetto o da un bicchiere d’acqua, corretto con grappa o sambuca… Chi è in Francia da tempo sa che il loro caffè era terribile, “eau de chaussettes” com’era chiamato! Onestamente è assai migliorato e viene sorseggiato con molta calma seduti nei bar. Capitolo Spritz e Limoncello: ora sono dappertutto nei locali francesi come aperitivo e digestivo. Che dire del Panettone: anni fa era sconosciuto e ricordo la piacevole sorpresa dei miei vicini di casa francesi cui lo regalavo a Natale. Ora è dappertutto e si vende anche in agosto! Ancora una volta noi italiani li abbiamo “invasi” con prodotti sconosciuti sino a pochi anni fa. Vediamo cosa arriverà a breve…
Ora tocchiamo un punto delicato, il cibo: la cucina italiana è la migliore del mondo secondo TasteAtlas e non solo. I francesi non ci stanno e rifiutano tale graduatoria, ritengono la loro cucina di altissimo livello, stellata e non popolare come l’italiana. La discussione è infinita e non giungerà mai ad un risultato certo, ovviamente. Per non parlare della pizza: chi osa toccare la maestria artigianale dei pizzaioli napoletani rischia di essere maltrattato ed onestamente una delle pizze più gettonate dai francesi (la cannibale) è un mattone che si digerisce in tre giorni! Quindi viva la pizza napoletana e viva la nostra, anzi le nostre cucine regionali, tutte di altissimo livello spesso preparate con ingredienti semplici della terra senza le centinaia di salsine che amano così tanto i francesi. Poi attenzione agli orari: alle 21 in molti locali in Francia la cucina sta chiudendo e non si può cenare, quindi…
N.B. Quando a Nizza vedo bere il cappuccino con la pizza o la pasta… beh, mi viene da sorridere e penso: non sanno quello che si perdono con un buon bicchiere di vino.
Uso spesso i mezzi pubblici a Nizza e trovo molto corretto e cortese salutare il conducente del bus mentre si sale, molte persone addirittura salutano quando scendono e se penso alla mia Milano… figuriamoci. Tutti stressati e di corsa, altro che salutare!
Ça va ? Oui ça va, merci et vous ? È la classica formula di saluto, anche se uno è moribondo e gli manca una gamba il ça va è d’obbligo. Amici francesi mi confermano che loro sono maggiormente formali e considerano noi italiani più spontanei e diretti ma gesticoliamo troppo mentre parliamo. Direi tutto vero. 
Per la cronaca il bonjour (buongiorno) può essere usato anche di sera, fa testo vedere la persona per la prima volta quel giorno! Complicazione gallica. 
Non ho ancora capito bene la storia della “bise”, il bacio. Quando si è in confidenza con una o un francese la “bise” è d’obbligo, tre baci poi. Per noi il bacio è riservato a familiari o amici, non è d’obbligo ed una stretta di mano spesso può bastare. Ma devo migliorare.
Capitolo lavoro. Secondo una leggenda metropolitana i francesi al colloquio di lavoro chiedono subito gli orari, il tempo della pausa pranzo ed i giorni di ferie. In realtà la pausa pranzo è davvero “sacra” e i diritti dei lavoratori sono molto rispettati come gli orari di lavoro. Si dice che i francesi difendano il loro tempo libero come un “diritto costituzionale”. Direi che noi italiani qui abbiamo molto da imparare. Per non parlare della differenza degli stipendi, del minimo di legge (il famoso Smic) che noi ci sogniamo tenuto conto poi che un contratto di lavoro a tempo indeterminato in Francia è abbastanza facile da ottenere anche per un giovane, addirittura al primo impiego.
I francesi amano proprio i grandi spazi commerciali, ne hanno tantissimi che diventano veri e propri parchi divertimenti per tutta la famiglia. Io ho idiosincrasia per queste realtà quindi non faccio testo. Preferisco i negozietti di quartiere, come nel mio ritiro toscano, ove ci si conosce e si parla e straparla di tutto e tutti.
Capitolo circolazione in auto e varie: mediamente il traffico è più corretto e vengono rispettate le velocità. Ci credo, direte voi, con tutti gli autovelox che ci sono, ma quando venivo in Francia in moto con amici avevo la netta percezione di maggiore attenzione per le due ruote, spesso anche i camion ci davano la precedenza! 
Appena si passa la frontiera di Ventimiglia il traffico si trasforma, anche le Panda diventano auto di Formula Uno e tutti corrono e fanno i fari per superare. Del resto siamo pur sempre (forse eravamo) la patria dei motori con Ferrari, Maserati, Lamborghini, Alfa Romeo, Lancia e Fiat.
Capitolo stile e moda: se è vero che i giovani sono vestiti tutti allo stesso modo, omologati e “fatti in serie” con il telefonino in mano, gli italiani, sia turisti che residenti, sono più eleganti anche in modalità sportiva e casual.
Naturalmente sia i francesi che gli italiani pensano di essere i più “stilosi”, ovviamente. Però l’orrore di certe scarpe che ho visto ai piedi di francesi è difficile da superare e onestamente in Italia non ne ho viste di altrettanto inguardabili!
Avrete notato che a Ventimiglia tutti i negozianti capiscono e parlano francese, non direi la stessa cosa tra Nizza e zone limitrofe. Molto spesso se non si pronunciano le parole con il giusto accento i francesi non capiscono (o fanno finta di non capire). In Italia con un sorriso noi cerchiamo di capire e rispondere al di là dell’accento e della pronuncia. Vero è che l’italiano è lingua fonetica (si legge come si scrive) mentre in francese molte lettere non si pronunciano e ci sono dei suoni nasali che noi non abbiamo.
Però forse aveva ragione Cocteau quando scriveva che: “I francesi sono degli italiani di cattivo umore…” 




Giovani laureati che lasciano il nostro paese per lavorare all'estero


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Quando studiavo all'Università di Padova non esisteva ancora il programma Erasmus (è nato nel 1987), opportunità che noi studenti di allora avremmo utilizzato con gran piacere. Si doveva viaggiare a proprie spese per conoscere altri paesi, soprattutto europei e nella maggior parte dei casi per imparare una lingua straniera in loco. Studiare e vivere per un anno in un paese straniero in Erasmus è certo una grande opportunità ed esperienza positiva per i giovani.

Però da almeno quindici anni l'Erasmus è il primo passo per tanti giovani per poi lasciare l'Italia in maniera definitiva e trovare lavoro in paesi quali Spagna, Francia, Inghilterra, Germania e Portogallo. Le città europee più popolari sono: Barcellona, Madrid, Amsterdam, Lisbona, Parigi, Berlino e Atene. Di fatto l'Erasmus può (ed è) un trampolino per poi trasferirsi all'estero nel momento in cui si è trovato un lavoro.

Condivido a tale riguardo l'articolo apparso su MilanoEvents.it che si riferisce agli studenti lombardi. Consideriamo poi che molti ragazzi del centro-sud Italia si trasferiscono presso Università della Lombardia per concludere gli studi con il biennio di specialistica.

Sempre più giovani laureati lasciano la Lombardia: è fuga di talenti
Negli ultimi anni sempre più giovani formati in Lombardia scelgono di costruire il proprio futuro all’estero. Il fenomeno dei cosiddetti “cervelli in fuga” continua infatti a crescere e i numeri mostrano un divario sempre più ampio tra chi parte e chi invece decide di tornare. Secondo i dati più recenti, nel 2024 oltre 11 mila laureati lombardi si sono trasferiti all’estero, mentre i rientri si sono fermati a circa 2.840 persone. Il saldo è quindi fortemente negativo, con più di 8 mila laureati in meno in un solo anno. Un flusso che evidenzia come molti giovani altamente qualificati preferiscano cercare opportunità professionali fuori dall’Italia.
Un fenomeno in crescita negli ultimi dieci anni
La tendenza non è nuova, ma negli ultimi anni è diventata più evidente.
Nel 2015 i laureati lombardi emigrati all’estero erano circa 5.600. Nel 2020 il numero era salito a circa 6.500. Nel 2024 ha superato quota 11 mila, più del doppio rispetto a dieci anni fa.
I rientri invece non seguono lo stesso andamento. Se nel 2015 erano circa 1.900, nel 2020 avevano superato di poco 3.200, ma negli ultimi dati disponibili sono tornati a scendere a 2.840. Questo significa che molti di coloro che partono finiscono per costruire la propria carriera stabilmente all’estero.
Giovani e sempre più qualificati
Chi lascia il Paese è spesso giovane e con un alto livello di istruzione. Oggi il 71% degli italiani che emigrano possiede un titolo di studio medio-alto e il 37% è laureato, una quota in aumento rispetto al passato.
Anche l’età racconta molto del fenomeno:
il 58% degli espatriati ha tra 18 e 39 anni
la fascia 25-39 anni rappresenta circa il 67% dei laureati che partono
gli under 25 sono circa il 10%, più del doppio rispetto a dieci anni fa.
Milano resta attrattiva, ma cambia qualcosa
Nonostante questo fenomeno, Milano continua a essere uno dei principali poli di attrazione per lavoro e studio in Italia. Tuttavia negli ultimi anni si registrano alcuni cambiamenti anche nei flussi interni.
Il saldo migratorio interno della città metropolitana è diventato leggermente negativo: significa che alcune persone scelgono di trasferirsi in altre province. Tra le destinazioni più frequenti ci sono Pavia, Monza, la Brianza e Cremona, territori dove il costo della vita è più basso ma che restano vicini al mercato del lavoro milanese.
Perché tanti giovani scelgono l’estero
Tra le principali ragioni che spingono i giovani laureati a lasciare l’Italia ci sono stipendi più alti e maggiori opportunità di carriera.
Secondo le analisi citate nello studio, chi lavora all’estero può guadagnare in media il 54% in più rispetto a chi resta in Italia, con differenze che dopo alcuni anni possono superare anche il 60%.
Un problema strutturale
Il fenomeno è legato anche a un tema demografico più ampio. L’Italia, Lombardia compresa, sta attraversando un processo di progressivo invecchiamento della popolazione e di riduzione dei giovani in età lavorativa.
In teoria questo dovrebbe rendere ancora più prezioso il capitale umano qualificato. In pratica, però, molti dei giovani formati nelle università italiane "scelgono" di mettere le proprie competenze a disposizione di altri Paesi.
Il risultato è un paradosso: territori come la Lombardia formano ogni anno migliaia di laureati, ma una parte crescente di questi si vede costretta a costruire altrove il proprio percorso professionale.


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La setta della fine del mondo

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Lo psicologo americano Leon Festinger ha lavorato al Centro di Ricerca sulle Dinamiche di Gruppo di Kurt Lewin al MIT di Boston ed è noto per le sue ricerche sulla dissonanza cognitiva. Festinger voleva capire come reagiscono le persone quando una convinzione molto forte viene smentita dalla realtà.
Secondo la teoria della dissonanza cognitiva, quando una credenza importante viene contraddetta dai fatti si crea un forte disagio psicologico e le persone cercano possibili modi per ridurre questa tensione.
Il celebre racconto “La volpe e l’uva” tratto dalle Favole di Esopo è un bell’esempio di dissonanza cognitiva. 

Spinta dalla fame una volpe tentava di raggiungere un grappolo d'uva posto in alto sulla vite, saltando con tutte le sue forze. Non potendo raggiungerla, esclamò: "Non è ancora matura; non voglio coglierla è acerba!"

La dissonanza è tra il desiderio dell’uva e l’incapacità di saltare per prenderla. Per non ammettere lo scacco la volpe dice che l’uva è acerba quindi non vale la pena di saltare per prenderla… 

Uno degli studi più famosi sulla dissonanza cognitiva è stato condotto da Festinger insieme ai suoi collaboratori negli anni ’50. Lo studio è raccontato nel libro “When Prophecy Fails” ed è considerato uno dei casi più interessanti di osservazione nel campo della psicologia sociale. Dato che Festinger ha sempre evidenziato l'importanza dello studio di situazioni di vita reale ha messo in pratica tale tecnica quando ha infiltrato dei suoi collaboratori nella setta di un culto apocalittico per studiare gli effetti di quando una profezia fallisce.  

La setta in esame era “La setta della fine del mondo” gruppo guidato da Dorothy Martin, una donna statunitense che sosteneva di ricevere messaggi da esseri extraterrestri. Secondo queste rivelazioni la setta credeva intimamente che il mondo sarebbe stato distrutto da una grande inondazione e la data prevista dell’evento era il 21 dicembre 1954. Solo i membri del gruppo sarebbero stati salvati dagli alieni provenienti dal pianeta Clarion.
I ricercatori di Festinger si erano infiltrati nel gruppo fingendosi membri della setta ed osservare per mesi il comportamento dei partecipanti prima e dopo la data della presunta catastrofe.  

Molti membri della setta prima della data fatidica avevano lasciato il lavoro ed interrotto relazioni personali e familiari importanti. Molti avevano venduto i loro beni, l’auto e la casa per prepararsi alla salvezza promessa dagli alieni.
La notte del 21 dicembre 1954 i membri della setta aspettavano la grande inondazione ma erano certi di essere salvati dagli alieni.

La notte passò e non accadde nulla. 

La profezia risultò quindi completamente falsa e secondo la logica ci si sarebbe aspettato che i membri abbandonassero la loro credenza.
In realtà accadde il contrario, moltissimi membri rafforzarono la loro fede e iniziarono a diffondere il messaggio con ancora più convinzione.
Dorothy Martin, la leader del gruppo affermò che: “ Grazie alla fede del gruppo, Dio aveva deciso di salvare il mondo”.
Secondo Festinger questo comportamento è un esempio perfetto di dissonanza cognitiva.
Quando le persone hanno: 
    * investito moltissimo in una credenza

    * fatto sacrifici (economici e personali) importanti

    * costruito la propria identità su quella convinzione

diventa psicologicamente impossibile accettare che la credenza sia falsa e, per ridurre il disagio, possono reinterpretare la realtà invece di cambiare convinzione.
Questo studio dimostrò che le persone non sempre cambiano idea davanti alle prove contrarie.
Il fenomeno è stato utilizzato per spiegare molti comportamenti sociali, tra cui: la radicalizzazione ideologica e le credenze religiose o politiche estreme.
Lo studio rimane uno dei casi più celebri nella storia della Psicologia sociale.