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Giovani laureati che lasciano il nostro paese per lavorare all'estero


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Quando studiavo all'Università di Padova non esisteva ancora il programma Erasmus (è nato nel 1987), opportunità che noi studenti di allora avremmo utilizzato con gran piacere. Si doveva viaggiare a proprie spese per conoscere altri paesi, soprattutto europei e nella maggior parte dei casi per imparare una lingua straniera in loco. Studiare e vivere per un anno in un paese straniero in Erasmus è certo una grande opportunità ed esperienza positiva per i giovani.

Però da almeno quindici anni l'Erasmus è il primo passo per tanti giovani per poi lasciare l'Italia in maniera definitiva e trovare lavoro in paesi quali Spagna, Francia, Inghilterra, Germania e Portogallo. Le città europee più popolari sono: Barcellona, Madrid, Amsterdam, Lisbona, Parigi, Berlino e Atene. Di fatto l'Erasmus può (ed è) un trampolino per poi trasferirsi all'estero nel momento in cui si è trovato un lavoro.

Condivido a tale riguardo l'articolo apparso su MilanoEvents.it che si riferisce agli studenti lombardi. Consideriamo poi che molti ragazzi del centro-sud Italia si trasferiscono presso Università della Lombardia per concludere gli studi con il biennio di specialistica.

Sempre più giovani laureati lasciano la Lombardia: è fuga di talenti
Negli ultimi anni sempre più giovani formati in Lombardia scelgono di costruire il proprio futuro all’estero. Il fenomeno dei cosiddetti “cervelli in fuga” continua infatti a crescere e i numeri mostrano un divario sempre più ampio tra chi parte e chi invece decide di tornare. Secondo i dati più recenti, nel 2024 oltre 11 mila laureati lombardi si sono trasferiti all’estero, mentre i rientri si sono fermati a circa 2.840 persone. Il saldo è quindi fortemente negativo, con più di 8 mila laureati in meno in un solo anno. Un flusso che evidenzia come molti giovani altamente qualificati preferiscano cercare opportunità professionali fuori dall’Italia.
Un fenomeno in crescita negli ultimi dieci anni
La tendenza non è nuova, ma negli ultimi anni è diventata più evidente.
Nel 2015 i laureati lombardi emigrati all’estero erano circa 5.600. Nel 2020 il numero era salito a circa 6.500. Nel 2024 ha superato quota 11 mila, più del doppio rispetto a dieci anni fa.
I rientri invece non seguono lo stesso andamento. Se nel 2015 erano circa 1.900, nel 2020 avevano superato di poco 3.200, ma negli ultimi dati disponibili sono tornati a scendere a 2.840. Questo significa che molti di coloro che partono finiscono per costruire la propria carriera stabilmente all’estero.
Giovani e sempre più qualificati
Chi lascia il Paese è spesso giovane e con un alto livello di istruzione. Oggi il 71% degli italiani che emigrano possiede un titolo di studio medio-alto e il 37% è laureato, una quota in aumento rispetto al passato.
Anche l’età racconta molto del fenomeno:
il 58% degli espatriati ha tra 18 e 39 anni
la fascia 25-39 anni rappresenta circa il 67% dei laureati che partono
gli under 25 sono circa il 10%, più del doppio rispetto a dieci anni fa.
Milano resta attrattiva, ma cambia qualcosa
Nonostante questo fenomeno, Milano continua a essere uno dei principali poli di attrazione per lavoro e studio in Italia. Tuttavia negli ultimi anni si registrano alcuni cambiamenti anche nei flussi interni.
Il saldo migratorio interno della città metropolitana è diventato leggermente negativo: significa che alcune persone scelgono di trasferirsi in altre province. Tra le destinazioni più frequenti ci sono Pavia, Monza, la Brianza e Cremona, territori dove il costo della vita è più basso ma che restano vicini al mercato del lavoro milanese.
Perché tanti giovani scelgono l’estero
Tra le principali ragioni che spingono i giovani laureati a lasciare l’Italia ci sono stipendi più alti e maggiori opportunità di carriera.
Secondo le analisi citate nello studio, chi lavora all’estero può guadagnare in media il 54% in più rispetto a chi resta in Italia, con differenze che dopo alcuni anni possono superare anche il 60%.
Un problema strutturale
Il fenomeno è legato anche a un tema demografico più ampio. L’Italia, Lombardia compresa, sta attraversando un processo di progressivo invecchiamento della popolazione e di riduzione dei giovani in età lavorativa.
In teoria questo dovrebbe rendere ancora più prezioso il capitale umano qualificato. In pratica, però, molti dei giovani formati nelle università italiane "scelgono" di mettere le proprie competenze a disposizione di altri Paesi.
Il risultato è un paradosso: territori come la Lombardia formano ogni anno migliaia di laureati, ma una parte crescente di questi si vede costretta a costruire altrove il proprio percorso professionale.


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La setta della fine del mondo

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Lo psicologo americano Leon Festinger ha lavorato al Centro di Ricerca sulle Dinamiche di Gruppo di Kurt Lewin al MIT di Boston ed è noto per le sue ricerche sulla dissonanza cognitiva. Festinger voleva capire come reagiscono le persone quando una convinzione molto forte viene smentita dalla realtà.
Secondo la teoria della dissonanza cognitiva, quando una credenza importante viene contraddetta dai fatti si crea un forte disagio psicologico e le persone cercano possibili modi per ridurre questa tensione.
Il celebre racconto “La volpe e l’uva” tratto dalle Favole di Esopo è un bell’esempio di dissonanza cognitiva. 

Spinta dalla fame una volpe tentava di raggiungere un grappolo d'uva posto in alto sulla vite, saltando con tutte le sue forze. Non potendo raggiungerla, esclamò: "Non è ancora matura; non voglio coglierla è acerba!"

La dissonanza è tra il desiderio dell’uva e l’incapacità di saltare per prenderla. Per non ammettere lo scacco la volpe dice che l’uva è acerba quindi non vale la pena di saltare per prenderla… 

Uno degli studi più famosi sulla dissonanza cognitiva è stato condotto da Festinger insieme ai suoi collaboratori negli anni ’50. Lo studio è raccontato nel libro “When Prophecy Fails” ed è considerato uno dei casi più interessanti di osservazione nel campo della psicologia sociale. Dato che Festinger ha sempre evidenziato l'importanza dello studio di situazioni di vita reale ha messo in pratica tale tecnica quando ha infiltrato dei suoi collaboratori nella setta di un culto apocalittico per studiare gli effetti di quando una profezia fallisce.  

La setta in esame era “La setta della fine del mondo” gruppo guidato da Dorothy Martin, una donna statunitense che sosteneva di ricevere messaggi da esseri extraterrestri. Secondo queste rivelazioni la setta credeva intimamente che il mondo sarebbe stato distrutto da una grande inondazione e la data prevista dell’evento era il 21 dicembre 1954. Solo i membri del gruppo sarebbero stati salvati dagli alieni provenienti dal pianeta Clarion.
I ricercatori di Festinger si erano infiltrati nel gruppo fingendosi membri della setta ed osservare per mesi il comportamento dei partecipanti prima e dopo la data della presunta catastrofe.  

Molti membri della setta prima della data fatidica avevano lasciato il lavoro ed interrotto relazioni personali e familiari importanti. Molti avevano venduto i loro beni, l’auto e la casa per prepararsi alla salvezza promessa dagli alieni.
La notte del 21 dicembre 1954 i membri della setta aspettavano la grande inondazione ma erano certi di essere salvati dagli alieni.

La notte passò e non accadde nulla. 

La profezia risultò quindi completamente falsa e secondo la logica ci si sarebbe aspettato che i membri abbandonassero la loro credenza.
In realtà accadde il contrario, moltissimi membri rafforzarono la loro fede e iniziarono a diffondere il messaggio con ancora più convinzione.
Dorothy Martin, la leader del gruppo affermò che: “ Grazie alla fede del gruppo, Dio aveva deciso di salvare il mondo”.
Secondo Festinger questo comportamento è un esempio perfetto di dissonanza cognitiva.
Quando le persone hanno: 
    * investito moltissimo in una credenza

    * fatto sacrifici (economici e personali) importanti

    * costruito la propria identità su quella convinzione

diventa psicologicamente impossibile accettare che la credenza sia falsa e, per ridurre il disagio, possono reinterpretare la realtà invece di cambiare convinzione.
Questo studio dimostrò che le persone non sempre cambiano idea davanti alle prove contrarie.
Il fenomeno è stato utilizzato per spiegare molti comportamenti sociali, tra cui: la radicalizzazione ideologica e le credenze religiose o politiche estreme.
Lo studio rimane uno dei casi più celebri nella storia della Psicologia sociale.








La prima paziente della Psicoanalisi: Anna O.

© Centro Psicoanalitico di Bologna
Il 27 febbraio 1859 nasceva a Vienna Bertha Pappenheim, nota come Anna O., pseudonimo ideato da Josef Breuer per tutelarne l’identità. Il trattamento della sua sintomatologia isterica si svolse tra il dicembre 1880 e il giugno 1882. Il caso, redatto da Breuer e pubblicato con Freud negli Studi sull’Isteria (1895), segna convenzionalmente l’inizio della psicoanalisi. Qui compaiono le celebri espressioni «talking cure» e «chimney sweeping», con cui la paziente descriveva il metodo catartico: l’attenuazione dei sintomi attraverso la verbalizzazione di ricordi traumatici e stati affettivi intensi.

La conclusione del trattamento fu brusca e priva di elaborazione. Secondo quanto Freud riferì a Ernest Jones, Breuer interruppe la cura dopo un episodio di gravidanza isterica, in cui la paziente sosteneva di portare un figlio suo. La rottura appare non simbolizzata: un evento non trasformato in esperienza psichicamente pensabile.

Negli anni successivi attraversò una nuova fase di instabilità, con ricoveri e ricadute. Tra il 1888 e il 1889, trasferitasi a Francoforte, iniziò un’intensa attività letteraria e un impegno sociale nella comunità ebraica: collaborò con un orfanotrofio, di cui divenne direttrice nel 1895, e nel 1904 fondò il Jüdischer
Frauenbund, guidandolo per vent’anni nella lotta contro la tratta e lo sfruttamento delle donne.

Non parlò mai della malattia e si oppose alla psicoanalisi. Il rifiuto può essere letto come effetto della frattura con Breuer, del rischio delle relazioni terapeutiche asimmetriche e di una divergenza più profonda: la sofferenza femminile non era per lei solo intrapsichica, ma anche materiale e strutturale. Inoltre, poiché il suo caso circolava senza controllo, il silenzio fu anche una forma di riappropriazione di sé.

Nel 1954 la Repubblica Federale Tedesca le dedicò un francobollo nella serie Helfer der Menschheit. Prima paziente della psicoanalisi, divenne una figura autorevole dell’impegno sociale europeo.
 
Buon compleanno, Bertha.
 
© Centro Psicoanalitico di Bologna


Giulia e l'ADHD

 

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Giulia ha otto anni quando arriva in consultazione accompagnata dalla mamma. È una bambina minuta, con lo sguardo vivace e curioso; durante il colloquio esplora la stanza, tocca gli oggetti e fatica a rimanere seduta. Interrompe spesso, ma non con intento oppositivo: sembra piuttosto trascinata da un flusso interno difficile da regolare.
La richiesta di aiuto parte dalla scuola primaria che segnala difficoltà attentive, impulsività, conflitti con i compagni e un rendimento altalenante. Gli insegnanti convocano i genitori e parlano di una bambina intelligente, intuitiva, ma “imprevedibile”: può partecipare con entusiasmo e subito dopo distrarsi completamente, alzarsi senza permesso o reagire in modo eccessivo a una frustrazione minima. 
Due anni prima i genitori si erano separati in modo conflittuale. Ai forti sentimenti iniziali ed alla gioia per la nascita di Giulia aveva fatto seguito una crisi tra i due con incomprensioni e litigi talvolta aspri. Ad oggi la comunicazione tra loro è tesa e mediata quasi esclusivamente da messaggi formali. Giulia vive prevalentemente con la madre e con i nonni, che sono molto disponibili, e trascorre con il padre weekend alterni.
Nel racconto materno emerge stanchezza: “Con me non ascolta, devo ripeterle le cose cento volte”. Il padre, in un colloquio separato, minimizza: “È una bambina vivace, come lo ero io. Non ha niente che non va”.
Spinti dalla scuola i genitori sottopongono Giulia ad una serie di test che confermano la valutazione clinica di un quadro compatibile con Disturbo da Deficit di Attenzione-Iperattività (ADHD). Tuttavia, ciò che colpisce maggiormente non è solo la sintomatologia attentiva e comportamentale, ma la fragilità emotiva che emerge nei momenti di passaggio tra le case della mamma e del papà.
Giulia racconta che il giorno prima di andare dal padre ha mal di pancia. Quando torna dalla madre, è spesso irritabile e oppositiva. In seduta dice: “Se faccio la brava, forse non litigano più”. Questa frase sembra condensare il suo vissuto: una bambina che interiorizza il conflitto genitoriale e si attribuisce una responsabilità che non le appartiene.
Le differenze educative tra i genitori risultano marcate. La madre cerca di mantenere routine strutturate, orari regolari e limiti chiari. Il padre adotta uno stile più permissivo, le lascia vedere la televisione ed ha poche richieste strutturate. Giulia si muove tra due sistemi normativi incongruenti. La sua difficoltà di autoregolazione, tipica dell’ADHD, trova in questa incoerenza un terreno che amplifica disorganizzazione e impulsività.
In terapia individuale, Giulia mostra una buona capacità simbolica attraverso il gioco. Nei disegni compaiono spesso case separate, collegate da ponti fragili o spezzati. I personaggi sono agitati, in movimento costante. Lavorando sulle emozioni, fatica inizialmente a nominarle; tende a passare rapidamente dall’euforia alla frustrazione. Gradualmente, attraverso tecniche di regolazione emotiva e rinforzo delle competenze sociali, inizia a riconoscere segnali corporei di attivazione e a chiedere aiuto prima dell’esplosione comportamentale.
Parallelamente viene avviato un lavoro con entrambi i genitori. Separatamente partecipano a incontri di parent training sull'ADHD, finalizzati a comprendere che il comportamento della figlia non è né “capriccio” né “colpa educativa”, ma espressione di una difficoltà neuro-evolutiva che necessita coerenza e prevedibilità. Successivamente, in incontri congiunti, si lavora su accordi minimi condivisi: routine simili per i compiti, regole chiare sull’uso della televisione, modalità comunicative meno accusatorie in presenza della bambina.
Dopo alcuni mesi, la scuola segnala una maggiore stabilità: Giulia si alza ancora dal banco, ma riesce più spesso a completare le attività; i conflitti con i compagni di classe diminuiscono. I momenti di passaggio tra le due case restano delicati, ma vengono introdotti rituali di transizione che la aiutano a sentirsi più sicura.
Clinicamente, il caso evidenzia come l’ADHD non si sviluppi nel vuoto relazionale. La vulnerabilità neuro-biologica della bambina si intreccia con l’instabilità del contesto familiare. L’incoerenza educativa e la tensione tra i genitori non causano il disturbo, ma ne modulano l’espressione e l’intensità.
Il lavoro terapeutico, integrando intervento sul minore e sostegno alla genitorialità, permette una progressiva riduzione del sintomo come unico canale espressivo del disagio. Giulia non smette di essere vivace e intensa, ma inizia a disporre di strumenti per abitare quella intensità senza esserne travolta.


Il testo è redatto nel rispetto del Codice della Privacy-GDPR-regolamento UE 2016/67 







"L'emprise", quando l'amore si fa trappola

  

© Apsi, serata di presentazione del libro
Emprise” – parola francese dal significato sfuggente – può essere tradotta in italiano con “presa“, “controllo“, “influenza“. Ma è soprattutto negli ultimi anni, anche grazie al movimento #MeToo, che ha assunto una risonanza specifica: descrive una modalità relazionale, amorosa o sessuale, fondata sull’abuso di potere e sulla violazione del desiderio.

È proprio da questa parola che prende il nome “L’emprise – Histoire d’une manipulation“, il graphic novel che è stato al centro della presentazione tenutasi il 20 settembre al Tour de Babel. L’opera – testimonianza e ricostruzione – nasce dal desiderio di Camille Eyquem, una donna che ha scelto l’anonimato per raccontare, attraverso la voce e le immagini della disegnatrice Fiamma Luzzati, la sua discesa in una relazione manipolatoria. Non una finzione narrativa, ma la messa in scena di un’esperienza vissuta, documentata e condivisa, con l’intento di proteggere, denunciare, ma anche elaborare.

Una relazione sotto influenza

La vicenda narrata è apparentemente semplice: Agnès e Skipper si incontrano mentre sono entrambi impegnati in altre relazioni. Lui si mostra seducente, generoso, ammaliante. Lei si lascia coinvolgere da una storia che appare romantica, passionale, travolgente. Ma, come spesso accade in questi casi, l’idillio si incrina presto. Il primo commento svalutante sull’aspetto di Agnès, seguito da un attacco alle sue origini familiari, segna l’inizio di un progressivo smantellamento della sua volontà.

Ciò che segue è una “strana servitù volontaria”, per usare le parole della psicoanalista Clotilde Leguil, in cui la protagonista perde la capacità di distinguere il proprio desiderio da quello dell’altro. Ed è proprio qui che il fumetto si fa potente: non solo per la storia che racconta, ma per il modo in cui parola e disegno si intrecciano per rendere visibile l’invisibile. Il disagio sottile, il malessere silenzioso, la progressiva perdita di sé vengono resi con efficacia attraverso immagini, silenzi, inquadrature che parlano quanto – o più – del testo.

La parola come antidoto

Al cuore di questa opera c’è una riflessione sul potere della parola. Il racconto comincia, significativamente, con una donna che racconta la propria esperienza a un’altra donna, vestita da sposa. È una scena che evoca la trasmissione femminile, la sorellanza, ma anche l’urgenza di rompere il silenzio. Come nella terapia – e non a caso il fumetto riecheggia la forma della seduta psicoanalitica – la narrazione diventa strumento di guarigione.

La parola, ci ricordano le autrici, può curare, ma anche distruggere. Può essere usata per soggiogare, come fa Skipper quando toglie ad Agnès persino il diritto alle proprie parole, o può essere ritrovata come gesto di liberazione. È significativo che la svolta decisiva avvenga non in reazione alla violenza evidente, ma a una menzogna che smaschera il sistema di potere sotteso alla relazione. Agnès squarcia il velo che le copriva gli occhi: è il momento dell’epifania. E ciò avviene davanti a un testimone, un’amica – figura di terzo – che rende possibile il passaggio all’atto.

Un percorso di soggettivazione

Il finale sorprende: Agnès racconta la sua storia a una giovane donna, che si rivelerà essere l’ultima vittima di Skipper. Il ciclo si ripete, ma la narrazione può forse spezzarlo. Qui emerge un’altra riflessione: come uscire dalla ripetizione degli stessi schemi? Come riconoscere un manipolatore prima che sia troppo tardi?

Le riflessioni psicoanalitiche emerse durante la presentazione hanno arricchito la lettura dell’opera. Il personaggio di Skipper è stato analizzato alla luce della teoria del Sé di Heinz Kohut: un narcisista patologico che ha congelato il proprio sviluppo a uno stadio infantile, bisognoso di validazione costante e incapace di empatia. Per lui, gli altri – Agnès compresa – sono oggetti-Se’: funzioni che esistono solo in quanto rispondono ai suoi bisogni. Ma cosa accadrebbe a Skipper senza queste presenze? Un narcisista solo è un soggetto frammentato, privo di coesione, prigioniero di una grandiosità fittizia.

Agnès, al contrario, attraversa un cammino di maturazione: da oggetto usato, a soggetto parlante. La sua rabbia diviene è una forza propulsiva. È l’affermazione di un limite, il rifiuto del dominio, la scintilla che riattiva la volontà e la dignità.

Una storia paradigmatica

Il valore di L’emprise risiede anche nella sua universalità. Non sappiamo molto di Agnès, e questo è un punto di forza: la sua storia diventa paradigma, simbolo, archetipo. La sua voce può essere quella di molte altre donne – e uomini – intrappolati in relazioni manipolatorie, incapaci di riconoscerne i segnali.

Le domande emerse durante la presentazione sono rimaste volutamente aperte: quale futuro per Agnès? Quale per Skipper? E per il figlio che hanno avuto insieme? È possibile spezzare la catena? Può un narcisista guarire? La psicoanalisi ci dice che sì, ma solo attraverso un lungo e doloroso processo di consapevolezza.

Una parola (e un disegno) che liberano

Il merito di questo graphic novel è anche quello di aver scelto un mezzo espressivo capace di rendere accessibile una riflessione complessa. Il dialogo tra testo e immagine non è mai didascalico, ma costruisce un discorso metanarrativo che coinvolge il lettore in prima persona.

Come nel dramma greco, noi – spettatori e lettori – vediamo ciò che Agnès non riesce ancora a vedere. E in questo gesto di “essere terzo”, possiamo diventare l’amica che avremmo voluto essere. Per lei, ma anche per noi stessi.

Io sono perchè Noi siamo

© Ubuntu

L’espressione Ubuntu rappresenta un concetto della tradizione africana.
Si tratta di una parola che deriva dalla lingua Bantu ed indica un’etica o un modo di vivere diffuso nell’Africa sub-sahariana.

Si riferisce ad una maniera di sentire la vita e di ragionare molto intensi e può essere tradotta come umanità attraverso gli altri” o “benevolenza verso il prossimo”.
Il pensiero Ubuntu abbraccia delle virtù molto profonde: il suo intento è mantenere l’armonia nel mondo e lo spirito di condivisone tra tutti membri di una società.

L’etica Ubuntu sottolinea il valore della compassione, delle relazioni umane e della vita, intesa come aiuto reciproco.

Un modo molto popolare per descrivere il concetto di Ubuntu è anche: 

Io sono perché noi siamo“, ovvero “una persona è una persona attraverso le altre persone“. 

Si tratta di un valore condiviso universalmente anche sotto altri nomi in diverse lingue.

Il concetto di Ubuntu implica un grande apprezzamento delle tradizioni e delle credenze più antiche e racchiude la consapevolezza costante di vivere sapendo che le azioni che un uomo compie oggi sono il riflesso delle azioni passate e che il comportamento di una persona avrà degli effetti di vasta portata nel futuro.

Chi vive con Ubuntu sa quale è il suo posto nell’universo e di conseguenza è in grado di interagire con gli altri con grazia e armonia.
Nel pensiero Ubuntu gli antenati e le generazioni future fanno tutti parte della stessa comunità e per estensione ne è parte anche la natura.

I valori etici dell’Ubuntu includono il rispetto per gli altri, il soccorso vicendevole, il senso di comunità, lo spirito di condivisione, la fiducia e l’altruismo, anche se il suo significato può assumere contorni ancora più ampi andando a coinvolgere i movimenti dell’Universo.

Nel 1980 lo storiografo, giornalista e autore zimbabuano Stankle J. W. T. Samkange (1922-1988) ha tentato di creare una teoria della conoscenza Ubuntu il cui centro è riassumibile in tre sue massime:

Essere umani significa affermare la propria umanità riconoscendo l’umanità degli altri e, su questa base, stabilire con loro relazioni umane rispettose.

Se e quando ci si trova di fronte ad una scelta decisiva tra la ricchezza e la preservazione della vita di un altro essere umano, allora si dovrebbe optare per la conservazione della vita.

Il re deve il suo status, compresi tutti i poteri ad esso associati, alla volontà del popolo sotto di lui. Questo per Samkange, era un “principio profondamente radicato nella filosofia politica tradizionale africana”.

Un altro aspetto dell’Ubuntu è che, in ogni momento, l’individuo rappresenta efficacemente le persone da cui proviene.
È tabù chiamare gli anziani con il loro nome, che vengono invece chiamati con i loro cognomi per bandire l’individualismo e sostituirlo con un ruolo rappresentativo.
Anche l’individuo perde parte della sua identità che è sostituita da un’identità sociale più ampia.

Un aspetto fondamentale dell’etica Ubuntu è che un individuo, in ogni istante, rappresenta le persone con le quali ha convissuto e a cui appartiene: una famiglia, un villaggio, un distretto, una provincia e una regione. Ciò implica il desiderio di comportarsi attraverso gli standard più elevati di sé e la responsabilità di esibire le virtù che la propria società sosteneva – o che erano alle sue basi – nel migliore dei modi.

L’Ubuntu incarna tutte quelle virtù che mantengono l’armonia e lo spirito di condivisone tra i membri di una società.

Nella sfera economica l’Ubuntu enfatizza la giustizia sociale, l’uguaglianza e l’equità basandosi sul principio che la condivisione deve prevalere sul profitto.
Secondo le idee dell’Ubuntu ci dovrebbe essere un lavoro per tutti sulla base del pensiero che “nessuno è inutile” e “noi lavoriamo come uno“. La vita umana ha un valore intrinseco piuttosto che essere ‘capitale umano’.

Il pensiero comunitario è centrato sulla famiglia in senso esteso.
Si tratta di un concetto molto importante, poiché “l’uomo è definito in riferimento alla comunità che lo circonda” e “la personalità è qualcosa che deve essere raggiunta” nel contesto della partecipazione alla comunità.

Un altro concetto dell’Ubuntu è che “l’umanità non ha confini”: ciò esprime l’unità e la fratellanza di tutti gli esseri umani.
Nell’etica Ubuntu la sovranità delle persone deve prevalere sul capitale, ponendo fine al suo dominio in favore di un piano sociale globale e più ampio.

Per il pensiero Ubuntu lo stesso rispetto che si dà alle persone va esteso alla natura, secondo uno spirito di unione collettiva in cui al posto di cercare di soddisfare il proprio io individualistico si deve pensare in senso comunitario pensando a cosa si può fare (incluso sé stessi) per vivere tutti meglio.

La visione unificante del mondo di Ubuntu è espressa nella massima zulu: “Una persona è una persona attraverso altre persone”.

Se per un umanista occidentale questa espressione potrebbe essere interpretata come un’efficace regola di condotta o di etica sociale, nel pensiero tradizionale africano ha invece un significato profondamente religioso.
Le “Persone” infatti comprendono non solo gli esseri umani viventi, ma anche gli antenati che sono già morti e i bambini che non sono ancora nati.

L’ Ubuntu incarna un profondo rispetto per i progenitori e include tutti gli atteggiamenti e i comportamenti necessari non solo per una vita armoniosa con gli altri individui sulla terra, ma con gli antenati nel mondo oltre la morte e con coloro che vivranno sulla terra in futuro.

Ogni individuo è il frutto dei suoi padri e diventerà l’antenato di tutti i futuri discendenti.
Coloro che sostengono l’Ubuntu per tutta la vita, nella morte, raggiungeranno un’unità con coloro che sono ancora in vita. Nel pensiero Ubuntu l’individuo è definito solo in termini di relazioni con gli altri nella comunità.

© Ubuntu  

 

Che dire: il pensiero Ubuntu è lontanissimo da come gli occidentali hanno "costruito" il mondo e soprattutto le relazioni tra le persone. Sarò ingenuo ma penso che se accettassimo un po' della filosofia Ubuntu ne avremmo solo da guadagnare in termini di visione del mondo, nelle relazioni tra le persone, le "classi sociali" e gli Stati. L'individualismo e la competizione occidentali si stanno sempre più rivelando una miscela tossica che avvelena soprattutto i giovani, connessi in continuazione virtualmente ma... ben lontani dalla realtà. L'immagine iniziale dello scritto vede quattro braccia connettersi "fisicamente" per ottenere quel NOI della filosofia Ubuntu, quel NOI che non si potrà mai realizzare con Internet.  


"Essere sani in luoghi folli"

   

© David Rosenhan
Il Prof. David Rosenhan insegnava Psicologia alla Stanford University e nel 1973 pubblicò su Science un articolo dal titolo: “Essere sani in luoghi folli”. Titolo piuttosto provocatorio, indubbiamente, visto che lo scritto traeva spunto da un esperimento da lui condotto pochi mesi prima. 
Orbene Rosenhan, da sempre critico e perplesso sulla facilità con la quale potevano essere "etichettate" le persone in riferimento a patologie psicologiche e/o psichiatriche, decise di intraprendere un'esperimento con l'aiuto di alcuni volontari.
L’obiettivo che Rosenhan voleva raggiungere era dimostrare non soltanto la fallacia delle diagnosi psichiatriche e l’inadeguatezza del metodo utilizzato per farle ma anche la pericolosità delle "etichette" derivate dal ricevere una valutazione psichiatrica da parte delle istituzioni “competenti".
Rosenhan selezionò otto volontari che si presentarono spontaneamente in strutture ospedaliere dicendo di sentire delle voci che gli dicevano “vuoto”, “cavo” e “inconsistente”. A parte questa bugia, un nome e una professione di fantasia, gli otto volontari non diedero altre informazioni false.
Nelle varie strutture ospadaliere i "volontari" risposero ad ogni domanda sul proprio stato di salute, sulla propria famiglia, sulle proprie esperienze raccontando esclusivamente fatti ed emozioni reali. Fatti ed emozioni già esaminati da Rosenhan e collaboratori ed ovviamente valutati come non patologici.
Dopo i colloqui tutti i volontari-pazienti furono ricoverati. Sette di loro vennero bollati come schizofrenici, uno come maniaco-depressivo.
 E questo avvenne in ognuno degli ospedali in cui si presentarono nonostante fossero state scelte strutture diverse per posizione geografica, storia e orientamento del reparto psichiatrico.
Nessuno dei partecipanti all’esperimento pensava che sarebbe stato ricoverato nel reparto di psichiatria insieme agli altri malati. Per questo tutti reagirono cercando di dimostrare la propria salute mentale per farsi dimettere il prima possibile.
Sebbene non dimostrassero alcun sintomo, si dimostrassero educati e collaborativi i "volontari" vennero trattenuti da 7 a 54 giorni e dovettero fingere di seguire le terapie farmacologiche prescritte.
Vennero tutti rilasciati con un certificato di dimissione che affermava che la loro patologia era in remissione. Questo documento di fatto etichettava gli otto come malati mentali momentaneamente stabili ma passibili di ricadute. Insomma una volta che l’Istituzione psichiatrica aveva bollato un individuo non era possibile tornare indietro.
Quando Rosenhan rese pubblici i risultati dell’esperimento suscitò tanto clamore, incredulità (e fastidio) che un ospedale volle sfidarlo chiedendogli di inviargli nei tre mesi seguenti dei finti pazienti.
Sui 193 individui che si presentarono nel reparto di psichiatria di quell'ospedale 41 vennero considerati impostori e 42 furono considerati sospetti ma... Rosenhan non aveva mandato nessuno.
Rosenhan con questo esperimento riuscì a dimostrare l’insufficienza degli strumenti di valutazione psichiatrici, il fardello dello stigma istituzionale e sociale che ogni individuo bollato come malato deve subire per tutto il resto della propria esistenza, e il ruolo che i pregiudizi hanno nel determinare le diagnosi in questo ambito.

Lo studio concluse "È chiaro che non possiamo distinguere i sani dai pazzi negli ospedali psichiatrici" e mostrava inoltre il pericolo della disumanizzazione e dell'etichettamento nelle istituzioni psichiatriche. Suggerì che l'uso di strutture comunitarie di salute mentale focalizzate su problemi e comportamenti specifici piuttosto che su etichette psichiatriche poteva essere una soluzione e formulò raccomandazioni agli operatori in campo psichiatrico affinché fossero più coscienti della psicologia sociale delle loro strutture.