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Perchè la guerra?

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Pochi anni prima dello scoppio della seconda guerra mondiale Albert Einstein e Sigmund Freud hanno uno scambio epistolare che darà origine al volumetto “Perchè la guerra?” del 1933.
Einstein pone a Freud una domanda molto precisa: “Esiste un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?” 

Freud risponde ad Einstein che occorre partire dalla comprensione della natura umana.

Un primo punto che Freud affronta riguarda la pulsione aggressiva. 

L’aggressività è una componente della natura umana: Freud sostiene che nell’uomo esiste una spinta distruttiva, che nella sua teoria chiama pulsione di morte (Todestrieb), contrapposta alla pulsione di vita (Eros).
Freud afferma che nell’uomo non esiste solo il desiderio di conservare la vita, amare e costruire (Eros), ma anche una tendenza alla distruzione e all’aggressione (pulsione di morte).
Questa aggressività può rivolgersi:
* verso gli altri individui;
* verso gruppi esterni (nemici, popoli diversi);
* anche verso sé stessi.
La civiltà non elimina questa forza, ma cerca di incanalarla e controllarla.
Freud non dice che l’uomo sia “naturalmente cattivo”. Dice piuttosto che l’essere umano è attraversato da forze contraddittorie:
* amore e odio;
* cooperazione e rivalità;
* costruzione e distruzione.
La cultura nasce proprio dal tentativo di trasformare queste energie in forme socialmente accettabili.
Un secondo aspetto è il passaggio dalla violenza al diritto.
La guerra nasce dall’intreccio tra interessi, potere e aggressività: Freud ci ricorda che gli Stati, come gli individui, possono essere spinti dalla ricerca di dominio e dalla volontà di prevalere sull’altro.
Freud fa un passaggio storico importante ovvero all’inizio della storia umana prevale la forza fisica: vince chi è più forte.
Poi gli uomini si uniscono e creano una comunità in cui la forza del singolo viene sostituita dalla forza collettiva del diritto.
Tuttavia Freud osserva che anche il diritto resta legato alla forza: una legge funziona perché esiste un’autorità capace di farla rispettare.
Perché allora gli uomini fanno la guerra?
Secondo Freud, perché:
* gli Stati difendono interessi e potere;
* i gruppi umani tendono a creare un “noi” contro un “loro”;
* l’aggressività può essere mobilitata attraverso ideologie, propaganda e identificazione collettiva;
* le masse possono essere trascinate da leader che utilizzano paure e desideri di appartenenza.
Il diritto nasce dalla forza organizzata: Freud osserva che una società può trasformare la violenza individuale in una forza regolata dalle leggi. La civiltà non elimina la violenza, ma cerca di limitarla attraverso istituzioni e norme comuni.

La speranza di Freud è che la cultura possa contrastare la guerra. Lo sviluppo dell’educazione, della ragione e dei legami affettivi tra gli esseri umani può ridurre la tendenza alla distruzione.
Una frase chiave del testo è l’idea che “Tutto ciò che favorisce lo sviluppo della cultura lavora anche contro la guerra”.
Freud vede una possibilità di contrasto alla guerra nella civilizzazione:
* più istruzione;
* più capacità critica;
* più identificazione con gli altri esseri umani;
* maggiore sviluppo della ragione.

Scrive Freud che l’evoluzione culturale tende a rendere gli uomini meno disponibili alla guerra, perché rafforza il pensiero e indebolisce gli impulsi immediati.
In sintesi: per Freud la guerra non è un incidente esterno alla natura umana, ma nasce dall’incontro tra aggressività pulsionale, organizzazione sociale e lotte di potere. La civiltà non cancella il conflitto, ma può trasformarlo e limitarlo.
A conclusione mi piace riportare le parole di Einstein: 
«Io non so come sarà combattuta la terza guerra mondiale, ma posso dirvi che cosa useranno nella quarta: le pietre!»


© Bollati-Boringhieri

 

Testo: Sigmund Freud-Albert Einstein, “Perchè la guerra?”, Ed. Bollati Boringhieri



















Gianna ed Augusto

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Gianna ed Augusto sono due giovani che si sono trasferiti in Francia da un paesino del Lazio, distante un centinaio di chilometri dalla Capitale. Si erano conosciuti a Roma nella stesso ristorante in cui lei lavorava come cameriera e lui aiuto cuoco. Poco dopo erano andati a convivere ma per via dei contratti e delle basse retribuzioni avevano pensato di provare un’esperienza all’estero, in Francia. Tramite uno zio di lei in breve tempo hanno avuto un contatto con un noto ristorante della Costa Azzurra e, detto fatto, si sono trasferiti con molta voglia e speranza di potere avere un lavoro sicuro e in breve tempo potersi sposare. I primi tre anni sono vissuti positivamente: il lavoro è tanto ma sono soddisfatti del posto e degli stipendi, cui si aggiungono spesso dei premi in denaro il che permette loro di mettere da parte ciò che potrà servire per il matrimonio ed una casetta loro.
Nel corso del quarto anno il ristorante passa di mano, il nuovo proprietario spinge solo per guadagnare il più possibile anche a scapito della qualità del cibo e della relazione con la clientela.
Iniziano tensioni, piccoli scontri ed il personale del ristorante, composto da sei persone, non vede l’ora di cambiare lavoro.
Gianna ed Augusto sono molto frustrati dato che cambiare non è facile ed i loro progetti, matrimonio e casa, sembrano allontanarsi nel tempo.
Gianna poi ha spesso dei mancamenti, si sente senza forze ed ha difficoltà ad alzarsi per andare al lavoro. Augusto dapprima sottovaluta questi sintomi ma poi realizza che entrambi stanno male, sono demotivati e Gianna è al limite del burn-out.
Augusto “prende in mano la situazione” e decidono di lasciare la Francia e tornare a Roma, dapprima presso conoscenti poi si vedrà. Il trasferimento ha un effetto positivo su Gianna che si sente subito meglio ed anche Augusto è come liberato da una situazione troppo frustrante.
A Roma non è certo difficile trovare lavoro nella ristorazione, ovviamente con contratti, stipendi ed orari…. “Italiani”, ma tant’è !
Passa velocemente quasi un anno, i due giovani affittano una casetta e la loro vita sembra riprendere un ritmo lineare, senza troppi scossoni.
Una mattina Gianna si sente strana, come svuotata di energie, ha paura di uscire di casa per andare con Augusto al lavoro, che raggiungono assieme in scooter.
Gianna si prende alcuni giorni di malattia e tutto sembra passato. Rientra al lavoro ma una sera si rende conto che è bagnata di sudore, ha freddo, nausea e voglia di vomitare. I colleghi la vedono in quello stato e la soccorrono, mentre Augusto chiama un taxi e la porta immediatamente a casa.
Notte agitata e grande preoccupazione di Augusto che non sa che fare. È tentato di chiamare l’auto medica per una visita domiciliare ma Gianna si oppone fermamente e, finalmente, riesce ad addormentarsi.
I giorni successivi Gianna si sente “strana”, respira male, ha paura di tutto e teme una brutta malattia, pensa ad un tumore o gravi problemi al cuore. Iniziano una serie di visite mediche ed esami prescritti dal loro medico, molto attento e scrupoloso. Al termine degli esami non si evidenzia nulla di sospetto. Il medico, alla luce degli esami fatti inizia a parlare a Gianna di un possibile attacco di panico e suggerisce una consultazione con uno psicologo. Gianna ed Augusto sono molto sorpresi da tale ipotesi, attacco di panico per quale ragione…?
Poco convinta Gianna prende appuntamento in un servizio pubblico di psicologia. Preferisce parlare con una donna, le sembra più facile ed immediato. Si comporta da “brava fanciulla”, e concorda una consultazione di una decina di sedute, poi si vedrà. Gianna ha molta difficoltà a parlare delle sue emozioni ad eccezione dell’amore che sente per Augusto, suo compagno, alleato e “complice“ nei progetti di vita. Un giorno in seduta fa un lapsus, subito ripreso dalla psicologa: chiama il padre Aldo che invece si chiamava Ettore. 
Interrogata per questo “scambio” prova un forte sentimento di paura, è come irrigidita e respira male. La psicologa coglie che qualcosa sta per emergere dal profondo delle emozioni di Gianna che infatti piangendo racconta di un episodio accaduto tra lei e suo padre quando aveva 14 anni e rimasto sempre segreto. Non sa nemmeno come chiamare quell’episodio. Di fatto il padre, piuttosto bevuto, aveva cercato di metterle le mani addosso in casa mentre la mamma era al lavoro.
Gianna era riuscita a divincolarsi, senza urlare, ed era scappata di casa per andare da una zia, senza mai raccontare a nessuno quanto accaduto. Anche il padre aveva fatto finta di nulla e mai detto parola anche a Gianna.
Seduta difficile ed impegnativa ma essenziale per dare senso all’attacco di panico di Gianna, retaggio di quell’episodio doloroso nel contesto intimo della famiglia. 
Gianna conviene con la psicologa che è ora di rompere il segreto che dura da troppo, ne parlerà con la mamma, del tutto ignara ora che il padre Ettore è mancato da anni.
Gianna sente che deve parlarne anche ad Augusto, pur con tutta la difficoltà per l’episodio che per vergogna aveva tentato di seppellire nel profondo delle sue emozioni.
Potete immaginare lo sconcerto ed il dolore di Augusto nel conoscere quell’episodio che, di fatto, cementa ancor più il legame dei due ragazzi.
Gianna conviene con la psicologa di lavorare qualche tempo ancora sulle emozioni legate a quel ricordo ed al senso di vergogna che l’ha accompagnata per così tanti anni.
Gianna è assai sorpresa nel capire che quell’attacco di panico, che sembrava senza senso, l’ha costretta alla consultazione ed il suo lapsus in seduta (sul nome del padre) ha consentito di riportare alla coscienza un profondo conflitto. 
Ancora una volta un sintomo (l’attacco di panico), apparentemente scollegato dalla vita della persona costringe a farsi carico di ricordi ed emozioni dolorose che agiscono a livello inconscio/preconscio.
Anche avere rotto il segreto doloroso che Gianna portava dentro di se ha contribuito a “liberare” la giovane da un peso eccessivo di cui si vergognava mentre era solo vittima.
Da li a qualche mese, per dare slancio ai loro progetti Gianna ed Augusto decidono di tornare in Francia, con un preciso obiettivo: aprire un loro locale, una trattoria romana, con cibi della migliore tradizione della cucina laziale. Un’amica d’infanzia di Gianna entrerà in società con loro e contribuirà al lavoro in sala.  
Da qualche mese il desiderio dei tre giovani si è concretizzato, sembra proprio di entrare in un locale di Trastevere ed ovviamente, la cucina è di alto livello, la carbonara poi è da urlo…

Il testo è redatto nel rispetto del Codice della Privacy-GDPR-regolamento UE 2016/67 

Evento APSI a Parigi

 

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Un interessante evento dell'APSI domenica 31 maggio alla Librairie Italienne Tour de Babel di Parigi.





2026, pianeta terra. Emergere dalla lunga notte

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Come in un racconto distopico, l’inizio dell’anno è stato segnato da una successione di eventi drammatici per i quali non disponiamo ancora di un lessico adeguato. Diversi paesi del mondo sono stati coinvolti: Venezuela, Iran, Cuba. Espressioni come “Board of Peace”, “Riviera di Gaza”, “ICE” richiamano a inversioni di senso che abbiamo imparato a conoscere dalla letteratura post-bellica, da chi l’orrore lo aveva visto con i propri occhi e cercava un modo di raccontarlo perché non si ripetesse. “La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza” scriveva nel 1948 George Orwell nel suo celeberrimo romanzo “1984”. Camminiamo spaesati tra le macerie, ancora fumanti, del diritto internazionale.

Per lungo tempo questa violenza è stata ai margini dell’ordine occidentale, abbiamo pensato che l’orrore fosse stato sconfitto, le parole “mai più” sembravano aver assunto un senso onnicomprensivo, illudendoci anche che fossero realtà condivisa. Oggi, tuttavia, quella stessa violenza ritorna al centro e attraversa anche le società che avevano preteso di restarne immuni. L’ombra coloniale non si manifesta più soltanto nei territori storicamente assoggettati, ma riemerge dentro le stesse democrazie, prima in forme meno evidenti, oggi in maniera sempre più eclatante.

In questo contesto ci troviamo a curare, ad ascoltare, a cercare parole capaci di restituire senso a una realtà che appare improvvisamente disordinata, violenta e contraddittoria, ma che forse non aveva mai smesso di esserlo. Come prendersi cura del malessere dei singoli, dei gruppi e delle istituzioni dentro un simile scenario storico? La disciplina psicologica si può davvero considerare al riparo dal rischio di diventare, consapevolmente o meno, uno strumento di adattamento, controllo e sorveglianza?

La serata propone una riflessione sul presente attraverso uno sguardo multidisciplinare, l’unico che possa garantire di non cadere in spiegazioni semplificanti e rispetti la complessità del momento storico che stiamo vivendo come collettività.

Relatrici e relatori:
Roberto BERTOLINO,
psicologo psicoterapeuta, Centro Frantz Fanon di Torino
Annalisa CAMILLI,
giornalista di Internazionale - in collegamento da remoto
Rahel SEREKE,
urbanista e politologa, fondatrice dell’associazione “Cambiare Passo”


Moderano:
Valentina STIRONE,
Psicologa psicoterapeuta, Componente Comitato scientifico Casa della Psicologia 
Gabriele TAPELLA,
Psicologo psicoterapeuta, Componente Comitato scientifico Casa della Psicologia
Danilo CORONA,
Psicologo psicoterapeuta, Consigliere OPL, Resp. Comitato scientifico Casa della Psicologia

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Eventi alla Casa della Psicologia di Milano

© Casa della Psicologia - OPL
Viviamo un tempo attraversato da ansia, precarietà, solitudine, sfiducia nel futuro, ineguaglianze e fratture sociali profonde. A livello internazionale assistiamo impotenti al superamento delle frontiere dell’umano e del diritto, che hanno tolto valore ad Istituzioni nate dopo la seconda guerra mondiale proprio per tutelare la pace e il rispetto tra i popoli. In questo scenario, la Psicologia è chiamata a riscoprire il suo ruolo civile, sociale e politico: prendersi cura dell’umano e di ciò che nell’essere umano rischia di spegnersi.
Il titolo proposto gioca sul doppio significato tra il tornare alla Costituzione e il bisogno di ri-costituire una psiche: un apparato capace di pensare i pensieri, oggi più che mai necessario in un tempo in cui il pensiero sembra impoverirsi.  Parlare di Costituzione della Psiche significa interrogarsi non solo sui diritti in quanto tali, ma sulle condizioni psichiche che li rendono effettivamente praticabili: la capacità di pensare, di entrare in relazione e di dare parola all’esperienza.
Letta nella sua dimensione etica ed esistenziale, la Costituzione italiana è una “mappa dell’umano”. Parla di equità, dignità, cura, legami, libertà di pensiero ed espressione, educazione, lavoro, ambiente, tutela della fragilità.  Parla dei bisogni psicologici fondamentali delle persone e delle comunità. Per questo resta profondamente attuale ed è una bussola emotiva e civile per orientarsi nell’incertezza del presente.
Gli incontri proposti seguono una linea che sintetizziamo con un verso di L.CohenC’è una crepa in ogni cosa e da lì entra la luce.”  Esploriamo un punto di rottura, dove la vita psichica si spezza o si impoverisce, e un possibile punto di riparazione, dove filtra la luce, con idee ed esperienze che ricostruiscono un senso di comunità, appartenenza e solidarietà.
La nostra Costituzione ha svolto proprio questa funzione: rispondere alla disgregazione del dopoguerra attraverso una dialettica democratica, capace di generare diritti, tutele e riconoscimenti che oggi, ancora una volta, siamo chiamati a difendere.

 

 

Giulia e Andrea

 

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Settimane fa a Milano nel corso di un seminario clinico una collega ci ha presentato il caso di Giulia ed Andrea, due ragazzi trentenni sposati da alcuni anni. 

Provengono entrambi da famiglie benestanti, i genitori di Giulia sono avvocati assai conosciuti ed i genitori di Andrea hanno una farmacia in centro a Milano.
In quella che scherzosamente dicono essere la loro “sola ribellione” hanno deciso di non seguire le orme genitoriali dato che lavorano entrambi nella scuola pubblica: Giulia insegna filosofia e Andrea matematica in due licei della città.
Sono entrambi molto sportivi, avrebbero potuto ben figurare anche a livello regionale nel nuoto, loro grande passione e che era stata l’occasione della loro conoscenza nella stessa società sportiva milanese. In breve tempo si erano fidanzati e dopo due anni sposati con il sostegno e la gioia di entrambe le famiglie.
Hanno una bella casa ricevuta in dono dalle rispettive famiglie, consapevoli che con il loro lavoro non avrebbero mai potuto acquistarla nemmeno dopo tanti anni…

Giulia e Andrea sono impegnati nel sociale, entrambi volontari alla Croce Rossa e frequentano assiduamente la vicina Parrocchia cui dedicano delle ore per il doposcuola di bambini e ragazzi.
Giulia è particolarmente dedita al sostegno di bambini e ragazzi, dato che ha una grande sensibilità e pazienza anche con gli “allievi” più difficili.
E qui si apre un capitolo particolarmente delicato della storia di Giulia e naturalmente  di Andrea.

La giovane desidera da tempo avere un figlio, totalmente sostenuta in questo suo desiderio da Andrea ma… ma nulla accade. L’ansia comincia a salire, i due giovani ne parlano con le rispettive famiglie per cercare sostegno e consiglio. Uno zio di Andrea che è primario medico in un ospedale milanese viene consultato e guida i due giovani verso colleghi ginecologi ed andrologi.
Giulia ed Andrea iniziano un percorso di consultazioni, visite ed esami per cercare di dare risposta alla mancata gravidanza della giovane.

Seguono mesi di pellegrinaggio da vari medici sia a Milano che in altre città presso Centri di alta specializzazione. Esami e visite non danno alcuna risposta, tutto è nella norma e non si capisce perché Giulia non resti incinta. Inizia una seconda fase di consultazioni presso Centri in Spagna e Inghilterra. Viaggi, visite, esami e consultazioni si susseguono e la vita dei due giovani è a dir poco stravolta da tutto ciò. In ultima analisi si affidano ad un Centro inglese molto conosciuto e rinomato nell’ambito clinico, la cui spesa (elevata) è sostenuta dalle rispettive famiglie.
Passa quasi un anno di tentativi, speranze e poi grandi delusioni che portano Giulia a lambire una depressione ed avere una crisi con Andrea dato che i fallimenti sono continui. A questo punto Andrea interviene decisamente e ferma tutto: non è possibile andare avanti così, consapevole che la vita di Giulia e della coppia è messa in grave rischio. 
Passano alcuni mesi senza l’incubo di visite e controlli, i due giovani ritrovano un minimo di serenità e decidono di abbandonare il progetto di avere un figlio in modo naturale.

Giulia ed Andrea avevano già messo in conto l’iter di un’adozione, preso atto del fallimento dei tentativi sin li svolti, ed iniziano le pratiche, disponibili anche all’adozione internazionale di un bimbo magari malato. Seguono altri incontri e colloqui che sappiamo essere non facili soprattutto per Giulia, che porta dentro di se il “fallimento” del suo desiderio di maternità. 
Non passa molto tempo che i due giovani vengono chiamati perché un bimbo italiano neonato e in stato di abbandono può essere a loro assegnato. Potete immaginare la gioia di Giulia, che non sta più nella pelle dalla felicità. 
Il piccolo arriva nella casa di Giulia ed Andrea, che sono totalmente dedicati alla creatura in un turbine di forti emozioni per entrambi con una gioia infinita dei due giovani e, manco a dirlo, delle famiglie. Su “decisa spinta” di Andrea, Giulia inizia un percorso psicologico (con la collega) per dare conto alle forti emozioni che vive, nell’alternarsi dapprima di sentimenti depressivi e ora di felicità per il bimbo.

Ebbene quando Donato, il bimbo adottivo ha quasi un anno, accade un fatto assai interessante.
Giulia rimane incinta, è sorpresa e fa tutti i test possibili che confermano la gravidanza senza ombra di dubbio. Giulia, appena ripresa dallo choc e in un misto di gioia e paura per tale evento fa di tutto per proteggere la gravidanza che, nello stupore di molti medici, prosegue serenamente sino alla nascita di Elena. 


La collega ci pone e si pone l’interrogativo di fondo: ma come, una coppia che aveva fatto ogni tipo di test, varie tecniche di PMA e dichiarata senza ombra di dubbio impossibilitata ad avere figli…?

E qui si aprono tanti interrogativi: è possibile che un percorso psicologico abbia in qualche modo “liberato” qualcosa nelle emozioni di Giulia tanto da permetterle di restare incinta?
Numerosi studi hanno evidenziato che le nostre emozioni, i nostri desideri ed i nostri pensieri agiscono sul corpo, sui muscoli, ed anche sui sistemi ormonali ed immunitari.
Dopo l’arrivo del bimbo adottivo Giulia si é forse sentita “autorizzata” ad avere un figlio in modo naturale, sapendo che nell’intimo della ragazza avere due figli rappresenta un equilibrio che sente giusto…? 
Ma allora il desiderio di un secondo figlio è così potente per Giulia da permetterle quel "...Misterioso salto dalla mente al corpo" di cui parla Felix Deutsch…?


Il testo è redatto nel rispetto del Codice della Privacy-GDPR-regolamento UE 2016/67 




Francia vs Italia

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Ho provato (scherzosamente) a mettere a confronto alcune abitudini, consuetudini ed approcci del vivere quotidiano che caratterizzano i francesi e gli italiani.
Naturalmente occorre iniziare dal caffè. Per noi italiani il caffè è parte della vita quotidiana, lo prendiamo spesso (a volte davvero troppo) velocemente ed in una gamma infinita di varianti: lungo, macchiato caldo o freddo, in tazza grande, in alcune zone d’Italia nel bicchiere e spesso accompagnato da un dolcetto o da un bicchiere d’acqua, corretto con grappa o sambuca… Chi è in Francia da tempo sa che il loro caffè era terribile, “eau de chaussettes” com’era chiamato! Onestamente è assai migliorato e viene sorseggiato con molta calma seduti nei bar. Capitolo Spritz e Limoncello: ora sono dappertutto nei locali francesi come aperitivo e digestivo. Che dire del Panettone: anni fa era sconosciuto e ricordo la piacevole sorpresa dei miei vicini di casa francesi cui lo regalavo a Natale. Ora è dappertutto e si vende anche in agosto! Ancora una volta noi italiani li abbiamo “invasi” con prodotti sconosciuti sino a pochi anni fa. Vediamo cosa arriverà a breve…
Ora tocchiamo un punto delicato, il cibo: la cucina italiana è la migliore del mondo secondo TasteAtlas e non solo. I francesi non ci stanno e rifiutano tale graduatoria, ritengono la loro cucina di altissimo livello, stellata e non popolare come l’italiana. La discussione è infinita e non giungerà mai ad un risultato certo, ovviamente. Per non parlare della pizza: chi osa toccare la maestria artigianale dei pizzaioli napoletani rischia di essere maltrattato ed onestamente una delle pizze più gettonate dai francesi (la cannibale) è un mattone che si digerisce in tre giorni! Quindi viva la pizza napoletana e viva la nostra, anzi le nostre cucine regionali, tutte di altissimo livello spesso preparate con ingredienti semplici della terra senza le centinaia di salsine che amano così tanto i francesi. Poi attenzione agli orari: alle 21 in molti locali in Francia la cucina sta chiudendo e non si può cenare, quindi…
N.B. Quando a Nizza vedo bere il cappuccino con la pizza o la pasta… beh, mi viene da sorridere e penso: non sanno quello che si perdono con un buon bicchiere di vino.
Uso spesso i mezzi pubblici a Nizza e trovo molto corretto e cortese salutare il conducente del bus mentre si sale, molte persone addirittura salutano quando scendono e se penso alla mia Milano… figuriamoci. Tutti stressati e di corsa, altro che salutare!
Ça va ? Oui ça va, merci et vous ? È la classica formula di saluto, anche se uno è moribondo e gli manca una gamba il ça va è d’obbligo. Amici francesi mi confermano che loro sono maggiormente formali e considerano noi italiani più spontanei e diretti ma gesticoliamo troppo mentre parliamo. Direi tutto vero. 
Per la cronaca il bonjour (buongiorno) può essere usato anche di sera, fa testo vedere la persona per la prima volta quel giorno! Complicazione gallica. 
Non ho ancora capito bene la storia della “bise”, il bacio. Quando si è in confidenza con una o un francese la “bise” è d’obbligo, tre baci poi. Per noi il bacio è riservato a familiari o amici, non è d’obbligo ed una stretta di mano spesso può bastare. Ma devo migliorare.
Capitolo lavoro. Secondo una leggenda metropolitana i francesi al colloquio di lavoro chiedono subito gli orari, il tempo della pausa pranzo ed i giorni di ferie. In realtà la pausa pranzo è davvero “sacra” e i diritti dei lavoratori sono molto rispettati come gli orari di lavoro. Si dice che i francesi difendano il loro tempo libero come un “diritto costituzionale”. Direi che noi italiani qui abbiamo molto da imparare. Per non parlare della differenza degli stipendi, del minimo di legge (il famoso Smic) che noi ci sogniamo tenuto conto poi che un contratto di lavoro a tempo indeterminato in Francia è abbastanza facile da ottenere anche per un giovane, addirittura al primo impiego.
I francesi amano proprio i grandi spazi commerciali, ne hanno tantissimi che diventano veri e propri parchi divertimenti per tutta la famiglia. Io ho idiosincrasia per queste realtà quindi non faccio testo. Preferisco i negozietti di quartiere, come nel mio ritiro toscano, ove ci si conosce e si parla e straparla di tutto e tutti.
Capitolo circolazione in auto e varie: mediamente il traffico è più corretto e vengono rispettate le velocità. Ci credo, direte voi, con tutti gli autovelox che ci sono, ma quando venivo in Francia in moto con amici avevo la netta percezione di maggiore attenzione per le due ruote, spesso anche i camion ci davano la precedenza! 
Appena si passa la frontiera di Ventimiglia il traffico si trasforma, anche le Panda diventano auto di Formula Uno e tutti corrono e fanno i fari per superare. Del resto siamo pur sempre (forse eravamo) la patria dei motori con Ferrari, Maserati, Lamborghini, Alfa Romeo, Lancia e Fiat.
Capitolo stile e moda: se è vero che i giovani sono vestiti tutti allo stesso modo, omologati e “fatti in serie” con il telefonino in mano, gli italiani, sia turisti che residenti, sono più eleganti anche in modalità sportiva e casual.
Naturalmente sia i francesi che gli italiani pensano di essere i più “stilosi”, ovviamente. Però l’orrore di certe scarpe che ho visto ai piedi di francesi è difficile da superare e onestamente in Italia non ne ho viste di altrettanto inguardabili!
Avrete notato che a Ventimiglia tutti i negozianti capiscono e parlano francese, non direi la stessa cosa tra Nizza e zone limitrofe. Molto spesso se non si pronunciano le parole con il giusto accento i francesi non capiscono (o fanno finta di non capire). In Italia con un sorriso noi cerchiamo di capire e rispondere al di là dell’accento e della pronuncia. Vero è che l’italiano è lingua fonetica (si legge come si scrive) mentre in francese molte lettere non si pronunciano e ci sono dei suoni nasali che noi non abbiamo.
Però forse aveva ragione Cocteau quando scriveva che: “I francesi sono degli italiani di cattivo umore…”