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Luciano ed il suo incidente


Ricordo del raduno BMW del 1998 a Riva del Garda (mia foto)

Luciano è uno Chef modenese che ha lasciato l'Italia assieme alla moglie, vent'anni fa. Era stato chiamato da un amico che aveva aperto un piccolo ristorante italiano a Parigi, elegante e di qualità. Dopo pochi anni, visti gli ottimi risultati di clientela era diventato socio dell'attività.

Sono anni molto impegnativi e soddisfacenti con il ristorante che ha riscontri di pubblico e recensioni assai positive. Le mogli di Luciano e del socio curano la sala ed il ristorante è sempre più conosciuto ed apprezzato in Parigi. Dapprima acquistano il piccolo locale poi uno più grande in una zona centrale della città e danno lavoro a sei collaboratori tra cucina e sala.

Si sa il traffico di Parigi è caotico e Luciano va da casa al lavoro con la sua meravigliosa Ducati con la moglie al seguito. Una ventina di minuti e nessun problema per parcheggiare. Del resto Luciano è anche un ottimo pilota, viene pur sempre dalla "terra dei motori", terra che vede aziende come Ferrari, Maserati, Lamborghini e naturalmente moto Ducati.

Chi va in moto deve mettere in conto qualche piccolo incidente, il più delle volte a causa delle "distrazioni" degli automobilisti, che protetti nelle loro scatole di ferro a quattro ruote, non badano ai poveri motociclisti, infatti sono scivolati alcune volte con qualche ammaccatura, un po' di spavento e nulla più.

Una sera al rientro dal lavoro sul périphérique un automobilista gli taglia la strada e li fa cadere. L'automobilista è choccato lui stesso, li soccorre e conduce al pronto soccorso più vicino. Una notte di esami e controlli vari ma sembra che nulla di grave sia occorso a Luciano ed alla moglie.

Due settimane di stop dal lavoro ma la brigata di Luciano è capace di fare fronte all'evenienza in attesa della guarigione del loro Chef.

A distanza di alcuni mesi Luciano comincia a zoppicare, sente la gamba sinistra "pesante" e dolorante ma con po' di fisioterapia la situazione migliora sino al triste mattino di un sabato. Luciano fa per alzarsi ma la gamba non lo regge, ha un dolore insopportabile e si trova a camminare a quattro zampe come un cane!

La TAC fatta in urgenza mostra una grave ernia espulsa che occorre operare al più presto. Uno dei suoi clienti è un neurochirurgo e lo opera lui stesso in una clinica parigina. L'intervento si svolge senza problemi e dopo una breve convalescenza Luciano può riprendere il lavoro. Il peggio sembra passato e quasi dimenticato, Luciano è dedito al suo lavoro che vive sempre con passione.

A distanza di circa un anno il dolore si ripresenta e a volte Luciano non riesce a stare in piedi per il male che sente alla gamba, con sensazioni di anestesia al piede ed alla gamba. La TAC di controllo evidenzia che parte dell'ernia è ancora espulsa ed interferisce con il nervo che lo fa così tanto soffrire.

Ovviamente si rivolge al medico che lo ha operato ma ha la netta sensazione che il chirurgo "se ne lavi le mani". Per farla breve consulta altri neurochirurghi e, dalle loro risposte, capisce bene che l'intervento è andato male ed occorre ripeterlo.

Luciano è demoralizzato, deluso ed arrabbiato! Si fa operare nuovamente in un ospedale parigino ed il chirurgo gli dice che non sarà più come prima, la parte è ormai molto fragilizzata e lo stare in piedi, legato al suo lavoro, sarà possibile solo per brevi tempi. 

Uno Chef lavora in piedi per parecchie ore e Luciano "stringe i denti" ma davvero non riesce per il dolore nonostante i farmaci che assume e comincia a perdere giornate di lavoro. Sempre più spesso è a casa, si sente depresso e comincia a mangiare smodatamente e ahimè a bere.

Nel volgere di pochi mesi lascia il lavoro, cede le quote del ristorante al socio che spera sempre vederlo tornare in cucina. A casa mangia e beve in continuazione, abusa anche di farmaci antidepressivi ed ipnotici per dormire. La moglie è disperata e non sa più che fare con Luciano, gli fa una pena infinita ed al contempo rabbia, nel vedere il proprio uomo sprofondare nell'abisso.

La moglie come estremo tentativo lo costringe a lasciare Parigi per la Costa Azzurra ove hanno un cognato che ha una piccola impresa di pulizie e sarebbe ben disposto a farli lavorare con sè nel piccolo ufficio-magazzino. Praticamente trascinato per i capelli Luciano viene a Nizza, in modo intermittente va in ufficio e promette alla moglie di andare almeno una volta da uno psicologo. 

Quando incontro Luciano mi ispira subito simpatia, viene da una terra "sanguigna" ove buon cibo, vino e motori sono gioiosamente di casa. Casualmente vengo a sapere che ha passione per le moto BMW, ne ha posseduti alcuni modelli che anch'io ho avuto per anni e ci lasciamo andare a ricordi di "motard" come due ragazzini. Non solo, nel lontano 1998 entrambi eravamo andati all'annuale raduno BMW moto, in quel di Riva del Garda, quindi ci eravamo già incontrati senza saperlo!

Per farla breve Luciano era venuto in seduta abbastanza sfiduciato e resta stupito che per oltre un'ora abbiamo parlato e non solo di moto, ovviamente. Sull'onda della comune passione mi "concede" qualche altro incontro informativo e poi... chissà.

Avrete ben capito che le moto BMW ci hanno permesso di costruire un inizio di legame, una passione condivisa ci ha consentito di trovare un terreno comune e Luciano ha iniziato a parlare di sè e della sua grande sofferenza.

Il lavoro è in corso. Probabilmente Luciano non potrà più riprendere la sua attività di Chef, gli è impossibile stare in piedi a lungo ma la voglia di avere un suo locale sta tornando, in qualità di titolare con un giovane e bravo Chef emiliano ai fornelli, ovviamente!

 

P.S. Lo scritto è redatto nel rispetto del Codice della Privacy, GPDP -  Regolamento UE 2016/679.

Il segreto della mamma di Anna


© Imam Fadly by Unsplash

Anna, una giovane donna trentaduenne si è rivolta a me perchè dopo anni molto positivi sia dal punto di vista affettivo che lavorativo qui a Nizza, ha cominciato a sentirsi inquieta ed ansiosa. Nella sua adolescenza, per motivi legati a disturbi alimentari, nella fattispecie un'anoressia che l'aveva portata ad essere assai sottopeso, aveva già consultato una psicologa con ottimi risultati nel giro di nemmeno un anno. E' quindi "preparata" e consapevole dell'aiuto che potrebbe ancora darle uno psicologo, senza aspettative miracolistiche o magiche.

E' particolarmente colpita dal questionario del copione che le propongo all'inizio della consultazione, un questionario di una quarantina di domande volto a conoscere il più possibile le dinamiche familiari sin dai primi anni di vita della persona, nell'interazione con le figure importanti della sua vita, familiari e non solo.

Possiamo definire il copione (come nel teatro) il ruolo, l'espressione e la parte che ogni persona esprime nella propria vita a seguito delle interazioni significative della sua crescita fisica e psicologica.

Più nello specifico i copioni sono pattern relazionali inconsci basati sulle reazioni psicologiche del vivere, sull'esperienza, sulle decisioni prese nel tempo ed in fasi precoci dello sviluppo che inquadrano e definiscono (e talvolta imprigionano) la persona. 

Strutturare un copione personale permette anche di proteggersi dalla confusione e dal disorientamento, quindi non è solo un aspetto normativo, permette anche di dare spazio alla propria curiosità, inventiva e trasgressione.

Uso il questionario del copione per iniziare a interrogare la persona sulle dinamiche familiari, non per fare una fotografia psicologica ma per cominciare a porre domande, direi un punto di partenza per il lavoro clinico.

Nell'analizzare le risposte di Anna al questionario emerge con forza il suo desiderio di avere un figlio. Non solo, aveva vissuto con grande sofferenza durante l'anoressia la mancanza di mestruazioni per quasi un anno, terrorizzata che il suo corpo non potesse più tornare ad un peso adeguato e riprendere ad avere un ciclo regolare.

Se il lavoro con la collega le aveva permesso di regolarizzare peso e ciclo, il desiderio del figlio era come "scomparso", mi dice: "...Ero giovane, al momento giusto avrei dato conto al mio desiderio..."

Qual'è il momento giusto? Luigi ed Anna vivono insieme da anni, sono una "bella coppia", lavorano entrambi in ambito informatico e sono riusciti appena prima del confinamento ad acquistare la loro casetta ove erano inizialmente in affitto. Luigi è anche riuscito a farle prendere la patente. Anna si era sempre sentita terrorizzata all'idea di condurre un'auto, ma con il supporto di Luigi si è "lanciata" ed ora ci ha quasi preso gusto! Ride a posteriori di questa sua paura e mi dice che la sua mamma ha tentato varie volte e riusciva bene alla teoria ma al momento delle guide andava in panico fino a decidere di abbandonare l'idea (banale esempio di copione...).

Ora è il momento giusto di avere un figlio. Anzi meglio: Luigi esprime chiaramente il suo desiderio di un figlio certo di trovare Anna assolutamente concorde e desiderosa come lui di tale gioioso progetto.

Anna è felice e d'accordo, ma le notti successive fa alcuni sogni o meglio incubi che la inquietano. Ne parla con Luigi che appare piuttosto sconcertato e non sa bene come affrontare le preoccupazioni di Anna.

Gli incubi di Anna vertono sul tema narrativo della nascita di un figlio affetto da qualche malattia genetica e che muore poco dopo. Ma ciò che inquieta maggiormente Anna è la paura che sia Luigi il responsabile della malattia per il bimbo...

Va da se che consultano alcuni bravi ginecologi e genetisti, che escludono, a seguito degli esami approfonditi eseguiti su entrambi, che tali paure abbiano un fondamento clinico.

Ma Anna è ugualmente inquieta e decide di consultarmi. Sin dall'inizio mi chiede di coinvolgere Luigi e mi trova assolutamente d'accordo. Neanche a dire che Luigi è della partita, non sa bene come affrontare la sofferenza di Anna, capisce che è davvero spaventata e per la loro coppia ciò può rappresentare un grave momento di crisi.

Stimolata dalle domande del questionario del copione Anna, in una seduta in cui è presente solo lei dato che Luigi è dovuto andare a Parigi per lavoro, mi racconta che una sua zia le aveva accennato molti anni prima di un "qualcosa" che riguardava la loro famiglia. Anna non aveva approfondito, pensava ad un momento difficile per motivi economici, peraltro ormai superati. Qualche giorno prima, incuriosita, ha contattato la zia ed ha saputo (dopo forti insistenze) che la mamma di Anna aveva abortito, accompagnata allo studio del medico proprio da quella zia, senza che il marito sapesse nulla. Anna fa due veloci conti e capisce che l'aborto è precedente alla sua nascita!

Questa consapevolezza è sia dolorosa che catartica, la mamma di Anna ha dovuto-voluto abortire per una relazione extra-coniugale sconosciuta in famiglia ad eccezione della zia "complice".

Potete immaginare il turbine di sentimenti, dolore e sofferenza di Anna nel mettere in fila tutti questi eventi, che racconta senza alcun filtro a Luigi, sempre più scosso da ciò che ascolta.

Questa dolorosa consapevolezza consente però ad Anna di capire meglio la profondità della sua paura, espressa negli incubi appena vissuti, collegati con ciò che la mamma aveva passato e trasmesso "inconsciamente" alla figliola.

Questo passaggio è essenziale per il percorso di coppia di Anna e Luigi, che ora possono affrontare il loro desiderio di figlio nella realtà fatta di gioia, speranza e fatica (ovviamente) senza i fantasmi di un lutto pieno di sensi di colpa che può avere vissuto la mamma di Anna nella difficile scelta di abortire in segreto.


P.S. Lo scritto è redatto nel rispetto del Codice della Privacy, GPDP -  Regolamento UE 2016/679.

 

 








 



Il principio della rana bollita

© Ph. Alexa by Pixabay

Il principio della rana bollita: 

Se si butta una rana in un contenitore di acqua bollente la bestiola, come tocca l’acqua, spicca un salto fulmineo e riesce ad uscirne viva. Se si mette la rana nell’acqua fredda e si riscalda molto lentamente il contenitore fino ad ebollizione, la bestiola finisce bollita senza mostrare alcun segno di reazione e senza tentare di venirne fuori. Conosciamo tutti la metafora: quando un cambiamento viene effettuato in maniera sufficientemente lenta e graduale sfugge alla consapevolezza e non suscita nessuna reazione ed opposizione.

Il principio della rana bollita è utilizzato dal filosofo americano Noam Chomsky in riferimento ai popoli che accettano passivamente restrizioni, vessazioni, scomparsa di valori in totale passività. Medesimo principio può essere usato per il comportamento delle persone passive, remissive, disinteressate e disattente, che si deresponsabilizzano di fronte ai cambiamenti in corso.

Scrive Chomsky: “Se guardiamo ciò che succede nella nostra società da alcuni decenni ci accorgiamo che stiamo subendo una lenta deriva alla quale ci abituiamo. Un sacco di cose, che ci avrebbero fatto orrore 20, 30 o 40 anni fa, a poco a poco sono diventate banali, edulcorate e oggi ci disturbano solo leggermente o lasciano decisamente indifferenti la gran parte delle persone. In nome del progresso e della scienza, i peggiori attentati alle libertà individuali, alla dignità della persona, all’integrità della natura, alla bellezza ed alla felicità di vivere, si effettuano lentamente ed inesorabilmente con la complicità costante delle vittime, ignoranti o sprovvedute. Proprio come la rana bollita, cotta a puntino, mentre sguazzava tranquilla nella sua acqua sempre più tiepida."

Anche il sociologo americano Joseph Overton ha lavorato su questi concetti: egli è noto per la sua teoria di ingegneria sociale, conosciuta coma "La Finestra di Overton". Overton ha studiato ed analizzato i meccanismi di persuasione e di manipolazione delle masse. Era particolarmente attratto dal comprendere come si potesse trasformare un’idea inaccettabile per la società in un certo momento storico e dopo alcuni anni essere considerata accettata e "normale".

Overton identifica una sequenza in progressione che consta di sei fasi:

1) Inconcepibile. Potremmo dire l'apertura della "finestra". L'idea o il comportamento è impensabile, rifiutato, spesso considerato orrendo o vietato. Però se ne parla sempre più spesso...

2) Estrema. L'idea o il comportamento è sempre considerato molto negativamente però qualcuno inizia a fare timidi distinguo e propone delle eccezioni.

3) Accettabile. Che si può sintetizzare nel modo seguente:  “Io non lo farei mai, ma perché impedirlo ad altri?” Overton nota poi che alla televisione molti "esperti" affrontano l'argomento che quindi è sempre più diffuso al gran pubblico.

4) Ragionevole. In questa fase Overton nota che l'idea o il comportamento ha perso gran parte dell'aspetto negativo o ripugnante. Si pensa: "Se riguarda poche persone può essere tollerato".

5) Diffusa. L'idea o il comportamento si diffonde rapidamente, sovente tramite i cosiddetti "influencer", che veicolano con la forza della loro persuasione il tema in oggetto.

6) Legalizzata.  L’idea o il comportamento viene accettato, normalizzato e sancito ufficialmente.

Overton si astiene dal connotare "politicamente" la sua analisi. Il suo scopo è approfondire i passaggi tramite i quali un'idea o un comportamento connotato negativamente o proibito può (ovviamente in un tempo adeguato) un po' alla volta divenire accettabile e "normale" per le persone.

Overton è ben consapevole della forza di persuasione dei media (tv e giornali) e dell'opinione pubblica nel fare accettare un po' alla volta idee e comportamenti che qualche anno (o decennio) prima non sarebbero stati mai considerati normali. Overton (morto nel 2003 a soli 43 anni) non aveva ancora conosciuto l'immensa forza di persuasione di Internet e dei Social che stavano nascendo, ad esempio Facebook è del 2004. 

Un classico esempio di finestra di Overton è il proibizionismo negli Stati Uniti. Nel periodo dal 1920 al 1933 negli Stati Uniti d'America tramite il XVIII emendamento e il Volstead Act venne sancito il bando sulla fabbricazione, vendita, importazione e trasporto di alcool. Era il cosiddetto "proibizionismo", che tutti noi abbiamo visto in numerosi film americani. Pensate che oggi si potrebbe mai riproporre il "proibizionismo"...?

La finestra di Overton può anche spiegare come alcuni popoli abbiano potuto accettare e condividere idee e comportamenti violenti, razzisti e distruttivi (tipici delle dittature) nel volgere di non molti anni. Il riferimento è ai totalitarismi del nazismo e del comunismo, alle operazioni militari chiamate "missioni di pace" ed alle limitazioni delle libertà fondamentali a causa della pandemia...

Paura, sospetto e delazione

 

© Martino Nicoletti

L'antropologo Martino Nicoletti reduce da un soggiorno in Francia, ci narra la sua esperienza all'aeroporto internazionale di Nantes, in attesa del volo per l'Italia.

Da una parte ci racconta con sollievo che all'aeroporto non vi è più l'obbligo della mascherina, al contempo però egli ha una sensazione "strana". Orbene da li a pochi attimi incrocia un folto gruppo di militari armati all'interno dell'aeroporto stesso, con il fucile appoggiato alla spalla, quindi in stato di pattugliamento ed allarme.

La sua mente vola al ricordo dei pesanti controlli ai tempi del terrorismo internazionale pur in mancanza, al momento, di allarme esplicito per il terrorismo.

Con sua sorpresa quando è nel gate per imbarcarsi è attratto dagli schermi che negli aeroporti di solito trasmettono previsioni meteo, pubblicità e notizie di attualità. La sua attenzione è colpita da un cartone animato che sollecita i passeggeri in transito a prestare molta attenzione ad eventuali borse, zainetti o bagagli all'apparenza incustoditi da segnalare prontamente alla sicurezza o alla Polizia.

Niente di strano, lo sappiamo tutti ed è un consueto messaggio in spazi di transito in qualunque parte del mondo.

Ma, il cartone animato prosegue con altre situazioni. Ad esempio: un passeggero vede una porta semi aperta e quindi avvisa la sicurezza, chissà mai che non si nasconda un pericolo.

Altra immagine: una signora prende una foto all'interno dell'aeroporto ed allora il buon passeggero dotato di gran senso civico ha un sospetto e prontamente avvisa la sicurezza.

Anche una persona accaldata, stanca e semi nascosta dietro una colonna è fonte di sospetto, potrebbe essere un terrorista ed il buon cittadino si sente in dovere di avvisare la Polizia.

Nicoletti poi osserva che le figure del cartone animato, peraltro assai ben fatto sono senza mascherina, ma non hanno volto, quindi nessuna espressione. 

Quindi "esseri" mossi dall'allarmismo e dal sospetto non fanno altro che individuare situazioni potenzialmente pericolose e fare il loro buon dovere di denunciare alla hostess o al poliziotto che sta facendo la ronda, il loro sospetto. 

Nicoletti osserva che ora che il Covid sembra dietro di noi, non ci sono più il Green Pass ed il pericolo terrorismo, si cerca di instillare nelle persone un allarme continuo. Le persone vengono tenute costantemente ad un livello di percezione di pericolo ed insicurezza, spaventate e con la sensazione che qualcosa di grave può arrivare di colpo. Non solo: il cittadino dovrebbe essere anche un "poliziotto", guardarsi attorno attento a denunciare potenziali o manifesti pericoli.

A tal proposito viene in mente il film drammatico "Le vita degli altri" girato a Berlino est ai tempi della Stasi, ogni cittadino non è solo poliziotto ma anche "agente segreto". Invece della fiducia, della concordia o del semplice "rapporto neutro" tra le persone, c'è sempre del sospetto in un clima di pericolo imminente, il che giustifica la delazione.

Nicoletti scrive che tra poco non serviranno nemmeno più le telecamere, "il bravo cittadino" sarà egli stesso una telecamera in grado di osservare e denunciare eventuali persone o situazioni di pericolo.

Esagerazione direte voi! Però ci ricordiamo ancora gli inviti, nel mentre dei confinamenti, a denunciare i vicini riuniti a cena con amici e non solo con i familiari, o chi usciva senza motivo ben oltre la distanza permessa. Dall'inizio della "pandemia" è stato tutto un allontanare fisicamente (e non solo) le persone, impedire di darsi la mano, figuriamoci abbracciarsi, spaventare vecchi e giovani per il contagio, dividere e contrapporre vaccinati e non, costringere all'uso del green pass e poi di quello "rafforzato". Il tutto in un clima costante di paura con bollettini di guerra su morti e contagi.

Ricordo ancora il giorno di Natale del 2020 a Milano. Mia moglie ed io avevamo a pranzo i cognati e la giovane nipote. Ebbene per le regole anti contagio solo due persone dello stesso nucleo familiare potevano stare nella stessa vettura. Quindi le due donne sono venute in auto e nostro cognato in moto con un freddo cane. Un bicchiere di ottimo vino rosso l'ha rimesso in sesto dopo la freddata che si è preso... No comment!

BUT THE SHOW MUST GO ON...



 




 

le relazioni "tossiche"

 
© Anastasia Skylar - Unsplash
 
Silvia è una ragazza bella e fine, sempre ben vestita (è un suo vezzo). Intelligente e brillante negli studi si è laureata in una prestigiosa università italiana poi ha conseguito un master in Inghilterra. Mi racconta che al liceo aveva molti ragazzi che "le facevano il filo" ma non era particolarmente interessata agli spasimanti. Aveva avuto delle storielle, ma niente di serio.
All'università aveva incontrato Giacomo, quattro anni di relazione con alti e bassi ma non si sentiva innamorata. Per perfezionare i suoi studi Silvia decide di frequentare un master biennale a Londra. Al momento di partire lei e Giacomo avevano deciso di chiudere la storia, senza particolare sofferenza.
Il master è impegnativo e col passare dei mesi Silvia si accorge che la simpatia per David, un assistente del suo professore di tesi, sta trasformandosi in qualcosa di più forte.
Per farla breve accetta di vederlo al di fuori dell'università ed iniziano una storia di grande passione, complicità e segretezza (parole sue) dato che sanno bene che sarebbe mal vista in ambito accademico.
Silvia trascorre sempre più tempo a casa di David, si sente innamorata e ricambiata.
Tutto procede bene, rendono pubblica la loro relazione agli altri e Silvia va a vivere a casa di David.
Il master si conclude e Silvia trova lavoro presso uno studio legale assai quotato, di fatto "sponsorizzata" da David.
Gli anni passano e, certi della loro relazione, decidono di provare ad avere un bambino.
Nel giro di pochi mesi Silvia è incinta, la gravidanza si svolge serenamente e, con gioia di entrambi, nasce Arianna. Decidono entrambi che Silvia resti a casa con la bimba per seguirla almeno qualche anno. Quando Arianna ha sei mesi David ha un'opportunità come visiting professor per un anno presso una università americana. Un anno lontani ma poi sarebbe rientrato a Londra.
Silvia, pur non felice acconsente, dal punto di vista accademico sa che è molto interessante per il suo compagno.
Scade  l'anno e nulla accade, anzi David nonostante sia sollecitato, resta sempre negli USA. A questo punto Silvia ha i primi attacchi di panico intervallati da grande rabbia verso David.
Addirittura il padre di Silvia vola negli States per capire cos'ha in testa David. Si incontrano ed arrivano alle mani! Il papà di Silvia è un uomo semplice ed assai robusto e quando perde la pazienza "stende" David in strada davanti a diversi testimoni. David chiama la Polizia ed il padre riesce in modo avventuroso a rientrare in Italia.
Tragedia! Silvia è distrutta, così pure la sua famiglia. Potete immaginare le difficoltà di Silvia con una bimba piccola, lontano dai familiari e senza un lavoro.
Per farla breve Silvia decide di rientrare in Italia nella casa familiare, con il pieno appoggio dei genitori, sempre nella totale assenza di notizie di David.
Dopo sei anni dalla nascita di Arianna, David di colpo ricompare. A Silvia sembra di essere in un film (parole sue), come niente fosse David torna, si scusa con il capo cosparso di cenere e chiede perdono...
Il padre di Silvia vorrebbe picchiarlo ancora ma, per il bene della figlia e della bimba soprassiede, soprattutto quando sa che David ha ritirato la denuncia contro di lui.
David "si giustifica" per il suo comportamento dato che proviene da una famiglia assai religiosa di fede ebraica che ha preso molto male la relazione del figlio con Silvia. Solo dopo tanti anni i genitori di David hanno accettato la relazione "mista" e la nascita di Arianna. Tant'è, si mettono assieme nuovamente e David sembra davvero pentito e meritevole di un perdono anche se molto sofferto da parte di tutti.
Decidono di tornare nuovamente a Londra ove David potrà proseguire la sua carriera universitaria. Non passa nemmeno un anno e David è sempre più insofferente, cerca di spostarsi in altre università importanti soprattutto oltreoceano. Silvia è sconcertata, è un incubo già visto!
Un giorno scopre una bustina nella macchina di David, la nasconde e porta da un amico che le conferma essere cocaina. Silvia non sa cosa le accade, è terrorizzata da questa scoperta ma teme di perdere di nuovo David e decide di fare finta di nulla nonostante la sua sofferenza.
L'amico di Silvia, che conosce tutta la storia ed ora sa anche dell'uso di cocaina da parte di David, interviene duramente, "la ricatta" e costringe a chiedere aiuto ad uno psicologo, dato che Silvia è ormai totalmente dipendente nella "relazione tossica" con David.
Così Silvia mi contatta tramite Skype ed iniziamo un percorso a distanza. Iniziare un percorso di psicoterapia dietro una costrizione è quanto di più assurdo si possa pensare. Per potere lavorare occorre essere "liberi" di scegliere, non basta essere sofferenti e bisognosi.
Con questo intendimento lavoro alcuni mesi perchè Silvia passi dalla posizione di "povera vittima bisognosa" a quella di soggetto che vuole affrontare e capire quanto le è accaduto e ciò che non le permette di essere donna e madre appieno.
Potremmo dire una fase preparatoria al lavoro vero e proprio di psicoterapia per affrontare la dipendenza affettiva, che non ha nulla a che fare con l'amore. Soprattutto è un percorso doloroso, senza rincorrere facili colpevoli (e David certo è un soggetto tossico) ma per affrontare l'attitudine di Silvia a porsi come vittima nei confronti di certi uomini.
Se si riesce a superare questa fase, e non è scontato, allora è possibile passare al "secondo tempo del film", comprendere appieno la trama, i personaggi e le responsabilità di ciascuno. 
E' davvero un viaggio di conoscenza, importante, necessario, catartico direi, perchè la persona possa non trovarsi più in relazioni che di amoroso non hanno nulla, dato che la "dipendenza" affettiva, anche se non tossica, è pur sempre distruttiva e la morte del vero amore.

 
  
P.S. Lo scritto è redatto nel rispetto del Codice della Privacy, GPDP -  Regolamento UE 2016/679.

Il burn-out di Francesco

© Ante Hamersmit - Unsplash

Uno degli effetti "indiretti" della pandemia è rappresentato dal fenomeno del burn-out.

Intendiamoci il burn-out è conosciuto e studiato da decenni. Burn-out è un termine di origine inglese che letteralmente significa "bruciato", "esaurito" o "scoppiato". Dal 2019 il burn-out è riconosciuto come "sindrome" dall'ICD (International Classification of Disease) testo di riferimento globale per tutte le patologie. L'Organizzazione Mondiale della Sanità definisce il burnout come un "fenomeno occupazionale" derivante da uno stress cronico mal gestito, ma specifica che non si tratta di una malattia o di una condizione medica (quindi è psicologica) . Il burn-out è caratterizzata da una serie di fenomeni di affaticamento, delusione, logoramento e improduttività che sfociano in sconforto e disinteresse per la propria attività professionale quotidiana. 

Il termine burn-out era stato utilizzato negli anni '30 per indicare degli atleti che "improvvisamente" non riuscivano più a mantenere le loro performance agonistiche, apparivano demotivati, "spenti" e con maggior facilità ad avere infortuni.

Negli anni '70 il fenomeno del burn-out era stato osservato nel personale infermieristico di un centro psichiatrico negli USA, poi in molte altre situazioni lavorative. 

Era stato osservato che persone in contatto con il pubblico, fossero clienti, utenti, studenti o pazienti, quindi attività che implicano le relazioni interpersonali, di colpo si "esaurivano" e dovevano assentarsi dal lavoro per periodi anche lunghi, per "ricaricare le batterie".

Appariva chiaro che andavano in burn-out le persone che più avevano investito nel loro lavoro, ci "mettevano passione" ed erano disposte a fare dei sacrifici per la loro attività. Con la costante di essere in relazione con altre persone cui offrivano aiuto, sostegno, soccorso o appoggio.

Chi mette molto "cuore" nel suo lavoro rischia maggiomente il burn-out se non presta attenzione al dispendio di energie fisiche e, soprattutto, psicologiche che utilizza.

Fenomeni importanti di burn-out anche qui in Francia erano presenti prima della pandemia, ma le varie chiusure forzate e a singhiozzo, il lavoro da remoto o almeno in parte, le "vaccinazioni" ed i richiami continui, il green pass base e quello rafforzato, hanno accentuato in tutti lo stress reale o percepito. Ciò ha comportato che in ambito lavorativo sono avvenute delle modificazioni organizzative ed umane talvolta troppo estreme e difficili da "digerire" in tempi così ristretti in un clima di paura se non terrore per il virus.

Francesco lavora come infermiere in un ospedale di Nizza nella cardiologia. E' molto preparato, come la maggior parte degli infermieri e medici italiani (va detto con orgoglio...) ed abituato a seguire pazienti gravi e sofferenti. Non si spaventa facilmente ed ha grande passione per il suo lavoro. E' venuto in Francia per trovare condizioni lavorative migliori rispetto alla sua cittadina del sud Italia, che ha lasciato a malincuore.

E' apprezzato dai colleghi, le colleghe lo adorano (è pure un bel ragazzo) perchè ha un'innata simpatia ed è, guarda caso, bravo a cucinare.

Ebbene un giovane così che sembrerebbe assai "centrato" su di sè, solido e capace di affrontare ogni avversità con forza ed un sorriso un brutto giorno si trova "scoppiato"...

Mi contatta e per alcune sedute mi racconta la sua quotidianità lavorativa, carica di difficoltà. Mi dice: "Noi in reparto viaggiamo sempre al 120%, non possiamo fermarci nemmeno un minuto" ma l'équipe è coesa e siamo come dei soldati..."

Ammetto che sentire ciò mi ha preoccupato: che organizzazione sanitaria può ammettere che un reparto lavori al 120% ? E' essere sul filo del rasoio, ed il rasoio taglia! Fuor di metafora il reparto era potenzialmente bello e pronto al burn-out di tutti i membri.

All'arrivo del primo confinamento, con tutte le restrizioni due colleghe si mettono in malattia per qualche giorno. Poi i pochi giorni diventano settimane e nel reparto si comincia a parlare di burn-out. Francesco da "bravo soldato" combatte anche per le assenti e (parole sue) "...Tiene la posizione".

Passano le settimane ed una notte non riesce a dormire, può capitare, vai di blando sonnifero.

La notte successiva è praticamente insonne e via così le notti seguenti. Comincia ad essere in debito di sonno, prende le pastiglie ma non vuole esagerare, giustamente.

Mi racconta che stranamente ha la febbre alla sera, qualche linea poi la mattina torna tutto normale. Non capisce perchè, è vaccinato e in ospedale sono attenti al massimo, del resto i tamponi sono sempre negativi!
Ma un episodio lo spaventa. Per andare al lavoro usa lo scooter, comodo e veloce. Ebbene nel pochissimo traffico del confinamento quasi investe un pedone ad un semaforo. Non si è accorto che era rosso e urta, fortunatamente in modo leggero, un ragazzo. Ma è la sua reazione a spaventarlo: "...Mi sono scusato ed il ragazzo ha capito e non è successo nulla. Stavo per risalire sullo scooter ma le mani mi tremavano, sono scoppiato in un pianto dirotto tanto che il ragazzo mi ha confortato ed accudito..."  
Aggiunge: "Ho sentito che ero proprio "cotto", soprattutto non avevo voglia di andare al lavoro...!"

Questa consapevolezza è il vero campanello d'allarme per Francesco, deve accettare il suo burn-out, mettersi in malattia e trovare il modo di ricaricare le batterie. Esordisce dicendomi: "Vorrei tornare come prima, non stare male...". E' sorpreso quando gli dico che non potrà e dovrà tornare come prima, ha da farsi carico della sua vita in modo diverso se davvero vuole stare meglio.

Francesco nel corso delle sedute deve mettere in "tensione" la sua passione per il lavoro e quello che definisce : "... Spirito di sacrificio" appreso in famiglia dai genitori, entrambi insegnanti di scuole medie, che hanno dato "la loro vita" alla scuola...

Se ci sono turni extra in reparto si propone sempre, gli fanno comodo dei soldini in più. È stato attento a non avere relazioni sul lavoro con le colleghe, per evitare possibili problemi ed ha un storia con una ragazza italiana conosciuta a Nizza. Mi dice: "...Più che una "storia" è una relazione di mutuo soccorso! Ci sosteniamo a vicenda, usciamo, qualche breve vacanza ma ognuno a casa sua...".

Mentre racconta ciò ha gli occhi umidi, ha una sensazione di tristezza che non conosce da tempo. Io valorizzo queste sue emozioni, autentiche, messe in "freezer" come amo dire! Partiamo proprio da lì: si riempie di lavoro per non pensare alla sua vita affettiva, pensa di vivere cent'anni così come un "ragazzino" assennato e poi si vedrà... Poi quando?!

Un giorno, senza dirmi nulla, viene in seduta accompagnato dalla sua ragazza. Sono sorpreso ma anche contento. Penso dentro di me, e poi gli dico: "Finalmente mi fate vedere che esiste una coppia e che volete farla vivere davvero!

Iniziamo una "seconda parte" del lavoro come percorso di coppia, con centratura sui loro sentimenti, sui desideri e sulle paure reciproche. 

Qualche mese fa Francesco e Angela si sono sposati. Al momento non pensano di avere un bambino, ma l'anno prossimo si vedrà...


 

 



P.S. Lo scritto è redatto nel rispetto del Codice della Privacy, GPDP -  Regolamento UE 2016/679.


 

 

 

 


Gli attacchi di panico di Clara

 

© Simran Sood - Unsplash

Clara trova il mio nome tra gli psicologi del réseau voluto dalla Senatrice Laura Garavini, con il sostegno dell'Ambasciata italiana di Parigi e della rete consolare francese, per offrire consulenza psicologica gratuita agli italiani durante la pandemia da Covid-19.

L'idea di parlare con uno psicologo italiano l'ha aiutata a superare la sua timidezza. Mi telefona e quasi non riesco a sentire la sua voce, parla pianissimo, ho la sensazione che non voglia "disturbarmi".

Ci accordiamo per un rendez-vous di persona, finalmente è possibile incontrarsi "fisicamente" dopo il lungo periodo di confinamento.

Clara è minuta, graziosa, vestita più da adolescente che da giovane donna quale è visto che ha appena compiuto 32 anni. Si capisce benissimo che ha pianto prima di venire in seduta, poi spesso nel corso del colloquio le lacrime le scendono e fa una grande tenerezza.

Sempre tra le lacrime mi racconta che è Nizza da alcuni anni, lavora in una società di e-commerce di Monaco in qualità di ingegnere informatico. Svolge il suo lavoro senza particolari difficoltà, è molto preparata ed apprezzata dai colleghi. E' la sola donna nel piccolo gruppo di lavoro, ed i colleghi maschi praticamente l'hanno adottata. Ciò le fa piacere, mi descrive l'ambiente lavorativo in modo positivo, alla pausa pranzo stanno assieme come una famigliola.

Si lamenta però che dal venerdi sera alla domenica troppo spesso resta da sola. Non ha interessi particolari, ama fare lunghe passeggiate sia al mare che nelle colline intorno Nizza, usa spesso i bus dato che ha la patente ma paura di guidare. Per lei, che proviene da un paesino del torinese, tutto è da scoprire.

Ha un buon stipendio (lavora a Monaco) che le ha permesso di affittare una casa in una zona centrale di Nizza, che è il suo rifugio.

È figlia unica e raramente torna a casa in Italia, i genitori sono "brave persone" che non si sono mai mosse da casa. Dopo il Politecnico di Torino ha lavorato alcuni anni in una piccola società informatica e mi dice:

"Tanto lavoro, missioni in continuazione in giro per il nord Italia e stipendio non commisurato (guarda caso) fintantoché ho deciso di lasciare. Per caso ho trovato un'opportunità a Monaco e senza indugio mi sono  trasferita, ero sorpresa del mio coraggio. Amo la vita tranquilla, magari un pò monotona ma non sono ambiziosa e so accontentarmi".

La "calma" della sua vita è turbata nel momento in cui un ragazzo francese che lavora nel piccolo supermercato sotto casa sua manifesta un qualche interesse per lei. Si danno del tu e spesso scambiano quattro chiacchiere...

Quando il ragazzo la invita per un aperitivo Clara è indecisa. Si vergogna un po', dato che non si reputa carina ma le sue serate sono troppo spesso vuote.

Accetta di uscire e qui inizia (parole sue) "Qualcosa che mai avrei immaginato..."

Per farla breve si innamora del ragazzo, fanno coppia fissa, lui è premuroso, sorridente e pieno di iniziative. I weekend sono all'insegna di gradevoli gite nella nostra Regione.

Il ragazzo contraccambia i sentimenti, si divertono e spesso, nonostante il divieto di spostamenti nel mentre del confinamento, il ragazzo dorme da lei.

Eccezionalmente un sabato Clara deve lavorare per un aggiornamento al sistema informatico. Ha previsto tutta la giornata ma se la cava per l'ora di pranzo. Anziché prendere il solito bus va a casa a piedi. Ad un semaforo vede l'auto del suo ragazzo (ne è sicura) con una fanciulla vicino. Non solo, si danno dei baci e si abbracciano...

Resta pietrificata, non sa come ma arriva a casa, si butta sul divano e vorrebbe morire!

Il suo corpo non risponde, mentre il cuore va a mille ed è preda di un'angoscia immensa. Non riesce a stare in piedi, barcolla è distrutta. Quando il ragazzo la cerca alla sera, ignaro di tutto, Clara non risponde, lo blocca e cancella tutti i numeri...

Ovviamente non è in grado di andare al lavoro, prende malattia che la fa sentire in colpa dato che si deve inventare una dolorosa riacutizzazione della (vera) sciatica. Per un paio di settimane ha spesso "attacchi di panico", angoscia e nausea al solo pensiero del ragazzo, mangia per disperazione e dorme pochissime ore per notte.

Finalmente riesce a telefonarmi.

Dapprima affrontiamo i suoi "attacchi di panico", che non stanno a significare che è perduta e sconfitta ma le dicono che deve "fermare tutto" e porsi al centro della sua vita e proteggersi!

Chiunque di noi può avere un attacco di panico, non è appannaggio dei deboli o fragili. È un violento tsunami emotivo che ci costringe a rivedere tutta la nostra vita.

Inizio il mio lavoro con lei per cercare di comprendere le sue aspettative nei confronti del "mondo degli uomini". Un padre gran brava persona ma "svirilizzato", sempre presente ma offuscato dalla figura della madre. Poi occorre analizzare la storia "a caccia" di episodi o situazioni che avrebbero potuto (e dovuto) metterla in allarme.

Un po' alla volta le tornano alla mente piccoli episodi che aveva trascurato per via dell'innamoramento.

Giusto un esempio: una sera aveva visto nella borsa del ragazzo un secondo cellulare, spento. 

"È per il lavoro, non è importante" aveva detto lui. Clara in seduta aggiunge: "Ma un cassiere di supermercato ha un cellulare apposta?! Dovevo farglielo accendere! Che ingenua sono stata..."

Per farla breve, dolorosamente, Clara è costretta a mettere in serie dei piccoli segnali che aveva trascurato. Non aveva fatto domande, preteso chiarimenti, espresso perplessità. Dice: "Praticamente mi sono consegnata totalmente nelle sue mani, che stupida...". Clara poi racconta dei sogni, o meglio incubi, in cui (guarda caso) delle persone le portano via qualcosa o la mettono in disparte o le fanno del male volutamente. 

Mi fermo qui dato che il lavoro è in corso e sono sicuro che Clara potrà affrontare la prossima storia con un ragazzo con ben altra consapevolezza, "centratura" su di sé dato che ha molto da offrire affettivamente in uno scambio alla pari e nella completa sincerità.



P.S. Lo scritto è redatto nel rispetto del Codice della Privacy, GPDP -  Regolamento UE 2016/679.