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Padri e madri ma non più coniugi


Photo : Mamma Poppins
Ospito con piacere un nuovo scritto della collega Zaira Galli sul tema della genitorialità e del rapporto con i figli.

Spesso si tende a considerare la separazione e il successivo divorzio come conclusione negativa di una relazione, ma la separazione è l’inizio di un nuovo processo evolutivo che si configura diversamente secondo il momento del ciclo di vita familiare e personale in cui avviene, comportando percorsi organizzativi articolati in rapporto alla storia dei coniugi, alle loro risorse, all’età dei propri figli e al loro status economico. Il percorso di elaborazione successivo alla separazione avviene in un arco temporale molto lungo e può essere effettuato in modo autonomo attraverso la riflessione della perdita e il cambiamento. Può accadere che, in caso di separazione conflittuale, i sentimenti di collera permangano anche per anni dall’avvenuta separazione e che gli ex coniugi si trovino in conflitti interminabili con tragici risultati per i figli. Per poter portare in salvo qualcosa è necessario che ciascuno dei due partner rispetti il processo di elaborazione dell’altro invece di concentrarsi nel negare la separazione e nutrire vendetta.
Sta di fatto che la separazione coniugale legittimata o no provoca la dicotomia tra coppia coniugale e genitoriale. La separazione come afferma Cigoli, “è un’impresa di coppia, come insieme ci si lega, insieme ci si separa” E’in questo contesto che la coppia deve rielaborare una nuova dimensione del “Noi” ovvero riconoscere l’altro come genitore separato. La coppia genitoriale deve istituire una gerarchia di valori (l’altro, il figlio prima di me), un comune ideale, che vada al di là del dolore del divorzio. Cosa sicuramente non facile in quanto nel processo di separazione prevalgono vissuti dolorosi connotati da sentimenti di colpa, amarezza e rifiuto reciproco: emozioni tutte che richiedono l’elaborazione del lutto.
La presenza dei figli è il motivo che richiama i partners a rendersi consapevoli e considerare l’altro come persona e come genitore, a tenere vivo l’aspetto etico della relazione per il semplice fatto che dai figli non si divorzia; ma nel momento così doloroso dell’evento i protagonisti troppo coinvolti dalle proprie sofferenze e tesi a rimarginare le ferite non riescono a cogliere i bisogni dei figli.
A questi è dovuta la loro presenza e disponibilità, la verità sull’accaduto, l’educazione alla libertà, l’aiuto a soffocare l’auto-accusa con cui cercano di rispondere alla separazione dei genitori e dargli una giusta collocazione, la non alienazione dell’altro genitore, la coerenza educativa che li aiuti ad uscire fortificati e più maturi dal dramma della separazione.
In linea teorica tutto questo è perfettamente logico e lineare; anche la giurisprudenza -con la legge 54/2006- ha introdotto il concetto di “bigenitorialità” inteso come diritto del minore a continuare ad avere rapporti stabili e significativi con entrambi i genitori anche dopo la separazione, ma la mia lunga esperienza professionale di lavoro con le coppie mi porta ad asserire che non è così.
Il disinvestimento emotivo della fase di identità inconscia tipica dell’innamoramento, in cui si è “una cosa sola” non è direttamente proporzionale alla separazione coniugale che riporta alla condizione della “metà perduta”. La fine di un legame rimanda al principio fatto di bisogni, di attese, di speranze, per cui, la rottura non può essere da tutti tollerata; per tale ragione molte coppie si separano con odio, rabbia o voglia di rivalersi o vendicarsi, o con la paura della solitudine o di non riuscire ad affrontare il
futuro da soli. La separazione è un momento difficile nella vita di ognuno di noi ed assume le caratteristiche psicologiche della crisi, è un evento di cambiamento, è da intendersi come elaborazione di un lutto con tempi e modi propri di adattamento.
La considerazione “tout court” dell’evento ci presenta un impasse quasi impossibile da superare; l’opportunità della mediazione, procedimento in grado di aiutare la coppia ad affrontare questa transizione promuovendo la cooperazione nell’interesse dei figli, rappresenta una risorsa da utilizzare. In primo luogo come processo alternativo in grado di stimolare le risorse relazionali dei coniugi bloccate dai conflitti, successivamente come logica di gestione costruttiva del conflitto coniugale, per ridefinire la dimensione del “noi”, riconoscendosi genitori.
Il contesto mediativo permette di lavorare con finalità di supporto alla genitorialità in contesti familiari connotati da equilibri fragili, spesso il disagio psicologico di alcuni minori altro non è che il risultato di dinamiche disfunzionali presenti in queste realtà familiari, in seguito a separazioni altamente conflittuali o a rapporti interpersonali nei quali il conflitto è il modus relationandi”.
Tale sostegno è un valido strumento per garantire alle parti non solo il ripristino di una comunicazione bloccata da tempo ma aiutarle a riconoscersi genitori, riscoprendo il desiderio di crescere attraverso questa esperienza. Per i figli è la garanzia al loro sacrosanto diritto di “ essere tali”.
La funzione pedagogica della mediazione consiste nel percorso da svolgere con tutta la famiglia: essere padre e madre significa “sentire” il proprio figlio come parte di sé e questo porta a una relazione fatta di comunicazioni verbali e non verbali: gesti, sguardi, carezze, momenti di intimità e di grande empatia.
Essere padre e madre è una condizione biologica che determina diritti/doveri, è un riconoscimento da parte nostra di funzioni e responsabilità; sentirsi padre e madre è una condizione esistenziale, è la percezione emotiva della paternità e della maternità, significa essere in relazione con il proprio mondo interiore e con quello degli altri: ascoltare e ascoltarsi, dare un nome alle emozioni, lasciarsi andare a quella che è stata definita “relazione pura”. Si tratta di una sorta di passaggio dall’essere al sentirsi, ovvero da un evento all’interiorizzazione dell’esperienza della paternità e maternità che recupera tutta la gamma delle emozioni che vi sono connesse e la capacità di costruire un’immagine di sé accanto al proprio bambino.
Questa capacità è strettamente legata alla possibilità di avere un’interazione precoce col proprio bambino, una “preoccupazione paterna primaria”, come scrive Winnicott, tale da permettere un legame affettivo coinvolgente e pregnante, e consentire di rispondere adeguatamente ai bisogni del proprio bambino durante il suo percorso di crescita.
Padre e madre che sanno accompagnare il figlio nel suo percorso evolutivo diventano un punto fermo nella sua esistenza che non può incrinarsi neppure quando si verifica la separazione tra i genitori.
Non tutti noi siamo preparati all’assunzione di tale ruolo e responsabilità e alla comunicazione in codice relazionale-empatico, pertanto dobbiamo essere aiutati ad essere “genitori a pieno titolo”.
Gli impegni professionali e una cultura ancora centrata sul ruolo materno, soprattutto nei primi anni di vita del figlio, confinano spesso il padre in un
ruolo secondario nella crescita del bambino, limitano la conoscenza diretta delle sue esigenze, dei suoi interessi, tanto che spesso non sa o non riesce a gestire il tempo che può trascorrere insieme, non sa proporre o chiedere al figlio cosa fare insieme nel tempo a loro riservato. Un padre presente e competente rappresenta inoltre uno straordinario sostegno alle neo madri, necessario e complementare alla loro funzione.
Come dicevo all’inizio la nuova dimensione del “Noi” in un rapporto di coppia in cui si è spezzato il legame non è un’acquisizione scontata; al contrario è molto faticosa e richiede un lavoro di elaborazione emotiva della perdita.
Il punto di forza della mediazione è in senso qualitativo del complessivo contenuto delle interazioni della coppia coniugale, dovrebbe riguardare la manifestazione diretta delle emozioni dei partners e il reciproco scambio di riconoscimenti relativo al rapporto concluso. Il processo di separazione è da sempre connotato in modo antagonistico, pertanto l’idea di mostrare sentimenti di dolore e di gioia all’altro separato potrebbero essere visti come segnale di debolezza.
La possibilità di dar spazio alla sfera emotiva, in un contesto protetto come quello della mediazione, permette ad ognuna delle parti di conoscere i vissuti dell’altro in merito alla vicenda separativa.
Allora quel clima antagonistico, si trasforma in un clima di fiducia che incrementa l’autostima nelle parti. Espressioni come “mi dispiace”, “sono stato molto male”, “ti ho sempre considerato un buon genitore”, costituiscono dei riconoscimenti necessari per l’assunzione del ruolo di padre e madre non più coniugi.
Attraverso la condivisione dei vissuti emotivi, si giunge pertanto ad un linguaggio comune che è il risultato di un percorso condiviso che “disancora” dalla dimensione dell’essere coppia coniugale per far strada alla consapevolezza del sentirsi padre e madre che per altro proiettata nel futuro è più ricca di speranza e predittiva di una negoziazione altrimenti difficoltosa.
In quest’ottica la mediazione non ha come obiettivo primario la formulazione di un accordo ma quello della rinegoziazione della dimensione del “noi” ridefinendo le due individualità nel riconoscersi padre e madre.
In questo spazio ridefinito l’elemento di condivisione è la realtà dei figli che rappresenta il collante contradditorio della coppia separata.
Il processo di separazione per sua natura coglie delle zone d’ombra che proprio attraverso il confronto tra gli ex partner può favorire quel processo di ricollocazione dell’altro, rielaborazione degli affetti nel proprio vissuto relazionale e in quello interiorizzato. Attraverso la ridefinizione dell’area genitoriale comune, è possibile che gli ex partner si scambino riconoscimenti che interessano l’esperienza coniugale passata.
In questa fase la mediazione rende possibile la restituzione di esperienze e ricordi, necessaria a garantire un buon esercizio della bigenitorialità nonché consentire agli ex coniugi di elaborare personalmente l’intero rapporto. Pertanto riconoscere l’altro come genitore separato, significa vivere un’esperienza di confronto da intendersi come ascolto dell’altro ed esposizione di sé, potersi fidare e, al tempo stesso, evidenziare i limiti di questa fiducia legata al recupero di autostima che consente di non temere di essere sopraffatti o di sopraffare.
La migliore garanzia per i figli non è tanto rappresentata dal raggiungimento degli accordi che evitino il protrarsi del conflitto, quanto essere collocati fuori dall’area di sopraffazione reciproca dei genitori.
Attraverso il delinearsi degli accordi, mi riferisco alla fase finale del processo di mediazione, in particolare a quelli dell’area genitoriale, papà e mamma porteranno, all’interno della mediazione, i loro vissuti in merito alle nuove modalità di rapporto ed anche alle relazioni con i terzi.
Nella fase conclusiva della mediazione, i genitori sviluppano un differente modo di considerare la realtà dei propri figli e cooperano alla formulazione della loro presa in carico dei figli nel dettaglio della vita quotidiana. Ora i bisogni dei figli non sono più considerati in modo strumentale, come soprattutto nella fase iniziale della mediazione; l’immagine del figlio portata dai genitori sempre più nei suoi aspetti reali. L’essere padre e madre porta a considerare il figlio terreno di scambio e non più oggetto di appropriazione.
La breve e spero chiara esposizione della necessità di traghettare dalla sponda coniugale a quella genitoriale porta in salvo l’esigenza di costruire un ponte comunicativo e conservarlo nel tempo per poter essere presenti nella vita del figlio a condividere la straordinaria e faticosa esperienza della genitorialità.
Io traghettatore consegno una mappa di orientamento senza decidere la destinazione, porto al riparo dalle interperie delle collisioni competitive se il traghetto che guido è l’arte di saper ascoltare, con la quale l’ascolto prima passivo ora è attivo e dinamico; non c’è una prospettiva giusta ed una sbagliata ma una pluralità di prospettive; gli atteggiamenti non sono né soggettivi né oggetivi ma entrambe le parti trasportate diventano esploratrici di nuove realtà.
Porto in salvo che per comprendere l’altro è necessario riconoscergli che ha ragione chiedendogli come e perché; le emozioni inoltre sono degli strumenti conoscitivi fondamentali se si riesce a comprendere il loro linguaggio relazionale e analogico, non ci informano su ciò che vediamo, ma su come guardi. Un buon ascoltatore è appunto un esploratore di mondi possibili, accoglie i paradossi del pensiero, affronta i dissensi come occasione di crescita.
Concludendo desidero lasciare un messaggio: sottolinerae il concetto del “rispetto” dell’alterità come sintesi della dialettica degli opposti, il padre e la madre devono essere educati a riconoscersi, imparare ad accettare le loro diversità e viverle come risorsa nel comune compito di cura e crescita del figlio togliendosi di dosso “l’abito” comune che è l’arroganza, per indossare un “abito” più autentico che è quello della semplicità e umiltà con il quale i nostri figli vengono alla luce e soprattutto perché dai figli non si divorzia.

Psicopedagogista, formatrice, mediatrice familiare, coordinatrice genitoriale, supervisore professionale
http://www.cmf-milano.it/

La cultura della mediazione familiare per gestire in modo costruttivo il conflitto

Ospito con piacere nel mio blog uno scritto della collega Zaira Galli, relativo alla mediazione familiare. Leggete con attenzione il suo denso scritto che vuole dare una risposta sul tema delle separazioni conflittuali e relative sofferenze, sovente in presenza di bambini.
La Mediazione è un modo radicalmente diverso di concepire i conflitti, non tanto per le specifiche tecniche utilizzate, ma per la filosofia che ne sta alla base: gestire i conflitti impedendo che questi si esprimano in forme violente, riaccendendo la speranza e la voglia del dialogo e del confronto civile.
Mediazione non significa affatto “incontrarsi a metà strada”, trovando una soluzione di
compromesso. L’etimologia della parola mediazione è “dividere, aprire nel mezzo”: è piuttosto la presa d’atto di una “crisi (da “krino” che significa separazione, scelta, rottura) a cui si cerca una via d’uscita.
In tutti i casi la Mediazione diventa uno spazio-laboratorio ove provare a rinnovare un patto di convivenza riconoscendo la dignità ed il dolore di cui spesso sono portatori i confliggenti, un patto in cui coniugare le loro scelte e responsabilità anche con nuove modalità di condivisione del futuro.
In fondo, a ben considerare, la Mediazione è un’ “antica pratica” (sua culla è la Cina nel V secolo a. C.) secondo la quale si era soliti rivolgersi a una persona, ritenuta esperta e di fiducia, per chiedere il suo intervento in casi di dissidio per arrivare a un accordo. Rivisitata in chiave moderna può essere definita l’arte e la tecnica di condurre due o più parti in conflitto alla risoluzione di una disputa, il tutto reso possibile dall’applicazione della logica del miglior interesse realizzabile per tutti. Il “direttore del conflitto” è una terza figura neutrale, imparziale, chiamata “Mediatore”, a cui le parti in lite si rivolgono per trovare una soluzione mutuamente accettabile e soddisfacente per entrambe.
In altre parole è una precisa tecnica strutturata di gestione dei conflitti basata su precise abilità professionali e determinati presupposti teorici ed etici volta a porre fine alla conflittualità. Come tale è una procedura alternativa o complementare alla lite legale e ad altre forme di assistenza terapeutica o sociale rispetto alle quali agisce in completa autonomia pur stabilendo un rapporto interdisciplinare: lo scopo della mediazione, secondo quanto affermano Folberg e Taylor, è quello di isolare i termini della lite, sviluppare delle opzioni e raggiungere una risoluzione consensuale, senza vincitori e vinti.
La chiave di volta della nuova “cultura della mediazione” sta nella profonda conoscenza del conflitto come fenomeno socio-relazionale e in quanto tale da risolvere secondo una logica collaborativa, alla pari, per superare la dialettica vincitore-vinto della logica antagonista.
La mediazione nella sua accezione più ampia è un’alternativa all’iter legale nella risoluzione dei conflitti.
La Mediazione familiare è nata negli Stati Uniti d’America negli anni settanta e strutturata, poco dopo, in materia di separazione e/o divorzio coniugale. Jim Coogler, avvocato e terapeuta familiare di Atlanta, agli inizi degli anni settanta, mentre discuteva con alcuni amici sulla sua personale devastante separazione, cominciò a considerare la necessità di trovare un sistema più razionale e civile del processo legale (contenzioso) di divorzio fondato principalmente sull’accusa. A metà degli anni settanta Coogler decise così di fondare la Family Mediation Association con lo scopo di assistere i coniugi separandi per far sì che partendo da una situazione caratterizzata da frustrazione, debolezza e antagonismo, si arrivi a ristabilire o riguadagnare il controllo della propria situazione e raggiungere una risoluzione consensuale.
Ormai da circa un trentennio anche in Italia si parla di Mediazione come procedura alternativa e/o complementare all’iter legale nella risoluzione delle dispute (ADR): si tratta in senso lato di una nuova tendenza culturale sollecitata dai continui cambiamenti sociali e da nuove istanze psicologiche che sottolineano la natura socio-relazionale del conflitto, come tale è ineliminabile dalla relazione stessa. Il cambiamento culturale vuol dire cambiare atteggiamento nei confronti del conflitto stesso: esiste e di per sé non è né negativo né positivo, dipende da come ci si pone di fronte. E’ possibile adottare tre stili: di evitamento; far finta che non esista con il risultato che il conflitto si cronicizzi e interrompa la comunicazione interpersonale e perciò si deleghi gli esperti in giurisprudenza a stabilire chi ha ragione; uno stile antagonista con il risultato che dopo una guerra distruttiva ci sia un vincitore e un vinto; uno stile collaborativo che accetta il conflitto e lo gestisce alla pari con il risultato di una giustizia compositiva dei confliggenti. In quest’ultima condotta si può riconoscere che il conflitto prima di essere agito può essere pensato e ancora, pensare il conflitto, vuol dire possibilità di parlare dei motivi del contendere, di metacomunicare “di” e “su” questo conflitto e quindi capacità di riconoscere i bisogni dell’altro perché sono i suoi motivi del contendere. In quest’ottica, che ritengo la più rispettosa dei diritti individuali, entrambe le parti hanno diritto al riconoscimento dei propri bisogni, che è poi la soddisfazione degli stessi, intesa come giustizia compositiva.
Sovente chi lo vive non riesce a gestirlo perché troppo coinvolto emotivamente, paralizzato dalla paura del cambiamento, dalla convinzione di avere ragione o colto da spirito vendicativo. Si configura così la necessità di un intervento specialistico, quello del mediatore appunto che conduce “super partes” il percorso di mediazione.
Alla luce di quanto detto possiamo ora capire meglio come la Mediazione nella sua accezione più ampia sia una precisa tecnica strutturata di gestione dei conflitti basata su precise abilità professionali e determinati presupposti teorici ed etici volti a porre fine alla conflittualità in sede stragiudiziale.
Il suo campo di applicazione è ad ampio raggio perché diversi sono i contesti sociali in cui il conflitto può insorgere per cui nell’ambito dei conflitti familiari si parla di Mediazione Familiare.
Cos’è la mediazione familiare
La letteratura ne ha dato diverse definizioni, quella in cui io personalmente mi ritrovo è nel concetto di “relazione d’aiuto che il professionista debitamente formato può offrire alla coppia in una dimensione spazio-temporale”.
Nel tempo quando la coppia attraversa la fase più critica della sua storia evolutiva fatta di anoressia di sentimenti positivi che prelude l’evento separativo. Nello spazio in quanto la coppia viene accolta nella stanza della mediazione (dove si svolgono le sedute), spazio neutro fatto di ascolto empatico.
“Non ci si sposa per separarsi, quando invece accade, la propria separazione rappresenta un gravissimo insuccesso. Questa percezione di fallimento e la necessità di lottare con sentimenti quali disillusione, rabbia, senso di tradimento, inganno, spirito vendicativo, senso di colpa, dolore, paura del cambiamento, autocommiserazione e vittimismo rendono la separazione estremamente difficile”.
Spesso il sentimento che prevale è quello di rivalsa; rifarsi sul coniuge appaga della perdita subita. La presenza di figli porta ad usarli come ostaggi per ottenere qualcosa in più e la vicenda separativa diventa una lotta estenuante.
Ciò di cui la coppia ha bisogno in questo momento non sono soltanto i pareri legali, è proprio nei casi di separazione coniugale, e soprattutto in presenza di figli, che ci si accorge dei limiti normativi della giurisprudenza che non può farsi carico dell’aspetto emotivo-relazionale delle persone coinvolte in questo momento carico di stress.
Le esperienze di Mediazione extra-giudiziaria rappresentano un tentativo di modificare il contesto entro cui trattare le crisi familiari. Il problema è quello di ridurre la conflittualità “pubblica” e di arrivare a una “negoziazione” privata svolta su un piano di realtà; negoziazione che muove dal riconoscimento che al di là degli interessi di contrasto, permane un interesse comune: quello di ridurre la tensione, l’ansia, la conflittualità simbolica, semplificare i tempi e i costi della causa.
L’ammissione del limite del diritto rispetto all’esigenza di riportare una serena convivenza nei rapporti familiari sta a confermare che “la scommessa della MF sia possibile trait d’union tra diritto e psicologia”in materia di conflitto coniugale.
Allora la Mediazione è un’alternativa allo stato di sofferenza che spesso l’inevitabile iter giudiziario rinforza e può essere scelta come percorso da affiancare a quello legale, prima che la separazione legale sancisca uno status occorre elaborare la separazione psicologica altrimenti il destino degli ex partner è un “legame disperante e quello dei figli un dolore confusivo”.
La Mediazione è anche un processo di apprendimento della realtà: è capire e far capire, acquisire nuove conoscenze e competenze. E’ dare spazio a una “giustizia compositiva” perché condivisa e rinnovata, intimamente sentita tale dalle parti in conflitto.
Lo spazio di Mediazione è uno spazio neutro dove le parti in conflitto sentono che possono tirare il fiato, fermarsi un attimo, anche parlare della loro sofferenza, ascoltarsi e ritrovare il senso di ciò che è accaduto ed accadrà: è tornare a ”guidare” la propria vita o perlomeno di provarci ancora.
Il bisogno al quale la Mediazione Familiare cerca di rispondere è quello portato da coppie che, in procinto di separarsi o già separate, vivono una situazione di conflittualità tale per cui non riescono a trovare un modo adeguato per gestire ciò che resta in comune, i figli. Si può essere coniugi separati, ma genitori per sempre.
La Mediazione Familiare si propone come un percorso del tutto volontario durante il quale le persone vengono aiutate, dopo aver identificato le loro istanze e l’oggetto del contendere, a fare esperienza di un nuovo modo di stare insieme, nel rispetto della decisione di non essere più coppia coniugale, ma coppia genitoriale.
Induce gli ex coniugi a trovare soluzioni concordate nel rispetto dei bisogni e delle disponibilità personali e consente alla coppia di trovare per proprio conto le basi di un accordo (riguardante i figli e i beni patrimoniali, accordo che verrà poi formalizzato giuridicamente dall’avvocato che assisterà la coppia avanti gli organi giudiziari competenti (Tribunale ordinario anche in presenza di figli minorenni) durevole e accettabile affinché siano loro stessi a decidere le modalità secondo le quali intendono separarsi ed occuparsi dei figli. “Come insieme ci si sposa così insieme ci si separa”. Obiettivo concreto è la realizzazione di un progetto di riorganizzazione delle relazioni familiari in vista o dopo la separazione e/o divorzio coniugale, nel rispetto del quadro legale esistente, soprattutto in presenza di figli; l’obiettivo finale si realizza quando il padre e la madre, nell’interesse loro e dei figli, si riappropriano, pur separati, della comune responsabilità genitoriale in un clima di cooperazione e di mutuo rispetto. Si può con una metafora definirla anche un intervento che fa da ponte tra ciò che attiene alla sfera del privato (il versante dei sentimenti psicologicamente espressi) e ciò che appartiene alla sfera del pubblico (il versante dei diritti-doveri regolamentati giuridicamente).
Anche dopo la separazione è possibile continuare ad essere genitori attenti e presenti in modo significativo nella vita dei figli, a patto di essere capaci di accantonare rabbia e delusione verso l’ex partner, per dare spazio ad un dialogo collaborativo e costruttivo nel proprio ruolo di genitori.
A queste condizioni la separazione e il divorzio, per quanto dolorosi, possono essere vissuti non come la fine totale, ma l’inizio di una nuova storia, forse più complicata, più difficile, ma possibile.
In concreto il percorso della mediazione nei casi di separazione e div. può essere utilizzato prima, durante (la fase legale che viene momentaneamente sospesa), dopo (fase post sentenza); si articola mediamente in un massimo di dieci-dodici incontri con cadenza settimanale o quindicinale; quindi è un intervento limitato nel tempo e con finalità pratiche.
Gli invianti possono essere tutti i professionisti che sono impegnati nelle problematiche familiari: avvocati esperti in diritto di famiglia, ora dopo la legge del marzo 2006 “sull’affido condiviso” i
giudici della sezione famiglia, psicologi, psicoterapeuti, purchè tutti rispettosi della propria specificità e competenza di confini.
Concludendo è auspicabile l’“Espansione della cultura e della pratica della Mediazione in tutti gli angoli del mondo”.

Dr.ssa Zaira Galli
Psicopedagogista, formatrice, mediatrice familiare, coordinatrice genitoriale, supervisore professionale

http://www.cmf-milano.it/

https://studioardea.it/

Le famiglie "ricomposte"

Desidero parlare delle famiglie “ricomposte” o “ricostituite”: sono quelle famiglie composte da partners che escono da precedenti matrimoni o convivenze e che decidono di ricostruirsi una famiglia con un nuovo compagno-a, portando con sé i figli nati dal precedente legame.
Entrambi i termini mi piacciono poco, ma in qualche modo occorre indicare questa tipologia di "famiglie", caratteristiche dei nostri tempi.
Queste nuove forme familiari sono cresciute di molto negli ultimi dieci anni, anche in conseguenza dell'aumento delle separazioni e dei divorzi, addirittura negli USA un terzo dei figli va incontro a questa evenienza familiare.
Secondo gli ultimi dati Istat, le famiglie ricomposte passano dal 16,9% del 1998 al 28% del 2009. Le famiglie ricostituite coniugate sono 629 mila. Nel 37,9% delle coppie ricostituite vivono figli di entrambi i partner e nel 12,9% vivono figli nati sia all’interno della nuova che delle pregresse relazioni di entrambi i partner. 
Queste forme familiari hanno caratteristiche differenti da quelle tradizionali, differenze legate sia alla complessità dei ruoli ricoperti sia agli oggettivi vincoli fisici della nuova struttura familiare: nella famiglia ricostituita la gerarchia adulti-genitori e giovani-figli è più sfumata, sono importanti i legami tra i consanguinei e compare una differenza di “potere” tra l’adulto genitore e quello non-genitore.
La caratteristica di fondo della famiglia ricostituita è di avere dei confini più incerti e ambigui di quella coniugale, in termini sia biologici che giuridici. Tale ambiguità dipende dal grado della complessità strutturale della nuova famiglia: quando entrambi i genitori hanno alle spalle un matrimonio e un divorzio e portano con sè almeno un figlio, la nuova famiglia che creano è strutturalmente molto complessa.
Le famiglie ricomposte vivono la crisi di chi, con storie diverse e diversi modi di affrontare i problemi, deve trovare un adattamento per affrontare insieme le nuove situazioni. Sono soprattutto i figli a segnalare, con i sintomi più disparati, la difficoltà di accogliere il nuovo equilibrio che si viene a creare dopo la separazione con entrambi i genitori. Si possono osservare, ad esempio, la comparsa di difficoltà scolastiche, di problemi nel ciclo sonno-veglia e di enuresi nei bambini, o l’inasprirsi dei conflitti, di comportamenti devianti e disturbi alimentari negli adolescenti.
I partners al secondo matrimonio/convivenza devono affrontare un compito particolare, integrare se stessi e i propri figli all'interno della nuova struttura della famiglia ricostituita. Per ogni individuo, quest’integrazione implica una rielaborazione del proprio modello di famiglia e delle proprie aspettative verso la vita familiare. Questa sfida al concetto di famiglia dell’individuo, può contribuire al senso di shock e di disorientamento riportato da molte persone riaccompagnate.
Le ricerche finora condotte mostrano che le seconde nozze sono ancora più fragili delle prime: le persone divorziate che si risposano, divorziano nuovamente con una frequenza maggiore di quelle che si sposano per la prima volta. Ciò può avvenire sia perché sono più disposte a ricorrere al divorzio qualora il matrimonio sia infelice, sia perché la qualità del rapporto che nasce con le seconde nozze è spesso più difficile da gestire di quello delle prime nozze, ma anche perché non sono ancora pienamente istituzionalizzate.
Il problema di queste nuove forme familiari è prettamente relazionale e di comunicazione. Non sempre, infatti, l’integrazione di membri appartenenti a due famiglie diverse riesce come si vorrebbe. In questi casi, occorre prendere in considerazione l’idea di cercare un aiuto esterno, in particolare se i figli mostrano marcata ostilità verso il nuovo arrivato, se questa è causa di forte stress per i due membri della coppia, o la difficoltà stessa di essere riconosciuti come famiglia dalla famiglia d’origine della coppia, la difficoltà di condividere ruoli genitoriali con gli ex coniugi, la difficoltà nell’assunzione di compiti relativi all’educazione e alla cura dei figli non biologici.
Tante e diverse possono essere le ragioni per cui la nuova famiglia ricomposta potrebbe non funzionare: importante sarebbe migliorare la comunicazione e stabilire ruoli e confini fra i vari membri della famiglia, in modo da rendere l’atmosfera più serena.



I figli di genitori separati



Le statistiche ci dicono che sempre più coppie, con o senza figli si separano o divorziano. Mi interessa, in questo caso, scrivere delle coppie i cui figli si trovano nel mezzo di tali eventi, spesso poco preparati ad affrontarli.
Intendiamoci, non desidero dare connotazioni morali o religiose, rispetto alla scelta di separarsi o meno, desidero affrontare la questione dal punto di vista psicologico e dalla parte dei figli.
Un primo dato che mi colpisce è quanto poco i genitori si sentano "in dovere" di comunicare quanto sta succedendo in casa, se non a cose fatte...! Capisco bene che sia difficile intavolare un discorso compiuto con i figli su quanto sta accadendo tra papà e mamma, soprattutto se i figli sono bambini o ragazzini, quindi molto vulnerabili emotivamente (anche se dotati di iPad, iPhone e iqualche cosa...).
Spesso nei colloqui con coppie in crisi, assisto a tristi palleggiamenti di colpe che inevitabilmente ricadono nella frase: "Adesso LO DICI TU ai ragazzi che ci separiamo, mica lo DEVO DIRE IO..."
Cerco allora di fare comprendere ai genitori che, se vogliono davvero bene ai loro figli, tali frasi sono veleno. I figli hanno impellente bisogno di sentire che entrambi i genitori non faranno mai mancare il loro amore e la loro premura, gli affari di coppia devono rimanere qualcosa tra i genitori stessi.
E' decisamente importante che i genitori, con le parole che vorranno o potranno dire, esprimano il dolore per la separazione imminente, rassicurando al contempo i ragazzi che ci saranno sempre per loro.
Anche qui, non basta certo una sola comunicazione "ufficiale" tutti attorno al tavolo della cucina, per risolvere la questione...
Consiglio sempre ai genitori di ipotizzare molti momenti in cui tutti assieme o separatamente, è possibile parlare di quanto avviene, per consentire ai figli di dire della loro paura, dello sconcerto e della rabbia, per le scelte dei genitori.
Molti genitori si butterebbero dall'aereo senza paracadute piuttosto che affrontare questi angosciosi momenti, e fare il genitore, come diceva Freud è un mestiere "impossibile".
Evito naturalmente di parlare di quei mezzucci, spesso utilizzati da taluni genitori, come usare l'alibi del lavoro che impegna tantissimo, o comperare il bene dei figli con regali, viaggi ecc. per mostrare che l'altro genitore si interessa poco ai ragazzi.
Diciamo di essere ancora all'interno di una "fisiologia" della separazione tra genitori, quando padre e madre, pur non amandosi più, riescono a "tenere" aperto un canale di comunicazione, nel pensiero del bene comune rappresentato dai figli.
"Fisiologia" della separazione che può comportare naturalmente tensioni o diversità di vedute sull'educazione dei figli, del resto non ne sono esenti nemmeno le coppie "non separate".
Il punto nodale è se i genitori sono capaci di mantenere le tensioni nelle loro menti, senza passare ad azioni concrete, e farle ricadere sui figli, usati come ambasciatori, alleati o peggio ancora ostaggi.
Credo proprio che una della attività più importanti per uno psicologo, ai giorni nostri, possa essere la consultazione con dei genitori disponibili a cercare assieme a lui dei sentieri per preservare i figli dal trauma della separazione degli adulti, a dimostrazione che se l'amore di coppia finisce o si trasforma, quello per i figli può essere vissuto ancora appieno.