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2026, pianeta terra. Emergere dalla lunga notte

© Casa della Psicologia-OPL

Come in un racconto distopico, l’inizio dell’anno è stato segnato da una successione di eventi drammatici per i quali non disponiamo ancora di un lessico adeguato. Diversi paesi del mondo sono stati coinvolti: Venezuela, Iran, Cuba. Espressioni come “Board of Peace”, “Riviera di Gaza”, “ICE” richiamano a inversioni di senso che abbiamo imparato a conoscere dalla letteratura post-bellica, da chi l’orrore lo aveva visto con i propri occhi e cercava un modo di raccontarlo perché non si ripetesse. “La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza” scriveva nel 1948 George Orwell nel suo celeberrimo romanzo “1984”. Camminiamo spaesati tra le macerie, ancora fumanti, del diritto internazionale.

Per lungo tempo questa violenza è stata ai margini dell’ordine occidentale, abbiamo pensato che l’orrore fosse stato sconfitto, le parole “mai più” sembravano aver assunto un senso onnicomprensivo, illudendoci anche che fossero realtà condivisa. Oggi, tuttavia, quella stessa violenza ritorna al centro e attraversa anche le società che avevano preteso di restarne immuni. L’ombra coloniale non si manifesta più soltanto nei territori storicamente assoggettati, ma riemerge dentro le stesse democrazie, prima in forme meno evidenti, oggi in maniera sempre più eclatante.

In questo contesto ci troviamo a curare, ad ascoltare, a cercare parole capaci di restituire senso a una realtà che appare improvvisamente disordinata, violenta e contraddittoria, ma che forse non aveva mai smesso di esserlo. Come prendersi cura del malessere dei singoli, dei gruppi e delle istituzioni dentro un simile scenario storico? La disciplina psicologica si può davvero considerare al riparo dal rischio di diventare, consapevolmente o meno, uno strumento di adattamento, controllo e sorveglianza?

La serata propone una riflessione sul presente attraverso uno sguardo multidisciplinare, l’unico che possa garantire di non cadere in spiegazioni semplificanti e rispetti la complessità del momento storico che stiamo vivendo come collettività.

Relatrici e relatori:
Roberto BERTOLINO,
psicologo psicoterapeuta, Centro Frantz Fanon di Torino
Annalisa CAMILLI,
giornalista di Internazionale - in collegamento da remoto
Rahel SEREKE,
urbanista e politologa, fondatrice dell’associazione “Cambiare Passo”


Moderano:
Valentina STIRONE,
Psicologa psicoterapeuta, Componente Comitato scientifico Casa della Psicologia 
Gabriele TAPELLA,
Psicologo psicoterapeuta, Componente Comitato scientifico Casa della Psicologia
Danilo CORONA,
Psicologo psicoterapeuta, Consigliere OPL, Resp. Comitato scientifico Casa della Psicologia

© Casa della Psicologia-OPL

Eventi alla Casa della Psicologia di Milano

© Casa della Psicologia - OPL
Viviamo un tempo attraversato da ansia, precarietà, solitudine, sfiducia nel futuro, ineguaglianze e fratture sociali profonde. A livello internazionale assistiamo impotenti al superamento delle frontiere dell’umano e del diritto, che hanno tolto valore ad Istituzioni nate dopo la seconda guerra mondiale proprio per tutelare la pace e il rispetto tra i popoli. In questo scenario, la Psicologia è chiamata a riscoprire il suo ruolo civile, sociale e politico: prendersi cura dell’umano e di ciò che nell’essere umano rischia di spegnersi.
Il titolo proposto gioca sul doppio significato tra il tornare alla Costituzione e il bisogno di ri-costituire una psiche: un apparato capace di pensare i pensieri, oggi più che mai necessario in un tempo in cui il pensiero sembra impoverirsi.  Parlare di Costituzione della Psiche significa interrogarsi non solo sui diritti in quanto tali, ma sulle condizioni psichiche che li rendono effettivamente praticabili: la capacità di pensare, di entrare in relazione e di dare parola all’esperienza.
Letta nella sua dimensione etica ed esistenziale, la Costituzione italiana è una “mappa dell’umano”. Parla di equità, dignità, cura, legami, libertà di pensiero ed espressione, educazione, lavoro, ambiente, tutela della fragilità.  Parla dei bisogni psicologici fondamentali delle persone e delle comunità. Per questo resta profondamente attuale ed è una bussola emotiva e civile per orientarsi nell’incertezza del presente.
Gli incontri proposti seguono una linea che sintetizziamo con un verso di L.CohenC’è una crepa in ogni cosa e da lì entra la luce.”  Esploriamo un punto di rottura, dove la vita psichica si spezza o si impoverisce, e un possibile punto di riparazione, dove filtra la luce, con idee ed esperienze che ricostruiscono un senso di comunità, appartenenza e solidarietà.
La nostra Costituzione ha svolto proprio questa funzione: rispondere alla disgregazione del dopoguerra attraverso una dialettica democratica, capace di generare diritti, tutele e riconoscimenti che oggi, ancora una volta, siamo chiamati a difendere.

 

 

Giulia e Andrea

 

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Settimane fa a Milano nel corso di un seminario clinico una collega ci ha presentato il caso di Giulia ed Andrea, due ragazzi trentenni sposati da alcuni anni. 

Provengono entrambi da famiglie benestanti, i genitori di Giulia sono avvocati assai conosciuti ed i genitori di Andrea hanno una farmacia in centro a Milano.
In quella che scherzosamente dicono essere la loro “sola ribellione” hanno deciso di non seguire le orme genitoriali dato che lavorano entrambi nella scuola pubblica: Giulia insegna filosofia e Andrea matematica in due licei della città.
Sono entrambi molto sportivi, avrebbero potuto ben figurare anche a livello regionale nel nuoto, loro grande passione e che era stata l’occasione della loro conoscenza nella stessa società sportiva milanese. In breve tempo si erano fidanzati e dopo due anni sposati con il sostegno e la gioia di entrambe le famiglie.
Hanno una bella casa ricevuta in dono dalle rispettive famiglie, consapevoli che con il loro lavoro non avrebbero mai potuto acquistarla nemmeno dopo tanti anni…

Giulia e Andrea sono impegnati nel sociale, entrambi volontari alla Croce Rossa e frequentano assiduamente la vicina Parrocchia cui dedicano delle ore per il doposcuola di bambini e ragazzi.
Giulia è particolarmente dedita al sostegno di bambini e ragazzi, dato che ha una grande sensibilità e pazienza anche con gli “allievi” più difficili.
E qui si apre un capitolo particolarmente delicato della storia di Giulia e naturalmente  di Andrea.

La giovane desidera da tempo avere un figlio, totalmente sostenuta in questo suo desiderio da Andrea ma… ma nulla accade. L’ansia comincia a salire, i due giovani ne parlano con le rispettive famiglie per cercare sostegno e consiglio. Uno zio di Andrea che è primario medico in un ospedale milanese viene consultato e guida i due giovani verso colleghi ginecologi ed andrologi.
Giulia ed Andrea iniziano un percorso di consultazioni, visite ed esami per cercare di dare risposta alla mancata gravidanza della giovane.

Seguono mesi di pellegrinaggio da vari medici sia a Milano che in altre città presso Centri di alta specializzazione. Esami e visite non danno alcuna risposta, tutto è nella norma e non si capisce perché Giulia non resti incinta. Inizia una seconda fase di consultazioni presso Centri in Spagna e Inghilterra. Viaggi, visite, esami e consultazioni si susseguono e la vita dei due giovani è a dir poco stravolta da tutto ciò. In ultima analisi si affidano ad un Centro inglese molto conosciuto e rinomato nell’ambito clinico, la cui spesa (elevata) è sostenuta dalle rispettive famiglie.
Passa quasi un anno di tentativi, speranze e poi grandi delusioni che portano Giulia a lambire una depressione ed avere una crisi con Andrea dato che i fallimenti sono continui. A questo punto Andrea interviene decisamente e ferma tutto: non è possibile andare avanti così, consapevole che la vita di Giulia e della coppia è messa in grave rischio. 
Passano alcuni mesi senza l’incubo di visite e controlli, i due giovani ritrovano un minimo di serenità e decidono di abbandonare il progetto di avere un figlio in modo naturale.

Giulia ed Andrea avevano già messo in conto l’iter di un’adozione, preso atto del fallimento dei tentativi sin li svolti, ed iniziano le pratiche, disponibili anche all’adozione internazionale di un bimbo magari malato. Seguono altri incontri e colloqui che sappiamo essere non facili soprattutto per Giulia, che porta dentro di se il “fallimento” del suo desiderio di maternità. 
Non passa molto tempo che i due giovani vengono chiamati perché un bimbo italiano neonato e in stato di abbandono può essere a loro assegnato. Potete immaginare la gioia di Giulia, che non sta più nella pelle dalla felicità. 
Il piccolo arriva nella casa di Giulia ed Andrea, che sono totalmente dedicati alla creatura in un turbine di forti emozioni per entrambi con una gioia infinita dei due giovani e, manco a dirlo, delle famiglie. Su “decisa spinta” di Andrea, Giulia inizia un percorso psicologico (con la collega) per dare conto alle forti emozioni che vive, nell’alternarsi dapprima di sentimenti depressivi e ora di felicità per il bimbo.

Ebbene quando Donato, il bimbo adottivo ha quasi un anno, accade un fatto assai interessante.
Giulia rimane incinta, è sorpresa e fa tutti i test possibili che confermano la gravidanza senza ombra di dubbio. Giulia, appena ripresa dallo choc e in un misto di gioia e paura per tale evento fa di tutto per proteggere la gravidanza che, nello stupore di molti medici, prosegue serenamente sino alla nascita di Elena. 


La collega ci pone e si pone l’interrogativo di fondo: ma come, una coppia che aveva fatto ogni tipo di test, varie tecniche di PMA e dichiarata senza ombra di dubbio impossibilitata ad avere figli…?

E qui si aprono tanti interrogativi: è possibile che un percorso psicologico abbia in qualche modo “liberato” qualcosa nelle emozioni di Giulia tanto da permetterle di restare incinta?
Numerosi studi hanno evidenziato che le nostre emozioni, i nostri desideri ed i nostri pensieri agiscono sul corpo, sui muscoli, ed anche sui sistemi ormonali ed immunitari.
Dopo l’arrivo del bimbo adottivo Giulia si é forse sentita “autorizzata” ad avere un figlio in modo naturale, sapendo che nell’intimo della ragazza avere due figli rappresenta un equilibrio che sente giusto…? 
Ma allora il desiderio di un secondo figlio è così potente per Giulia da permetterle quel "...Misterioso salto dalla mente al corpo" di cui parla Felix Deutsch…?


Il testo è redatto nel rispetto del Codice della Privacy-GDPR-regolamento UE 2016/67 




Francia vs Italia

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Ho provato (scherzosamente) a mettere a confronto alcune abitudini, consuetudini ed approcci del vivere quotidiano che caratterizzano i francesi e gli italiani.
Naturalmente occorre iniziare dal caffè. Per noi italiani il caffè è parte della vita quotidiana, lo prendiamo spesso (a volte davvero troppo) velocemente ed in una gamma infinita di varianti: lungo, macchiato caldo o freddo, in tazza grande, in alcune zone d’Italia nel bicchiere e spesso accompagnato da un dolcetto o da un bicchiere d’acqua, corretto con grappa o sambuca… Chi è in Francia da tempo sa che il loro caffè era terribile, “eau de chaussettes” com’era chiamato! Onestamente è assai migliorato e viene sorseggiato con molta calma seduti nei bar. Capitolo Spritz e Limoncello: ora sono dappertutto nei locali francesi come aperitivo e digestivo. Che dire del Panettone: anni fa era sconosciuto e ricordo la piacevole sorpresa dei miei vicini di casa francesi cui lo regalavo a Natale. Ora è dappertutto e si vende anche in agosto! Ancora una volta noi italiani li abbiamo “invasi” con prodotti sconosciuti sino a pochi anni fa. Vediamo cosa arriverà a breve…
Ora tocchiamo un punto delicato, il cibo: la cucina italiana è la migliore del mondo secondo TasteAtlas e non solo. I francesi non ci stanno e rifiutano tale graduatoria, ritengono la loro cucina di altissimo livello, stellata e non popolare come l’italiana. La discussione è infinita e non giungerà mai ad un risultato certo, ovviamente. Per non parlare della pizza: chi osa toccare la maestria artigianale dei pizzaioli napoletani rischia di essere maltrattato ed onestamente una delle pizze più gettonate dai francesi (la cannibale) è un mattone che si digerisce in tre giorni! Quindi viva la pizza napoletana e viva la nostra, anzi le nostre cucine regionali, tutte di altissimo livello spesso preparate con ingredienti semplici della terra senza le centinaia di salsine che amano così tanto i francesi. Poi attenzione agli orari: alle 21 in molti locali in Francia la cucina sta chiudendo e non si può cenare, quindi…
N.B. Quando a Nizza vedo bere il cappuccino con la pizza o la pasta… beh, mi viene da sorridere e penso: non sanno quello che si perdono con un buon bicchiere di vino.
Uso spesso i mezzi pubblici a Nizza e trovo molto corretto e cortese salutare il conducente del bus mentre si sale, molte persone addirittura salutano quando scendono e se penso alla mia Milano… figuriamoci. Tutti stressati e di corsa, altro che salutare!
Ça va ? Oui ça va, merci et vous ? È la classica formula di saluto, anche se uno è moribondo e gli manca una gamba il ça va è d’obbligo. Amici francesi mi confermano che loro sono maggiormente formali e considerano noi italiani più spontanei e diretti ma gesticoliamo troppo mentre parliamo. Direi tutto vero. 
Per la cronaca il bonjour (buongiorno) può essere usato anche di sera, fa testo vedere la persona per la prima volta quel giorno! Complicazione gallica. 
Non ho ancora capito bene la storia della “bise”, il bacio. Quando si è in confidenza con una o un francese la “bise” è d’obbligo, tre baci poi. Per noi il bacio è riservato a familiari o amici, non è d’obbligo ed una stretta di mano spesso può bastare. Ma devo migliorare.
Capitolo lavoro. Secondo una leggenda metropolitana i francesi al colloquio di lavoro chiedono subito gli orari, il tempo della pausa pranzo ed i giorni di ferie. In realtà la pausa pranzo è davvero “sacra” e i diritti dei lavoratori sono molto rispettati come gli orari di lavoro. Si dice che i francesi difendano il loro tempo libero come un “diritto costituzionale”. Direi che noi italiani qui abbiamo molto da imparare. Per non parlare della differenza degli stipendi, del minimo di legge (il famoso Smic) che noi ci sogniamo tenuto conto poi che un contratto di lavoro a tempo indeterminato in Francia è abbastanza facile da ottenere anche per un giovane, addirittura al primo impiego.
I francesi amano proprio i grandi spazi commerciali, ne hanno tantissimi che diventano veri e propri parchi divertimenti per tutta la famiglia. Io ho idiosincrasia per queste realtà quindi non faccio testo. Preferisco i negozietti di quartiere, come nel mio ritiro toscano, ove ci si conosce e si parla e straparla di tutto e tutti.
Capitolo circolazione in auto e varie: mediamente il traffico è più corretto e vengono rispettate le velocità. Ci credo, direte voi, con tutti gli autovelox che ci sono, ma quando venivo in Francia in moto con amici avevo la netta percezione di maggiore attenzione per le due ruote, spesso anche i camion ci davano la precedenza! 
Appena si passa la frontiera di Ventimiglia il traffico si trasforma, anche le Panda diventano auto di Formula Uno e tutti corrono e fanno i fari per superare. Del resto siamo pur sempre (forse eravamo) la patria dei motori con Ferrari, Maserati, Lamborghini, Alfa Romeo, Lancia e Fiat.
Capitolo stile e moda: se è vero che i giovani sono vestiti tutti allo stesso modo, omologati e “fatti in serie” con il telefonino in mano, gli italiani, sia turisti che residenti, sono più eleganti anche in modalità sportiva e casual.
Naturalmente sia i francesi che gli italiani pensano di essere i più “stilosi”, ovviamente. Però l’orrore di certe scarpe che ho visto ai piedi di francesi è difficile da superare e onestamente in Italia non ne ho viste di altrettanto inguardabili!
Avrete notato che a Ventimiglia tutti i negozianti capiscono e parlano francese, non direi la stessa cosa tra Nizza e zone limitrofe. Molto spesso se non si pronunciano le parole con il giusto accento i francesi non capiscono (o fanno finta di non capire). In Italia con un sorriso noi cerchiamo di capire e rispondere al di là dell’accento e della pronuncia. Vero è che l’italiano è lingua fonetica (si legge come si scrive) mentre in francese molte lettere non si pronunciano e ci sono dei suoni nasali che noi non abbiamo.
Però forse aveva ragione Cocteau quando scriveva che: “I francesi sono degli italiani di cattivo umore…” 




Giovani laureati che lasciano il nostro paese per lavorare all'estero


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Quando studiavo all'Università di Padova non esisteva ancora il programma Erasmus (è nato nel 1987), opportunità che noi studenti di allora avremmo utilizzato con gran piacere. Si doveva viaggiare a proprie spese per conoscere altri paesi, soprattutto europei e nella maggior parte dei casi per imparare una lingua straniera in loco. Studiare e vivere per un anno in un paese straniero in Erasmus è certo una grande opportunità ed esperienza positiva per i giovani.

Però da almeno quindici anni l'Erasmus è il primo passo per tanti giovani per poi lasciare l'Italia in maniera definitiva e trovare lavoro in paesi quali Spagna, Francia, Inghilterra, Germania e Portogallo. Le città europee più popolari sono: Barcellona, Madrid, Amsterdam, Lisbona, Parigi, Berlino e Atene. Di fatto l'Erasmus può (ed è) un trampolino per poi trasferirsi all'estero nel momento in cui si è trovato un lavoro.

Condivido a tale riguardo l'articolo apparso su MilanoEvents.it che si riferisce agli studenti lombardi. Consideriamo poi che molti ragazzi del centro-sud Italia si trasferiscono presso Università della Lombardia per concludere gli studi con il biennio di specialistica.

Sempre più giovani laureati lasciano la Lombardia: è fuga di talenti
Negli ultimi anni sempre più giovani formati in Lombardia scelgono di costruire il proprio futuro all’estero. Il fenomeno dei cosiddetti “cervelli in fuga” continua infatti a crescere e i numeri mostrano un divario sempre più ampio tra chi parte e chi invece decide di tornare. Secondo i dati più recenti, nel 2024 oltre 11 mila laureati lombardi si sono trasferiti all’estero, mentre i rientri si sono fermati a circa 2.840 persone. Il saldo è quindi fortemente negativo, con più di 8 mila laureati in meno in un solo anno. Un flusso che evidenzia come molti giovani altamente qualificati preferiscano cercare opportunità professionali fuori dall’Italia.
Un fenomeno in crescita negli ultimi dieci anni
La tendenza non è nuova, ma negli ultimi anni è diventata più evidente.
Nel 2015 i laureati lombardi emigrati all’estero erano circa 5.600. Nel 2020 il numero era salito a circa 6.500. Nel 2024 ha superato quota 11 mila, più del doppio rispetto a dieci anni fa.
I rientri invece non seguono lo stesso andamento. Se nel 2015 erano circa 1.900, nel 2020 avevano superato di poco 3.200, ma negli ultimi dati disponibili sono tornati a scendere a 2.840. Questo significa che molti di coloro che partono finiscono per costruire la propria carriera stabilmente all’estero.
Giovani e sempre più qualificati
Chi lascia il Paese è spesso giovane e con un alto livello di istruzione. Oggi il 71% degli italiani che emigrano possiede un titolo di studio medio-alto e il 37% è laureato, una quota in aumento rispetto al passato.
Anche l’età racconta molto del fenomeno:
il 58% degli espatriati ha tra 18 e 39 anni
la fascia 25-39 anni rappresenta circa il 67% dei laureati che partono
gli under 25 sono circa il 10%, più del doppio rispetto a dieci anni fa.
Milano resta attrattiva, ma cambia qualcosa
Nonostante questo fenomeno, Milano continua a essere uno dei principali poli di attrazione per lavoro e studio in Italia. Tuttavia negli ultimi anni si registrano alcuni cambiamenti anche nei flussi interni.
Il saldo migratorio interno della città metropolitana è diventato leggermente negativo: significa che alcune persone scelgono di trasferirsi in altre province. Tra le destinazioni più frequenti ci sono Pavia, Monza, la Brianza e Cremona, territori dove il costo della vita è più basso ma che restano vicini al mercato del lavoro milanese.
Perché tanti giovani scelgono l’estero
Tra le principali ragioni che spingono i giovani laureati a lasciare l’Italia ci sono stipendi più alti e maggiori opportunità di carriera.
Secondo le analisi citate nello studio, chi lavora all’estero può guadagnare in media il 54% in più rispetto a chi resta in Italia, con differenze che dopo alcuni anni possono superare anche il 60%.
Un problema strutturale
Il fenomeno è legato anche a un tema demografico più ampio. L’Italia, Lombardia compresa, sta attraversando un processo di progressivo invecchiamento della popolazione e di riduzione dei giovani in età lavorativa.
In teoria questo dovrebbe rendere ancora più prezioso il capitale umano qualificato. In pratica, però, molti dei giovani formati nelle università italiane "scelgono" di mettere le proprie competenze a disposizione di altri Paesi.
Il risultato è un paradosso: territori come la Lombardia formano ogni anno migliaia di laureati, ma una parte crescente di questi si vede costretta a costruire altrove il proprio percorso professionale.


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La setta della fine del mondo

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Lo psicologo americano Leon Festinger ha lavorato al Centro di Ricerca sulle Dinamiche di Gruppo di Kurt Lewin al MIT di Boston ed è noto per le sue ricerche sulla dissonanza cognitiva. Festinger voleva capire come reagiscono le persone quando una convinzione molto forte viene smentita dalla realtà.
Secondo la teoria della dissonanza cognitiva, quando una credenza importante viene contraddetta dai fatti si crea un forte disagio psicologico e le persone cercano possibili modi per ridurre questa tensione.
Il celebre racconto “La volpe e l’uva” tratto dalle Favole di Esopo è un bell’esempio di dissonanza cognitiva. 

Spinta dalla fame una volpe tentava di raggiungere un grappolo d'uva posto in alto sulla vite, saltando con tutte le sue forze. Non potendo raggiungerla, esclamò: "Non è ancora matura; non voglio coglierla è acerba!"

La dissonanza è tra il desiderio dell’uva e l’incapacità di saltare per prenderla. Per non ammettere lo scacco la volpe dice che l’uva è acerba quindi non vale la pena di saltare per prenderla… 

Uno degli studi più famosi sulla dissonanza cognitiva è stato condotto da Festinger insieme ai suoi collaboratori negli anni ’50. Lo studio è raccontato nel libro “When Prophecy Fails” ed è considerato uno dei casi più interessanti di osservazione nel campo della psicologia sociale. Dato che Festinger ha sempre evidenziato l'importanza dello studio di situazioni di vita reale ha messo in pratica tale tecnica quando ha infiltrato dei suoi collaboratori nella setta di un culto apocalittico per studiare gli effetti di quando una profezia fallisce.  

La setta in esame era “La setta della fine del mondo” gruppo guidato da Dorothy Martin, una donna statunitense che sosteneva di ricevere messaggi da esseri extraterrestri. Secondo queste rivelazioni la setta credeva intimamente che il mondo sarebbe stato distrutto da una grande inondazione e la data prevista dell’evento era il 21 dicembre 1954. Solo i membri del gruppo sarebbero stati salvati dagli alieni provenienti dal pianeta Clarion.
I ricercatori di Festinger si erano infiltrati nel gruppo fingendosi membri della setta ed osservare per mesi il comportamento dei partecipanti prima e dopo la data della presunta catastrofe.  

Molti membri della setta prima della data fatidica avevano lasciato il lavoro ed interrotto relazioni personali e familiari importanti. Molti avevano venduto i loro beni, l’auto e la casa per prepararsi alla salvezza promessa dagli alieni.
La notte del 21 dicembre 1954 i membri della setta aspettavano la grande inondazione ma erano certi di essere salvati dagli alieni.

La notte passò e non accadde nulla. 

La profezia risultò quindi completamente falsa e secondo la logica ci si sarebbe aspettato che i membri abbandonassero la loro credenza.
In realtà accadde il contrario, moltissimi membri rafforzarono la loro fede e iniziarono a diffondere il messaggio con ancora più convinzione.
Dorothy Martin, la leader del gruppo affermò che: “ Grazie alla fede del gruppo, Dio aveva deciso di salvare il mondo”.
Secondo Festinger questo comportamento è un esempio perfetto di dissonanza cognitiva.
Quando le persone hanno: 
    * investito moltissimo in una credenza

    * fatto sacrifici (economici e personali) importanti

    * costruito la propria identità su quella convinzione

diventa psicologicamente impossibile accettare che la credenza sia falsa e, per ridurre il disagio, possono reinterpretare la realtà invece di cambiare convinzione.
Questo studio dimostrò che le persone non sempre cambiano idea davanti alle prove contrarie.
Il fenomeno è stato utilizzato per spiegare molti comportamenti sociali, tra cui: la radicalizzazione ideologica e le credenze religiose o politiche estreme.
Lo studio rimane uno dei casi più celebri nella storia della Psicologia sociale.








La prima paziente della Psicoanalisi: Anna O.

© Centro Psicoanalitico di Bologna
Il 27 febbraio 1859 nasceva a Vienna Bertha Pappenheim, nota come Anna O., pseudonimo ideato da Josef Breuer per tutelarne l’identità. Il trattamento della sua sintomatologia isterica si svolse tra il dicembre 1880 e il giugno 1882. Il caso, redatto da Breuer e pubblicato con Freud negli Studi sull’Isteria (1895), segna convenzionalmente l’inizio della psicoanalisi. Qui compaiono le celebri espressioni «talking cure» e «chimney sweeping», con cui la paziente descriveva il metodo catartico: l’attenuazione dei sintomi attraverso la verbalizzazione di ricordi traumatici e stati affettivi intensi.

La conclusione del trattamento fu brusca e priva di elaborazione. Secondo quanto Freud riferì a Ernest Jones, Breuer interruppe la cura dopo un episodio di gravidanza isterica, in cui la paziente sosteneva di portare un figlio suo. La rottura appare non simbolizzata: un evento non trasformato in esperienza psichicamente pensabile.

Negli anni successivi attraversò una nuova fase di instabilità, con ricoveri e ricadute. Tra il 1888 e il 1889, trasferitasi a Francoforte, iniziò un’intensa attività letteraria e un impegno sociale nella comunità ebraica: collaborò con un orfanotrofio, di cui divenne direttrice nel 1895, e nel 1904 fondò il Jüdischer
Frauenbund, guidandolo per vent’anni nella lotta contro la tratta e lo sfruttamento delle donne.

Non parlò mai della malattia e si oppose alla psicoanalisi. Il rifiuto può essere letto come effetto della frattura con Breuer, del rischio delle relazioni terapeutiche asimmetriche e di una divergenza più profonda: la sofferenza femminile non era per lei solo intrapsichica, ma anche materiale e strutturale. Inoltre, poiché il suo caso circolava senza controllo, il silenzio fu anche una forma di riappropriazione di sé.

Nel 1954 la Repubblica Federale Tedesca le dedicò un francobollo nella serie Helfer der Menschheit. Prima paziente della psicoanalisi, divenne una figura autorevole dell’impegno sociale europeo.
 
Buon compleanno, Bertha.
 
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