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Forum Engagement - 29 ottobre 2025

 

 
 

Soremax é stata invitata al Forum de l'Engagement del 29 ottobre al parc Phoenix di Nizza.

Dalle 14 alle 14.45 avremo uno spazio dedicato per presentare Soremax al pubblico.

 

 

 

Marta, il corpo come rifugio

© Pexels

Marta è una ragazza diciannovenne che vive con i genitori e la sorella minore di un anno Sonia, non lontano da Montpellier.
Fin dall’adolescenza ha mostrato una certa insicurezza e una forte sensibilità al giudizio altrui. Durante gli studi è stata oggetto di prese in giro per il suo aspetto fisico, esperienza che ha inciso profondamente sulla sua autostima. Da allora ha iniziato a usare il cibo come fonte di conforto, soprattutto nei momenti di stress o solitudine. Appena prende peso lascia il ballo che è la sua passione sin da bambina, appena torna a controllarsi ricomincia le lezioni. 
La madre ha una lunga storia di diete fallite e tende a criticare spesso l’aspetto della figlia maggiore, anche se con intenzioni “educative”. Il padre, più distante emotivamente, tende a minimizzare le difficoltà psicologiche, sostenendo che “Con la forza di volontà si risolve tutto”.
In questo contesto Marta riferisce di sentirsi poco compresa e di nascondere la propria sofferenza per non deludere i genitori. Marta percepisce la famiglia come affettuosa ma poco disponibile a parlare di emozioni. 
Marta e Sonia sono complici nella vita, escono spesso assieme ed hanno i loro primi flirt con comuni amici di scuola. Si confidano e spalleggiano dato che la loro mamma è ben poco interessata alle loro storielle con i ragazzi. Proprio un compagno di classe di Marta rappresenta il suo primo vero legame affettivo: Giacomo è un ragazzo dolce e premuroso con cui la ragazza sta proprio bene.
Al termine degli studi Marta cerca un semplice lavoro dato che non ha voglia di studiare mentre Giacomo si trasferisce a Montpellier per iscriversi a Scienze dell’Educazione (STAPS).
Il trasferimento di Giacomo viene vissuto molto male da Marta che si sente “abbandonata” e si ritrova ad essere molto gelosa. Non avrebbe pensato di stare così male ma teme che Giacomo incontri un’altra ragazza più carina di lei… Sonia cerca di rassicurarla, è assolutamente certa di Giacomo ma la sorella è veramente angosciata.
Marta, al momento solo un po’ sovrappeso inizia a mangiare di tutto, anche di notte, pasticcia e addirittura assume cibo già scaduto e in breve tempo prende molti chili.
Sonia è consapevole della grave sofferenza della sorella e la esorta a chiedere aiuto, oltretutto Marta ha preso tanti chili e dice di sentirsi “Bloccata nel corpo sbagliato” e di “Non avere più voglia di uscire, tanto non valgo niente, nessuno potrà mai accettarmi così.”
Marta viene in consultazione accompagnata da Sonia, che si comporta da “genitore” visto che i veri genitori hanno difficoltà a comprendere la sofferenza della ragazza.
Marta ci racconta che per la sua gelosia “patologica” Giacomo la ha chiesto una pausa, che ovviamente la ragazza vive come l’inizio della fine, cosa che non corrisponde a quanto Giacomo pensa.
Proponiamo un incontro tra Marta, Giacomo e noi, nel tentativo di ristabilire una comunicazione “sana” tra i due ragazzi.
Pur con difficoltà Marta si convince che Giacomo è preoccupato e non sa che fare dell’immotivata (dal suo punto di vista) gelosia della ragazza, e acconsente a tornare al paese per alcuni mesi, per rassicurarla e starle vicino.
Si tratta di un primo passo, ora occorre lavorare sul senso di abbandono che Marta vive appena sente di “perdere il controllo” nei confronti di Giacomo.
Il corpo di Marta sembra diventare una metafora del suo mondo interno: il peso rappresenta una difesa, un modo per contenere emozioni che non trovano parole. Il cibo è il suo linguaggio affettivo, un mezzo per colmare il vuoto emotivo e la mancanza di riconoscimento. 
L’obesità non è solo un sintomo fisico, ma un modo di essere nel mondo, una protezione contro l’esposizione, il giudizio, il rifiuto e l’abbandono.
Con l’aiuto di un accompagnamento nutrizionale Marta riprende (pur con fatica) a meglio gestire il cibo, in termini di quantità e qualità, e perdere alcuni chili, non solo riprende i suoi corsi di danza e può guardarsi allo specchio senza “Vedersi grassa come una balena…” (Parole sue).
Il lavoro di consapevolezza sui genitori non sortisce grande effetto, la mamma è sempre giudicante e poco empatica mentre il babbo è convinto (in cuor suo) che il cibo, il peso ed il corpo siano solo problemi che angustiano le donne, giovani o meno !
Giacomo, davvero colpito dalla sofferenza di Marta le propone di trasferirsi a Montpellier, potranno affittare uno studio assieme e poi la ragazza si troverà un lavoretto.
Giacomo chiede a Marta di continuare le sedute, talvolta assieme o individualmente, per affrontare i “suoi fantasmi” che in situazioni di stress psicologico emergono con forza: altresì prosegue il lavoro di consapevolezza alimentare per la ragazza, con l’accompagnamento che potrà portarla a vivere il cibo come nutrimento e non scudo o trasformarsi in un modo per allontanare il dolore emotivo che non riesce ad esprimere altrimenti.

Il presente testo è redatto nel rispetto della normativa vigente in materia di protezione dei dati personali, con particolare riferimento al Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR) e al Codice della Privacy.





Festa delle Associazioni, giardino della Place Wilson


L'Associazione SOREMAX (loi 1901) di cui sono co-fondatore sarà presente al jardin de la Place Wilson sabato 13 settembre assieme a tante altre Associazioni.

 

La Mairie de Nice tramite la sua Maison des Associations intende fare conoscere la moltitudine di Associazioni che, soprattutto tramite volontari, si occupano di promozione del benessere, della salute, della consapevolezza civile e solidarietà nella città di Nizza.

 

 


Per maggiori informazioni consultate il sito seguente:
 
https://www.nice.fr/agenda/nice-fete-sa-rentree/

 

Il silenzio di Martina

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Martina ha 25 anni, é una ragazza dinamica, piena di amici e corteggiata dai ragazzi. Lavora in uno studio di consulenza ed il profilo LinkedIn descrive una giovane donna in carriera. Ma dietro quel curriculum si nasconde una lunga storia di dolore invisibile. Una storia cominciata molti anni addietro, quando ha tentato la sua prima dieta.
Il disturbo alimentare di Martina non è nato all’improvviso. Come spesso accade si è insinuato lentamente, prendendo forma nel tempo. Le prime abbuffate sono arrivate durante l’ultimo anno delle superiori, in un momento di forte stress emotivo. Aveva appena vissuto una delusione affettiva, si sentiva sotto pressione per la maturità e avvertiva su di sé il peso delle aspettative familiari.
In quel periodo Martina ha cominciato a controllare rigidamente l’alimentazione. Saltava i pasti, si pesava più volte al giorno e contava le calorie con precisione maniacale. Ma il corpo non era l’unico bersaglio: il cibo diventava, sempre più, un modo per sedare il dolore, una valvola di sfogo per emozioni che non sapeva nominare.
“Mi sembrava di poter controllare almeno quello, il cibo. Era l’unica cosa che dipendeva da me. Ma presto mi è scappato tutto di mano.”
Martina soffre di bulimia nervosa, un disturbo ancora troppo poco compreso e spesso sottovalutato. A differenza dell’anoressia, che spesso viene notata per la perdita drastica di peso, la bulimia può restare nascosta per anni. Chi ne soffre, infatti, tende ad avere un peso normale o leggermente fluttuante. Ma dentro, la sofferenza è intensa.
Il ciclo è sempre lo stesso: restrizione → abbuffata → senso di colpa → compensazione. Una gabbia mentale che diventa via via più stretta. Il senso di vergogna è talmente profondo da impedire, a lungo, la richiesta d’aiuto.
Gaia, una cara amica di Martina, ha tentato spesso di aiutarla con indirizzi di psicologi nella speranza che la ragazza si decida a chiedere, finalmente, aiuto.
Dopo una crisi di bulimia, particolarmente violenta, Gaia l’affronta e “costringe” a prendere appuntamento con uno psicoterapeuta.
Martina inizia una psicoterapia, ma con grande esitazione, teme di “non essere abbastanza malata” o di non meritare attenzione. Ma fin dalle prime sedute ha compreso che il disturbo non era solo nel cibo. Il sintomo alimentare era la punta di un dolore più profondo: il bisogno di controllo, la fatica di gestire le emozioni, il terrore del rifiuto, il senso di inadeguatezza che da anni le faceva compagnia.
I colloqui di Martina affrontano vari aspetti della vita della ragazza: iniziamo dal tentativo di regolarizzare l’assunzione del cibo, per interrompere il ciclo restrizione-abbuffata. In parallelo occorre aumentare la consapevolezza emotiva per riconoscere rabbia, tristezza e frustrazione.
Parte assai importante è ridefinire l’autostima, troppo legata al peso, al corpo ed alla performance, in un’immagine idealizzata di Martina impossibile da “tenere a lungo”.
Anche la costruzione di strategie alternative per affrontare il disagio è assai utile: scrittura, meditazione, sport e relazioni più autentiche. Per Martina non sono mancati momenti di crisi. Ci sono stati giorni in cui le abbuffate sono tornate, ma con meno violenza. Giorni in cui ha imparato a non punirsi, ma a chiedersi: “Cosa mi sta dicendo questa fame?”. Domande nuove, per rompere vecchi automatismi.
Il medico di base voleva prescrivere degli ansiolitici per affrontare l’ansia e i pensieri ossessivi ma Martina non ha voluto assumerli, ci dice: “…Il cuore del cambiamento è relazionale: costruire fiducia e sperimentare nuovi modi di stare al mondo.”
La storia di Martina non è un’eccezione. I disturbi alimentari – bulimia, anoressia, binge eating – colpiscono milioni di persone nel mondo. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa il 3-4% delle donne giovani soffre di bulimia nervosa, ma i numeri sono probabilmente sottostimati a causa della vergogna e del silenzio.
Viviamo in una società in cui l’immagine del corpo è costantemente sotto osservazione, in cui si insegna a sorridere, a performare, a "funzionare", ma raramente a sentirsi. Dove il disagio prende forme silenziose e accettate, come la fame che si nasconde nei cibi ingeriti in fretta, nelle corse in bagno per vomitare, nei lunghi sensi di colpa.
Oggi, Martina non dice di essere guarita. Dice piuttosto di essere “In cammino”. Ha imparato a distinguere la voce del disturbo da quella della propria verità. Sa che ci saranno giorni buoni e giorni difficili, ma non è più sola. Ha trovato uno spazio dove essere vista, senza giudizio. E, soprattutto, ha scoperto che non deve essere perfetta per essere amata.

 

Il presente testo è redatto nel rispetto della normativa vigente in materia di protezione dei dati personali, con particolare riferimento al Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR) e al Codice della Privacy.


 

Emma e Manon

© Pexels

Emma e Manon sono madre e figlia. Anni fa il papà è mancato per un’incidente d’auto mentre rientrava da un viaggio di lavoro. Manon aveva nove anni e conserva un buon ricordo del papà, che la faceva giocare ed era molto dolce con lei. Emma aveva dovuto “riprendersi” subito dal drammatico evento per proteggere Manon e farla crescere con tutto l’affetto e l’attenzione possibile. Proprio per questo aveva deciso di lavorare part time per seguire la figliola e dedicarle del tempo nel dopo scuola. Ne consegue che le due donne sono molto legate e “complici” nella vita però la madre non aveva mai dimenticato il suo ruolo e la sua funzione educativa.
Manon ha le idee chiare, vuole studiare legge per diventare avvocato ed occuparsi soprattutto di diritto familiare, che sente più come una missione che come lavoro.
La mamma la sostiene in questa sua aspirazione, ne è anche orgogliosa, come ne sarebbe stato anche il papà.
Emma da quando è mancato il marito ha perso molto la voglia di cucinare in casa, prepara dei semplici piatti e sovente si arrangia con dei surgelati che ha in casa. Manon invece si dedica alla cucina con passione e sempre più spesso è lei che cucina per entrambe. A Manon piace cucinare piatti complessi che prepara con cura ed “offre” alla mamma per invogliarla ad assaggiare delle bontà.
Chi vede assieme le due donne rimane colpito: sembrano sorelle, molto simili di viso e corporatura, spesso poi vestite in modo simile.
Al termine della maturità Manon si iscrive a legge che frequenta con grande dedizione ed interesse e supera gli esami senza fatica. La mamma la sostiene poi a fare un anno in Erasmus all’estero, per affinare la sua formazione. La scelta va all’Università per Stranieri di Perugia in Italia, anche per motivi affettivi, dato che il nonno materno di Emma era nativo proprio di Perugia.
Manon trova una sistemazione a Perugia con altre due ragazze francesi che studiano lingue ed apprezza il buon vivere nella città che accoglie studenti di tutto il mondo.
Ha anche qualche flirt con dei ragazzi ma sono solo storielle, il suo obiettivo è chiaro, tornare a Nizza per intraprendere la carriera di avvocato come ha ben previsto.
Quando torna la prima volta a Nizza da Perugia trova la mamma triste ed “appesantita”, certo la lontananza ha i suoi effetti soprattutto su Emma. Durante le vacanze natalizie Manon si rende conto che la mamma si abbuffa di piatti salati e dolci in gran quantità. Ne parla con la mamma che minimizza e le dice che invecchiando è diventata golosa e quindi non deve preoccuparsi. Una sera dopo cena Manon scopre la mamma in bagno intenta a vomitare il copioso cibo che ha mangiato poco prima. È spaventata e preoccupata, non sa che fare ed affronta la mamma direttamente. Emma le confessa che da molto si abbuffa e poi vomita a volte alterna giorni di digiuno e poi si ricomincia. Manon vuole aiutare la mamma, comprende che sta male da tempo e che il distacco a Perugia ha accentuato la sua sofferenza che si riversa sul cibo.
Vorrebbe accompagnare la mamma dal medico per parlarne con lui ma la mamma si rifiuta perché dice di vergognarsi troppo.
Manon si sente impotente ed angosciata, sa di essere la sola che può aiutare la mamma ma non sa che fare. Ha un’idea, propone (quasi impone) alla mamma, che può fare il tele-travail, di seguirla a Perugia ed affittare un monolocale assieme per tutti i mesi restanti.
Non solo, tramite un suo professore contatta uno psicologo e convince la mamma ad andare tutte e due in seduta. Iniziano il percorso di terapia familiare che lascia emergere la mai sopita sofferenza della mamma per il grave lutto e la fatica psicologica, al limite dell’annullamento di sé, per seguire e proteggere Manon.
Ma per lavorare su tali temi occorre continuare le sedute a Nizza. Il caso vuole che il professore che ha consigliato Manon mi conosca per un seminario di formazione svolto proprio a Perugia, anni fa. Il collega mi invia le due donne, per proseguire i colloqui di coppia. Dagli incontri emerge chiaramente che Emma non si è mai concessa nulla, vive della luce riflessa e dell’orgoglio per la figlia ma ha eclissato se stessa. Questa consapevolezza si scontra con i sensi di colpa di Emma che non si “autorizza” a vivere per se stessa, come se ciò portasse via qualcosa alla figliola. Verbalizzare ciò è il passo iniziale per un processo di “differenziazione” delle due donne, che non vuole dire perdersi ma invece valorizzare le differenze.
Di comune accordo Manon “costringe” la mamma a fare la spesa e cucinare le pietanze per loro due con una dieta sana e bilanciata e mangiano assieme in un momento conviviale. Per Emma non è facile, ovviamente, anche perché si ritrova ad avere del tempo per sé che potrà occupare in qualcosa che desidera e le piace. Si iscrive ad una Associazione che aiuta i bambini a fare i compiti dopo la scuola, sfruttando le sue conoscenze di materie scientifiche. Emma un giorno in seduta verbalizza che “riempire” il suo tempo le permette di percepire molto meno il vuoto che altrimenti poteva colmare soltanto abbuffandosi per poi sentirsi in colpa per il cedimento psicologico che viveva.
Il lavoro continua…

Il presente testo è redatto nel rispetto della normativa vigente in materia di protezione dei dati personali, con particolare riferimento al Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR) e al Codice della Privacy.















Isabelle

  

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Isabelle
ricorda che sin da ragazzina è stata “in carne”, terribile espressione per dire grassa.
Siccome era simpatica e generosa i compagni di classe la coinvolgevano sempre nei loro giochi ma nell’attività fisica era in grande imbarazzo. Impacciata e goffa, si era fatta fare dal medico un certificato per non svolgere ginnastica a scuola come le altre ragazze.
In adolescenza per qualche anno aveva perso peso ed era proprio contenta, aveva avuto per due anni un flirt con un ragazzo, poi di colpo lui era sparito. Non solo, il ragazzo si era messo con una sua amica. Risultato: aveva perso amica e ragazzo. Da allora si era rifugiata nel cibo, aveva sempre voglia di sgranocchiare qualcosa, soprattutto dolci, pur sapendo che le facevano male.
I genitori le avevano tentate tutte, con le buone e con le cattive: diete, controlli medici e ginnastica, invano. Una serie di colloqui con uno psicologo avevano attenuato la “fame” di Isabelle, ma lei aveva deciso di interrompere le sedute.
Ora Isabelle è una giovane donna di 26 anni, ha studiato informatica, sua passione, e lavora in una grande azienda. Ha praticamente provato tutte le diete possibili, all’inizio riesce a perdere peso ma nel giro di uno-due mesi perde il controllo e riprende il peso con in più delusione e rabbia per lo scacco subito.
É stata anche ricoverata presso un centro specializzato ma ha interrotto il programma di cura dopo tre settimane perché si sentiva “in prigione”.
Vive ancora con i genitori (è figlia unica) ed i rapporti familiari sono buoni.
Il cruccio dei genitori è vederla da sola senza un compagno, lei che è una ragazza cosí brava e sensibile. Ha avuto una relazione con un collega di lavoro, anch’egli sovrappeso e così ci dice Isabelle: “Abbiamo lo stesso cruccio, non ci piacciamo ma stare soli è doloroso”. La storia va avanti tra alti e bassi per un paio di anni poi il ragazzo si trasferisce in una sede estera dell’azienda.
É uno choc per Isabelle, lui le assicura che anche a distanza la loro storia potrà continuare ma lei ha una bruttissima sensazione. Inizialmente riescono a vedersi almeno una volta al mese poi le cose si fanno difficili. Il ragazzo si allontana sempre più sino a quando Isabelle in un momento di rabbia decide di chiudere la storia. Lui “sparisce” e conferma ad Isabelle che la storia era finita già da tempo, purtroppo. Gli effetti di questa rottura sono molto pesanti per Isabelle: prende ancora peso, dorme male e spesso la sera beve dei superalcolici per… aiutarsi a dormire.
Le giornate di Isabelle sono tutte uguali, si alza, va al lavoro, rientra e mangia. Il sabato e la domenica guarda delle serie televisive e… mangia.
I genitori sono disperati perché Isabelle sembra essersi “lasciata andare”, non ha interesse per nulla, non vede persone e mangia, mangia… La costringono “obtorto collo” a consultare un nutrizionista (uno dei tanti) che però ha con lei un approccio diverso. Anziché parlare di diete, cibi ed abbinamenti, le propone il test PCS che noi di Soremax abbiamo preparato: una serie di venti domande volte a conoscere il rapporto tra le emozioni ed il cibo. Infatti pensiamo che se non si parte dall’intima connessione tra il mangiare e le nostre emozioni non ha senso parlare di calorie, zuccheri e nutrienti…
Il test incuriosisce un pò Isabelle, stupita che il nutrizionista non le prescriva una dieta (che lei sa bene non funzionerà). I dati del test evidenziano aspetti emozionali legati al senso di abbandono ed una profonda nostalgia. Questi elementi vanno ovviamente inseriti e compresi nella storia di Isabelle, per cui il nutrizionista le suggerisce un incontro con Soremax con la promessa che non si parlerà assolutamente di cibo e diete.
Con questa rassicurazione Isabelle ci incontra. Il colloquio è difficile, Isabelle è sfiduciata ed arrabbiata con il mondo e, soprattutto, con se stessa. Riusciamo a concordare altri appuntamenti volti a capire l’origine dei suoi sentimenti di abbandono e nostalgia. Poco alla volta emerge il profondo dolore per un trasferimento quando aveva otto anni, da un paesino tranquillo alla grande metropoli, che Isabelle ha vissuto malissimo. Non ne aveva mai parlato con suoi genitori per non preoccuparli ma si sentiva proprio perduta, senza le sue amichette di scuola. Ad un certo punto della seduta si ricorda che rubava dei soldini in casa per comperare di nascosto delle merendine che mangiava a scuola. Il cibo per lei cominciava ad essere un “ansiolitico”, le permetteva di vivere senza percepire troppo dolore. Passiamo poi al doloroso capitolo degli abbandoni dei ragazzi che ancora la fanno soffrire enormemente. Ci dice che il vuoto che percepisce può essere colmato solo con il cibo, che la riempie e stordisce al contempo.
Verbalizzare questi aspetti è l’inizio del lavoro psicologico per Isabelle, ma occorre affrontare “di petto” il totale disordine alimentare della giovane.
Isabelle ci aveva raccontato che talvolta mangiava dei cibi ancora parzialmente surgelati, tanto per riempire, non per nutrirsi!
Come Soremax utilizziamo gli aspetti sensoriali-gustativi del cibo per un approccio più sano al cibo stesso, slegati dalla conta delle calorie o da altri aspetti “tecnici” dell’approccio all’alimentazione che sappiamo essere troppo spesso fallimentari per le diete di queste persone.
Sapore, colore, piacere, gusto e umami (il quinto gusto) sono gli assi di lavoro di Soremax per approcciare il cibo come un piacere, un ritrovato desiderio di assumere ciò che ci piace e fa bene.
In parallelo alle sedute psicologiche Isabelle viene “accompagnata” a fare la spesa, conoscere i vari alimenti, abbinarli ed apprezzarne profumo e gusto (per lei totalmente estranei).
È un lavoro delicato da fare assieme a noi di Soremax, per permettere ad Isabelle di acquisire consapevolezza di sé nella riscoperta del cibo come piacere e non “nemico” o veleno.
Isabelle è poi stimolata a recuperare un minimo di vita sociale, incontrare persone e non passare i fine settimana davanti alla televisione…
Sapendo che le piacciono gli animali la convinciamo ad offrirsi come volontaria presso un’Associazione. Dapprima esita poi si convince e inizia a partecipare alle attività di raccolta fondi ed a seguire alcuni cagnolini abbandonati ed in carico all’Associazione stessa.
Non passa neanche un mese ed un bel setter (abbandonato) “la sceglie” ed Isabelle decide di portarlo a casa. I genitori sono contrari, non hanno mai avuto animali in casa e la madre ha paura dei cani! Breve battaglia casalinga ed, ovviamente, il setter ora è ben piazzato in casa ed è la gioia di tutti e tre per la sua dolcezza e giocosità.
Il lavoro continua, Isabelle è consapevole che questo è solo l’inizio di un percorso che potrà fare accompagnata da Soremax ma che esige (responsabilmente) che lei contribuisca al buon esito finale, senza sentirsi in colpa, “sbagliata” o malata…

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Céline e Carla

  

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Celine, una ragazza diciassettenne ci consulta dato che è molto preoccupata per la sorella minore di  due anni, Carla, che da alcuni mesi mangia molto poco e svogliatamente. Celine poi scopre che Carla nasconde del cibo nella stanza, cibo che poi getta via senza farsi accorgere. Le due sorelle vanno molto d’accordo e sono complici in quello che fanno. Carla chiede a Celine di non dire nulla del suo mangiare ai genitori, di mantenere il segreto.
Genitori che parlano poco con le loro figliole, sono entrambi lavoratori per non fare mancare nulla in casa, soprattutto il padre che fa degli extra lavorativi per consentire un tenore di vita più elevato a tutti loro.
Ovviamente Celine è combattuta tra il rispettare il volere della sorella e la preoccupazione per un comportamento che sa potenzialmente pericoloso.
Per molti mesi le cose vanno avanti cosí sino quando una sera Carla rientra a casa ubriaca.
I genitori non sembrano fare molto caso a Carla mentre Celine è estremamente preoccupata per la sorella e non sa bene cosa fare.
Soprattutto é stupita per il fatto che i genitori non sembrano vedere nulla, parlano poco con le ragazze e sembrano tenere solo al loro rendimento scolastico, che per la cronaca è ottimo per entrambe.
Celine chiede un colloquio all’infermiera della scuola (che entrambe le ragazze frequentano) per avere un consiglio e capire meglio come comportarsi con Carla. L’infermiera si offre di incontrare in modo riservato Carla per parlare assieme e tentare di affrontare la sua sofferenza.
Carla si rifiuta, anzi è arrabbiata con Celine che in qualche modo ha “rotto” il segreto che le aveva chiesto di mantenere.
Celine quindi si ritrova al punto di partenza, non sa che fare e Carla ora è arrabbiata con lei per avere parlato della sua sofferenza ad un “estraneo” a scuola.
Carla poi peggiora, mangia sempre meno e fa esercizi di step per bruciare calorie, nella quasi totale indifferenza dei genitori.
Celine non riesce più a fare finta di nulla, si scontra con i genitori mentre Carla è fuori casa e li accusa di essere totalmente ciechi e sordi allo stare male di Carla ed anche alla sua enorme preoccupazione dato che sembra l’unica consapevole di quanto accade in famiglia!
Su consiglio dell’infermiera della scuola Celine contatta Soremax per avere aiuto.
La incontriamo ed è veramente preoccupata (ed arrabbiata) dato che sente di essere lei “genitore” di Carla con i veri genitori che sembrano ben poco consapevoli di quanto accade in famiglia.
La situazione è complicata, Celine si ritrova in mezzo ma non si sente di voltare la testa mentre la sorella deperisce a vista d’occhio con i genitori “assenti” e irresponsabili.
Con il suo assenso le proponiamo di convocare i genitori per esprimere la preoccupazione di Celine per Carla e capire quanto siano in grado di cogliere ció che accade in famiglia, la sofferenza della figliola minore ed il rischio di una condotta anoressica per una ragazza adolescente. Il padre si rifiuta di incontrarci, solo la madre si presenta ma in modalità “molto difesa”.
Con grande attenzione e delicatezza cerchiamo di capire quanto la madre sia consapevole della sofferenza di Carla e scopriamo (!) che anche la signora era stata anoressica per un lungo periodo a cavallo tra l’adolescenza ed i primi anni del matrimonio. Erano seguite feroci litigate con il marito per via della sua anoressia con il rischio di una separazione se lei non avesse preso del peso e regolarizzato le mestruazioni per restare incinta. In questo modo “forzato” la madre aveva preso peso ed era nata Celine e dopo due anni Carla. Il marito con il suo modo semplice e razionale aveva sempre pensato che non mangiare era una mania delle donne per restare magre, in linea.
I colloqui successivi sono molto più “autentici”, la signora mostra di comprendere bene Carla e la sua sofferenza che ha conosciuto bene ed in prima persona tanti anni prima. Ci dice anche che spesso ha tentato con il marito di parlarne ma lui non vuole sentire nulla dato che basta volere e si mangia, si prende peso senza creare caos in famiglia.
Anzi il marito accusa la moglie di avere “contagiato” la figliola con questa storia dell’anoressia.
Il quadro familiare é molto complesso e difficile da affrontare, tenuto conto che Carla ora capisce che tutti sono al corrente del suo non mangiare ed è parecchio angosciata ed arrabbiata.
Per potere continuare il nostro lavoro dobbiamo contare sul minimo di “alleanza terapeutica” che possiamo instaurare con la mamma, che conosce bene la sofferenza anoressica e in qualche modo ha già cercato di proteggere la figlia pur in modo ambivalente.
Dobbiamo incontrare la signora molte volte per rassicurarla che nessuno ha intenzione di colpevolizzarla per quanto avviene in casa, anzi lei al momento è l’unica persona in grado davvero di aiutare Carla dal suo ruolo di genitore. Va da se che la signora deve affrontare il marito e “costringerlo” almeno ad un incontro con Soremax.
Pur con fatica l’appuntamento si concretizza e, inaspettatamente, Carla vuole essere presente, per “…Dire la sua in prima persona”.
Incontro molto teso come è possibile immaginare, Carla esplode più volte ed attacca il padre e già che c’è anche la madre… La madre poi si decide a parlare alle figliole della sua anoressia prima della loro nascita, nella sorpresa soprattutto di Carla.
Ci tocca fare da “arbitri” del match nella speranza di potere ottenere un minimo di consapevolezza da parte di tutti, passata l’arrabbiatura dei membri della famiglia. Siamo indecisi se proporre altri incontri “tutti assieme” o separati. Decidiamo di giocare il tutto per tutto e vedere la famiglia al completo, genitori e figlie. Il padre si sente “attaccato” dalle sue tre donne e reagisce dicendo che se ne sarebbe andato via di casa.
In effetti va dal fratello per qualche giorno ma non riesce a stare lontano dalla moglie e dalle figliole perché si sente perduto, solo e mutilato!
L’angoscia che prova nello stare lontano dalle “sue donne” lo costringe a tornare ai colloqui familiari ben più disposto ad ascoltare. Soprattutto capire che non mangiare non è per “tenere la linea” ma nasconde emozioni e dolore per chi ne soffre. É un punto di partenza per il padre che rientra a casa accolto con tenerezza dalle “sue donne” che vogliono capisca quanto lui è importante per tutta la famiglia ma ugualmente “deve” ascoltare e parlare con loro di emozioni, desideri e difficoltà senza chiudersi a riccio.
Il lavoro di consapevolezza è in corso, la madre ora può essere molto più vicina a Carla, Celine torna a fare la figlia ed il padre sa quanto è “importante” nella sua famiglia.

Il presente testo è redatto nel rispetto della normativa vigente in materia di protezione dei dati personali, con particolare riferimento al Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR) e al Codice della Privacy.



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