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In Analisi terminabile e interminabile del 1937 Freud scrive:
«Sembra quasi che l'analizzare sia la terza di quelle professioni “impossibili” nelle quali si è certi in anticipo dell'insufficienza del risultato. Le altre due, note da molto più tempo, sono l'educare e il governare.»
Per Freud, quindi i “tre mestieri impossibili” sono:
Governare (regieren), Educare (erziehen) e Psicoanalizzare (psychoanalysieren).
Freud li definisce “mestieri impossibili” perché, in tutti e tre, non si può mai essere certi di ottenere il risultato desiderato, nonostante la competenza e l'impegno di chi li esercita.
Nel caso dell’educare, Freud ci dice che “essere genitori è impossibile”. Diventare genitori significa assumere un compito educativo del quale non si può garantire il risultato.
Questo è anche ciò che rende la posizione freudiana molto diversa da una concezione pedagogica fondata sul controllo ovvero: educare non significa fabbricare un figlio secondo un progetto prestabilito.
L'impossibilità non significa che educare sia inutile o che non si debba educare. Significa piuttosto che l'educatore non può controllare completamente gli effetti della propria azione sul soggetto. Anche con le migliori intenzioni, attenzione e sensibilità chi “educa” si espone immancabilmente a possibili fallimenti, disillusioni e conflitti. Educare un figlio è proprio il campo di applicazione di tale “impossibilità”, esperienza che hanno fatto tantissimi genitori con i propri figli.
Il bambino o il ragazzo non è un oggetto plasmabile secondo un progetto educativo: possiede desideri, conflitti inconsci, fantasie e una propria posizione soggettiva. Per questo ogni educazione incontra un limite tra l’intenzione dell’educatore ed il risultato sul figlio.
Ogni genitore offre amore e protezione, trasmette valori, orienta il figlio, propone modelli di identificazione e pone dei limiti ma non può determinare completamente ciò che il figlio farà di tutto questo.
Questo perché abbiamo a che fare con l’inconscio, che agisce e “produce effetti” nel genitore in veste di educatore.
Ad esempio, un genitore può dire:
“Voglio che mio figlio sia autonomo”, ma può contemporaneamente, inconsciamente, aver bisogno che il figlio rimanga dipendente.
Oppure pensare: “Voglio che sia felice”, ma trasmettergli, attraverso le proprie aspettative e identificazioni, un modello di vita che non corrisponde affatto al suo desiderio.
L’esperienza e la clinica ci mostrano infatti rapporti genitori-figli in cui sono presenti conflitti, incomprensioni, eventi imprevedibili, errori, separazioni traumatiche, ribellioni, richieste di autonomia ed emancipazione. E proprio l’impossibilità di controllare l'esito che rende l'educazione un “mestiere impossibile”.
Il compito del genitore è piuttosto accompagnare il figlio verso la possibilità di diventare un soggetto separato, con un proprio desiderio.
Massimo Recalcati riprende il tema dell'impossibilità educativa di Freud e lo rilegge attraverso il rapporto tra desiderio, testimonianza del padre e trasmissione.
Per Recalcati non esistono genitori perfetti, il compito del genitore è testimoniare un desiderio e trasmettere la vita simbolica, non controllare il destino del figlio.
Recalcati, nel suo libro Il complesso di Telemaco, sostiene che il padre e la madre devono accettare che il figlio sia un soggetto autonomo, diverso da loro.
L’autore evidenzia due “errori educativi” dei genitori nei confronti dei figli: il genitore padrone, che vuole decidere tutto per il figlio ed il genitore amico, che rinuncia alla propria funzione educativa per paura del conflitto. Però entrambe le posizioni falliscono perché non aiutano il figlio a crescere.
Nella lettura di Recalcati il genitore deve accettare una certa quota di fallimento. Ne consegue che un figlio farà scelte inattese, non realizzerà i sogni dei genitori e potrà anche rifiutare parte dell’eredità (psicologica) ricevuta.
Quando il figlio riesce a separarsi dai genitori ed essere “se stesso” allora potremo dire che il processo educativo ha ben svolto la sua funzione.
Il genitore non deve costruire una copia di sé, ma creare le condizioni perché il figlio possa trovare la propria strada, in questo senso educare non significa riempire un vuoto ma aprire una possibilità.

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