Featured Slider

Visualizzazione post con etichetta psicoterapia. Mostra tutti i post

Giulia e Andrea

 

© Pexels
Settimane fa a Milano nel corso di un seminario clinico una collega ci ha presentato il caso di Giulia ed Andrea, due ragazzi trentenni sposati da alcuni anni. 

Provengono entrambi da famiglie benestanti, i genitori di Giulia sono avvocati assai conosciuti ed i genitori di Andrea hanno una farmacia in centro a Milano.
In quella che scherzosamente dicono essere la loro “sola ribellione” hanno deciso di non seguire le orme genitoriali dato che lavorano entrambi nella scuola pubblica: Giulia insegna filosofia e Andrea matematica in due licei della città.
Sono entrambi molto sportivi, avrebbero potuto ben figurare anche a livello regionale nel nuoto, loro grande passione e che era stata l’occasione della loro conoscenza nella stessa società sportiva milanese. In breve tempo si erano fidanzati e dopo due anni sposati con il sostegno e la gioia di entrambe le famiglie.
Hanno una bella casa ricevuta in dono dalle rispettive famiglie, consapevoli che con il loro lavoro non avrebbero mai potuto acquistarla nemmeno dopo tanti anni…

Giulia e Andrea sono impegnati nel sociale, entrambi volontari alla Croce Rossa e frequentano assiduamente la vicina Parrocchia cui dedicano delle ore per il doposcuola di bambini e ragazzi.
Giulia è particolarmente dedita al sostegno di bambini e ragazzi, dato che ha una grande sensibilità e pazienza anche con gli “allievi” più difficili.
E qui si apre un capitolo particolarmente delicato della storia di Giulia e naturalmente  di Andrea.

La giovane desidera da tempo avere un figlio, totalmente sostenuta in questo suo desiderio da Andrea ma… ma nulla accade. L’ansia comincia a salire, i due giovani ne parlano con le rispettive famiglie per cercare sostegno e consiglio. Uno zio di Andrea che è primario medico in un ospedale milanese viene consultato e guida i due giovani verso colleghi ginecologi ed andrologi.
Giulia ed Andrea iniziano un percorso di consultazioni, visite ed esami per cercare di dare risposta alla mancata gravidanza della giovane.

Seguono mesi di pellegrinaggio da vari medici sia a Milano che in altre città presso Centri di alta specializzazione. Esami e visite non danno alcuna risposta, tutto è nella norma e non si capisce perché Giulia non resti incinta. Inizia una seconda fase di consultazioni presso Centri in Spagna e Inghilterra. Viaggi, visite, esami e consultazioni si susseguono e la vita dei due giovani è a dir poco stravolta da tutto ciò. In ultima analisi si affidano ad un Centro inglese molto conosciuto e rinomato nell’ambito clinico, la cui spesa (elevata) è sostenuta dalle rispettive famiglie.
Passa quasi un anno di tentativi, speranze e poi grandi delusioni che portano Giulia a lambire una depressione ed avere una crisi con Andrea dato che i fallimenti sono continui. A questo punto Andrea interviene decisamente e ferma tutto: non è possibile andare avanti così, consapevole che la vita di Giulia e della coppia è messa in grave rischio. 
Passano alcuni mesi senza l’incubo di visite e controlli, i due giovani ritrovano un minimo di serenità e decidono di abbandonare il progetto di avere un figlio in modo naturale.

Giulia ed Andrea avevano già messo in conto l’iter di un’adozione, preso atto del fallimento dei tentativi sin li svolti, ed iniziano le pratiche, disponibili anche all’adozione internazionale di un bimbo magari malato. Seguono altri incontri e colloqui che sappiamo essere non facili soprattutto per Giulia, che porta dentro di se il “fallimento” del suo desiderio di maternità. 
Non passa molto tempo che i due giovani vengono chiamati perché un bimbo italiano neonato e in stato di abbandono può essere a loro assegnato. Potete immaginare la gioia di Giulia, che non sta più nella pelle dalla felicità. 
Il piccolo arriva nella casa di Giulia ed Andrea, che sono totalmente dedicati alla creatura in un turbine di forti emozioni per entrambi con una gioia infinita dei due giovani e, manco a dirlo, delle famiglie. Su “decisa spinta” di Andrea, Giulia inizia un percorso psicologico (con la collega) per dare conto alle forti emozioni che vive, nell’alternarsi dapprima di sentimenti depressivi e ora di felicità per il bimbo.

Ebbene quando Donato, il bimbo adottivo ha quasi un anno, accade un fatto assai interessante.
Giulia rimane incinta, è sorpresa e fa tutti i test possibili che confermano la gravidanza senza ombra di dubbio. Giulia, appena ripresa dallo choc e in un misto di gioia e paura per tale evento fa di tutto per proteggere la gravidanza che, nello stupore di molti medici, prosegue serenamente sino alla nascita di Elena. 


La collega ci pone e si pone l’interrogativo di fondo: ma come, una coppia che aveva fatto ogni tipo di test, varie tecniche di PMA e dichiarata senza ombra di dubbio impossibilitata ad avere figli…?

E qui si aprono tanti interrogativi: è possibile che un percorso psicologico abbia in qualche modo “liberato” qualcosa nelle emozioni di Giulia tanto da permetterle di restare incinta?
Numerosi studi hanno evidenziato che le nostre emozioni, i nostri desideri ed i nostri pensieri agiscono sul corpo, sui muscoli, ed anche sui sistemi ormonali ed immunitari.
Dopo l’arrivo del bimbo adottivo Giulia si é forse sentita “autorizzata” ad avere un figlio in modo naturale, sapendo che nell’intimo della ragazza avere due figli rappresenta un equilibrio che sente giusto…? 
Ma allora il desiderio di un secondo figlio è così potente per Giulia da permetterle quel "...Misterioso salto dalla mente al corpo" di cui parla Felix Deutsch…?


Il testo è redatto nel rispetto del Codice della Privacy-GDPR-regolamento UE 2016/67 




La relazione tossica di Costanza


© Pexels

Costanza è una ragazza ventisettenne nativa di Bari che si é trasferita a Londra per lavorare in una società informatica. 
È laureata in fisica ma é attratta dall’informatica ed ha messo in conto di avere un’esperienza all’estero di alcuni anni, poi chissà…
La mamma di Costanza è mancata tanti anni fa e la famiglia (di umili origini) é composta dal padre e da due fratelli più grandi di lei che raramente hanno sostenuto il desiderio di Costanza di studiare. Le fa onore avere seguito i corsi universitari mentre lavorava come cameriera per sostenere le spese universitarie.
Il padre ed i due fratelli hanno una piccola officina di riparazioni auto e Costanza ha ben chiaro che deve allontanarsi da Bari per fare la sua vita.
Appena concluso gli studi, con tre anni di ritardo, motivati dal connubio studio-lavoro, cerca lavoro all’estero: è attratta dall’Inghilterra e dato che se la cava bene con l’inglese, appreso da sola, inizia ad inviare un gran numero di curriculum.
Immaginate quindi la sua gioia quando é contattata da un’azienda informatica con sede a Londra, che dopo il classico iter di colloqui la assume a tempo indeterminato.
In men che non si dica si trasferisce a Londra e trova sistemazione presso un’Associazione che fornisce appoggio a stranieri con un contratto lavorativo stabile. La modesta cifra richiesta per l’alloggio, peraltro in una zona centrale di Londra e non lontano dall’ufficio, le permette una buona qualità di vita.
I primi mesi sono “fantastici” per lei, visita tutta la città ed i suoi musei, ed ora mette in conto nei fine settimana di visitare i dintorni di Londra.
Tramite Facebook entra in contatto con altri italiani della capitale ed inizia ad uscire alla sera per bere qualcosa e partecipare alle sue prime feste, che la galvanizzano.
Conosce alcuni ragazzi che le piacciono ma niente di troppo serio, é una bella ragazza e non ha certo difficoltà a “farsi notare”.
Ha piccoli flirt siano a quando conosce Mattia, ragazzo italiano che si è appena trasferito a Londra dopo avere abbandonato gli studi in Italia. Mattia é un bellissimo ragazzo, con velleità di fare il modello, nel frattempo lavora come cameriere in un ristorante di Londra.
Si incontrano con altri italiani del gruppo FB e Costanza è subito attratta dalla simpatia e bellezza di Mattia che però ha una storia in essere con Giulia. Dopo alcuni mesi accade qualcosa che stravolge la vita di Costanza (parole sue): una notte Mattia citofona a Costanza angosciato e chiede di salire da lei, ha appena litigato furiosamente con Giulia, che gli ha ingiunto di uscire di casa immediatamente.
Costanza lo fa restare a casa da lei e lo conforta. Il giorno dopo Costanza si mette in contatto con Giulia che le dice chiaramente che è tutto finito tra loro, Mattia è totalmente irresponsabile e si comporta sempre da ragazzino nell’incapacità di avere una relazione seria.
Costanza è scossa dal sentire quelle parole ma é anche consapevole che Giulia non ha mai veramente mostrato attaccamento al “povero” Mattia. 
Il ragazzo trova un alloggio e per qualche tempo Costanza e Mattia si incontrano in modo “amichevole” sino a quando ad una festa, complice qualche bicchiere di troppo, si baciano.
Ha inizio una storia molto coinvolgente per i due ragazzi tanto che cercano subito un alloggio e vanno a convivere.
Per oltre un anno tutto procede per il meglio, Costanza è molto contenta di Mattia, che reputa un ragazzo assennato e serio, che purtroppo è costretto a fare il cameriere in attesa di trovare lavoro come modello.
Mattia viene a sapere che un corso tenuto da una società di pubbliche relazioni potrebbe aiutarlo a trovare buoni contatti per entrare nel mondo della moda. Il corso è molto costoso e richiede un impegno incompatibile con il lavorare al ristorante e Costanza viene in aiuto di Mattia, pagherà l’iscrizione e lo manterrà durante le lezioni per l’anno di corso. 
Al termine del corso Mattia è deluso, tante promesse ma nessun contatto davvero utile. Costanza gli chiede di riprendere a lavorare dato che da sola ha difficoltà a pagare affitto e spese varie per loro due. Mattia tergiversa, anzi è convinto di dovere insistere con il suo desiderio di fare il modello quindi farà tutti i casting possibili a Londra. Il clima comincia ad essere teso, Costanza incalza Mattia che insiste assolutamente con il suo desiderio di “sfondare” nella moda e certo non può perdere occasioni andando a lavorare in un ristorante.
Spesso Mattia torna a casa piuttosto bevuto ed i litigi con Costanza diventano la norma. Al momento solo scontri a parole ma Costanza “sente” che la rabbia di Mattia potrà prima o poi sfociare in qualcosa di fisico. 
Infatti un giorno, nel mentre di una litigata, Mattia scaglia il cellulare di Costanza contro il muro.
La ragazza è molto spaventata e Mattia con l’abilità di un attore hollywoodiano si scusa, implora di perdonarlo e giura di cercare lavoro al più presto.
Mattia riprende a lavorare al ristorante e sembra che il clima tra i due ragazzi migliori sino a quando… Costanza scopre che al ristorante non l’hanno mai visto e Mattia ha contratto dei debiti con la firma, ovviamente falsa, della ragazza.
Litigata furiosa tra i due e Costanza cade spinta dal ragazzo. Di colpo Mattia si trasforma, la soccorre, piange ed implora perdono per quanto ha fatto. Ancora una volta Costanza lo perdona, forse per paura di reazioni ancora più estreme di Mattia. Costanza ora è molto spaventata, comincia a pensare a come "fuggire" da Mattia e decide di telefonare a Giulia, che nel frattempo si è trasferita a Nizza per lavoro e che l’aveva ben avvisata della vera natura di Mattia. Sostenuta anche dalle parole di Giulia e con la scusa delle ferie Costanza si allontana da Mattia e torna a Bari, aggiorna a grandi linee i familiari e stavolta ha il pieno appoggio del padre e dei fratelli che non vedono l’ora di incontrare faccia a faccia Mattia. Costanza capisce bene che non è il caso (!) per il bene di tutti ma ora DEVE affrontare il suo di bene e fare scelte coraggiose.
In men che non si dica, su suggerimento di Giulia, trova lavoro a Sophia Antipolis, e blocca Mattia in tutti i modi per non sentirlo più. 
Giulia si comporta da “sorella maggiore” per Costanza, purtroppo condividono entrambe l’essere state “vittime” di Mattia. Giulia ascolta, supporta ed assiste Costanza con due imperativi categorici: non sentire più Mattia e intraprendere un percorso di psicoterapia come già sta facendo lei. È molto doloroso per Costanza “mettere mano” alla sua attitudine (malata) ad essere crocerossina per un ragazzo in una relazione che si è rivelata tossica. Da qui occorre partire nel percorso delle sedute, analizzare gli aspetti di sacrificio e martirio che Costanza considera insiti in una relazione amorosa. Alcuni sogni di Costanza ci aiutano a capire il vissuto profondo della ragazza: in un ricordo delle prime sedute ci racconta che ha sognato lei che cercava disperatamente di piacere al padre, affaccendato ed intento a parlare con i suoi figli (maschi).
In un successivo sogno ricorda che seguiva un corso di meccanica on-line per poi mostrare al padre il diploma e andare a lavorare con lui in un’officina senza i suoi due fratelli!
Sogni sin troppo “trasparenti” ed evocativi di una sofferta richiesta di essere vista ed apprezzata, ma che si concludono con un rifiuto.
Costanza capisce anche che in qualche modo ha bisogno (ed anche desidera un pò) riprendere i contatti con i suoi familiari, trovare un modo nuovo di relazionarsi a loro, dare una chance al padre ed ai fratelli non solo nel momento del bisogno (vedi Mattia) ma anche in momenti più “familiari”.
Decide di prenotare a Nizza un soggiorno per tutti, vuole provare ad averli vicino tenuto conto che a Londra non ha mai voluto che venissero a trovarla.
Detto fatto, organizza un breve soggiorno che permette a tutti di avere momenti sereni, del resto hanno tanto da raccontarsi visto che si conoscono molto poco in riferimento alle emozioni profonde ed alle loro dinamiche familiari. Il racconto della dolorosa storia di Mattia consente loro di “avvicinarsi” molto di più ed affrontare le difficoltà di relazione che troppo spesso hanno caratterizzato i loro scambi familiari. Le giornate assieme si concludono con una cena in un bel ristorante di Nizza ove sono presenti tutti, Giulia compresa che di fatto ora é parte della famiglia… 


Il testo è redatto nel rispetto del Codice della Privacy-GDPR-regolamento UE 2016/67 




















Marta, il corpo come rifugio

© Pexels

Marta è una ragazza diciannovenne che vive con i genitori e la sorella minore di un anno Sonia, non lontano da Montpellier.
Fin dall’adolescenza ha mostrato una certa insicurezza e una forte sensibilità al giudizio altrui. Durante gli studi è stata oggetto di prese in giro per il suo aspetto fisico, esperienza che ha inciso profondamente sulla sua autostima. Da allora ha iniziato a usare il cibo come fonte di conforto, soprattutto nei momenti di stress o solitudine. Appena prende peso lascia il ballo che è la sua passione sin da bambina, appena torna a controllarsi ricomincia le lezioni. 
La madre ha una lunga storia di diete fallite e tende a criticare spesso l’aspetto della figlia maggiore, anche se con intenzioni “educative”. Il padre, più distante emotivamente, tende a minimizzare le difficoltà psicologiche, sostenendo che “Con la forza di volontà si risolve tutto”.
In questo contesto Marta riferisce di sentirsi poco compresa e di nascondere la propria sofferenza per non deludere i genitori. Marta percepisce la famiglia come affettuosa ma poco disponibile a parlare di emozioni. 
Marta e Sonia sono complici nella vita, escono spesso assieme ed hanno i loro primi flirt con comuni amici di scuola. Si confidano e spalleggiano dato che la loro mamma è ben poco interessata alle loro storielle con i ragazzi. Proprio un compagno di classe di Marta rappresenta il suo primo vero legame affettivo: Giacomo è un ragazzo dolce e premuroso con cui la ragazza sta proprio bene.
Al termine degli studi Marta cerca un semplice lavoro dato che non ha voglia di studiare mentre Giacomo si trasferisce a Montpellier per iscriversi a Scienze dell’Educazione (STAPS).
Il trasferimento di Giacomo viene vissuto molto male da Marta che si sente “abbandonata” e si ritrova ad essere molto gelosa. Non avrebbe pensato di stare così male ma teme che Giacomo incontri un’altra ragazza più carina di lei… Sonia cerca di rassicurarla, è assolutamente certa di Giacomo ma la sorella è veramente angosciata.
Marta, al momento solo un po’ sovrappeso inizia a mangiare di tutto, anche di notte, pasticcia e addirittura assume cibo già scaduto e in breve tempo prende molti chili.
Sonia è consapevole della grave sofferenza della sorella e la esorta a chiedere aiuto, oltretutto Marta ha preso tanti chili e dice di sentirsi “Bloccata nel corpo sbagliato” e di “Non avere più voglia di uscire, tanto non valgo niente, nessuno potrà mai accettarmi così.”
Marta viene in consultazione accompagnata da Sonia, che si comporta da “genitore” visto che i veri genitori hanno difficoltà a comprendere la sofferenza della ragazza.
Marta ci racconta che per la sua gelosia “patologica” Giacomo la ha chiesto una pausa, che ovviamente la ragazza vive come l’inizio della fine, cosa che non corrisponde a quanto Giacomo pensa.
Proponiamo un incontro tra Marta, Giacomo e noi, nel tentativo di ristabilire una comunicazione “sana” tra i due ragazzi.
Pur con difficoltà Marta si convince che Giacomo è preoccupato e non sa che fare dell’immotivata (dal suo punto di vista) gelosia della ragazza, e acconsente a tornare al paese per alcuni mesi, per rassicurarla e starle vicino.
Si tratta di un primo passo, ora occorre lavorare sul senso di abbandono che Marta vive appena sente di “perdere il controllo” nei confronti di Giacomo.
Il corpo di Marta sembra diventare una metafora del suo mondo interno: il peso rappresenta una difesa, un modo per contenere emozioni che non trovano parole. Il cibo è il suo linguaggio affettivo, un mezzo per colmare il vuoto emotivo e la mancanza di riconoscimento. 
L’obesità non è solo un sintomo fisico, ma un modo di essere nel mondo, una protezione contro l’esposizione, il giudizio, il rifiuto e l’abbandono.
Con l’aiuto di un accompagnamento nutrizionale Marta riprende (pur con fatica) a meglio gestire il cibo, in termini di quantità e qualità, e perdere alcuni chili, non solo riprende i suoi corsi di danza e può guardarsi allo specchio senza “Vedersi grassa come una balena…” (Parole sue).
Il lavoro di consapevolezza sui genitori non sortisce grande effetto, la mamma è sempre giudicante e poco empatica mentre il babbo è convinto (in cuor suo) che il cibo, il peso ed il corpo siano solo problemi che angustiano le donne, giovani o meno !
Giacomo, davvero colpito dalla sofferenza di Marta le propone di trasferirsi a Montpellier, potranno affittare uno studio assieme e poi la ragazza si troverà un lavoretto.
Giacomo chiede a Marta di continuare le sedute, talvolta assieme o individualmente, per affrontare i “suoi fantasmi” che in situazioni di stress psicologico emergono con forza: altresì prosegue il lavoro di consapevolezza alimentare per la ragazza, con l’accompagnamento che potrà portarla a vivere il cibo come nutrimento e non scudo o trasformarsi in un modo per allontanare il dolore emotivo che non riesce ad esprimere altrimenti.

Il testo è redatto nel rispetto del Codice della Privacy-GDPR-regolamento UE 2016/67 



Giulia, tra anoressia e bulimia

 

© Pexels
Giulia ha 21 anni ed è una studentessa universitaria che vive con i genitori e un fratello minore. Famiglia benestante, con valori centrati sul rendimento, l’autocontrollo e la buona immagine sociale. La madre è una figura dominante, perfezionista e molto attenta al corpo e all’alimentazione; il padre è più distaccato emotivamente.
Fin dall’infanzia, Giulia ha imparato che l’amore e l’approvazione passano attraverso la prestazione (essere brava, controllata, ordinata, “giusta”). Non è mai stata incoraggiata a esprimere rabbia, tristezza o fragilità. Le emozioni, soprattutto quelle negative, sono vissute come pericolose e da reprimere.
Giulia è sempre stata una studentessa diligente, perfezionista e sensibile al giudizio altrui. Ha mostrato tratti di ansia da prestazione e bassa autostima, con una tendenza al controllo come modalità di gestione delle emozioni.
 Durante l’adolescenza ha subito alcuni episodi di derisione da parte dei coetanei per il suo corpo (“un po’ in carne”), che hanno inciso profondamente sulla percezione di sé. Giulia inizia a sperimentare insicurezze legate al corpo e al confronto sociale. Le prime diete nascono da un bisogno di riconoscimento e di controllo, ma si trasformano progressivamente in un mezzo per gestire il vuoto emotivo e l’angoscia.
 Il corpo diventa il terreno su cui si esprime una tensione interna tra desiderio di autonomia e bisogno di approvazione.
L’esordio “ufficiale” del disturbo risale ai 18 anni, in concomitanza con un periodo di stress legato alla maturità scolastica. Inizialmente Giulia ha iniziato una dieta “per sentirsi più in forma”, riducendo progressivamente l’apporto calorico e aumentando l’attività fisica.
La restrizione alimentare e il dimagrimento progressivo offrono a Giulia una sensazione di potenza e padronanza: il controllo del corpo sostituisce la percezione di controllo sulla propria vita. Il cibo negato diventa simbolo di autonomia e purezza, mentre la fame diventa una forma di autodisciplina estrema.
Dopo mesi di restrizione, Giulia inizia a vivere episodi bulimici. Questi rappresentano il collasso del controllo e l’irruzione di parti psichiche scisse e represse. 
Nelle sedute ci racconta che: “…Le abbuffate esprimono un bisogno affettivo e orale non riconosciuto, un tentativo di “riempire” il vuoto interiore con il cibo, simbolo di nutrimento e amore.”
Non solo, Giulia ricorre anche al vomito quando cede alle abbuffate. Il vomito auto-indotto diventa il gesto purificatore: ciò che è stato introdotto viene espulso per non essere contaminata, né fisicamente né emotivamente.
Questo ciclo (riempire e svuotare) riflette la dinamica tra bisogno di fusione e terrore della dipendenza. Giulia desidera essere accolta, ma teme di perdere sé stessa se si lascia nutrire o amare.
Il corpo, per Giulia, non è solo un oggetto estetico, ma il campo di battaglia della sua identità.
Attraverso il peso, la fame e il vomito, costruisce un linguaggio corporeo che traduce conflitti psichici profondi:
Nel corso delle sedute verbalizza che: “Esisto solo se riesco a controllarmi e più dimagrisco più valgo”
Il cibo per Giulia ormai non è più nutrimento, ma mezzo di regolazione affettiva ed il corpo diventa, in senso simbolico, il luogo in cui si manifesta la difficoltà di integrare mente ed emozioni, desiderio e colpa, autonomia e bisogno.
Il lavoro terapeutico permette di affrontare la mai risolta ambivalenza verso la madre: Giulia idealizza e nel contempo rifiuta la figura materna, vorrebbe essere come lei ma capisce che ha bisogno di distaccarsi per vivere la sua vita.
Non solo, il feroce controllo del cibo e del corpo, con i successivi cedimenti bulimici, ci dicono quanto la sua identità sia fragile. Nelle mente di Giulia fame e sessualità sono vissute come pericolose e vanno negate. 
Giulia in seduta ricorda le difficoltà che aveva la madre per farla mangiare sin da piccola: bizzarri rituali per darle il cibo con il cucchiaino, con la mamma sempre nervosa al momento del pranzo o della cena.
Quindi una relazione primaria con la madre tramite il cibo vissuto come campo di battaglia piuttosto che momento emotivamente rassicurante e contenitivo.
Partendo da questi ricordi di Giulia possiamo affrontare l’ambivalenza nei confronti della madre, lavorare sulla separazione psichica delle due donne e nella costruzione di un’identità autonoma della giovane.
Un passaggio importante per Giulia é anche riconoscere e tollerare le proprie emozioni, soprattutto rabbia e bisogno di dipendenza, senza agire attraverso il corpo sia con il controllo anoressico che con il “cedimento” bulimico.
Anche un accompagnamento “reale” sul tema del cibo, ovvero prepararsi il mangiare, cucinarlo ed assumerlo, con consapevolezza e ritrovata pacificazione, aiuta Giulia a non confondere il cibo con le emozioni…
Nel caso di Giulia, il disturbo alimentare appare come una soluzione patologica a un conflitto identitario profondo: la difficoltà di separarsi, di riconoscersi come soggetto indipendente e di gestire i propri bisogni affettivi.
 L’anoressia e la bulimia diventano due facce della stessa medaglia: il tentativo di controllare e allo stesso tempo esprimere un dolore emotivo inespresso, utilizzando il corpo come linguaggio.

Il testo è redatto nel rispetto del Codice della Privacy-GDPR-regolamento UE 2016/67 

La storia di Michele

© Pexels

Michele non dimenticherà mai il giorno in cui mise piede a Parigi. L’aeroporto Charles de Gaulle lo accolse con il suo caos, annunci in francese che scorrevano veloci e il brusio di una città che non dorme mai. Aveva 25 anni, un buon lavoro e un biglietto di sola andata verso un futuro che, almeno nella sua mente, sembrava perfetto.
Le prime settimane furono un turbinio di emozioni. Camminava lungo le rive della Senna come se stesse vivendo in una cartolina, assaporando ogni dettaglio: il profumo del pane appena sfornato, il vociare dei caffè, le note di un violino sul Pont Neuf. Al lavoro, i colleghi erano cordiali, la lingua di lavoro era l’inglese, che Michele parlava molto bene e si sentiva vivo, capace, pronto a conquistare la città dei sogni.
Ma, col passare dei mesi, la magia cominciò a dissolversi. Sempre più spesso doveva confrontarsi con testi, telefonate e riunioni in francese. Michele aveva studiato il francese ma gli sfuggivano le sfumature e molte battute dei colleghi in riunione lo facevano sentire fuori posto. Le mail e le riunioni, un tempo in inglese, divennero fonte di ansia: interpretazioni possibili, sfumature culturali, toni da decifrare. Michele cominciò a controllare decine di volte ogni messaggio prima di inviarlo, con il cuore che batteva forte e le mani che tremavano leggermente.
Il lavoro, da stimolante, diventò opprimente. Le responsabilità crescevano e ogni decisione pesava come un macigno. La sera, nel piccolo monolocale in affitto, il silenzio era il suo peggior nemico. Michele non dormiva più di quattro-cinque ore per notte. Ogni rumore – un clacson, il passo di un vicino, il ticchettio dell’orologio – lo faceva sobbalzare. I pensieri correvano incessanti: “Non sto facendo abbastanza… Non mi adatterò mai… Forse ho sbagliato tutto.”
L’insonnia portò con sé altri sintomi: perdita di appetito, difficoltà a concentrarsi, irritabilità. Le passeggiate nei parchi e le visite ai musei, un tempo fonte di gioia, ora sembravano compiti pesanti. Michele sentiva un senso di colpa verso se stesso: aveva lasciato Catania per un sogno, e invece si sentiva intrappolato in una città che amava ma che allo stesso tempo lo intimidiva.
Fu allora che decise di chiedere aiuto. Iniziò a frequentare una terapeuta italiana che gli propose un percorso di psicoterapia. Michele imparò a osservare i propri pensieri senza esserne travolto. Scoprì che l’ansia poteva essere gestita, che il sonno poteva essere protetto con piccole routine: ridurre la caffeina, respirazioni profonde e meditazione serale.
La terapeuta lo incoraggiò anche a costruire una rete sociale: partecipare a gruppi di expat, corsi di lingua ed eventi culturali. Michele iniziò lentamente a incontrare persone con esperienze simili. Raccontare le proprie difficoltà e ascoltare quelle altrui lo fece sentire meno solo.
Con il tempo, le notti cominciarono a diventare più tranquille. Le giornate di lavoro, pur impegnative, non lo angosciavano più. Imparò a celebrare i piccoli successi: una presentazione in francese senza ansia, un pranzo con un collega, un pomeriggio ad un museo senza sentirsi sopraffatto. La città ora lo spaventava di meno, come un enorme puzzle in cui stava lentamente trovando il suo posto.
Michele poi si rese conto di un aspetto da lui poco considerato, che ora gli pesava sempre più. Il clima di Parigi. I suoi colleghi di lavoro ne erano entusiasti ma lui, catanese di origine, non riusciva proprio ad adattarsi. Gli mancava il sole ed il mare della sua bella terra. Senza pensarci troppo decise di trasferirsi appena un posto di lavoro della sua azienda si liberò nella filiale di Nizza.
Ne parlò con la terapeuta che sostenne la sua decisione ed in poche settimane Michele scese al “sud”. Consapevole dell’importanza del percorso psicologico intrapreso a Parigi cercò anche a Nizza un terapeuta italiano per proseguire il lavoro di introspezione già ben avviato.
Michele aveva vissuto il trasferimento a Nizza come: “Il secondo tempo di un film, in cui la trama si amplia e si comprende meglio la narrazione (parole sue)”.  
L’impatto con Nizza era stato molto positivo, anche per il gran numero di italiani trasferiti o residenti nella città. Consapevole dell’importanza di una buona conoscenza del francese si era subito iscritto ad un’associazione culturale per seguire lezioni ed uscite culturali, rigorosamente in francese. Il lavoro di psicoterapia ora poteva mettere a fuoco il suo desiderio di avere una compagna. In seduta aveva ammesso che gran parte del suo volere lasciare Catania era legato ad una delusione amorosa di una sua ex compagna di scuola con cui era stato per molti anni. Lei lo aveva lasciato di colpo per un altro e Michele aveva vissuto delle crisi di angoscia a seguito di ciò.
Nizza invogliava Michele a “socializzare” molto di più. Già nel suo ufficio aveva conosciuto una collega ed un venditore italiani, con cui spesso usciva alla sera per un bicchiere in compagnia.
Anzi meglio, la collega napoletana, che aveva preso in simpatia Michele gli aveva presentato di li a poco una concittadina “single”. Michele e Giovanna hanno così cominciato a frequentarsi e quasi senza accorgersene si sono “messi assieme”.
Michele ora utilizza le sedute per analizzare i suoi sentimenti verso Giovanna che lo attrae molto e che considera una persona di valore. Giovanna dal canto suo è consapevole e desiderosa di avere una relazione appagante con un ragazzo maturo quale è Michele.
Nessuno può sapere cosa riserverà il futuro a Giovanna e Michele. Ora i due ragazzi sono consapevoli e desiderosi di conoscersi e giocare al meglio le carte che il destino ha loro consegnato…

Il testo è redatto nel rispetto del Codice della Privacy-GDPR-regolamento UE 2016/67 







Il silenzio di Martina

© Pexels

Martina ha 25 anni, é una ragazza dinamica, piena di amici e corteggiata dai ragazzi. Lavora in uno studio di consulenza ed il profilo LinkedIn descrive una giovane donna in carriera. Ma dietro quel curriculum si nasconde una lunga storia di dolore invisibile. Una storia cominciata molti anni addietro, quando ha tentato la sua prima dieta.
Il disturbo alimentare di Martina non è nato all’improvviso. Come spesso accade si è insinuato lentamente, prendendo forma nel tempo. Le prime abbuffate sono arrivate durante l’ultimo anno delle superiori, in un momento di forte stress emotivo. Aveva appena vissuto una delusione affettiva, si sentiva sotto pressione per la maturità e avvertiva su di sé il peso delle aspettative familiari.
In quel periodo Martina ha cominciato a controllare rigidamente l’alimentazione. Saltava i pasti, si pesava più volte al giorno e contava le calorie con precisione maniacale. Ma il corpo non era l’unico bersaglio: il cibo diventava, sempre più, un modo per sedare il dolore, una valvola di sfogo per emozioni che non sapeva nominare.
“Mi sembrava di poter controllare almeno quello, il cibo. Era l’unica cosa che dipendeva da me. Ma presto mi è scappato tutto di mano.”
Martina soffre di bulimia nervosa, un disturbo ancora troppo poco compreso e spesso sottovalutato. A differenza dell’anoressia, che spesso viene notata per la perdita drastica di peso, la bulimia può restare nascosta per anni. Chi ne soffre, infatti, tende ad avere un peso normale o leggermente fluttuante. Ma dentro, la sofferenza è intensa.
Il ciclo è sempre lo stesso: restrizione → abbuffata → senso di colpa → compensazione. Una gabbia mentale che diventa via via più stretta. Il senso di vergogna è talmente profondo da impedire, a lungo, la richiesta d’aiuto.
Gaia, una cara amica di Martina, ha tentato spesso di aiutarla con indirizzi di psicologi nella speranza che la ragazza si decida a chiedere, finalmente, aiuto.
Dopo una crisi di bulimia, particolarmente violenta, Gaia l’affronta e “costringe” a prendere appuntamento con uno psicoterapeuta.
Martina inizia una psicoterapia, ma con grande esitazione, teme di “non essere abbastanza malata” o di non meritare attenzione. Ma fin dalle prime sedute ha compreso che il disturbo non era solo nel cibo. Il sintomo alimentare era la punta di un dolore più profondo: il bisogno di controllo, la fatica di gestire le emozioni, il terrore del rifiuto, il senso di inadeguatezza che da anni le faceva compagnia.
I colloqui di Martina affrontano vari aspetti della vita della ragazza: iniziamo dal tentativo di regolarizzare l’assunzione del cibo, per interrompere il ciclo restrizione-abbuffata. In parallelo occorre aumentare la consapevolezza emotiva per riconoscere rabbia, tristezza e frustrazione.
Parte assai importante è ridefinire l’autostima, troppo legata al peso, al corpo ed alla performance, in un’immagine idealizzata di Martina impossibile da “tenere a lungo”.
Anche la costruzione di strategie alternative per affrontare il disagio è assai utile: scrittura, meditazione, sport e relazioni più autentiche. Per Martina non sono mancati momenti di crisi. Ci sono stati giorni in cui le abbuffate sono tornate, ma con meno violenza. Giorni in cui ha imparato a non punirsi, ma a chiedersi: “Cosa mi sta dicendo questa fame?”. Domande nuove, per rompere vecchi automatismi.
Il medico di base voleva prescrivere degli ansiolitici per affrontare l’ansia e i pensieri ossessivi ma Martina non ha voluto assumerli, ci dice: “…Il cuore del cambiamento è relazionale: costruire fiducia e sperimentare nuovi modi di stare al mondo.”
La storia di Martina non è un’eccezione. I disturbi alimentari – bulimia, anoressia, binge eating – colpiscono milioni di persone nel mondo. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa il 3-4% delle donne giovani soffre di bulimia nervosa, ma i numeri sono probabilmente sottostimati a causa della vergogna e del silenzio.
Viviamo in una società in cui l’immagine del corpo è costantemente sotto osservazione, in cui si insegna a sorridere, a performare, a "funzionare", ma raramente a sentirsi. Dove il disagio prende forme silenziose e accettate, come la fame che si nasconde nei cibi ingeriti in fretta, nelle corse in bagno per vomitare, nei lunghi sensi di colpa.
Oggi, Martina non dice di essere guarita. Dice piuttosto di essere “In cammino”. Ha imparato a distinguere la voce del disturbo da quella della propria verità. Sa che ci saranno giorni buoni e giorni difficili, ma non è più sola. Ha trovato uno spazio dove essere vista, senza giudizio. E, soprattutto, ha scoperto che non deve essere perfetta per essere amata.

 

Il testo è redatto nel rispetto del Codice della Privacy-GDPR-regolamento UE 2016/67 

 

Il burn-out di Veronica

© Pexels

Veronica proviene da un paesino del sud Italia, luogo tranquillo in cui il tempo scorre lentamente.
La famiglia è semplice, il padre lavora in Comune e la mamma accudisce la casa e le tre figliole. Veronica è la più grande ed è la sola che manifesti il desiderio di studiare dopo le scuole superiori, che frequenta con ottimi risultati. Il papà spera che Veronica passi il concorso per entrare in Comune ma la ragazza è desiderosa di proseguire a studiare informatica. 
Decide di iscriversi all’Università nella città capoluogo della sua Regione e va a convivere con due ragazze del suo stesso paesino, condivideranno le spese e quello che, per tutte e tre, rappresenta un grande passo rispetto alla tranquillità familiare.
All’Università ha i suoi primi flirt, piace molto ai ragazzi per la sua dolcezza ed innata simpatia ed è ben consapevole che troverà il “ragazzo giusto” solo più avanti quando si sarà stabilizzata per il lavoro, certa di dovere lasciare il suo paesino per una città del nord Italia.
Al termine dell’Università ha un’offerta di lavoro interessante a Milano. 
Si trasferisce con una ragazza conosciuta all’Università, che lavorerà anche lei a Milano, ed assieme iniziano a conoscere la grande città nel bene e nel male.
L’impatto con il lavoro presso una grande società informatica multinazionale è duro per Veronica: l’ambiente è asettico, i colleghi freddi e scostanti, sente anche un filo di razzismo per lei che viene dal sud. Cerca di non farsi contagiare da questa brutta impressione, si butta nel lavoro (che le piace) ed evita di andare in mensa con i colleghi per evitare battutine e stupida ironia su di lei.
Nel bar dove mangia spesso conosce Pino, un ragazzo “terrone” come lei. Hanno reciproca simpatia ed iniziano a frequentarsi anche fuori dell’orario di lavoro.
Sono consapevoli che hanno bisogno l’uno dell’altra, sono complici nell’affrontare la complessità di una città come Milano, votata al lavoro e con ritmi forsennati. In modo del tutto naturale iniziano una storia.
Dopo un anno hanno la possibilità di andare a convivere, un passo importante e positivo che rafforza il loro legame.
Veronica è sempre sotto pressione per il lavoro, non solo, le hanno dato da coordinare alcuni suoi colleghi più giovani con la promessa di una promozione.
Veronica si butta a capofitto nella nuova sfida, fa spesso tardi al lavoro per raggiungere gli obiettivi lavorativi suoi e del suo piccolo gruppo. 
I risultati sono buoni, meglio di quanto previsto e quando Veronica  ha il colloquio con il suo capo per definire il salto di carriera rimane molto delusa: dovrà aspettare almeno un anno perché il budget non consente la promozione sperata. Potete immaginare lo sconcerto di Veronica, non reagisce e torna a casa per chiudersi in un assoluto mutismo.
Dopo poche settimane, un sabato, Veronica è costretta ad andare in ufficio per un serio problema che mette in allarme il gruppo di informatici dell’azienda: pensavano tutti di cavarsela in poche ore ma alla sera di sabato sono ancora in ufficio ed “in alto mare”. Senza quasi accorgersene Veronica comincia ad avere difficoltà a stare in piedi, barcolla, vede male e sente un pugno allo stomaco. I colleghi la vedono bianchissima in viso e si preoccupano per lei. Un ragazzo che è anche volontario in una ambulanza di Milano la aiuta, la mette in posizione di sicurezza ed assiste.
Veronica stenta a riprendersi, é senza forze, le tremano le gambe e Pino viene a prenderla al lavoro. Le consigliano di andare al Pronto Soccorso ma Veronica si rifiuta, vuole solo tornare a casa con il suo ragazzo.
La notte é molto tormentata per Veronica, è agitatissima, in ansia, vomita, piange ed il “povero” Pino non sa che fare…
Consultano il loro medico di base che sentenzia senza esitazione: Veronica è in pieno burn-out !
La ragazza è incredula, ha sentito parlare di burn-out ma le sembra solo una scusa per lavorare di meno.
Invece il burn-out è la reazione “normale” che una persona vive nel momento in cui si è gettata a capofitto nel lavoro, si è disillusa per il mancato riconoscimento di quanto svolto, poi si sente frustrata e distaccata e lavora in modo “automatico” e per finire giunge all’esaurimento delle forze mentali che, ovviamente, impattano sul corpo con i sintomi prima descritti.
Possiamo definire il burn-out uno stress lavoro correlato, che si evidenzia con sintomi fisici che sottendono un’impasse psicologica importante della persona. 
Il burn-out era stato studiato sin dagli anni settanta, inizialmente si pensava colpisse solo le persone che facevano mestieri “di aiuto agli altri”, medici, infermieri, vigili del fuoco, polizia ecc. con l’espressione: “… Chi mette troppa passione nel lavoro prima o poi “si brucia”.
Poi però ci si era resi conto che tale “reazione” valeva per ogni attività, nel momento in cui al carico di lavoro faceva seguito una disillusione, una delusione, un mancato riconoscimento del lavoro svolto o cattive relazioni tra i colleghi o addirittura un “clima” aziendale malsano.
Per Veronica non è facile accettare che si è “bruciata”, ha dato molto (troppo) in azienda ed ora è senza energie psichiche per continuare.
Il medico le scrive un mese di malattia, tanto per cominciare e, soprattutto, la convince a rivolgersi ad uno psicoterapeuta per una consultazione. 
Veronica giunge al colloquio molto triste e demotivata, non si capacita che tutto il suo impegno, la serietà e la dedizione nel suo lavoro non sia stata compresa, anzi le hanno fatto delle promesse non mantenute.
Mai si sarebbe aspettata una delusione così cocente, si sente presa in giro e senza energie per continuare il lavoro. Veronica è costretta a “resettare” ciò che pensa del lavoro, un’aspetto idealizzato che mal si concilia con la realtà in cui si è trovata ad agire. Non è facile ri-posizionarsi rispetto al lavoro, ovvero togliere illusione ed idealizzazione per tornare con i piedi per terra: il lavoro è parte della vita ma non la vita stessa, chi è bravo all’Università spesso non è pronto per affrontare il mondo del lavoro che ha coordinate, valori e dinamiche molto complesse.
Veronica si prende un paio di mesi di malattia per “curare” il fisico e recuperare il sonno che aveva perduto nei momenti peggiori poi, dopo averne parlato in seduta, decide di andare dal suo capo per chiedere l’aumento di stipendio e quella promozione attesa. Al colloquio è tranquilla, non ha nulla da perdere, argomenta serenamente il tutto ed aspetta la reazione del suo capo. 
Riceve le solite risposte evasive e fumose e Veronica lascia il colloquio “leggera” e decisa a lasciare l’azienda, per un’informatica è facile trovare altro e di meglio…
Veronica al termine della malattia si dimette, lascia anche Milano che le ha dato molto ma portato via forse troppo e, d’accordo con Pino, tornano nel "loro sud".
Ora i due ragazzi sono a Catania, lei lavora in un istituto di ricerca e Pino, che è ragioniere, da un commercialista. Convivono ed hanno il serio proponimento di avere un figlio…

Il testo è redatto nel rispetto del Codice della Privacy-GDPR-regolamento UE 2016/67











 

I sintomi di Adriana

© Pexels

Adriana è una ragazza trentenne che decide di lasciare l’Italia per trasferirsi in Francia e cercare un lavoro più soddisfacente. È infermiera ed ha sempre lavorato all’Ospedale di Taranto, sua città natale, con turni massacranti e basso stipendio. Le spiace allontanarsi dalla famiglia dato che è figlia unica e lascia il fidanzato “storico” dopo dieci anni di relazione in cui lui non si è mai deciso a proporle il matrimonio e Adriana pensa sia ormai una storia troppo sfilacciata. Sente parlare di Nizza da una collega che ha già avviato la procedura per il riconoscimento del titolo di studio per lavorare come infermiera in Francia. Conosce poco Nizza, viene alcune volte come “turista” ed è piacevolmente colpita dalla città. Conosce il francese scolastico e, prima di fare il grande passo, prende lezioni private di lingua. Adriana ora è pronta a trasferirsi, inizialmente alloggia dalla collega italiana che è già inserita in Ospedale ed inizia a lavorare presso una clinica convenzionata. Gli orari sono molto più “normali”, raramente lavora nel fine settimana e lo stipendio più elevato che in Italia. È contenta della sua scelta, ha però difficoltà a legare con le colleghe del lavoro che le sembrano cortesi ma “freddine” nei rapporti interpersonali. Di fatto frequenta solo la sua collega italiana che però sta per trasferirsi a Lione a seguito di una offerta lavorativa molto interessante. I fine settimana spesso sono noiosi quindi decide di iscriversi ad un corso di yoga. Adriana è molto contenta della sua scelta, lo yoga l’aiuta a prendere coscienza di sé, concentrarsi e sente una “buona energia” nelle persone che frequentano con lei il corso. Dopo le lezioni fa spesso uno spuntino in un locale vicino e li conosce Karim, un ragazzo tunisino che non nasconde interesse per lei. Adriana non vorrebbe iniziare una storia ma si lascia convincere dalla dolcezza del ragazzo. Si frequentano per oltre un anno sino a quando, di comune accordo, decidono di andare a convivere in una casetta che affittano assieme. Stanno bene e cominciano a pensare ad avere un figlio, grande desiderio di Adriana, che sente "l’orologio biologico" correre. Un giorno Adriana dimentica il suo cellulare in clinica ed usa quello di Karim per prenotare una pizzeria per la sera stessa. Rimane sorpresa da una seria di chiamate a Karim da parte di una certa Afef. Chiede al ragazzo chi sia ma riceve delle risposte evasive. È perplessa ma non vuole essere “paranoica” e farsi strani film, però “un tarlo” continua a non darle pace… Si ricorda lo “strano” numero e il giorno successivo decide di chiamare direttamente; scopre che è un Hammam: Afef è una delle ragazze del centro, con tanto di foto sul sito e non vi è dubbio che la fanciulla non faccia solo massaggi rilassanti! Potete immaginare lo sconcerto il dolore e la rabbia di Adriana, nello scoprire cosa potesse avere fatto “il suo Karim” con quella ragazza. Lo affronta la sera stessa tra urla e pianti. Karim è costretto dall’evidenza ad ammettere che nel frequentare l’Hammam ha visto parecchie volte Afef, ma spergiura che è “solo” un fatto fisico! Adriana si sente ancor più male, è una bellissima ragazza, cento volte meglio di quella Afef che appare assai volgare, non riesce più a sopportare la situazione e costringe Karim ad uscire immediatamente di casa. I giorni successivi sono un tormento, non riesce a dormire ed ha sempre mal di stomaco, prende dei giorni di malattia e consulta una psichiatra che le prescrive dei farmaci ansiolitici ed ipnotici per dormire. I farmaci sembrano non funzionare con Adriana, anzi hanno un effetto paradossale, è ancora più irrequieta ed insonne. Dopo alcune settimane decide di interrompere le medicine e conta che il solo yoga possa darle pace e serenità. I giorni passano ma Adriana sta sempre male, oltretutto viene a sapere che Karim cerca di contattarla nonostante lei lo abbia bloccato e minacciato di chiamare la Polizia se si fosse fatto ancora vivo. L’insegnante di yoga spesso la ospita a casa sua quando capisce che Adriana è davvero angosciata e potrebbe farsi del male, non solo, la convince a prendere appuntamento con uno psicologo per iniziare un percorso psicoterapico. I colloqui sono difficili per la disperazione che Adriana vive, potete immaginare cosa possa pensare degli uomini… All’inizio delle consultazioni spesso utilizzo il test del copione per capire meglio le dinamiche familiari della persona, utili per poi fare chiarezza su eventi dolorosi attuali e sulle modalità di reazione della persona stessa. Dal test che Adriana compila emerge qualcosa di opaco in riferimento al termine del periodo adolescenziale: le domande successive non portano luce su momenti importanti della sua vita verso i vent’anni. Al colloquio successivo Adriana di colpo è colta da un feroce mal di testa, non riesce più a parlare e deve tornare a casa… La seduta che segue è importante perché Adriana molto commossa mi racconta che verso i vent’anni ha dovuto abortire da sola e di nascosto dai familiari dopo che il ragazzo con cui stava l’aveva lasciata di colpo. Un momento doloroso in cui aveva già vissuto un forte mal di stomaco, insonnia per alcuni mesi e grande male alla testa. Tali sintomi “psicosomatici” si sono ripresentati al momento della separazione da Karim, con il vissuto emozionale di una violenza fatta da un uomo nei suoi confronti allora con l’essere costretta all’aborto ora con il tradimento. Concordiamo che Adriana debba parlare di quell’evento con i genitori, è un segreto troppo pesante da tenere dentro di se, un segreto che la fa sentire troppo in colpa. Rientra in Italia e ne parla con i suoi, e… da li a pochi giorni i sintomi “psicosomatici” si riducono e spariscono. Ovviamente il lavoro psicologico continua, un pò come un lutto che va elaborato lentamente, in un processo di “riparazione” perché Adriana possa tornare a “fidarsi” di un uomo. 

 

Il testo è redatto nel rispetto del Codice della Privacy-GDPR-regolamento UE 2016/679

 

Löic


© Pexels
Löic è un ragazzo trentenne che lavora in un’agenzia immobiliare da molti anni.
É apprezzato e ben visto dal titolare e dai colleghi per la sua professionalità e correttezza.
Tiene molto al suo aspetto e veste sempre con grande gusto ed attenzione ai dettagli, che siano una certa scarpa, una camicia o una giacca elegante.
Piuttosto riservato non ama parlare della sua vita extra lavorativa e raramente partecipa ad aperitivi tra colleghi. Racconta però spesso di viaggi avventurosi in luoghi bellissimi con piccoli gruppi di partecipanti. In agenzia i colleghi non sanno se Löic ha una ragazza o se, magari, è così riservato perché non vuole far sapere che è gay.
Tant’é, Löic lavora con ottimi risultati ed un buon guadagno, più che meritato.
Un giorno un suo collega intravvede sul suo tavolo di lavoro un farmaco utilizzato per perdere peso.
Ingenuamente chiede perché ne fa uso, dato che Löic è sicuramente in forma e certo non ha del grasso addosso.
Löic appare molto contrariato dalla domanda, non sa bene cosa rispondere ed appare piuttosto aggressivo con il collega.
Altri colleghi, casualmente, assistono alla scena e cercano di pacificare l’atmosfera ma Löic è molto scosso, risentito e di colpo esce dall’agenzia tra lo stupore dei colleghi.
Martine, una sua collega, dispiaciuta per quanto accaduto, lo segue per rassicurarlo ma viene respinta e si ritrova investita di parole sgradevoli…
In agenzia rimangono tutti colpiti e dispiaciuti dall’accaduto, è un fulmine a ciel sereno.
Il giorno successivo Löic non va al lavoro, si da malato e non risponde alle telefonate del capo e dei colleghi. Anzi, resta “in malattia” per una settimana con i colleghi sempre più sconcertati e dispiaciuti.
Quando rientra al lavoro nessuno fa cenno all’accaduto, ovviamente nemmeno lui.
Martine, che lo aveva seguito fuori dall’ufficio, non riesce a fare finta di nulla e “dolcemente” gli parla per capire qualcosa ed offrire la sua sincera amicizia.
Si vedono alla sera in un bar e Löic con gli occhi umidi le dice che sta molto male e non vuole mostrarsi bisognoso agli altri ma non ce la fa più e scoppia a piangere.
Martine è molto scossa ed ora comprende la grande sofferenza sempre nascosta di Löic. Con grande delicatezza attende che Löic prosegua per dare conto del motivo di tanta angoscia e dolore: apprende così che il giovane è anoressico da tanti anni, mangia sempre le solite due o tre cose e non sgarra mai. Non solo, va molto spesso in palestra per bruciare calorie e da qualche settimana è riuscito a farsi prescrivere da un medico dei farmaci per “dimagrire” visto che si percepisce grasso !
Appare chiaro ora il motivo dei comportamenti “bizzarri” di Löic, il segreto che cercava di mantenere in ufficio ed il suo essere sempre “controllato” e algido.
Martine si preoccupa per Löic e si offre di dargli delle indicazioni per potere accedere a colloqui o gruppi per affrontare la sua sofferenza che gli distrugge la vita.
Martine su internet trova Soremax che gli pare possa essere un’occasione per Löic di iniziare ad affrontare il suo dolore e la sua sofferenza aiutato da altre persone.
Löic giunge al colloquio accompagnato da Martine, che si rivela davvero amica e vero sostegno per il ragazzo.
Colpisce sin da subito che Löic mangi due o tre alimenti, totalmente inadatti a fornirgli vitamine, calorie e nutrimento necessario ad un giovane uomo. Parla di se come grasso e sempre alla ricerca di un modo per perdere peso sia con la ginnastica che con la dieta da “prigioniero di guerra” ed ultimamente con i farmaci che gli danno effetti collaterali come forti mal di testa.
É una situazione davvero complessa ma in qualche modo ora Löic ha rotto il suo segreto con Martine che è ben decisa a fare qualcosa per il collega che sente umanamente fragile e bisognoso.
Il nostro approccio in questo caso privilegia l’aspetto del nutrimento, del cibo, che per Löic è veleno, rifiuto, rischio di ingrassare per lui che già si percepisce sovrappeso.
Il test PCS che gli proponiamo ci da molte informazioni a cavallo tra gli aspetti psicologici e le emozioni rispetto all’assumere certi alimenti o meno.
È un primo approccio che ci aiuta a proporre a Löic di imparare a conoscere il cibo nell’aspetto di sapore, colore, profumo, abbinamenti e modo di cottura per ritrovare ricordi ed emozioni ben fissate nella sua mente sia negli aspetti negativi che positivi.
Un primo passo per cercare di mettere ordine in un “disordine” totale di Löic rispetto al cibo, senza contare calorie e zuccheri ma valorizzando gli aspetti sensoriali nell’atto del mangiare.
Löic è molto perplesso ma consapevole che si trova in un vicolo cieco e deve fare qualcosa e dare fiducia a qualcuno.
Nel giro di qualche mese Löic inizia ad assaporare cibi che non mangiava da anni, abbandona i farmaci “per dimagrire” e riesce a ridurre l’ossessione per l’attività fisica in palestra.
Il lavoro sensoriale sul cibo è affiancato dalle sedute psicologiche per dare parola alla sua angoscia e sostenerlo nel difficile percorso che ha intrapreso, consapevole che se si arriva “sul fondo del bidone” non si può che risalire!
Utilizziamo altri test psicologici per avere elementi riferiti alle vicende familiari, alla storia di Löic, per aiutarlo a rivedere e riconoscere l’origine della sua sofferenza nascosta per così tanti anni agli altri.
Il lavoro è in corso, Martine è sempre molto vicina a Löic e di vero sincero supporto. I più “maligni” dicono che i due hanno iniziato una storia, si vedono assiduamente e fanno coppia fissa…


Il testo è redatto nel rispetto del Codice della Privacy-GDPR-regolamento UE 2016/679

























Elodie e la sua originale famiglia

 

© Pexels
Jeannine e Marc sono i genitori di Elodie che ha ventidue anni. Elodie ha una sorella maggiore di due anni ed un fratello minore di tre anni. Sono una famiglia anticonformista e confusionaria con buoni legami affettivi.
La sorella maggiore Jade è da sempre sovrappeso, alcuni chili mal vissuti dalla ragazza che nonostante continue diete non riesce a perdere il peso di troppo ed è sempre angosciata.
Elodie, un giorno le fa vedere come “controlla” il peso nonostante le abbuffate: va in bagno e senza farsi vedere vomita. Ne nasce un segreto che le sorelle condivideranno per anni e che permette a Jade di stabilizzare il suo peso. Le due sorelle sono sempre più legate anche perché escono con lo stesso gruppo di amici ed hanno i loro primi flirt con i ragazzi.
Il fratello non si interessa alle sorelle, per lui il cibo ed il peso sono solo “paranoie” delle due ragazze. Ha giusto attenzione al fatto che le sorelle non frequentino cattivi ragazzi, una sua forma di protezione che considera dovuta.
La serenità della famiglia é rotta quando i genitori hanno una crisi di coppia molto pericolosa: Jeannine scopre che Marc ha una liaison con una collega di lavoro da quasi un anno. Momenti molto duri, litigate ed urla in casa con i tre figli totalmente schierati dalla parte della mamma contro il tradimento del padre. Madre e figli di comune accordo decidono di chiedere al padre di uscire di casa. Solo Elodie mantiene dei contatti telefonico con il padre, che nel frattempo ha chiuso definitivamente la storia con la collega.
Proprio per questo Elodie cerca in tutti i modi di fare rientrare il padre, nella speranza che la moglie possa perdonarlo. Va detto che il padre si è ben reso conto della follia compiuta e si cosparge il capo di cenere per potere tornare e casa.
Ma la moglie è irremovibile e non vuole sentire ragioni, anzi inizia le pratiche per la separazione e poi il divorzio.
Elodie si trova in grande conflitto, vuole bene al padre e comprende l’errore che ha compiuto ed il reale pentimento. Del resto capisce bene la sofferenza della mamma e dei fratelli. Di fatto si ritrova ad essere “ambasciatrice” per tentare di recuperare il dialogo tra i familiari.
Ad un certo punto decide, nell’ostilità degli altri membri, di andare a vivere dal padre. Con lui si trova bene e non può che confermare il reale pentimento del genitore. I tentativi di rappacificare i genitori non riescono ed Elodie è veramente angosciata e delusa.
Anche i contatti con la sorella ed il fratello si riducono drasticamente, ulteriore delusione e fonte di ansia per Elodie.
Ma il “colpo di grazia” per Elodie é venire a sapere che la mamma ha incontrato un uomo e che a breve verrà a vivere con loro. Sente di non potere tollerare anche questo, la sua speranza di ricomporre la famiglia é definitivamente naufragata.
Inizia a non mangiare, non ha fame per niente e beve solo the con due biscotti alcune volte al giorno. Nel giro di pochi mesi è pelle ed ossa. Il padre molto allarmato non sa che fare, addirittura si presenta dalla ex moglie per parlarle di Elodie e della grave situazione, ma non lo fanno nemmeno entrare in casa e gli altri due figli sembrano ben poco interessati a Elodie.
Il padre, in accordo con il medico, prende di peso Elodie e la porta in ospedale dato che la situazione è molto grave ed il genitore teme per la vita della figliola.
Il ricovero dura più di un mese ed Elodie viene alimentata con il sondino che le permette di prendere del peso che la toglie dal pericolo di morte. Finalmente anche la mamma ed i fratelli, sconvolti dalla situazione creatasi (anche sentendosi in colpa con Elodie) vanno a trovarla.
Uno dei medici del reparto consiglia a Elodie di intraprendere un percorso di psicoterapia, che non potrà essere fatto in ospedale ma a casa e le segnala Soremax.
Elodie si presenta da noi accompagnata dal padre. Dopo i primi colloqui chiediamo di potere coinvolgere la madre e, se possibile, l’intera famiglia con l’assenso di Elodie.   
La mamma si rifiuta perché non vuole assolutamente incrociare l’ex marito mentre i figlioli accettano. La nostra idea é di “affiancare” per quanto possibile un lavoro familiare per aiutare Elodie psicologicamente nel suo percorso di cura. Appare chiaro che Elodie rappresenta la “paziente designata”, lo snodo di una sofferenza familiare diffusa dopo la separazione dei genitori. Ciò va di pari passo con la sofferenza personale di Elodie, le sue difficoltà alimentari ed il vomito utilizzato da anni per “regolare” il peso.
Come suol dirsi, si lavora con chi c’é, padre, sorella e fratello oltre ad Elodie che già nel vedere loro tutti coinvolti e seriamente in apprensione si “impegna” a mangiare. Soprattutto utilizziamo l’accompagnamento alla scelta, preparazione e cottura del cibo dato che sappiamo bene che Elodie non è in grado di trovare un equilibrio da sola, in preda ad emozioni così violente.
Occorrono alcuni mesi per vedere piccoli miglioramenti di Elodie, che segue con attenzione e pazienza i suggerimenti “alimentari” proposti da Soremax, e riesce a mangiare piccole quantità di cibo che mai avrebbe pensato di assumere. Di pari passo va il lavoro psicologico per permettere ad Elodie di individuarsi maggiormente e non sentirsi in colpa per non essere riuscita a “tenere assieme la famiglia”, compito che non spetta certo a lei, ma di cui si è fatta carico. Lavoriamo sul forte sentimento di “fallimento” ed impotenza che Elodie vive nella dinamica familiare, e che le rende la vita troppo pesante da vivere. È un lavoro sui due versanti, sensoriale e di consapevolezza rispetto al cibo, ai nutrienti, al sapore ed al vissuto percettivo in aggiunta al lavoro psicoterapeutico di Elodie.
Anche i familiari possono aiutarla ed aiutarsi a meglio stabilizzare i legami familiari, anche se la madre non si renderà mai disponibile ad incontrarci.
Prosegue il lavoro con Elodie sui due versanti indicati, ma già sin d’ora la ragazza ha preso alcuni chili e, non ci crederete, cucina (e mangia) poco ma in modo sano, leggero ed appetitoso…

Il testo è redatto nel rispetto del Codice della Privacy-GDPR-regolamento UE 2016/679







Ivan

© Pexels

Ivan sin da bambino è stato sovrappeso dato che mangiava con gusto tutto quello che gli veniva messo nel piatto. Da adolescente poi era francamente obeso, il che aveva comportato episodi sgradevoli di bullismo da parte dei compagni di scuola. La madre era intervenuta presso gli insegnanti che però avevano minimizzato i fatti sino a che la madre aveva deciso di togliere Ivan dalla scuola per trasferirlo in un istituto privato cattolico. Situazione migliorata per Ivan che però mangiava sempre in eccesso senza sapersi “limitare”. La madre è sempre stata ambivalente con Ivan: lo invitava a controllarsi però preparava tutti i piatti che il ragazzo desiderava oltre a merendine e dolci vari. Gli unici scontri in famiglia erano tra Ivan ed il padre, anch’egli sovrappeso, che però voleva impedire al ragazzo di continuare così.
Il padre aveva anche preso per Ivan un appuntamento presso un centro specializzato sui disturbi alimentari cui era seguito un ricovero estivo di quasi tre mesi. Nel corso del ricovero Ivan era riuscito, con sua grande sorpresa, a perdere peso e normalizzare i parametri del sangue, ovviamente fuori scala.
Alla ripresa della scuola Ivan è un bel ragazzo, desideroso di mantenere il suo corpo in forma, vista la fatica fatta per perdere quei tanti chili di troppo. Si sta avviando ai suoi diciotto anni con spirito positivo ed essendo appassionato di calcio fa i provini per entrate nella squadra del suo paese. Riesce ad essere preso ed è estremamente contento, oltretutto una sana attività fisica lo aiuta a mantenersi in forma ed a mangiare in modo più sano.
Passa un anno molto positivo dal punto di vista scolastico e sportivo, in più è attratto da una ragazzina vicina di casa, dolce e simpatica. In breve cominciano a frequentarsi e sono una coppia tenera e gioiosa. Ivan riesce a mantenere il suo peso “forma”, certo ogni tanto si abbuffa di dolci ma sono piccoli cedimenti “sotto controllo”.
La positività del momento è scossa dalla notizia che la ragazzina deve lasciare il paese al seguito della famiglia, dato che i genitori, guardiani in una villa, devono seguire i proprietari in una città lontana.

I due giovani riescono a vedersi ancora per un pò, faticosamente, poi la ragazza decide di chiudere la storia con Ivan anche perché sembra abbia simpatia per un ragazzo appena conosciuto nella città in cui si sono trasferiti.
Il nostro Ivan è sconvolto, si sente tradito, abbandonato e deluso. Dapprima si chiude in un mutismo che spaventa i genitori, lascia gli allenamenti sportivi e riprende a mangiare in modo compulsivo.
Spesso non va a scuola, a casa è passivo e annoiato e mangia, mangia, mangia…
I genitori sono disperati, ipotizzano un nuovo ricovero al centro per i disturbi alimentari ma Ivan si oppone con tutte le sue forze. Continua il braccio di ferro in famiglia, Ivan perde l’anno di scuola a causa delle troppe assenze e prende sempre più peso.
Ma un episodio fa precipitare il tutto: un giorno nel mentre di una discussione con la mamma Ivan le da una spinta e la donna nel cadere si rompe un polso. Tragedia; la mamma è scossa ed Ivan di più, non voleva certo farle del male! Il padre rientra dal lavoro, accompagna la moglie al pronto soccorso ed ha uno scontro violento con Ivan, addirittura si mettono le mani addosso.
A questo punto il padre da un ultimatum ad Ivan, dato che non studia andrà a lavorare con un amico che è muratore ed appena possibile uscirà di casa.
Un vicino di casa cerca di fare da paciere ed ospita a casa sua per un pò il ragazzo, nel mentre ci interpella e chiede di proporre qualcosa come Soremax.

Dato che l’unica persona di cui Ivan si fida è il vicino di casa, sfruttiamo ciò per riuscire ad incontrarci una prima volta. Il colloquio è teso, Ivan appare molto aggressivo e totalmente non collaborativo dato che pensa i genitori lo vogliano “spedire” nuovamente al centro sui disturbi alimentari. Gli parliamo del progetto Soremax che non prevede ricoveri ma lavoro psicologico e “educazione alimentare” per persone come lui che utilizzano il cibo non (solo) per nutrirsi ma per coprire una mancanza o una sofferenza profonda.
Ci chiede di pensarci su per un pò, senza promettere niente.
Passa quasi un mese e francamente pensavamo non avrebbe mai risposto. Invece ci chiama per fissare un incontro, sempre con la presenza del vicino di casa, che con grande sensibilità sta aiutando Ivan come fosse suo figliolo.
Concordiamo con Ivan un piano di terapia sul versante psicologico, ovviamente, ed un accompagnamento sul cibo nel senso di imparare a conoscere il valore degli alimenti, il sapore, il colore, l’odore e gli abbinamenti. Accompagnamento che mette in secondo piano le calorie, gli zuccheri o il peso del cibo assunto per privilegiare il piacere che il cibo stesso dovrebbe rappresentare per ciascuno di noi.
Si, il piacere del cibo, non nemico, problema, difficoltà o quant’altro. Se il piacere torna ad essere centrale nell’assunzione del cibo si è costretti ad affrontare ciò che ci può togliere questo piacere, ovvero una sofferenza che potrebbe essere legata al senso di vuoto, alla tristezza, all’impotenza, alla noia od alla perdita di senso della vita.
Lavoriamo con Ivan in questo senso ed ovviamente lo stimoliamo a riprendere ciò che gli piaceva molto: tornare a giocare nella sua squadra di calcio. I compagni di squadra l’hanno accolto con grande gioia ed è stato molto di aiuto ad Ivan per riprendere una vita “normale”.
Ora è necessario lavorare per “ricomporre” la famiglia, dopo i difficili trascorsi.
La mamma di Ivan è disponibile, ovviamente, mentre il padre è ancora arrabbiato e deluso dal comportamento del figlio.
Prevediamo alcuni incontri tra i genitori ed Ivan, tutti assieme dapprima in nostra presenza poi solo tra loro. È un lavoro faticoso e delicato, con alti e bassi tra padre e figlio, che sembrano pacificarsi poi, di colpo, tornano ad essere "cane e gatto”. La “guerriglia” continua sino a quando il padre offre ad Ivan la possibilità di rientrare a casa, con la promessa (beninteso) di contenersi nel mangiare e scusarsi per tutto quello che ha fatto loro patire.
È una specie di periodo di prova per Ivan che in cuor suo desidera davvero riuscire per il bene suo e dei suoi genitori.
Ebbene il “periodo di prova” è stato superato ed Ivan, con l’accompagnamento alimentare, riesce a contenersi con il cibo ed è molto contento di avere ritrovato il suo posto nella squadra di calcio… ed in famiglia.
Ivan finiti gli studi superiori decide di iscriversi all’Università al corso di Scienze Motorie, per dare conto della sua passione per il calcio e, come dice lui: “… Anche per ringraziare i miei genitori per tutto quello che hanno fatto e fanno per me…”


Il testo è redatto nel rispetto del Codice della Privacy-GDPR-regolamento UE 2016/679















 

Chiara e la sua bulimia


© Pexels
Chiara è una ragazza trentenne che si è appena sposata. Per il marito prova dei sentimenti che non aveva mai provato per nessuno prima, tanto da ritenerlo proprio l’uomo della sua vita.
Dice: “…Per il momento va abbastanza bene… Certo abbiamo avuto qualche contrasto, ma penso sia normale in ogni matrimonio…”

La ragazza consulta Soremax perchè vuole risolvere il problema che la tormenta da tanti anni: la bulimia. Fa delle abbuffate di ogni cosa le capiti a tiro, poi presa dai sensi di colpa va a vomitare, ripromettendosi di non farlo più, invano. Mette in relazione l’esordio del suo disturbo con quelli che definisce “gravi problemi familiari”, originati dal fatto che la madre e le figlie avevano dovuto seguire il padre che per il lavoro era stato costretto a trasferirsi lontano da casa.
Trasferimento del tutto sgradito dalle donne di casa, ed oggetto di aspre discussioni in famiglia. Il trasferimento: “…Ha creato tanti problemi familiari, ci sono state ripercussioni per tutti e io mi sono presa sulle spalle i problemi di tutta la mia famiglia”. La ragazza continua raccontando di aver sempre avuto un “bellissimo rapporto” con la madre, alla quale, a causa delle difficoltà attraversate dalla famiglia, si è legata ancora di più: “Per la mamma è stato molto difficile perché trasferendosi ha dovuto lasciare tutte le sue amiche e quando è arrivata nella nuova cittadina non conosceva nessuno, era completamente sola…” Chiara continua: “…La mamma ha riversato su di me tutte le sue frustrazioni attaccandosi ancora di più di quanto già non fosse…mi ricordo che anche quand’ero più piccola facevamo tutto insieme, l’accompagnavo dappertutto… Ma a me non pesava, perché, ripeto, ho sempre avuto un rapporto meraviglioso con lei…con mio padre meno, perché l’ho sempre sentito più distante… Comunque, nello stesso periodo in cui ci siamo trovati ad affrontare questa situazione veramente pesante, è successo anche che mi sorella è rimasta incinta, ha provato a vivere per qualche mese con questo ragazzo, poi ha visto che non andava ed è tornata a casa con la bambina. Papà non voleva ma mia mamma ha insistito tanto ed è riuscita nel suo intento… Ed io mi sono sempre fatta carico di tutti i problemi della mia famiglia…” Non solo, al padre qualche anno dopo viene diagnosticata una cardiopatia che lo porta ad avere serie complicazioni fisiche e getta tutta la famiglia in grave preoccupazione.

Chiara all’inizio gestiva, di fatto, tutta la famiglia poi non è più riuscita ed è lì che si è ammalata. Dapprima era anoressica, poi ha cominciato a mangiare e vomitare e dedica almeno un’ora al giorno ad abbuffarsi, a volte capita anche più volte al giorno. Chiara ha provato a imporsi di smettere, invano, è come una dipendenza,  però più mentale che fisica, ci dice. Quando ha incontrato il futuro marito si è innamorata follemente di lui ed in pochi mesi hanno deciso di sposarsi.
“…Sposandomi credevo di risolvere in quel modo tutti i miei problemi, perché provavo un sentimento che non avevo mai provato prima, invece non è stato così… Ad essere onesta all’inizio credevo che il matrimonio mi avrebbe aiutato molto a risolvere la mia bulimia”.

Chiara dice che ha subito parlato al marito del suo problema. L’uomo molto comprensivo si è reso assolutamente disponibile ad aiutarla, sentendosi in colpa perché a causa del suo lavoro (in proprio come idraulico) spesso è via di casa tutto il giorno sino a tardi.
“…Forse questa è una difficoltà del nostro matrimonio, il fatto che ci vediamo poco, intendo, ma la mia bulimia non c’entra con lui, non è colpa sua, è un problema mio e voglio assolutamente risolverlo, perché a 30 anni ormai sono stanca…”

Di fatto Chiara continua ad occuparsi della famiglia di origine e del bimbo della sorella dato che la mamma del piccolo deve andare al lavoro. Per il fatto che Chiara non lavora (la mantiene il marito) si sente “obbligata” ad occupare il suo tempo a seguire gli altri senza mai lamentarsi.
Il lavoro terapeutico comincia a dare i suoi frutti e Chiara ammette che è davvero stanca di correre per gli altri, tenuto conto poi che quando è lei ad avere bisogno nessuno l’aiuta. Ci dice questo delusa e infastidita, quasi sorpresa di pensare e sentire così. Dapprima chiede al marito di accettare un’offerta di lavoro come impiegato presso un’officina, il che gli permette di fare orari di ufficio e smettere di lavorare sino a tardi, sabato compreso.
Riesce anche a dimezzare gli impegni con il nipotino e si ripromette di non passare tutti i giorni dalla mamma, che le trasmette tristezza e sconforto per via delle difficili condizioni del padre.
Chiara in un “momento di follia”, come dice lei, si iscrive per prendere la patente,  dato che prima non aveva potuto per motivi economici.
La patente le permette di recuperare un’autonomia insperata, spesso va dalle poche amiche che ha e visita dei paesini vicino. Inoltre si compra un bel set per dipingere con l’acrilico, tecnica semplice per una principiante come lei.
La pittura è sempre stata una passione per Chiara, passione che ha sempre dovuto lasciare da parte sino ad oggi.
Si iscrive ad un corso base di disegno, poi ad una serie di lezioni sulla tecnica dell’acrilico, poi ad un corso sulla pittura ad olio, che ritiene la tecnica più confacente per lei.
Con la sua macchinetta si può permettere di seguire i corsi, fare visita ai familiari e dedicare del tempo a sé, in una ritrovata (e meritata) indipendenza.
Un bel giorno Chiara ci dice che è incinta, non sta più nella pelle dato che pensava fosse già tardi vista la sua età!
La gravidanza, anzi la gioia della gravidanza le da una forza immensa e sente ora di essere capace di “tenere a bada” il sintomo bulimico, che già si era assai ridotto nei mesi precedenti.
Chiara passa una gravidanza senza difficoltà ed il rapporto con il cibo è quasi normalizzato, evita alcuni alimenti ma per lei è davvero una grande vittoria, mangiare e non dovere correre a vomitare.
Chiara in seduta dice: “… Si sente spesso prima il dovere e poi il piacere, io aveva fatto di queste parole i miei comandamenti, di fatto mi ero imprigionata senza speranza…”

Nella storia di Chiara emerge subito la centralità del rapporto tra la ragazza e la madre, che lei definisce “bellissimo”, ma che ha all’apparenza tutte le caratteristiche di una dipendenza reciproca, all’interno della quale Chiara è stata collocata dalla madre stessa nel ruolo di suo partner, andando così ad occupare il posto del padre e caricando sulle proprie spalle il peso della famiglia e dei suoi problemi, proprio come spetterebbe fare “all’uomo di casa”.
Il padre, definito da Chiara “distante”, sembra non contare nulla all’interno di questa famiglia, in cui la madre si allea sempre con le figlie. L’oscillazione, che evidentemente Chiara sperimenta nella relazione con la madre, tra una posizione di dipendenza e l’esigenza d’indipendenza, della quale è anche ben consapevole, si concretizza nel rapporto con il cibo, dove l’iniziale anoressia sembra manifestare il desiderio di emancipazione della ragazza non solo rispetto alla madre, ma probabilmente da tutto il nucleo familiare, mentre il successivo cedimento della bulimia segna il suo rimanere inchiodata ad una situazione troppo gravosa.
Questo passaggio di Chiara dall’anoressia alla bulimia, inoltre, esprime il fallimento nel suo progetto di mantenersi “più forte”, sino a quando non ce “l’ha più fatta”, e in questa sua ammissione si palesa il sentimento di sconfitta e cedimento insito nella bulimia.
Il matrimonio sembrerebbe l’ennesimo tentativo, in parte anche consapevole “Credevo che sposandomi avrei risolto i miei problemi” afferma Chiara riferendosi ai disturbi alimentari “Ma non è stato così” nel tentativo di emanciparsi dal difficile ruolo che occupa rispetto alla famiglia di origine.
La ragazza vive come una tappa decisiva l’avere trent’anni, come se quest’età segnasse per lei un passaggio decisivo e la necessità di apportare un cambiamento.
Ed un grande cambiamento è avvenuto: Chiara ora accudisce Elena, la piccola appena nata che ha impresso un enorme e gioioso rilancio alla sua vita…

Il testo è redatto nel rispetto del Codice della Privacy-GDPR-regolamento UE 2016/679





Claire e la sua famiglia


© Pexels

Claire è una ragazza trentenne che si è rivolta a Soremax per una grave sofferenza anoressica con cui ha “convissuto” sin da adolescente.
Sin dalle prime sedute Claire parla della sua storia familiare molto difficile, i suoi genitori sono sempre stati duri e maneschi nei comportamenti tra loro e con i figli.
Il padre di Claire aveva iniziato a lavorare come meccanico, poi un po’ alla volta aveva aperto una sua officina ed attualmente ha una importante concessionaria di auto, nella quale lavorano entrambi i figli, Claire alle pratiche di immatricolazione ed il fratello alle vendite.
Nel racconto di Claire il padre quando rientrava alla sera dal lavoro spesso era bevuto, il che innescava litigi con la moglie e, non di rado, volavano sberle tra i due e se i figli intervenivano erano botte anche per loro.
In particolare modo il padre se la prendeva con il ragazzo, che portava con sé già da adolescente a lavorare in officina.
La madre nel racconto di Claire ha sempre colluso, provocava l’uomo e lo insultava, e poi erano botte per tutti, in una specie di follia collettiva.
Claire aveva sempre lavorato con il padre, prima nell’officina, poi nella concessionaria, sfruttata e pagata una miseria. Il fratello è anch’esso sottomesso al padre, di fatto non ha alcun potere decisionale, si pavoneggia solo con le grosse auto che vendono.
Sino a tre anni fa Claire ha vissuto in casa con i genitori, poi con una piccola eredità di una zia è riuscita a comperarsi un monolocale ed è andata a vivere da sola, con grande gioia.

Il contatto con Soremax era dovuto alla preoccupazione per il suo eccessivo dimagrimento, è un anoressica restrittiva che spesso è stata ricoverata per brevi periodi in ospedale per svenimenti, tachicardie ed amenorrea.
Riferisce di avere sempre avuto difficoltà con il cibo, sin da piccola non mangiava e ciò faceva adirare il padre che voleva i figli belli robusti e in “carne”.
A scuola andava male, svogliata e molto isolata dai compagni. Ricorda lunghi pomeriggi da sola a casa. Dai 13 anni il dimagrimento si era accentuato ed erano stati consultati vari medici che avevano prescritto vitamine e ricostituenti, che lei non assumeva mai, di nascosto dai genitori.

Claire era sempre molto isolata e ben contenta, anche per la sua magrezza, di non interessare ai ragazzi.
La ragazza ha imparato a convivere tutti questi anni con la sua grande sofferenza anoressica, alternata a cedimenti bulimici durante i quali ha abusato di ansiolitici e antidepressivi, oltre all’uso scriteriato di lassativi.
Terminate le scuole dell’obbligo tramite una conoscente aveva trovato un lavoretto da apprendista da una parrucchiera ma, con la consueta durezza il padre l’aveva costretta a lasciare la parrucchiera per iniziare a lavorare con lui in officina, senza contratto e per quattro soldi.

Le prime sedute con Claire sono state difficili, era molto emozionata e parlava a fatica, grandi sospiri, occhi lucidi e gesti nervosi con la testa spesso china.
Con fatica Claire ha parlato della sua paura per il cibo, che considera un nemico, un veleno che deve allontanare da sé al massimo. La famiglia è fonte soltanto di dolore ed angoscia, nemmeno il fratello è dalla sua parte, preso anche lui nel vortice della sofferenza.
Claire si era chiusa in un mutismo doloroso in cui le sole urla erano quelle del suo sintomo anoressico, peraltro invisibile ai familiari.
Soltanto alcune amiche l’hanno aiutata a cercarsi una casa da sola e provare a chiedere un aumento rispetto alla paga da fame decisa dal padre. Con grande fatica mi racconta che pochi giorni prima il fratello, decisamente bevuto, aveva cercato di baciarla, invano… Non solo, aveva minacciato di picchiarla se avesse detto qualcosa ai genitori.
Un sogno che porta in seduta indica bene il tema narrativo che l’angoscia: “… Sono in un parco a leggere un libro poi d’improvviso tutte le persone scompaiono e non riesco a capire perché. Di colpo vedo un animale tipo leone o tigre che viene verso di me con fare minaccioso. Vorrei urlare ma la voce non mi esce e sono terrorizzata di essere mangiata viva dalla bestia… Mi sveglio angosciata e tremante”.

Nel sogno la ragazza ha potuto “dare parola”, al terrore di essere “mangiata” dalle altre persone. Lavoriamo su questa emozione profonda che caratterizza tutta la sua vita e sostiene le sue paure. Si decide anche ad affrontare il fratello che è costretto a scusarsi e per “riparare” all’episodio dovrà proteggerla dal padre ogni qualvolta necessario.
Dopo qualche mese dall’inizio del lavoro individuale accade un episodio che Claire vive come una importante discontinuità rispetto a quanto avrebbe fatto normalmente: al padre viene notificata una multa per eccesso di velocità e annesso provvedimento di ritiro della patente.
Claire apprende che il padre, come niente fosse, esige dalla figlia di incolparsi del fatto per evitare a lui la dura sanzione.
Claire per la prima volta risponde di no al padre, non ha alcuna intenzione di pagare per lui, è stufa di subire e farsi maltrattare! Il fratello, memore della promessa fatta la sostiene e protegge dall’ira del padre.
Per il padre è uno choc, che i figli si ribellino non è nemmeno pensabile, urla davanti a tutti nella concessionaria e, choc ulteriore, gli impiegati che assistono alla scena si mettono a ridere!
Qualcosa si rompe nelle dinamiche familiari e Claire si sente più leggera e capisce che la terapia le sta permettendo di vivere, vivere come mai avrebbe potuto.
Come dice il proverbio la fortuna è cieca ma la sfortuna ci vede benissimo, il “povero” papà ha a breve un nuovo choc: la sua potente auto ferma davanti casa viene rubata! Claire non nasconde la sua gioia per l’accaduto, dice che Dio esiste davvero!
Al contempo Claire ha altri pensieri dato che si trova di fronte ad una contingenza per lei inaspettata e fuori dal controllo che attua in tanti atti della sua vita: un giovane meccanico della concessionaria, carino e timido, le chiede di uscire.
Claire è colpita perché il ragazzo le lascia un bigliettino con il suo nome accanto ad un tulipano, sul tavolo dell’ufficio.
Me ne parla a lungo in seduta, è emozionata e le fa piacere, ma la paura è grande.
I tulipani sono i fiori preferiti di Claire e questo piccolo atto del giovane fa si che la ragazza accetti di uscire con lui.
Iniziano a frequentarsi, passo passo il giovane mostra che le vuole bene ed apprezza la dolcezza di questa ragazza che spesso si comporta come un’istrice, per via delle sue paure.
Da un anno il sintomo è attenuato, Claire ci convive ma la sua vita non è più scandita dall’enorme sofferenza di prima; ha lasciato la concessionaria del padre e lavora nell’officina del giovane meccanico, suo attuale fidanzato.
Mi dice sorridendo: “… L’animale credo proprio non riuscirà più a mangiarmi…”


Il testo è redatto nel rispetto del Codice della Privacy-GDPR-regolamento UE 2016/679

Sophie e il desiderio

© Pexels

Sophie è una vivace e bella ragazza che vive in un paesino lontano un centinaio di chilometri da Parigi. Non ama il suo villaggio e decide di andare a studiare nella capitale, ottima occasione per allontanarsi da casa, dato che con i genitori e la sorella minore non si trova bene. Studia informatica che è la sua grande passione sin da adolescente. È molto concentrata nello studio e si concede ben poche distrazioni, condivide la casa con altre due ragazze serie e studiose come lei. Negli anni precedenti l’università aveva avuto brevi storielle con suoi coetanei, ma niente di serio, come dice lei. Trova i ragazzi poco responsabili, concentrati solo a divertirsi e bere. Da quando è a Parigi raramente esce alla sera e solo con le sue coinquiline, fanno “gruppetto” e vanno molto d’accordo. I primi due anni di università passano velocemente, con ottimi risultati agli esami. Va a casa raramente, la scusa dello studio le permette di “mantenere la distanza”.
Tutto procede tranquillamente sino all’arrivo di Gabriel. Gabriel è il fratello di una delle sue coinquiline, e resterà con loro alcuni mesi prima di andare alle isole di Glénans, paradiso dei velisti per un corso avanzato di navigazione. Gabriel è un simpatico ragazzo che ha la passione per la vela e sta studiando per diventare skipper, per unire passione e lavoro.
Sophie si accorge che Gabriel è interessato a lei, le fa sempre complimenti e fa di tutto per uscire con lei. Un fine settimana Gabriel riesce a convincere Sophie ad uscire per andare ad un concerto.
Sophie inizialmente è poco convinta, poi si ricrede, anzi le fa piacere stare con Gabriel che è cortese, simpatico e solare. Qualche momento di imbarazzo al ritorno a casa, Sophie capisce che Gabriel vorrebbe baciarla ma… nulla accade.
Notte tormentata per la nostra Sophie, che si trova attratta da Gabriel ma non può (o non vuole) lasciarsi distrarre dagli studi. Passano le settimane, raramente escono assieme e giusto la sera prima che Gabriel parta per le isole di Glénans, Sophie ha un rapporto con lui. Sono momenti carichi di dolcezza e Sophie quasi non si riconosce per la “facilità” con cui ha accettato la corte di Gabriel. Sophie “impone” però a Gabriel di non contattarla più, è stato un bel momento e niente più, la vita deve riprendere il “giusto corso” ovvero studio, studio ed ancora studio.
Qualche settimana dopo le coinquiline fanno presente a Sophie che mangia troppo poco, spesso non si siede a tavola con loro ed appare molto nervosa ed irascibile. Sophie perde molti chili e mangia solo barrette proteiche per darsi “la carica”.
Perde quasi dieci chili, non ha più le mestruazioni e non ha mai fame, si costringe, o la costringono le coinquiline a mangiare, ma è un tormento.
Per farle contente talvolta mangia con loro ma poi, trucco vecchio come il mondo, va a vomitare in bagno.
Le due ragazze capiscono cosa sta facendo e la prendono di punta: “Sophie, sei in anoressia, fa paura solo vederti…” La reazione di Sophie è violenta, litiga con loro, e decide di lasciare la casa per andare a vivere da sola. In pochi giorni trova una nuova sistemazione e riprende “la solita vita”.
Ma le coinquiline non mollano il colpo, sono ben consapevoli della sofferenza di Sophie ed avvisano i genitori di lei. Intervento “militare” del papà e della mamma di Lucia che piombano a Parigi e trascinano la ragazza dal medico che propone un ricovero in ospedale.
Sophie è infuriata, non vuole andare in ospedale, piuttosto scapperebbe in Guadalupa…!
Il braccio di ferro dura alcune settimane con la vittoria di Sophie ed i genitori disperati che rientrano a casa con la sola “promessa” verbale di Sophia di mangiare un pò di più.
Non solo, i genitori finita l’università vorrebbero che tornasse a casa con loro ma Sophie è irremovibile, cercherà lavoro nel sud della Francia, vicino al mare.
Detto fatto, si trasferisce ad Antibes per lavorare nel vicino polo tecnologico che offre lavoro a tantissimi giovani informatici. Sophie è sempre efficiente al lavoro, apprezzata e responsabile e raramente esce con i colleghi di lavoro. È sempre magrissima e quando non lavora studia per ottenere certificazioni in ambito informatico. Ogni tanto Gabriel, nonostante il “divieto” le manda dei messaggi, cui Sophie risponde in modo freddo ed asettico.
Una sera, uscita tardi dal lavoro appena entrata in macchina per tornare a casa ha un mancamento che descrive così: “…Di colpo tutto è diventato nero, non sentivo più il mio corpo, soltanto il mio respiro sempre più strozzato e sono svenuta. Qualcuno ha visto la scena ed ha aperto lo sportello dell’auto per aiutarmi, mi sono ripresa ma tremavo come una foglia. Una collega mi ha poi accompagnato al pronto soccorso”.
Il medico per scuoterla le dice che potrebbe morire da un momento all’altro, che così facendo butta via la sua vita. Passa poi a toni più concilianti e le suggerisce “caldamente” di consultare uno psicoterapeuta.
Molto spaventata Sophie si decide a prendere rdv con lo psicologo. Vorrebbe una donna ma i tempi di attesa sono lunghi, allora deve “accontentarsi” di incontrare un uomo.
Le sedute sono difficili, Sophie non crede nella psicologia e pensa che il terapeuta farà di tutto per  farla mangiare, cosa che lei non farà mai ed è convinta che sarà tempo perso.
In seduta è sempre “controllata”, parla molto ma non dice nulla di come sta e come si sente “dentro”. È molto infastidita quando le chiedo di Gabriel, quali emozioni abbia toccato dentro di lei l’incontro con il ragazzo. Alla seduta successiva porta un sogno che definisce una stupidaggine: “Sono in vacanza in barca con degli amici e dato che ho molta paura di nuotare chiedo che mi stiano vicino mentre faccio giusto due bracciate. Di colpo mi ritrovo da sola e la barca si allontana… Mi sveglio di colpo in preda al panico!”
Utilizzo questa “finestra” sull’inconscio di Sophie per aprire un varco nelle sue emozioni sempre represse e svalorizzate come fossero inopportune.
Sophie nonostante tenti di scacciare il pensiero (!) pensa spesso al rapporto avuto con Gabriel ed ai brevi momenti passati con lui. Esce dalla seduta scossa e piangente, con un gran senso di vuoto.
In un momento di follia (sue parole), scrive a Gabriel che vorrebbe parlargli.
Gabriel è piacevolmente sorpreso e si danno appuntamento per il fine settimana successivo a Saint-Tropez dove il ragazzo fa lo skipper in una scuola di vela e noleggio di imbarcazioni.
Gabriel quando la vede è scosso, Sophie è davvero troppo magra. L’incontro si rivela ugualmente piacevole per entrambi e Gabriel le chiede di tornare da lui a Saint-Tropez.
In seduta Sophie dice per la prima volta di essersi vista allo specchio con un senso di fastidio: “Sono troppo magra, con nulla di femminile. Come potrò mai piacere a Gabriel, non ho niente attaccato addosso!…”
Con grande fatica riprende a mangiare qualcosa, acquista un vestitino a fiori che pensa possa piacere a Gabriel e delle scarpe con un pò di tacco.
Si incontrano per qualche volta e Sophie una domenica accetta di andare al ristorante con Gabriel, per farlo contento ma soprattutto per fare contenta lei stessa!
Per farla breve si mettono assieme, Sophie si “costringe” a mangiare e tenere dentro di se qualcosa per riprendere fattezze femminili per piacere a Gabriel.
Pur essendo timorosa accetta di andare in barca con Gabriel e, necessariamente, esporre il suo corpo in costume da bagno, cosa che pensava non avrebbe mai fatto neanche presa per il collo!
Sophie e Gabriel ora stanno assieme da oltre un anno, provano entrambi forti sentimenti e di fatto convivono dato che Sophie con il tele-lavoro riesce a passare lunghi periodi a Saint-Tropez da lui.
Ha preso un pò di peso, riesce a mangiare in modo abbastanza variato e tocca anche del vino, che prima si era assolutamente proibito.
Il lavoro psicologico e di parola continua ma la forza più grande che ha ritrovato in se Sophia è il desiderio, desiderio di piacere, di essere vista, di gioire, di essere considerata, di vivere, in ultima istanza: amarsi ed essere amata.

Il testo è redatto nel rispetto del Codice della Privacy-GDPR-regolamento UE 2016/679