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La "massa" psicologica

© Unsplash

Freud nel suo saggio: Psicologia delle masse ed analisi dell'Io del 1921, si interroga ed analizza la cosiddetta "massa" di umani, traendo prezioso spunto dai precedenti saggi dell'antropologo Gustave Le Bon.

Scrive Freud: "Come parte della massa, l'individuo acquisisce un senso di potenza invincibile che gli permette di mettere in atto istinti che egli altrimenti avrebbe frenato come individuo isolato. La massa, infatti, essendo anonima e irresponsabile, permette all'individuo di cedere ai suoi istinti in quanto il senso di responsabilità, che frena gli individui, scompare del tutto".

Molti tristi fatti di cronaca degli ultimi tempi sono assolutamente leggibili nei termini scritti sopra. Gruppi, bande, gang di giovani (e non solo) che si lasciano andare a comportamenti devianti se non delinquenziali con una violenza inaspettata su cose e soprattutto persone, sovente del tutto indifese.

Colpisce infatti il sentimento di potere, sicurezza dell'impunità e protezione data dal gruppo stesso, che vivono le persone di queste "masse" che non hanno alcuna difficoltà, se interrogati, a mostrarsi arroganti e senza sentimenti di colpa per quanto hanno fatto.

Freud analizza meglio le dinamiche delle masse e osserva che gli individui sono soggetti ad una specie di "perdita di coscienza" personale a favore di un sentimento di "gruppo", un contagio psicologico che Freud stesso avvicinava alle dinamiche ipnotiche, che lui ben conosceva.

La massa poi è pervasa da sentimenti di induzione reciproca, il cosiddetto fenomeno della suggestionabilità, assai vicino a quanto si può osservare nell'utilizzo dell'ipnosi.

Ancora più addentro nel tema, Freud osserva che la massa appare "Impulsiva, mutevole ed irritabile, in stretta connessione con i processi inconsci". Appare evidente una perdita di confini del soggetto a favore del gruppo stesso. Un passaggio fondamentale del lavoro di Freud concerne l'osservazione che la massa non cerca assolutamente la verità, ma la coesione del gruppo stesso.

Particolarità delle masse è anche la loro labilità, legata ad eventi o persone che in quel momento polarizzano il gruppo di individui. Freud individua peraltro due "masse durevoli" ed organizzate rappresentate dalla Chiesa e dall'esercito. Nel senso che le due istituzioni traggono forza di coesione da istanze esterne al gruppo stesso: la Fede in Cristo per la Chiesa ed il capo supremo per l'esercito.

Freud affronta anche il tema dei legami tra la massa ed il capo, il leader. Questo è un passaggio essenziale ovvero: non è il capo che ha bisogno della massa, ma la massa che ha bisogno di un capo, un leader cui identificarsi.

Potremmo dire che ogni individuo di una massa percepisce e sostiene un legame di identificazione con gli altri membri della massa e contemporaneamente con il capo, il leader.

Freud scrive così: "Una massa è costituita da un certo numero di individui che hanno messo un unico medesimo oggetto al posto del loro Ideale dell'Io e che pertanto si sono identificati gli uni con gli altri nel loro Io".

Finchè si tratta di un cantante, di una band o eventi di folla aggregati attorno a leaders politici, tutto va bene, si crea uno "spirito di gruppo" ludico ed una socialità sana. Purtroppo in egual modo una massa potrebbe aggregarsi (e sostenere) un leader deviante per poi lasciarsi andare a comportamenti distruttivi e delinquenziali.


 


 




A proposito di bullismo...


© Ordine Psicologi della Lombardia

L’Ordine degli Psicologi della Lombardia ha avviato, a partire dal 2016, un progetto specifico volto alla promozione della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Convention on the Rights of the Child – CRC) all’interno e all’esterno della comunità professionale degli psicologi, ritenendo che la stessa possa rappresentare uno strumento fondamentale per comprendere ed esercitare al meglio la professione in tutte le sue declinazioni, in particolare con bambini e adolescenti. Partendo dalle riflessioni inerenti la conoscenza della CRC, alla luce dei principi del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani e sulla scia della salienza contingente di alcune emergenze sociali attuali, è nata l’idea di approfondire, in un quadro normativo, clinico e trasversalmente centrato sulla promozione e prevenzione nell’ambito dei diritti umani, i fenomeni di bullismo e cyberbullismo. L’obiettivo di questo opuscolo, nonché del lavoro che ha visto la creazione di un decalogo ad hoc, “Decalogo per gli adulti per battere il bullismo”, è di creare strumenti semplici e comprensibili di sensibilizzazione e divulgazione professionale su queste tematiche, rilevanti sul piano professionale e impattanti sul piano sociale e di violazione dei diritti. Le domande basilari da cui siamo partiti sono: la categoria degli psicologi è pronta ad affrontare questa nuova sfida offrendo una risposta professionale consapevole e competente su tutti i piani? Come può il Codice Deontologico ispirare un’azione professionale corretta e coerente e al contempo integrata in un sistema di protezione più ampio? Quanto è conosciuto il lavoro dello psicologo nelle sue declinazioni specifiche? Quanto bisogno c’è, ancora, di definire standard e omogeneità a livello della società e della comunità professionale? Alcune risposte iniziali sono contenute in questo opuscolo e si inseriscono nel solco di un grande movimento ordinistico che a partire dal 2014 è nato in Lombardia e si è inserito in una più ampia azione che a livello italiano e mondiale orienta verso un’integrazione necessaria fra l’azione professionale in chiave deontologica e un’educazione di massa ai diritti e al diritto per tutte le professioni sanitarie e sociali. Riccardo Bettiga Psicologo psicoterapeuta Presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia Le prevaricazioni e i soprusi, spesso perpetrati di fronte a colludenti spettatori e molte volte connotati da violenza e umiliazione, sono un problema che esiste da sempre fra i giovani e che ne caratterizza in negativo alcune fasi dello sviluppo. A scopo descrittivo basti ricordare la perfetta caratterizzazione letteraria, divenuta stereotipica, di Franti, contenuta nel libro Cuore. Negli anni però le dinamiche sociali, le caratteristiche individuali e con esse il fenomeno stesso hanno cambiato forma e diffusione trasformandosi in quelli che oggi riconosciamo specificatamente come atti di bullismo e cyberbullismo. La platea dei potenziali spettatori è aumentata, è cresciuto il fenomeno del disimpegno morale ed è aumentato enormemente il valore sociale dell’immagine e dell’identità costruita nel mondo virtuale. Così, quelli che erano soprusi, si sono trasformati sempre più in devastanti traumi identitari. Proprio parlando di ciò, ricordiamo la prima vittima riconosciuta di cyberbullismo, Carolina Picchio, e la prima legge sul cyberbullismo, L. 29 del maggio 2017, n. 71, entrata in vigore il 18 giugno 2017. Tale norma definisce per la prima volta il ruolo della scuola nelle attività di prevenzione e promozione e, pur in un’ottica parziale, apre all’attenzione del legislatore il problema legato a questi fenomeni. Una buona parte del lavoro degli psicologi e di tutti gli operatori che si occupano di disagio infantile e adolescenziale si interfaccia necessariamente con differenti forme di violenza. Il fenomeno del bullismo però è differente, è una violenza che intacca dimensioni sempre più ampie e complesse della vita dei ragazzi e le professioni coinvolte devono quindi avere competenze sempre più elevate all’interno dei processi di presa in carico tanto delle vittime quanto del bullo, tanto nella fase preventiva quanto in quella valutativa e nell’intervento. Tale complessità clinica ci fa capire che oggi non si può pensare di lavorare senza l’inserimento di uno psicologo professionista all’interno delle reti di prevenzione e promozione del bullismo. L’intervento psicologico, infatti, si configura come una risorsa preziosa e utile per comprendere il fenomeno, ma anche per supportare la rete di protezione e le istituzioni nella stesura di progetti preventivi e di interventi professionali complessi, trasversali dall’intimità individuale alla realtà sociale più estesa. Secondo Amnesty International il bullismo è una violazione dei diritti umani, poiché lede la dignità di chi lo subisce ed è contrario ai principi fondamentali quali l’inclusione, la partecipazione e la non discriminazione. La Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (CRC) è il primo strumento di tutela internazionale a sancire le diverse tipologie di diritti umani: civili, culturali, economici, politici e sociali. I quattro principi fondamentali devono orientare leggi, interventi e contesti che coinvolgano le persone da zero a diciotto anni. L’Italia ha ratificato la CRC nel 1991, legge 176. Nello studiare il fenomeno del bullismo diretto e indiretto-relazionale nelle sue molteplici manifestazioni e nell’analizzare i singoli casi è importante ragionare in termini di violazione e tutela dei diritti, tenendo conto dei principi enunciati nella CRC, che sono fortemente interagenti, considerando tutti i soggetti coinvolti che concorrono a costruire i contesti di discriminazione, violazione dei diritti e cristallizzazione dei ruoli. I quattro principi fondamentali della Convenzione da tenere sempre in considerazione sono: 

• Principio di non discriminazione art. 2, impegna gli Stati membri ad assicurare i diritti enunciati a tutti i minori, senza distinzione di razza, colore, sesso, lingua, religione, opinione del bambino e dei genitori. 

• Superiore interesse del bambino, art. 3, prevede che in ogni decisione, azione legislativa, provvedimento giuridico, iniziativa pubblica o privata di assistenza sociale, l’interesse superiore del bambino debba essere una considerazione preminente. 

• Diritto alla vita, sopravvivenza e sviluppo, art. 6, prevede il riconoscimento da parte degli Stati membri del diritto alla vita del bambino e l’impegno ad assicurarne, con tutte le misure possibili, la sopravvivenza e lo sviluppo fisico e psicologico. 

• Ascolto delle opinioni del bambino, art.12 prevede il diritto dei bambini a essere ascoltati in tutti i procedimenti che li riguardano. L’attuazione del principio comporta il dovere, per gli adulti, di ascoltare il bambino tenendone in considerazione le opinioni. La CRC considera l’ascolto delle opinioni anche in base all’età. 

 


© OPL Milano

Allarme dell'autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza.

© AGIA

“I problemi del neurosviluppo e della salute mentale di bambini e ragazzi manifestatisi durante la pandemia rischiano di diventare cronici e diffondersi su larga scala”. È l’allarme che lancia l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Carla Garlatti, in occasione della pubblicazione dello studio Pandemia, neurosviluppo e salute mentale di bambini e ragazzi promosso dall’Agia con l’Istituto superiore di sanità e con la collaborazione del Ministero dell’istruzione. Per realizzare la ricerca – la prima scientifica a valenza nazionale – sono stati ascoltati oltre 90 esperti tra neuropsichiatri infantili, pediatri, assistenti sociali, psicologi, pedagogisti e docenti. Le emergenze segnalate dalla ricerca I professionisti interpellati hanno riferito di disturbi del comportamento alimentare, ideazione suicidaria (tentato suicidio e suicidio), autolesionismo, alterazioni del ritmo sonno-veglia e ritiro sociale. In ambito educativo, poi, sono stati riscontrati disturbi dell’apprendimento, dell’attenzione e del linguaggio, disturbi della condotta e della regolazione cognitiva ed emotiva, oltre a paura del contagio, stato di frustrazione e incertezza rispetto al futuro, generando insicurezza e casi di abbandono scolastico. È stato inoltre riportato un aumento delle richieste d’aiuto per l’uso di sostanze psicoattive, cannabinoidi e alcool, mentre i minori migranti non accompagnati hanno manifestato difficoltà nella gestione dell’isolamento e della quarantena nelle strutture di accoglienza. Più in generale la pandemia ha provocato quella che i professionisti interpellati dall’équipe di ricerca hanno definito una vera e propria “emergenza salute mentale”. È stata infatti registrata un’impennata delle richieste di aiuto alla quale in molti casi sono corrisposte inadeguatezza e iniquità di risposte che hanno fatto emergere carenze e ritardi strutturali precedenti al coronavirus. Bambini, ragazzi e famiglie si sono trovati spesso costretti a rivolgersi ai privati con impegni economici rilevanti e difficilmente sostenibili, che hanno aumentato le disuguaglianze. Allo stesso tempo il lockdown ha fatto scoprire il potenziale della telemedicina applicata alla salute mentale, ma occorre investire rapidamente in formazione degli operatori e in tecnologie specifiche per assistere bambini e ragazzi. A fronte di questo scenario l’Autorità garante ha formulato una serie di raccomandazioni. “Tra di esse c’è innanzitutto la necessità che le azioni di programmazione, prevenzione e cura superino la frammentarietà regionale e locale. La fase post pandemica può essere un’occasione straordinaria per farlo e in generale per migliorare il sistema. Ma non c’è tempo da perdere”, avverte Garlatti. “Vanno previste adeguate risorse per i servizi, fornite risposte specifiche in base all’età, va garantito un numero di posti letto in reparti dedicati ai minorenni e istituiti servizi di psicologia scolastica in modo da attivare un collegamento tra scuola e territorio. È altrettanto importante operare un cambiamento culturale intervenendo sul ruolo educativo e sulla promozione del dialogo intergenerazionale”. La ricerca è durata un anno e proseguirà per altri due, coinvolgendo fino a 35.000 minorenni dai 6 ai 18 anni nelle cinque regioni coinvolte nello studio. A validarla un comitato, presieduto dal professor Paolo Petralia e composto da autorevoli rappresentanti del mondo scientifico, accademico e delle professioni psico-sociali.
© AGIA  

P.S. Sarebbe assai meglio spendere centinaia di milioni in prevenzione che fornire di armi l'Ucraina, che ne dite...
 

Il famoso lettino di Freud

   

Il lettino di Freud

L'immagine raffigura il lettino con la poltrona dietro al paziente, nella stanza di consultazione di Freud a Vienna in Berggasse 19.

Ricordo ancora con emozione la prima volta che avevo visitato lo studio di Freud a Vienna tanti anni fa, quando ancora studiavo psicologia. Con altri studenti avevamo organizzato un breve viaggio a Vienna proprio per visitare la casa-studio divenuta un museo accessibile al pubblico.

La casa era piena di oggetti provenienti da tutto il mondo, soprattutto la stanza di consultazione zeppa di statuette, sovente doni dei pazienti.

 

Il tavolo di lavoro di Freud

 

La scrivania
 

Il lettino, di fatto un divano con sopra una coperta con cuscini era il simbolo dell'analisi, la grande differenza tra la psicoterapia e l'analisi, considerata la "punta di diamante" del lavoro terapeutico. Ricordo le discussioni infinite tra l'uso del lettino, sinonimo di psicoanalisi ed il lavoro seduti vis-à-vis, qualificato come psicoterapia, ovvero il figlio povero del "vero" processo analitico. Ora questa differenza farebbe sorridere, vediamo nel panorama psicoterapeutico attuale tecniche di ogni tipo, spesso di derivazione americana, terapie brevi, focali, riadattative, neuro-cognitive e via dicendo...

Sono della vecchia scuola e penso che il lavoro terapeutico sia un incontro tra persone, può funzionare o meno. Certo sta ai due partecipanti dare qualcosa di sè perchè il processo analitico funzioni, lettino o meno. Ho una certa diffidenza per le tecniche "moderne" soprattutto quando si vuole "comprimere" il lavoro terapeutico, che ha i suoi tempi.

Per non parlare dei gruppi terapeutici sempre più utilizzati nella clinica, sia in maniera mono-sintomatica (alcolisti, addiction, anoressia-bulimia...) che classicamente. Non molti anni fa una "scissione" profonda si era consumata tra i terapeuti che consideravano il lavoro di gruppo degno di rispetto e assai efficace, mentre altri lo consideravano solo un gruppo di parola e di autocoscienza, ben poco utile ai pazienti.

Dato che ho avuto anche una formazione di terapia di gruppo posso affermare che i gruppi terapeutici permettono un ottimo lavoro clinico, e non mi sentirei di dire se meglio o peggio dell'analisi "classica".

E' interessante sapere perchè Freud ha pensato ed utilizzato il lettino per il lavoro di analisi. Dopo avere seguito le lezioni parigine alla Salpêtrière del grande neurologo Charcot che studiava l'isteria, Freud ne utilizzò per alcuni anni le tecniche di ipnosi che aveva appreso a Parigi. 

Per ipnotizzare i pazienti li faceva sdraiare su un divano-letto e ponendo le sue mani ai lati del viso (da dietro) faceva "addormentare" le persone per poi procedere con i passi ipnotici sino a potere utilizzare il materiale dell'inconscio.

Sappiamo che Freud era assai curioso e non aveva timore a percorrere nuove strade: da li a poco si rese conto che la tecnica dell'ipnosi aveva limiti evidenti. Ciò lo portò a teorizzare il metodo delle "libere associazioni", ovvero permettere al paziente di parlare di ciò che voleva, senza censure. Sappiamo bene che le "libere associazioni" libere non sono, dato che ciò che esprimiamo è ben connesso con il nostro inconscio, come i sogni che ricordiamo al mattino.

Freud si trovava bene, seduto dietro il paziente sdraiato sul lettino, per ascoltarlo, prendere appunti (pochi), e lasciare la sua attenzione fluttuante. Perchè non continuare a tenerlo sdraiato, libero di parlare, tacere, piangere o sorridere... Il lettino, nato per l'ipnosi, poteva continuare ad essere utilizzato...






 






 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 



 


Freud ed i suoi amati amici a quattro zampe

© bitquotidiano.it

Freud nel 1930 ricevette in dono da una sua assai nota paziente, la principessa Maria Bonaparte (pronipote di Napoleone) un Chow-Chow femmina di nome Jofi.

L'immagine sopra mostra Freud nel suo studio di Vienna con il suo Jofi, amico a quattro zampe che scherzosamente, ma non tanto, considerava il suo collaboratore...

Freud scrive che Jofi gli era d'aiuto nel mentre delle sue consultazioni e sedute psicoanalitiche. Quando i pazienti erano distesi sul lettino, Jofi si accucciava vicino a loro contenta di essere accarezzata e coccolata.

Con i pazienti ansiosi o troppo "nervosi" Jofi si comportava diversamente e si poneva lontana da loro all'interno della stanza di consultazione!

Non solo, Jofi aveva memorizzato il tempo delle sedute, i famosi 45 minuti che utilizzava Freud nel mentre delle analisi. Allo scadere dei 45 minuti Jofi si alzava e iniziava a muoversi nella stanza, segno inconfondibile che il tempo era scaduto ed il paziente poteva andare via dal cabinet di Freud...

Innegabilmente Freud era affezionato a Jofi che descrive così: «Le ragioni per cui si può in effetti voler bene con tanta singolare intensità a un animale come Jofi, sono la simpatia aliena da qualsiasi ambivalenza, il senso di una vita semplice e libera dai conflitti difficilmente sopportabili con la civiltà, la bellezza di un’esistenza in sé compiuta. E, nonostante la diversità dello sviluppo organico, il sentimento di intima parentela, di un’incontestabile affinità».

Freud era certamente felice di avere vicino a sè Jofi, lo aiutava a rilassarsi, concentrarsi e scrivere oppure giocherellare.

Jofi presentava : "...Una naturale regalità, un’impenetrabile riservatezza e uno spiccato senso di autonomia, che rendeva tuttavia il rapporto con il suo padrone unico e indissolubile", così scrive Freud.

Quando Jofi morì Freud sentì un enorme vuoto e dolore per la sua perdita, e decise di prendere un altro Chow-Chow di nome Lun, che portò con se a Londra dove era fuggito nel 1938, per non essere arrestato dai Nazisti.

Ricordo personale: durante una seduta il gatto del mio analista era riuscito ad entrare nella stanza di analisi e mi era saltato sulla pancia, contento di fare "la pasta"...

Attimo di sorpresa: l'analista dispiaciuto per l'accaduto ed io piacevolmente colpito dall'arrivo del gatto. Ho chiesto all'analista di farlo restare con noi, sulla mia pancia, dove si era accoccolato per dormire!

Ebbene non potete immaginare quanti sogni ho fatto dopo questo incontro e quanto materiale d'analisi, scatenato dal gattone.

Sappiamo bene che cani e gatti sono in grado di cogliere le emozioni umane, siano esse positive o negative, con grande sensibilità. Ci ascoltano, coccolano, sostengono, curano. Già ci curano dato che sono un ottimo anti-depressivo e cercano di portare serenità nella nostra vita. Potremmo poi cercare di analizzare le differenze tra i cani ed i gatti nel rapporto con il loro amico umano. Ma qui vorrei solo ribadire il loro amore incondizionato verso l'umano, inteso come grande cane o grande gattone...

Da molti anni poi la pet-therapy è utilizzata nelle situazioni più disparate per aiutare e sostenere pazienti siano essi giovani, anziani o portatori di handicap. Addirittura ci sono esperienze di animali nei percorsi di cura di malati di Alzheimer.

Mi aveva molto colpito tempo fa una coraggiosa esperienza pilota in un carcere di massima sicurezza americano. Quelle carceri che vediamo nei film con galeotti condannati a vita, aggressivi e pericolosi anche tra loro, quelli che non hanno niente da perdere...

Ebbene il direttore di un carcere aveva dato ad alcuni detenuti volontari un cane da accudire, che poteva stare in cella con loro ed uscire all'ora d'aria in cortile. Colpivano le immagini di questi detenuti, modello armadio a tre ante, tatuati ed aggressivi, teneri e premurosi con i loro amici a quattro zampe! Non solo, un po' alla volta quasi tutti i detenuti avevano chiesto un cane da accudire e coccolare, soprattutto animali che erano stati abbandonati, in cerca di un "umano" con cui vivere. Sapete che le risse, gli accoltellamenti e gli "incidenti" tra i detenuti e le guardie si sono drasticamente ridotti...!

Ricordiamo quindi che “...I cani sono miracoli con le zampe…”




THE OUTBREAK OF CORONAVIRUS DISEASE 2019 - A PSYCHOLOGICAL PERSPECTIVE

Riporto un estratto dal libro "THE OUTBREAK OF CORONAVIRUS DISEASE 2019 - A PSYCHOLOGICAL PERSPECTIVE" del Dr Daniele LUZZO, membro di APSI, sugli aspetti psicologici della pandemia. Il virus diffusosi nel 2019 ha non solo creato una pandemia biologica ma altresì una pandemia psico- socio-culturale.

© APSI

Elementi legati alla psicologia, sociologia e antropologia hanno giocato un ruolo significativo nella diffusione della malattia. Lo scoppio della nuova patologia da coronavirus (Sars-Cov-2) ampiamente noto come Covid-19, è stato inizialmente segnalato a Wuhan, in Cina (Li et al., 2020). Entro il 29 settembre 2020, aveva infettato 33.384 milioni di persone in tutto il mondo, uccidendo più di 1 milione di individui (fonte database online Johns Hopkins). Il virus altamente contagioso (Paules, Marston e Fauci, 2020) ha costretto le Nazioni ad adottare misure straordinarie in cui un terzo della popolazione mondiale è stata costretta a rimanere in isolamento a casa, uno strumento di sanità pubblica senza precedenti messo in atto per ridurre la diffusione dell'epidemia e per consentire al sistema medico e sociale di adattarsi per affrontare questa nuova sfida. Per la prima volta nella storia una parte così grande dell'umanità è stata costretta a ridurre la propria mobilità, senza che questo fosse correlato a uno stato di guerra o disordini civili. Diverse nazioni hanno adottato differenti strategie di confinamento ma ogni Stato ha dovuto imporre il blocco attraverso la repressione pubblica (pagamento di una multa o intervento di controllo di polizia) perché c'era una generale mancanza di volontà di seguire queste misure di sanità pubblica (nonostante le prove che queste decisioni governative abbiano aiutato a rallentare la diffusione del virus) (Bonardi et al., 2020). "Il peso psicologico posto sulla popolazione potrebbe essere enorme, per non parlare delle complicazioni economiche dirette che ne derivano che denotano anche stress psicologico, come la paura delle persone di ritrovarsi disoccupate" (Kim e Zhao, 2020) In effetti, le Nazioni Unite sollevano l'attenzione sull'imminente crisi di salute mentale che potrebbe originarsi dalla pandemia Covid-19 (Nazioni Unite, 2020).

La costruzione di un luogo psichico. Brevi riflessioni sulla nozione di casa natale.