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Il bilinguismo: riflessioni sulla clinica del soggetto bilingue

 

© APSI

Condivido il testo del collega dell'APSI Marco Androsiglio

L’importanza del bilinguismo nel lavoro clinico risulta sostanziale per due motivi:

1/ é per mezzo della lingua che il paziente formula la propria domanda;

2/ per lo stesso mezzo il clinico procede nella cura.

Lacan lo enuncia chiaramente: “La psicoanalisi non ha che un medium: la parola del paziente” e “l’analisi riesce a disfare con la parola ciò che è fatto di parola”.

La nuova forma che egli [Freud] vi sostituisce tramite l’interpretazione è dell’ordine della traduzione, e ognuno sa che che cos’è la traduzione. […] Si tratta sempre di una riduzione e c’è sempre una perdita nella traduzione. Quello di cui si tratta è, in effetti, il fatto che si perda. Si coglie, insomma, che questa perdita è il reale stesso dell’inconscio, anzi il reale tout court. 

Un esempio: un paziente inglese, durante una seduta esclama “Il rains cats and dogs” constatando il temporale che imperversa fuori dallo studio del suo analista.

Dopo un istante di pausa, continua ridendo: “Anche il cielo ce l’ha con me !”, facendo riferimento al lungo lavoro che aveva svolto attorno alla sua tenace fobia dei cani.

In questa vignetta, che si svolge dunque in inglese, quale delle sue frasi si associa all’altra? La prima frase, chiamiamola F1, produce come conseguenza dell’associazione, F2? 

Se si, potremmo dedurne che la lingua inglese, la sola che contiene a mia conoscenza una tale espressione figurata, ha permesso al soggetto di ritornare sulla fobia, argomento per cui, dunque, il paziente intendeva continuare a lavorare.

Questa prima ipotesi potrebbe iscriversi nell’elaborazione, conosciuta sotto il nome degli autori che l’hanno concepita, Sapir-Whorf, per cui, in breve, la lingua nella quale il soggetto si esprime determina il pensiero medesimo.

Una seconda ipotesi, invece, suppone che la decisione del soggetto fosse di proseguire l’elaborazione attorno alla costruzione fobica e che, retrospettivamente, come nell’elaborazione del processo primario del sogno, un elemento di stimolazione esterno (il temporale), si integri nel processo psichico proferendo dunque F1 per articolarsi con F2.

In sintesi l’ordine è da invertire con F2 che precede logicamente F1 malgrado la successione cronologica inversa.

Accadrebbe la stessa cosa nel caso di una psicoanalisi in un soggetto bilingue?

Un paziente che si trova a interrogare il proprio desiderio di essere padre nella coppia porta un sogno in analisi. 

Il paziente e l’analista non sono francofoni ma l’analisi si svolge in francese 

“Mi trovo a entrare all’interno di una enorme statua della Vergine Maria, che si può visitare. Salgo lungamente sulle scale ed arrivo sino alla testa”” (il sogno è raccontato in francese).

  • “La tête du mari…”. (interviene l’analista)

facendo così risuonare l’equivoco tra Maria (Marie)  et marito (mari)

Ecco un esempio in cui ci si può interrogare sulla correlazione che intercorre tra due lingue: il paziente in quale lingua ha sognato? L’esporlo in francese che conseguenze ha avuto? L’interpretazione può inserirsi nell’allineato della catena inconscia? 

La lingua al di là della comunicazione

Poco fa abbiamo evocato la teoria di Sapir-Whorf che ha come esito l’incommensurabilità di due lingue: se ogni lingua forma e determina il pensiero, non esiste modo di poter passare da un sistema linguistico a un altro.

Ora, in tutta evidenza, verifichiamo quotidianamente che non è questo il caso.

I due esempi riportati, ci permettono però di avanzare in una direzione che si allontana da quello della linguistica per recarci nel campo più proprio della clinica.

Sebbene il contenuto linguistico veicolato dai pazienti porti dei chiarimenti sulla biografia e sugli avvenimenti della vita, non è solo per questa via che il lavoro clinico si svolge.

Se si rimanesse esclusivamente su questo piano, saremmo portati a intendere il percorso terapeutico alla stregua di una dialettica interpersonale di cui la cifra sarebbe al meglio il buon senso, al peggio la suggestione.

In un primo tempo, orientato dall’ipotesi hegeliana e la teoria di Ferdinand de Saussure, Jacques Lacan aprì per primo la strada in cui le tracce del desiderio del soggetto erano rintracciabili attraverso una teoria del riconoscimento.

Già così, in nuce era possibile scorgere quella che fu la portata rivoluzionaria dell’elaborazione lacaniana e che può portare una qualche luce nel tema che affrontiamo oggi: quella del bilinguismo.

Se la parola è fondamentalmente portatrice di senso come effetto in sovrappiù, la faccia nascosta della lingua è quella che si pone al di là del senso e della significazione e che si muove su un terreno in cui la componente “trasmissione dell’informazione” è secondaria.  

Una citazione:

Il poeta rifiuta la strumentalizzazione delle parole, sarebbe un sacrilegio, perché ogni letteratura concepita come corona di trasmissione, come pura nominazione, si renderebbe profana, rivelerebbe essa stessa il suo carattere non essenziale, accessorio di fronte alle cose designate dalle parole. Il poeta porta alla lingua una venerazione che gli conferisce un primato sul reale. [La poesia] è il segno denudato che, nella sua fragilità, spoglia il significante del lavoro funzionale del significato, per incendiarsi in un orizzonte di libertà in cui la sonorità stessa è evocazione.

Trovo che la citazione ci trasmetta meglio di qualsiasi altro tecnicismo la portata assoluta del lavoro clinico: la fortuna per un soggetto bilingue si trova precisamente laddove l’estraneità dell’ “altra” lingua gli permette di cogliere appieno il fondamentale esoterismo di ogni lingua, compresa quella materna.

Il soggetto è gettato nell’esistenza nelle coordinate linguistiche, simboliche e sociali che lo precedono. E’ necessario, per l’iscrizione nel legame sociale, accettare di parlare la lingua che ci accoglie. 

Nella lallazione o nelle fasi pre-linguistiche, il bambino accede al linguaggio attraverso l’atto del genitore o di chi ne svolge le funzioni, che scommette su di lui e che dietro ai gridi o alle ecolalie, ci sia un soggetto che vuole farsi intendere. 

Ebbene, il soggetto bilingue avverte in maniera potente e patente questo iato: la lingua è sempre la lingua dell’Altro. Nello specifico per un parlante italiano, il francese.

In questa transizione tra la lingua italiana a quella francese e viceversa, la negoziazione come principio della traduzione implica un’interpretazione, una scelta che pone il soggetto in difficoltà, raddoppiando il già difficile compito di collegare le parole e le cose, per dirla alla Foucault.

Nel lavoro clinico il compito che attende il soggetto è proprio quello di nominare, a partire da una sofferenza – che è sempre la porta d’ingresso di una terapia- quello che non funziona, quello che non va più.

Questa nominazione quando si precipita, quando è troppo rapida non flette abbastanza la lingua per far cogliere ciò che si cela al di là del senso corrente, al di là della significazione data quotidianamente alla comunicazione.

L’andirivieni tra una lingua e l’altra

Un’altra questione può essere posta: quotidianamente nel lavoro clinico, pazienti italiani bilingue, oscillano tra le due lingue, fanno uso di un’espressione francese parlando in italiano, l’italiano fa la sua apparizione in un lavoro clinico in francese.

Come leggere questi scivolamenti? Sono all’opera meccanismi difensivi? O invece sono deviazioni che rispondono alla regola fondamentale?

È mia opinione che in questi shifting, è da cogliere l’aspetto che più conta, quello del desiderio del soggetto al di là della domanda di voler essere compreso.

Riprendiamo la questione a partire di nuovo dal lavoro di traduzione: come aveva già suggerito Humboldt – tradurre significa non soltanto portare il lettore a capire la lingua e la cultura di origine, ma anche arricchire la propria. Per esempio la traduzione del Finnegans Wake di Joyce porta la lingua di destinazione, l’italiano, a esprimere ciò che essa prima non sapeva fare (così come Joyce aveva fatto con l’inglese) e le fa compiere un passo in avanti. 

Se supponiamo dunque che la stoffa del desiderio del soggetto sia della stessa sostanza del testo poetico, allora come nella traduzione poetica, si lavora in una sorta di riscrittura del desiderio che non soltanto tenta di farsi strada tra le parole di una lingua ma che nel suo dirsi si modifica nel suo atto di enunciazione.

L’orizzonte possiamo dirlo, sarebbe di de-maternizzare la lingua.

Di Marco Androsiglio APSI.


Quando il bambino si confronta a più lingue

   

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Condivido il testo della collega Ombretta Graciotti presentato al Convegno "Storie di bilinguismo" del 15 aprile, organizzato dall'APSI a Parigi

di OMBRETTA GRACIOTTI

Il bilinguismo è un tema di studio e di lavoro estremamente ricco e in continuo divenire, esso è fonte di approfondimento di discipline diverse, l’antropologia, la sociologia, le scienze del linguaggio, la psicologia e le neuroscienze più recentemente. In generale il bilinguismo è spesso associato all’acquisizione e allo sviluppo del linguaggio nel bambino e i ricercatori delle varie discipline tentano con differenti modelli teorici di comprenderne il meccanismo di acquisizione e di sviluppo. 

Nel tempo e nelle epoche il bilinguismo ha avuto più o meno successo; per esempio mi è capitato più volte, qui a Parigi di discutere con francesi d’origine italiana parlare della loro esperienza con la “lingua madre italiana” dei loro genitori. I genitori arrrivati in Francia nel periodo tra le due guerre nel 20esimo secolo, raramente trasmettevano la loro lingua d’origine ai figli, la parola d’ordine, era l’integrazione e l’assimilazione nel paese di accoglienza. Questi figli dicono di aver vissuto uno strappo, un taglio rispetto alle  loro origini. Oggi, alcuni di loro, imparano l’italiano per conoscere meglio le loro origini. La lingua in questo senso è considerata come idiomatica ma anche come rapprensentante di un’identità e di una cultura straniera.        

Oggigiorno, le cose sono molto diverse, in un mondo globalizzato e ricco di scambi, il bilinguismo è considerato come una ricchezza, confrontare il bambino alla differenza attraverso l’acquisizione e la promozione della lingua d’origine dei genitori, concomitante alla lingua del paese di accoglienza è accettato, promosso e sostenuto; basti pensare alla diffusione delle scuole paritarie, ma non solo, in Francia da una decina di anni, nelle scuole elementari in regioni come la Bretagna, la Corsica o in Occitania, delle lezioni sono impartite nelle lingue regionali che vengono riconsiderate come lingue paritarie al francese e permettono alle giovani generazioni di ritrovare una forma di identità e di cultura del territorio che abitano.  

In Italia,  anche chiamato il paese dei “mille campanili”, il rapporto tra l’italiano e le lingue dialettali è molto più flessibile e spontaneo. I tanti accenti, permettono ad ognuno di noi, d’individuare più o meno,  e non solo, l’origine geografica del nostro interlocutore. 

Ma che cos’è il linguaggio e il bilinguismo? Certo uno strumento di comunicazione con gli altri, ma non solo, esso è anche altro. Recentemente, una giovane italiana che lavora a Parigi da qualche anno, mi diceva che aveva cercato attivamente di crare un gruppo di amici italiani per uscire con loro nel week-end, in particolare essa mi diceva che “aveva bisogno di parlare in italiano”. 

Che cos’è questo bisogno di parlare italiano, a che cosa puo’essere legato? Certo per ogni persona ci sarà una risposta diversa.

Nella mia esperienza clinica con i bambini molto piccoli, mi è capitato più volte di essere confrontata a sintomi legati al linguaggio, alla parola e più in particolare nelle situazioni di bilinguismo.

Prima di entrare nel dettaglio di alcune sequenze cliniche, vorrei introdurre qualche elemento più generale del rapporto del bambino al linguaggio e alla parola, questi elementi prescindono dall’idioma nel quale il bambino è immerso. 

Al momento della nascita il bambino non parla, eppure egli è immerso in un “bain de langage” incarnato dai genitori e dall’ambiente circostante. Questo discorso intorno al bambino, sul bambino e rivolto al bambino formerà la struttura del lingaggio, nel quale egli evolve,  possiamo dire che il bambino “è parlato”, “ prima che parli”. Nel lavoro con i bambini è molto importante di riconoscere la sospensione, l’oscillazione tra l’essere parlato e cioè il discorso dell’altro e il bambino parlante, che è sempre in divenire.  

Il bambino piccolo si trova sempre tra questa oscillazione  tra l’essere parlato dagli altri e diventare un soggetto che parla. I bimbi piccoli parlano con il loro corpo per sopperire alla difficoltà di prendere la parola, si dice che il bambino è prematuro, nella sua capacità di dire i suoi bisogni, è attraverso il grido e il pianto che invoca il genitore, il quale traduce e trasforma in domanda, il bisogno del bambino. Allora il genitore risponde, nutrendolo, ma non solo, egli dà anche amore e parola, perchè si rivolge a lui nel momento della cura. E’ cosi che iniziano gli scambi tra i neonati e i genitori, una volta che la fame è soddisfatta, la suzione, le carezze e le parole materne/paterne si fondono nelle prime esperienze di piacere dalle quali emergeranno i primi vocalizi, i primi balbettii della parola che lascerà delle traccie nella lingua parlata dal soggetto. 

I genitori comunicano con i bimbi piccoli attraverso la parola, ma anche con la mimica, con i gesti, con le inflessioni della voce e i bimbi rispondono a queste sollecitazioni. Ogni madre inventa la sua propria “lingua dei segni” con il suo bambino e vocalizza la sua parola, è qui che il bambino tesse il suo piacere per la comunicazione e l’amore della lingua. Comprendere i bisogni dei bambini è certo importante, ma ad esso si associa la domanda d’amore e il desiderio, questi tre aspetti fondano la relazione tra i bambini e i loro genitori, ma non solo, esso fonda anche il rapporto tra il soggetto e la lingua materna, questo rapporto non va senza i malintesi e i fallimenti che sugellano il legame unico che ciascuno intrattiene con la lingua materna. In questo senso, il bambino non apprende semplicemente una lingua, ma ne crea una all’interno di un’altra. Gilles Deleuze diceva che i poeti avevano questa capacità stilistica del bilinguismo, inteso come uno stile: “Uno stile, è riuscire a balbettare nella propria lingua (…) noi dobbiamo essere bilingui anche in una sola lingua, dobbiamo avere una lingua minore anche all’interno della nostra stessa lingua”.  

Lavoro in un centro che accoglie delle famiglie con bambini fino a 5 anni, quasi tutti i membri dell’équipe sono bilingue (5/6 lingue sono rappresentate), molte famiglie d’origine straniera si rivolgono al nostro centro e soprattutto quando il bilinguismo è occasione di difficoltà, ecco l’esempio di Anna che ha 4 anni la cui famiglia è di origine italiana. La madre si rivolge a noi perchè la figlia non parla il francese ed a scuola iniziano i problemi, lei vuole che sua figlia parli con un collega francese, senza accento, in maniera che questi le insegni la lingua del paese di accoglienza. La madre dice che Anna parla molto bene l’italiano, meglio della maggior parte dei bambini della sua età. Per la madre è importantissimo che sua figlia non perda l’italiano, è per questa ragione che lei non desidera che “il francese entri in casa “. 

Nei primi tempi Anna non parla e resta isolata, poi un giorno scoppia a ridere quando un collega imita con un suono vocale uno scontro tra due macchinette “Bing Bang”, è in questo modo che Anna entra in relazione con lui, si anima nei giochi, ma senza parlare mai, senno’ qualche parola in italiano.   

Un giorno, giocando con un separé a finestre multicolore il collega le dice “Oh, tu es jaune! Tu es bleu! etc.”, Anna allora dice “giallo, blu, verde”. Il mio collega francese tenta di ripetere le parole con il suo accento francese, soprattutto per la parola “ jalo’”, che la sorprende e la fa ridere tantissimo. Con il tempo, Anna insegna al mio collega delle parole in italiano, con un piacere condiviso e di seguito, lei si aprirà al francese e potrà iniziare a conversare anche con gli altri colleghi del centro. 

Vediamo come in questa situazione, è stato possibile l’incontro con altro, con uno stile, un balbettio nella lingua che ha permesso ad Anna di superare la barriera della lingua materna, ed al di là dell’acquisizione delle competenze linguistiche del francese, di fare incontro con l’estraneo che si trova nel linguaggio. 

Ombretta Graciotti


Bilinguismo: una risorsa o un ostacolo?

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Condivido uno scritto della collega Cinzia Crosali dell'APSI, sempre sul tema del bilinguismo.

Bilinguismo: una risorsa o un ostacolo?

Tra i consueti timori di inizio d’anno scolastico dei connazionali che vivono in Francia, o comunque all’estero, c’è un interrogativo frequente: “parlare due lingue, è un vantaggio o uno svantaggio nel processo dell’apprendimento?”

Sono soprattutto i genitori dei bambini più piccoli a porsi questo interrogativo.  Esporre un bambino piccolo a più idiomi che conseguenze può avere? Il bilinguismo è una ricchezza o un inciampo nello sviluppo del linguaggio e quindi per l’evoluzione cognitiva?

Prima di tutto: che cos’è il bilinguismo?  E’ considerato bilingue colui che padroneggia due o più lingue con le stesse competenze e capacità di una persona madrelingua. È questa la caratteristica di bambini cresciuti in ambienti in cui l’uso di più lingue è simultaneo.  

Bilingui sono quindi gli individui che hanno due sistemi linguistici paralleli e indipendenti e che non hanno bisogno di tradurre da una lingua all’altra.

Il linguista Renzo Titone definisce il bilinguismo come “la capacità di un individuo di esprimersi in una seconda lingua aderendo fedelmente ai concetti e alle strutture che a tale lingua sono propri, anziché parafrasare la lingua nativa”(1). La sua analisi del fenomeno lo porta a distinguere fra : bilinguismo bilanciato e no, bilinguismo primario e secondario, precoce o tardivo, ecc. (2)

Molteplici sono le distinzioni perché il bilinguismo è un fenomeno complesso e multifattoriale in cui entrano in gioco variabili diverse: l’età di acquisizione, le interferenze, le dominanti, i registri linguistici, i contesti, gli aspetti cognitivi, culturali, familiari, i fattori emotivi e psico-affettivi.

La domanda che genitori e insegnanti si pongono riguarda i rapporti del bilinguismo con lo sviluppo e con l’apprendimento. Si chiedono se l’interferenza di una seconda lingua ostacoli i processi cognitivi. La nostra risposta è “no, anzi!”. Le ricerche tendono a confutare questa ipotesi di interferenza negativa.  

Nei soggetti bilingui e multilingui si sono riscontrati risultati superiori a livello cognitivo e mnestico (3).  Per esempio nelle prove piagetiane della ricostruzione percettiva, nella individuazione di correlazioni simboliche, nella risoluzione di problemi logici, i soggetti bilingui produrrebbero migliori prestazioni.  

Essi avrebbero, a loro vantaggio, una maggiore plasticità del pensiero e quindi una maggiore flessibilità delle funzioni cognitive. Questo sembrerebbe sfatare il pregiudizio inerente a interferenze  prodotte dall’introduzione di una seconda lingua nella prima infanzia.

Naturalmente tutto questo è vero in caso di bambini che non presentino ritardi dello sviluppo psicofisico, o problematiche affettive tali da ostacolare la crescita e la relazione con il mondo esterno, indipendentemente dal bilinguismo.

Noi riteniamo che, esclusi i casi sopra citati, i bambini bilingui capendo rapidamente che esistono più suoni, più parole per indicare una cosa, imparano fin da piccoli ad avere una visione pluridimensionale della realtà, e ad acquisire un relativismo nominale e quindi una maggiore disponibilità al nuovo, alla diversità e alla relatività in generale.

Passare da una lingua all’altra è una ginnastica automatica che bambini molto piccoli sanno fare con sorprendente abilità, infatti essi si rivolgono in modo spontaneo ad adulti di diverso idioma, usando la lingua appropriata, quella con cui l’adulto parla loro.

Così se i genitori sono di madrelingua differente, il bambino userà spontaneamente le due lingue in modo alternato e pertinente.  La lingua infatti non viene dal bambino, ma dall’adulto. Il bambino la restituisce. Jacques Lacan diceva che il linguaggio ci precede, nel senso che noi nasciamo in un bagno di linguaggio che esiste prima di noi.

Una madre italiana mi ha raccontato che il suo bambino di tre anni, dopo aver parlato al telefono in francese al padre, ritornando spontaneamente a parlare in italiano alla madre che lo teneva in braccio, esclamò: “che bello, una lingua viene su e un’altra va giù!”, toccandosi la sua lingua in bocca.  

Non poteva esprimere meglio la teoria lacaniana: più che parlare, il soggetto “è parlato” da una lingua.  È come se il bambino non decidesse, ma si trovasse a parlare con la lingua dell’altro, e ne fosse lui stesso piacevolmente sorpreso.

Inoltre l’apprendimento secondario di una lingua straniera non sembra essere correlato all’intelligenza. Persone con alto livello intellettivo possono avere difficoltà e resistenze ad imparare le lingue straniere. I fattori ostacolanti non sono quelli intellettivi, si tratta piuttosto di fattori ansiogeni, affettivi, di inibizione, di identificazioni valorizzanti o svalorizzanti, ecc…  Una parola nuova implica un riassetto globale delle reti associative e dell’investimento affettivo.

Ricordiamo che Levi-Strauss, diceva che non pensiamo alla stessa cosa quando usiamo, in due lingue diverse, due parole che vogliono tuttavia dire la stessa cosa. Per esempio scriveva:  

“Per me che ho parlato esclusivamente inglese per certi periodi della mia vita, pur senza essere bilingue, fromage e cheese vogliono certo dire la stessa cosa, ma con sfumature differenti. Fromage evoca una certa pesantezza, una materia untuosa e poco friabile, un sapore denso.

È una parola particolarmente adatta a designare quel che i lattai chiamano ‘paste grasse’; mentre cheese, più leggero, fresco, un po’ aspro e che svanisce sotto i denti (si pensi alla forma dell’orifizio boccale nella pronuncia della parola), mi fa immediatamente pensare al formaggio bianco. Per me il ‘formaggio archetipo’ non è dunque, a seconda che io lo pensi in francese o in inglese, il medesimo” (4) (Lévi-Strauss 1958:110).

La traduzione non è fatta di rapporti biunivoci regolati una volta per tutte dal dizionario bilingue, ma comporta una complessità di variabili percettive, mnestiche, sensoriali e affettive che sono diverse da individuo a individuo.  

Anche l’esperienza di vita di chi impara una seconda lingua ha un ruolo essenziale: non è la stessa cosa l’apprendimento del francese per i nostri ragazzi italiani trasferiti con la famiglia a Parigi, rispetto alle condizioni di apprendimento delle nuove lingue da parte dei migranti profughi nordafricani o mediorientali, che arrivano in continuazione in Europa.

Le parole trasmettono sapori, sensazioni, emozioni, ricordi, ma non dimentichiamo che sono fatte di sonorità. Hanno una risonanza, sono fatte di suoni, le parole hanno una forma acustica, sono fonemi che scivolano da una lingua all’altra tendendo trabocchetti di significati e sovrapposizioni.

Mi riferisco al problema delle interferenze che avvengono tra lingue che si assomigliano come l’italiano e il francese. Gli insegnanti di lingua straniera conoscono l’incidenza dei cosiddetti “falsi amici” nell’apprendimento delle lingue.

Tra il francese e l’italiano essi sono numerosi e creano spesso equivoci e malintesi, o anche situazioni imbarazzanti, come quella che accadde a un ragazzo italiano, che corteggiando una ragazza, le disse: “ta peau est si morbide !”(5), e rimase stupito della smorfia di disappunto della fanciulla.

Parole francesi come morbide, caleçon, cantine, costume, ferme, salir, gâteau…  e tante altre, se usate maldestramente, possono creare situazioni comunicative fastidiose o divertenti a seconda del contesto.

La psicoanalisi, in quanto pratica centrata sul linguaggio, si è naturalmente interessata al bilinguismo. Anzi si può dire che l’invenzione di Freud è proprio basata sull’analisi di una “lingua straniera”: la lingua dell’inconscio. Una lingua che occorre decifrare e tradurre ogni volta che si presenta nelle sue produzioni bizzarre: i lapsus, gli atti mancati, i sintomi, i sogni…

E’ interessante chiedersi perché per alcune persone imparare una lingua straniera è relativamente facile e per altre quasi impossibile. Che cosa significa “essere o non essere portati per lingue”. Si tratta di una disposizione innata o dipende dal contesto di crescita?  

Noi pensiamo che imparare una lingua straniera significhi accettare di cedere, di perdere qualcosa. L’adulto che impara una lingua straniera ha la sensazione di regredire a una condizione infantile, una sensazione che può produrre insicurezza e resistenza.

Opporsi alla lingua straniera diventerebbe un modo di difendere la propria identità profonda, come se questa fosse esprimibile soltanto attraverso la lingua madre. Infine i processi di individuazione e separazione che avvengono nel rapporto tra il bambino e la figura materna, non sono estranei al rapporto del bambino con il linguaggio in generale, e con l’apprendimento delle lingue straniere in particolare.

Imparare a parlare significa far passare le soddisfazioni pulsionali sotto le forche caudine del linguaggio. Non si è più nutriti, scaldati, curati, automaticamente, ma bisogna chiedere, domandare, parlare.  La frustrazione e la fatica che ciascuno ha dovuto attraversare per imparare a parlare è rinnovata nell’apprendimento della seconda lingua.  

Qualche volta invece, la seconda lingua diventa un salvagente, una risorsa che permette di fuggire da un nucleo ansiogeno troppo forte, contenuto nell’uso della lingua madre.

Nel mondo delle lingue comunque il fattore affettivo è sempre presente, perché parlare significa essere in relazione, confrontarsi con l’altro. Il fattore affettivo è quindi il cardine dell’identificazione, della fiducia in sé stessi, del coraggio di correre rischi in ogni forma relazionale, il fattore affettivo in definitiva è ciò che permette, come diceva quel bambino di tre anni, che, “una lingua vada giù e che un’altra venga su”, in modo spontaneo e disinibito.

Di Cinzia Crosali


Equilibrismi tra le lingue

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Condivido lo scritto della collega Cinzia Crosali dell'APSI sul tema del bilinguismo.


Per noi italiani che viviamo in Francia, l’equilibrismo tra le due lingue è quotidiano. Anche se la conoscenza del francese è perfetta, accade sempre che una parola, un’espressione, un modo di dire italiano si imponga nella frase e ci risulti intraducibile.  

A volte invece è un’immagine linguistica francese che non trova un suo corrispondente nella lingua italiana. 

Cerchiamo allora il corrispettivo meno lontano, quello che si adatta di più, ma restiamo scontenti, qualcosa non ci soddisfa, ci lascia con un senso d’incompletezza e di frustrazione. Non è propriamente il significato a deludere, quanto la tonalità, il colore, la materialità stessa della scelta linguistica.

Ne sanno qualcosa i traduttori, che, quando fanno in modo appassionato il loro lavoro, vivono momenti di profonda indecisione, sempre sul bordo di un tradimento nei confronti della lingua da tradurre.

L’analogia che avvicina l’atto del “tradurre” con quello del “tradire” è largamente conosciuta. Qualcosa di passionale e intimo è, infatti, all’opera.

Un’amica traduttrice che lavora con un gruppo di colleghi professionisti, mi raccontava recentemente quanto siano accese le discussioni tra i traduttori del suo gruppo di lavoro.

Quando non si trova l’accordo su una scelta linguistica facilmente si arriva a litigare anche in modo aspro.  Nessuno vuole cedere o fare concessioni all’altro; a volte le dispute sulla scelta delle parole, sulla sintassi e sullo stile diventano così violente da rendere impossibile la continuazione del lavoro.   

Pare proprio che qualcosa di molto intimo e prezioso sia messo in gioco.  Di che cosa si tratta? A che cosa non si vuole rinunciare? Quale punto insopportabile viene toccato?  

Lo psicanalista Jaques Lacan aveva chiamato questo qualcosa di intimo e prezioso: “la  lalangue” e diceva che essa non ha niente a che vedere con il dizionario. Essa è più vicina al balbettio iniziale del soggetto parlante, alla lallazione del lattante, alla primordiale forma ed emozione che la lingua madre ha assunto per ciascuno di noi quando siamo entrati nel linguaggio, all’inizio della nostra vita.  

Se la traduzione è così difficile e dolorosa è perché ogni parola deve essere estirpata dalla “lalangue” della prima lingua per trovare un corrispondente nella seconda lingua della traduzione.  

Una parola della lingua materna deve essere lasciata andare, lasciata cadere, deve essere strappata alla sua familiarità, al fascino e al senso di completezza che dà questa familiarità.  Una separazione da un’intimità è allora in atto.

E’ questa l’operazione difficile della traduzione, si tratta di un’operazione in cui devo rinunciare all’intimità rassicurante di una parola della mia lingua, devo separarmi da essa, e questo quando la parola corrispondente della seconda lingua non è ancora a mia disposizione: tante parole si affacciano e mi si propongono, ma nessuna per un breve momento è utilizzabile.

Si tratta di un istante di vacillamento, di un impercettibile momento di assenza di “bordo”. Ci si stacca da una riva, ma l’altra riva non è ancora a portata di mano.

C’è dunque un istante vuoto, che implica una separazione, un taglio, una vertigine. Poi la parola della seconda lingua prende forma, s’impone, s’iscrive: l’altra riva è toccata. Ho cercato di descrivere al rallentatore un processo mentale che avviene in modo automatico, quasi inconsciamente, ma che non è indolore.

Chiunque abbia cercato di tradurre una poesia, o una canzone sa quanto grande sia l’impotenza frustrante, di rendere con fedeltà la materialità e la sonorità di un verso o di un’immagine poetica.   

Quando poi riusciamo ad approdare ad una traduzione che ci piace c’è una vera giubilazione, non si tratta di una semplice traslazione da dizionario, ma di un vero atto di creazione con tutto il piacere che ogni creazione comporta.

Nelle sedute psicanalitiche con persone italiane che vivono in Francia le due lingue spesso si sovrappongono, alcune parole si contaminano, altre fanno “a pugni” per imporsi.  

La fatica di imparare il francese al momento della migrazione o del trasferimento, è ricordata da tutti come un’intima sofferenza.

Un paziente venuto in Francia all’età di 30 anni, negli anni cinquanta, mi raccontava come gli fosse penoso allora non accedere al motto di spirito nella nuova lingua.

Al suo paese, in Italia, era considerato un brillante umorista; animatore di serate e convivi, sapeva raccontare barzellette e storielle con estrosità e brio. Arrivato in Francia tutti i suoi tentativi di tradurre in francese il suo repertorio di battute umoristiche fallivano miseramente e la sua stessa posizione e identità nel gruppo dei pari ne risultavano compromesse e frustrate.

Il motto di spirito, infatti, è talmente cementato alla materia linguistica da cui è costruito, da opporsi ad ogni tentativo di traduzione, salvo a cadere nel ridicolo.

 Un altro elemento che resiste alla traduzione automatica è l’atto del contare: anche dopo molti anni di vita in Francia, continuiamo quasi tutti a contare mentalmente in italiano, ritrovando nel numero e nella quantità il nocciolo duro e indistruttibile della forza della lingua madre.   

Alcuni miei pazienti che parlano preferibilmente in francese, ricorrono istintivamente all’italiano per rievocare un ricordo d’infanzia, una scena familiare o un sogno remoto.

E’ soprattutto nei sogni che si formano i neologismi più interessanti; il lavoro della “condensazione” e dello “spostamento” non vale solo per le immagini oniriche ma si gioca, attraverso formidabili creazioni, anche sulla lingua, creando sorprese e giochi di parole rivelatori delle verità intime del soggetto. 

Siamo noi i creatori dei nostri sogni, essi dovrebbero almeno insegnarci a recuperare le capacità inventive che, quando l’inibizione è addormentata, ci permettiamo.  

Questa libertà ci servirebbe forse a trovarci un po’ più a nostro agio non solo nella lingua straniera, ma nella lingua tout court, nell’atto di parola, che, per ogni soggetto, in qualsiasi lingua si produca, è sempre un momento straordinario di rischio e di emozione. 

 

Cinzia Crosali

Tra italiano e francese: una lingua dell'amore

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Condivido il testo della collega dell'APSI, Eleonora Renna, sul tema della lingua materna e della lingua francese. Buona lettura.
 
Senti che musica ci canta Gino Paoli: “Sapore di sale, sapore di mare. Che hai sulla pelle, che hai sulle labbra…” C’è nella lingua materna questa sensazione dell’amore in bocca, cioè un sapore di qualcosa di perso che è ritrovato.

Ognuno ha nelle orecchie il sapore dell’amore di quelle parole sentite da bambini e che ci colpisce ancora oggi nel punto più profondo del nostro essere. La lingua materna ha questa funzione di emozionarsi ogni volta, sempre più.

Per ogni italiano in Francia, l’incontro con quest’altra lingua, il francese, costringe allora a separarsi della sua lingua materna e del suo sapore che manca. Ma come ritrovare questa sensazione dell’amore con questa lingua straniera?

Quando si vive in Italia, si parla insieme con lo stesso linguaggio ch’è l’italiano.

Al di là del comunicare, ciascuno trova nel linguaggio che condividiamo tutti, le parole dove ci mettiamo le nostre rappresentazioni e identificazioni simboliche come soggetto dell’Altro della stessa cultura: ognuno si racconta la sua storia con l’italiano che serve finalmente da linguaggio per pronunciarsi.

Basta parlare per dire quello che siamo con le stesse parole che non mancano, così nella stessa lingua che si parla crediamo di capirci tutti.

La lingua straniera come lingua dell’Altra cultura, ci spinge allora a sperimentare una lingua dove non si può farsi capire, perché mancano le parole per pronunciarsi. Sentirsi straniero alla lingua che si parla può provocare un sacco di manifestazioni sintomatiche che ci fanno soffrire nel parlare: colpa, vergogna, malessere, vertigini, dispnea, etc.

Emozioni straniere ovviamente preoccupanti da non tenere la lingua a posto, “è tutto ciò che avrebbe dovuto rimanere segreto, nascosto, e che è invece affiorato”[1]: qualcosa si dice! La lingua francese come lingua dell’Altra cultura ci può svegliare da un’emozione che si sa ma che non ha più voce.

Da restare senza parole ci lascia da solo: mi manca casa. Questa esperienza della solitudine con il francese come altra lingua convoca allora ognuno alla ricerca di “Chi sono?”, quando essere straniero vuole dire non essere più a casa. Come trovare nella lingua straniera un posto da pronunciarsi? Ognuno si mette per questo al lavoro!

Così lontano, così vicino, italiano e francese non vanno d’accordo: c’è con la lingua francese un altro modo di dire, un altro modo di dirsi.

Pronunciarsi con questa lingua dell’altro è tutta un’altra logica perché con la lingua francese non si legge come si scrive. Lettere mute, lettere fantasma, lettere eccezionali, l’italiano deve abituare l’orecchio alla trascrizione fonetica per imparare un’altra musica da sentire con suoni sordi e pochi familiari che si trovano a contatto con l’intraducibile.

La lingua dell’altro che si deve parlare diventa allora un ideale da essere, per trovare un posto da rappresentarsi e identificarsi come soggetto dell’Altra cultura ma c’è sempre il sapore della lingua materna che manca: non si può tutto tradurre.

Prendere tutto il posto dell’altro diventa allora impossibile soprattutto quando finalmente l’altro sei tu. Infatti, molti italiani spiegano che dopo tanti anni passati in Francia sono ridotti a essere: italiano in Francia e francese in Italia.

Prendere la parola con questa lingua dell’altro ha un prezzo, la presenza che una parte di te è assente: tuttavia “lo spero”! Da diventare un altro, mi manca ancora casa. Quell’intraducibile dell’essere ci lascia allora con la musica di: “un gusto un po’ amaro di cose perdute. Di cose lasciate lontano da noi dove il mondo è diverso, diverso da qui…” come continua a cantare Gino Paoli.

Quindi questa esperienza di essere tra due lingue dà luogo a una nuova lingua dove può nascere l’amore: quando l’una viene a mancare, l’altra ti risponderà.

Essere non tutto italiano e non tutto francese dà dunque a l’uno con l’altro un posto per ritrovare questo sapore dell’amore: “dei giorni, che passano pigri e lasciano in bocca, il gusto del sale. Ti butti nell’acqua e mi lasci a guardarti e rimango da solo, nella sabbia e nel sole”. Ci senti? Infatti, “per amare, si deve ammettere la mancanza e riconoscere che hai bisogno dell’altro, che ti manca l’altro […] chi possiede la risposta, o una risposta, alla tua domanda: “Io chi sono?””[2].

Si può dire che essere non tutto francese e non tutto italiano apre allora verso una lingua dell’amore, dove francese e italiano si intrecciano per rispondersi a vicenda.

Numerosi sono gli italianismi degli italiani che possono infiltrarsi quando si parla francese. Un modo di fare e dunque di dirsi all’italiana che viene in più con questa musica intraducibile della lingua materna che ci riviene e che colpisce il cuore.

Nella lingua italiana che si parla la pronuncia si fa con un accento “libero” dove le parole non sono tutte soggette alla stessa regola come nella lingua francese dove l’accento è fisso per tutti. Il canto del fraseggio italiano punta il movimento dell’intensità e dell’espressione dei suoni dell’intraducibile della lingua materna. Da interpungere il senso, si può sentire la musica!

Ognuno compone allora con una voce da suonare che gli dà in più il francese per aprire, uno ad uno, a nuovi significati per nuove sensazioni. Comunque, l’italiano ha questo senso del ritmo dell’intraducibile che ci lascia il cuore sulle labbra e le parole che possono con la lingua francese slittare: questo sapore dell’amore perduto è ritrovato.

Quindi la lingua dell’impossibile si riduce a pronunciarsi con questa voce che tu solo puoi avere e che ci canta: “Sono quello che suono”.

Questo punto d’incontro con l’intraducibile tra italiano e francese, tocca una lingua che ci dà un sapere in più.

Nel finire le frasi a vicenda, si può inventare una lingua dell’amore. Essere fatti l’uno per l’altro è allora un modo di dire con la voce: non gli manca la lingua! Vai Gino Paoli con la musica: “Poi torni vicino e ti lasci cadere. Così nella sabbia e nelle mie braccia. E mentre ti bacio, sapore di sale, sapore di mare, sapore di te!”

Di Eleonora Renna


[1]Freud S., “Il preoccupante” in Saggi sull’arte la letteratura e il linguaggio, Torino, Boringhieri, 1969, p. 275

[2]Miller J.-A., Intervista in Psychologies Magazine, n°278, 2008. [traduzione libera del traduttore].

Storie di bilinguismo: evento APSI

 

 

L'APSI organizza questo interessante evento a Parigi. 

 

La ricchezza del bilinguismo o del plurilinguismo e oggi innegabile, eppure questa danza delle lingue, nella parola e nel pensiero di noi espatriati, è sempre fonte di riflessioni e di questioni.

Noi vogliamo interrogare il bilinguismo dal punto di vista clinico, a partire dalla nostra esperienza di psicologi italiani in Francia, confrontati nel nostro lavoro a una pluralità di realtà linguistiche, e consapevoli che la scelta della lingua da usare in un’analisi o in una psicoterapia non è mai casuale e tocca quella materialità della parola che ci è cara nel nostro lavoro quotidiano con i pazienti.

Vogliamo inoltre dialogare con scrittori e artisti, ma anche con un pubblico più vasto: con genitori espatriati che ancora, a volte, ci chiedono se il bilinguismo sia un ostacolo o uno stimolo nello sviluppo psico-cognitivo del loro bambino.

Vogliamo dialogare con gli insegnanti e gli educatori, con i giovani, gli studenti, gli adulti e gli anziani italiani che vivono in Francia.

La lingua madre ha per ciascuno di noi un valore singolare che varia a seconda della nostra storia, dell’epoca della nostra emigrazione, del contesto sociale e culturale dove viviamo.

Vogliamo riflettere sul bilinguismo italo-francese, ma anche sul plurilinguismo in generale, dal punto di vista clinico e a partire dagli affetti, dalle inibizioni, dalle nevrosi, dalle paure, dalle emozioni, che orientano e colorano il nostro modo di essere e di costruire i legami sociali.

Vi aspettiamo numerosi per condividere con noi le vostre esperienze e le vostre storie di italiani in Francia, bilingui esperti, principianti o in potenza.

Cinzia Crosali


 

Il panico e la paura di Aldo

Foto di Andrzej da Pixabay

Aldo è un appassionato di Aikido, arte marziale giapponese che ha praticato a Roma per tanti anni. Al suo trasferimento a Parigi continua la sua pratica presso un centro della capitale e frequenta la palestra quattro volte alla settimana ed il sabato da una mano con i giovani allievi, su richiesta del suo Maestro. E' molto apprezzato ed assai preparato tecnicamente anche per la sua permanenza di quasi un anno in Giappone presso un Maestro che è una leggenda dell'Aikido. In Italia aveva lavorato come autista di bus di linea nella sua Roma, lavoro troppo stressante a turni che gli rendeva difficile frequentare la palestra. Su indicazione di un allievo decide di traferirsi in Francia per divenire autista Uber a Parigi. Quando non lavora è in palestra, sua passione e vita.

Aldo è un bel ragazzo, fisico asciutto e muscoloso, simpatico e solare. Sempre pronto ad aiutare gli altri sia in palestra che al di fuori, entusiasta e curioso. Il suo sogno è potere avere una piccola palestra e diventare insegnante di Aikido quando dovrà lasciare le competizioni.

Come tutti gli atleti spesso ha avuto incidenti e infortuni ma niente di serio, lividi e costole incrinate fanno parte del corredo del "Samurai".

Quando riesce a mettere da parte una certa somma, acquista un biglietto per tornare in Giappone e si iscrive ad "un Master" di perfezionamento di Aikido, propedeutico a farlo diventare insegnante della disciplina.

Mentre è in volo per il Giappone Aldo sente di non avere molto appetito, certo è l'emozione di tornare nel paese del Sol Levante per alcuni mesi e mangia svogliatamente.

Ma il peggio sta per cominciare (parole sue): ha nausea e dopo nemmeno mezz'ora deve correre in bagno a vomitare quel poco che ha mangiato. Aldo è bianco come un cencio, gli tremano le mani, il cuore va a mille e si sente in panico. Chiede aiuto ad un passeggero che gli offre due Xanax.

Al primo giorno di corso alla palestra con gli altri allievi al cospetto del Maestro, Aldo quasi non riesce a parlare per presentarsi, nuovamente è bianco come un cencio con il cuore a mille e sente un freddo esagerato.

Il Maestro lo invita ad uscire dal "materassino" mentre lo fa accudire dai suoi collaboratori. Ancora una crisi di angoscia, Aldo non si capacita di stare così male. 

Torna in stanza e deve chiamare il medico dell'hotel. Gli vengono prescritti farmaci ansiolitici per alcuni mesi di terapia. Per farla breve Aldo deve rinunciare al corso, non se la sente proprio di andare avanti. Vuole solo tornare a casa nemmeno a Parigi ma a Roma, dai genitori in pensiero per lui.

Rientrato a Roma si rinchiude in casa, deluso, sofferente e demoralizzato. Mai avrebbe pensato potesse capitare una cosa del genere a lui! Un suo allievo di Parigi gli indica il mio nome e "obtorto collo" ci sentiamo via Skype ma non è un incontro facile, Aldo sembra l'ombra di quel giovane atleta di Akido, solare ed entusiasta. Riesco "a convincerlo" a sentirci almeno qualche volta via Skype, poi si vedrà. Gli chiedo dei sogni ma non ricorda nulla, dorme come un piombo per via dei farmaci che assume. Sento di dovere essere molto più "interventista" di quanto auspicabile, credo che dopo qualche seduta Aldo avrebbe "lasciato il colpo" e smesso gli incontri.

Mi gioco la carta dell'Aikido. Marco, un mio cugino romano lo ha praticato per molti anni. Mi invento questo "atto": Marco si aspetta che Aldo lo chiami per parlare assieme, uso mio cugino come "medium" tra me e Aldo per mobilizzare qualcosa. Non ho certezza del risultato ma se non si tenta..!

Marco propone ad Aldo di incontrarsi di persona, si vedono a Roma in centro e parlano per un po'. Mio cugino mi riferisce che lo ha visto proprio spento, vuoto ed impaurito. IMPAURITO: mi colpisce questa acuta osservazione di Marco, impaurito di cosa, uno come Aldo che non dovrebbe avere paura di nulla...

Nel successivo Skype con Aldo lo interrogo, con decisione, sul tema della paura. Paura di cosa, tanto da avere un effetto così grande su di lui. Niente, non mi racconta nulla di pertinente e onestamente non so che fare, ammetto la mia impotenza e ne parlo con lui. A questo punto con grande esitazione Aldo mi confessa che mesi prima ha avuto dei rapporti con la ragazza delle pulizie della palestra ed è terrorizzato da quando lei gli ha detto in modalità "scherzosa" di fare il test dell'HIV dato che ha avuto tantissimi uomini...

Queste parole hanno avuto un effetto devastante su Aldo, si è sentito in trappola, fregato e ad un passo dal morire di AIDS, proprio lui che è sempre stato attento e cauto, ma con quella ragazza no...

Si è "tenuto dentro" ciò, con il terrore di essersi infettato, malato e di li a poco morire malamente di AIDS.

Finalmente Aldo ha sputato fuori il rospo! Ma è consapevole che dovrà affrontare la paura di fare il test e conoscere il "verdetto".

Ci lavoriamo un paio di mesi, mesi difficili, Aldo è molto ambivalente, alterna fiducia e speranza e momenti in cui si vede già morto, complice il fatto che ha perso qualche chilo di peso...

Gioco nuovamente la carta di mio cugino Marco che lo accompagnerà a fare il test in Ospedale e poi sarà con lui alla lettura dell'esito. Viene il "gran giorno" della consegna del referto che Aldo non ha il coraggio di guardare per primo, tocca a Marco aprire la busta... Il referto è negativo, Aldo non ha contratto l'infezione! Potete immaginare la gioia di entrambi, Aldo è contento come un bambino, non sta nella sua pelle ed abbraccia lungamente Marco.

Aldo rientra a Parigi e torna al suo "tran-tran" abituale, con una promessa a Marco: andranno assieme in Giappone per il Master di Aikido che Aldo non aveva potuto frequentare per gli attacchi di panico.

 

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