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CORONAVIRUS: comunicare in presenza di bambini. Ci guardano, ci osservano e ci chiedono


immagine articolo CORONAVIRUS: comunicare in presenza di bambini. Ci guardano, ci osservano e ci chiedono
Video: Ordine Psicologi della Lombardia
In queste ore di continue informazioni e discussioni sul Coronavirus non dobbiamo dimenticare che il mondo dei nostri bambini si intreccia inevitabilmente con quello degli adulti.
È dunque dovere di tutti noi, non solo dei genitori, porre attenzione per rispettare e orientare chi ha meno strumenti per comprendere la complessità della situazione e rischia di subire un carico di ansie eccessive.

Come Ordine degli Psicologi della Lombardia, desideriamo offrire alcune riflessioni e indicazioni su come rivolgerci ai bambini:

- è importante dare un senso alla mobilitazione pubblica ma soprattutto a quelle modifiche che per loro sono importanti : la chiusura delle scuole, degli asili, l’impossibilità di recarsi in luoghi di svago a loro cari; - i bambini comprendono ciò che comunichiamo beneficiando di un linguaggio adeguato alla loro età ma soprattutto traggono informazioni dal nostro stato emotivo e dalla modalità con la quale trasmettiamo notizie. È quindi importante dare informazioni chiare e semplici senza agitarsi; non bisogna semplificare ma piuttosto si deve articolare con un linguaggio semplice e con esempi e soprattutto delle buone metafore;

- non usate percentuali e dati perché sappiamo bene che esistono distorsioni nella comprensione dei dati anche per gli adulti;

- educate i bambini alla corretta informazione e a seguire le istruzioni date dagli organi istituzionali;

- può essere utile spiegare loro che i medici e gli scienziati si stanno adoperando per trovare una cura ad una malattia nuova che è un po’ come l’influenza e che nell’attesa si possono godere qualche giorno di vacanza.

Ecco infine un simpatico video tratto da Biancaneve e i sette nani, che può aiutare a comunicare ai più piccoli l’importanza di lavarsi le mani

https://www.youtube.com/watch?v=NcbXqSR1LmA

Fonte: Ordine degli Psicologi della Lombardia 








COLLOQUI PSICOLOGICI GRATUITI SULL'EMERGENZA CORONAVIRUS, VIA SKYPE

Photo: Ordine Psicologi Lombardia

COLLOQUI PSICOLOGICI GRATUITI VIA SKYPE


In questo difficile momento, su indicazione del CNOP, Consiglio Nazionale Ordine Psicologi e dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, offro la possibilità di un colloquio gratuito via Skype, in riferimento all'emergenza coronavirus. 

E' sufficiente inviare una mail a: massimofelici52@gmail.com per concordare giorno ed orario.

Skype: maxfelix52













Cari amici francesi...

E si, cari amici francesi, dopo avere preso in giro noi italiani, talvolta con garbo, talvolta in modo offensivo, ora fate anche voi i conti con il virus...
Premetto che desidero solo fare delle considerazioni antropologiche e psicologiche, senza toccare aspetti sanitari, politici ed economici, che molto meglio di me saranno espressi da autorevoli commentatori italiani e francesi.

Photo presa dalla Tv
Lunedi mattina, esco per fare un po' di spesa (latte, pane e verdura) nei piccoli negozi di prossimità dato che non amo i centri commerciali ed i supermercati. Oltretutto si può parlare con i titolari, condividere le preoccupazioni e (anche) sorridere. Ovviamente ad un metro di distanza.
Fin qui bene, le persone che incrocio sono silenziose, sembrano assorte ma tant'è.
Mi reco quindi in farmacia, sbarramento a tre metri dai banconi, fila composta di una decina di persone. Una signora con mascherina che deve uscire dalla farmacia, rabbiosamente fa spostare tutta la fila perché nessuno le sia troppo vicino quando varcherà la porta. Tutti noi ci scansiamo per farla passare, si ferma e dice qualcosa riferito agli italiani... Capisco che ci considera degli indisciplinati che se ne fregano delle regole. Mi scuso per gli italiani (chissà perché mi sento di rappresentarli), ma le dico che dopo avere fatto uscire di casa milioni di cittadini per votare domenica, è quantomeno bizzarro poi chiedere lunedi di restare a casa per fermare il virus!
Infatti. Questa è la cosa che più stupisce, nemmeno da noi i politici più attaccati alla poltrona (cadrega in milanese), avrebbero fatto una cosa del genere. Oltretutto per Macron questa forzatura si è rivelata poco premiante nelle città importanti, in termini di voti, vista la scarsissima affluenza (ma dai...). Ora si parla di rinviare i ballottaggi che dovrebbero tenersi domenica prossima. Ma no, propongo di fare il secondo turno domenica, in pieno picco dell'epidemia così ci ingrazieremo il virus che, preso da pietà per la umana stupidità, lungi dal dare il colpo di grazia, ci lascerà in pace.
Più seriamente sono molto dispiaciuto per i francesi (ed anche gli spagnoli, gli inglesi, ecc.) che pur avendo otto-dieci giorni di vantaggio sull'impennata dei casi di contagio, ed avendo ben chiaro cos'è accaduto in Italia, che ha una sanità di eccellenza e medici assai preparati, si sono lasciati prendere in contropiede.
Oggi al telegiornale delle 13 il Prof. Philippe Juvin, Chef du Service des Urgences dell'Hôpital Georges Pompidou di Parigi ha detto con chiarezza le stesse cose sentite dire dai nostri medici in prima linea in Italia: problemi per il triage, casi in vertiginosa crescita, mancanza di letti per i casi difficili soprattutto nelle rianimazioni, respiratori non sufficienti, bisogno urgente di creare spazi ulteriori per ricoveri di gran numero di pazienti.
Praticamente le stesse parole dei nostri sanitari, cui va il nostro ringraziamento affettuoso.
A giorni la Francia sarà come l'Italia, però con la consapevolezza che in alcuni giorni, anziché sottovalutare la situazione, avrebbero potuto (umilmente) darsi da fare per attrezzare e rinforzare strutture, assumere medici ed infermieri, dare norme forti e chiare di comportamento alla cittadinanza (e verificare il rispetto), bloccare il più possibile la circolazione delle persone e quindi, del virus.
Ma noi italiani siamo sempre un passo avanti alle disgrazie. E' secoli che ci facciamo i conti, nel bene e nel male. E allora ben vengano i concerti dalle finestre, che tutti noi abbiamo visto alla televisione, in svariate città italiane. L'ho proposto anche ai vicini italiani del nostro palazzo e, dato che siamo tutti milanesi di origine, dovremmo cantare "O mia bela Madunina",
Stiamo a casa tutti, contiamo sui bravi medici francesi che ora si stanno trovando anche loro in prima linea a combattere la violenta diffusione del virus, e... sulla fortuna.
Per pietà (antropologica) non ho commentato il raduno dei Puffi di pochi giorni fa e la festa dei supporter del PSG.





Vademecum psicologico coronavirus per i cittadini

Vademecum psicologico coronavirus per i cittadini – Perché le paure possono diventare panico e come proteggersi con comportamenti adeguati, con pensieri corretti e emozioni fondate


Questo breve vademecum non vuole essere esaustivo né sostituirsi ad un aiuto professionale. E’ un contributo per riflettere ed orientare al meglio i nostri pensieri, emozioni e comportamenti – individuali e collettivi – di fronte al problema Covid-19. Pochi minuti del vostro tempo per una lettura che ci auguriamo possa esservi utile.

David Lazzari – Presidente CNOP – 26 febbraio 2020

La paura è un’emozione potente e utile.  E’ stata selezionata dall’evoluzione della specie umana per permettere di prevenire i pericoli ed è quindi funzionale a evitarli.
La paura funziona bene se è proporzionata ai pericoli. Così è stato fino a quando gli uomini avevano esperienza diretta dei pericoli e decidevano volontariamente se affrontarli oppure no.
Oggi molti pericoli non dipendono dalle nostre esperienze. Ne veniamo a conoscenza perché sono descritti dai media e sono ingigantiti dai messaggi che circolano sulla rete. Succede così che la paura diventi eccessiva rispetto ai rischi oggettivi derivanti dalla frequenza dei pericoli. In questi casi la paura si trasforma in panico e finisce per danneggiarci.
Facciamo un esempio: dopo l’11 settembre il panico degli statunitensi per il volo in aereo fu tale che molti decisero di spostarsi in macchina. Nel periodo successivo sulle strade morì il doppio delle persone rispetto a quelle che viaggiavano sugli aerei catturati e abbattuti dai terroristi. Il panico si era tradotto in scelte individuali controproducenti che, aggregate, divennero un danno collettivo.
Si ha più paura dei fenomeni sconosciuti, rari e nuovi, e la diffusione del Coronavirus ha proprio queste caratteristiche.
A tutt’oggi, i decessi per influenza non da Coronavirus sono molto più frequenti. Di questi però non si ha paura perché ci siamo abituati a tal punto che molti italiani ignorano addirittura i benefici, in chiave preventiva, dei vaccini. Si ripete la differenza tra la paura dei voli in aereo e la scelta volontaria e sotto il nostro controllo di guidare un’automobile.
Per evitare che le paure siano sproporzionate e creino forme di ansia individuale e di panico collettivo proponiamo di condividere un “decalogo antipanico”. Alcune “chiavi di lettura” che possono aiutarci ad evitare due errori possibili: sopravvalutare o sottovalutare (negare) il problema.

Decalogo anti-panico

1. Attenersi ai fatti, cioè al pericolo oggettivo.
Il Coronavirus è un virus contagioso ma come ha sottolineato una fonte OMS su 100 persone che si ammalano 80 guariscono spontaneamente, 15 hanno problemi gestibili in ambiente sanitario, solo il 5 hanno problemi più gravi e tra questi i decessi sono circa la metà ed in genere in soggetti portatori di altre importanti patologie.
2. Non confondere una causa unica con un danno collaterale.
Molti decessi non sono causati solo dall’azione del coronavirus, così come è successo e succede nelle forme influenzali che registrano decessi ben più numerosi.  Finora i decessi legati al coronavirus sono stimati nel mondo sono cento volte inferiori a quelli che si stima causi ogni anno la comune influenza. E tuttavia questo 1% si aggiunge ed è percepito in modo diverso dai “decessi normali”. Finora nessuno si preoccupava di una forte variabilità annuale perché tutti i decessi venivano attribuiti all’influenza “normale”: nell’ultima stagione influenzale sono scomparsi 34.200 statunitensi e, l’anno prima, 61.099.
3. Se il panico diventa collettivo molti individui provano ansia e desiderano agire e far qualcosa pur di far calare l’ansia, e questo può generare stress e comportamenti irrazionali e poco produttivi.
4. Farsi prendere dal contagio collettivo del panico ci porta a ignorare i dati oggettivi e la nostra capacità di giudizio può affievolirsi.
5. Pur di fare qualcosa, spesso si finisce per fare delle cose sbagliate e a ignorare azioni protettive semplici, apparentemente banali ma molto efficaci (cfr. elenco qui sotto).
6. In linea generale troppe emozioni impediscono il ragionamento corretto e frenano la capacità di vedere le cose in una prospettiva giusta e più ampia, allargando cioè lo spazio-tempo con cui esaminiamo i fenomeni.
7. E’ difficile controbattere le emozioni con i ragionamenti, però è bene cercare di basarsi sui dati oggettivi. La regola fondamentale è l’equilibrio tra il sentimento di paura e il rischio oggettivo.
8. Questa semplice figura permette di vedere la paura del coronavirus in prospettiva.

La figura mostra nella parte superiore i pericoli di cui si ha più paura di quanta se ne dovrebbe avere. In questi casi l’indignazione pubblica può suscitare panico e, di conseguenza, ansie sproporzionate e dannose. Nella parte inferiore, al contrario, ci sono i pericoli a cui siamo abituati e che non provocano paure.
La sproporzione tra le aree dei due cerchi mostra quanta differenza c’è tra paure soggettive e pericoli oggettivi.
(Fonte: Paolo Legrenzi, A tu per tu con le nostre paure. Convivere con la vulnerabilità, Il Mulino, 2019).
9. La figura mostra il fenomeno delle paure nel loro complesso: l’indignazione pubblica sui media accentua alcune paure, come quelle per gli attacchi terroristici e i criminali armati, e induce a sottovalutare altri pericoli oggettivi a cui siamo abituati. Le caratteristiche del panico per coronavirus lo avvicinano ai fenomeni improvvisi e impressionanti che inducono panico perché sollevano l’indignazione pubblica.
10. Siamo preoccupati della vulnerabilità nostra e dei nostri cari e cerchiamo di renderli invulnerabili. Ma la ricerca ossessiva dell’invulnerabilità è contro-producente perché ci rende eccessivamente paurosi, incapaci di affrontare il futuro perché troppo rinchiusi in noi stessi.

Tre buone pratiche per affrontare il coronavirus

1. Evitare la ricerca compulsiva di informazioni.

Abbiamo visto che è normale e funzionale, in chiave preventiva, avere paura davanti ad un rischio nuovo, come l’epidemia da coronavirus: ansia per sé e i propri cari, ricerca di rassicurazioni, controllo continuo delle informazioni sono comportamenti comprensibili e frequenti in questi giorni. E tuttavia la paura si riduce se si riflette sul suo rapporto con i pericoli oggettivi e quindi si sa con chiarezza cosa succede e cosa fare.

2. Usare e diffondere fonti informative affidabili.

E’ bene attenersi a quanto conosciuto e documentabile. Quindi: basarsi SOLO su fonti informative ufficiali, aggiornate e accreditate.
Al Ministero della Salute, alla Protezione Civile, e al Sistema sanitario nazionale e regionale lavorano specialisti esperti che collaborano per affrontare con grande rigore, attenzione e con le risorse disponibili la situazione in corso e i suoi sviluppi.

3. Un fenomeno collettivo e non personale.

Il Coronavirus non è un fenomeno che ci riguarda individualmente. Come nel caso dei vaccini ci dobbiamo proteggere come collettività responsabile. I media producono una informazione che può produrre effetti distorsivi perché focalizzata su notizie in rapida e inquietante sequenza sui singoli casi piuttosto che sui dati complessivi e oggettivi del fenomeno. E’ importante tener conto di questo effetto.

Dopo i pensieri e le emozioni, i comportamenti

L’Istituto Superiore di Sanità indica semplici azioni di prevenzione individuale.
Eccole qui riassunte:
  • Evita il contatto ravvicinato con persone che soffrono di infezioni respiratorie acute.
  • Il lavaggio e la disinfezione delle mani sono la chiave per prevenire l’infezione.
  • Bisogna lavarsi le mani spesso e accuratamente con acqua e sapone per almeno 20 secondi, fino ai polsi. Se acqua e sapone non sono a portata di mano, è possibile utilizzare anche un disinfettante per mani a base di alcol con almeno il 60% di alcol.
  • Il virus entra nel corpo attraverso gli occhi, il naso e la bocca, quindi evita di toccarli con le mani non lavate.
  • Copri bocca e naso se starnutisci o tossisci; usa fazzoletti monouso.
  • Usa la mascherina solo se sospetti di essere malato o assisti persone malate.
  • Non prendere farmaci antivirali né antibiotici, a meno che siano prescritti dal medico.
  • Contatta il numero verde 1500 se sei tornato dalla Cina da meno di 14 giorni e hai febbre o tosse.
  • Se stai male e hai sintomi compatibili con il Coronavirus, contatta telefonicamente il tuo medico di base o il 118, senza recarti direttamente in ambulatorio o in Pronto Soccorso (per ridurre eventuali rischi di contagio a terzi o al personale sanitario).
  • Rispetta rigorosamente solo i provvedimenti e indicazioni ufficiali delle Autorità di Sanità Pubblica: sono una tutela preziosa per te e per tutti.
L’uso regolare di queste azioni elementari riduce significativamente i rischi di contagio per sé, chi ci è vicino e la collettività tutta.

A chi si deve badare nella marea delle notizie

E’ stata chiamata “infodemia” il contagio e la diffusione delle notizie: guardando la tv, aprendo i giornali o andando in rete si viene sommersi da una marea di informazioni di ogni tipo sul Coronavirus: veri esperti e finti esperti, specialisti improvvisati, persone che riportano il “sentito” dire o il “sentito” letto. In questo campo ragionare con il “buonsenso” porta a conclusioni spesso errate.
Va bloccato o ignorato uno stato di “allarme psicologico permanente” che si traduce in “indignazione pubblica”. Si tende così a aumentare la percezione dei rischi e siamo spinti a cercare ossessivamente informazioni più rassicuranti. I media però sono fatti per attirare l’attenzione e ci espongono per lo più a cronache allarmanti facendo cresce la sproporzione tra pericoli oggettivi e paure personali.
Conclusione: riduci la sovraesposizione alle informazioni dei media. Le semplici informazioni sopra riportate sono sufficienti. Una volta acquisite le informazioni di base su che cosa succede e che cosa fare, è sufficiente verificare gli aggiornamenti sulle fonti affidabili sopra indicate.
Si hanno così tutte le informazioni necessarie per proteggersi, senza farsi sommergere da un flusso ininterrotto di “allarmi ansiogeni”. E’ bene proteggere anche i bambini. Se ci interrogano, daremo sempre la nostra disponibilità a parlare serenamente di quello che possono aver sentito e li spaventa correggendo un quadro statisticamente infondato.
E’ meglio non esporli alle informazioni allarmistiche di cui sopra.

Agisci collettivamente per un fenomeno collettivo

Anche se tu ti sei fatto un’idea corretta del fenomeno e non provi alcuna paura infondata, è bene cercare di aiutare gli altri raccontando in parole semplici il nostro decalogo e le raccomandazioni qui elencate.
Devi supplire cioè all’indignazione e panico pubblici suscitati da molti canali media e social fornendo le semplici informazioni sopra indicate e ragionando con calma e pazienza invece di ignorare o, peggio, disprezzare chi non sa e si rifiuta di pensare.
Bisogna ricordarsi delle parole di Alessandro Manzoni in relazione alla peste di Milano del Seicento: “Il buon senso se ne stava nascosto per paura del senso comune”.
Andiamo a scalzare il senso comune ma non con il buon senso di Manzoni ma con la scienza e la razionalità. La psicologia permette di capire in modo razionale anche quel che non si presenta come tale ma che va capito e rispettato.
Agire tutti in modo informato e responsabile e aiutarsi reciprocamente a farlo, aumenta la capacità di protezione della collettività e di ciascuno di noi.

Non ti vergognare di chiedere aiuto

Se pensi che la tua paura ed ansia siano eccessive e ti creano disagio non avere timore di parlarne e di chiedere aiuto ad un professionista.  Gli Psicologi conoscono questi problemi e possono aiutarti in modo competente.
Tutti possiamo avere necessità, in certi momenti o situazioni, di un confronto, una consulenza, un sostegno, anche solo per avere le idee più chiare su ciò che proviamo e gestire meglio le nostre emozioni, e questo non ci deve far sentire “deboli”.
Non è debole chi chiede aiuto per aumentare le proprie risorse e quelle dei suoi cari.

(Ringraziamo il Prof. Paolo Legrenzi, docente emerito di psicologia all’università Ca’ Foscari di Venezia ed esperto di psicologia delle emozioni e delle decisioni, per la collaborazione).

L'amore ai tempi del coronavirus


Photo: Corriere Romagna
Prendo spunto dalle parole di Marco Casa che, giustamente, ci ricorda che siamo bersagliati da una marea di informazioni da parte di addetti ai lavori: medici, virologi, epidemiologi, veterinari (che la sanno lunga sui coronavirus), per finire ai politici di ogni "ordine e grado". Politici che, a mio avviso, hanno fatto più danni che altro, taluni per ingenuità, altri solo per mettersi in mostra...
Di fatto quando avvengono fenomeni di grande portata come gli attacchi terroristici, i terremoti o le epidemie, si parla di isteria collettiva, psicosi, reazioni abnormi ed ingiustificate. Vero è che alla sovrabbondanza di "informazioni", dibattiti, approfondimenti, notizie aggiornate ogni minuto, non corrisponde dal punto di vista emotivo una altrettanto netta consapevolezza e percezione del rischio nei confronti dell'evento che ci colpisce.
Possiamo sapere tutto sui numeri del coronavirus nel mondo, seguire telegiornali di vari paesi ma... ritrovarci ad essere ancora più spaventati ed angosciati.
Questo perché la percezione oggettiva di un evento non coincide quasi mai con la percezione soggettiva, quindi emotiva dell'evento stesso.
Classico esempio è dato dal volare: tutti sappiamo (ed i numeri lo confermano) che è molto più pericoloso viaggiare in auto che in aereo, però moltissime persone viaggiano in auto e mai salirebbero su un aereo.
Il dato oggettivo è come un disegno in bianco e nero, lo vediamo bene però sembra bi-dimensionale. Lo stesso disegno a colori acquista profondità di campo e spessore ed è ciò che percepiamo tramite le nostre emozioni.
Nella nostra mente abbiamo depositate "immagini" che però sono strettamente connesse a delle emozioni relative, ad esempio, alle nostre esperienze e ad episodi del passato vissuti in prima persona o riportati da altri. La stretta connessione immagine-emozione ci serve come archivio per tentare di leggere la realtà che dobbiamo affrontare, talvolta in modo improvviso e non atteso.  
Tutto ciò vale anche per la percezione di un qualunque rischio, dal volare, viaggiare in auto, fare del paracadutismo, buttarsi dal ponte con l'elastico.
Ad esempio: correre in auto o moto è rischiosissimo, ma è associato ad adrenalina pura, una forma di sfida temeraria dell'uomo e quindi connotata positivamente. 
Il virus, parola latina che significa veleno, non è connotato positivamente, di virus si muore e poi non si vede che diavolo è. Veniamo martellati dal fatto che l'influenza ha ucciso ed uccide molte più persone del coronavirus, dati noti e incontrovertibili ma... Attenzione alle parole: ci si ammala di influenza ma si viene contagiati dal virus. Ammalarsi è una cosa, essere contagiati ci appare molto più pericoloso ed angoscioso. Sempre di virus si tratta ma la percezione del rischio non è la stessa. 
Pensate anche al potere dei mass-media, più parlano di un evento più lo percepiamo attuale, incombente e, nel caso del coronavirus, angoscioso e che ci vede quasi impotenti.
Esperienza personale: mercoledi scorso sono stato a Ventimiglia per delle pratiche tra banca e posta. Treno in arrivo a Ventimiglia quasi deserto ed i negozi, di solito affollati dai nostri amici francesi, quasi vuoti. Una desolazione. Ad un certo punto in una stradina vedo un'assembramento di persone, incuriosito vado a vedere. Ebbene la coda di francesi sin dalla strada era per la tabaccheria, per l'acquisto di stecche di sigarette... 
La voglia di fumare è tale che il tabacco è più forte della paura del coronavirus!

In conclusione: inutile fare gli spavaldi e negare il rischio, occorre prendere semplici precauzioni, seguire con attenzione l'evolversi della situazione ed agire di conseguenza. Ci sentiamo spesso onnipotenti psicologicamente e confidiamo nella scienza e nella tecnica.  Ebbene questi eventi ci fanno sentire piccoli e indifesi di fronte a qualcosa che non vediamo e sentiamo. Un attacco al nostro narcisismo che però potrebbe aiutarci a ritrovare una sana umiltà ed umanità. 

Intervista a Teresa Colombi: “L’Uomo al Centro del Futuro Digitale”

Nizza - Intervista a Teresa Colombi: “L'Uomo al Centro del Futuro Digitale”
Teresa Colombi
Pubblico con piacere l'intervista a Teresa Colombi (Amministratore Delegato di Ludotic) fatta dalla giornalista Angela Valenti Durazzo, che potete trovare su:


L’interazione tra l’uomo e le tecnologie. La creazione di prodotti digitali disegnati sui bisogni degli utenti finali. Un mondo digitale, insomma, che abbia sempre di più le persone al centro del progetto.
“Le fabbriche del futuro sono sempre più connesse e “smart” e i fattori umani sono più che mai il perno centrale del sistema”.
A spiegarci, nel corso dell’intervista nella sede della Ludotic a Nizza di cui è amministratore delegato, il proprio lavoro ed il cammino della società verso un futuro sempre più digitale è Teresa Colombi, italiana all’estero che ha svolto i suoi studi tra Torino e Milano, ed è giunta a Nizza 15 anni fa nel quadro di un tirocinio post laurea, per restarvi.
Teresa Colombi perché ha scelto di trasferirsi in Francia? 
Sono giunta per esigenze di approfondimento, dopo la laurea in psicologia del lavoro. E poi ho deciso di fermarmi in Francia perché secondo me qui c’è un tessuto economico e sociale più fertile, con stipendi migliori ed uno sviluppo maggiore nel nostro campo, quello informatico. In Italia siamo più indietro su innovazione e digitale.
Così ha iniziato a lavorare per Ludotic di cui oggi è la CEO. Di cosa vi occupate esattamente?
Ci occupiamo di accompagnare le società nella risoluzione delle problematiche di interazione uomo-macchina. Infatti occorre capire la persona perché possa interagire con la macchina. Offriamo anche un’interfaccia per rendere più fruibili e attrattivi i siti.
Ci faccia un esempio…
Per esempio se una persona passa un’ora a cercare dove è un determinato tasto, ne deriva scontento e la produttività si abbassa. Alcune società hanno fallito le loro missioni perché non hanno messo a fuoco l’utente, i suoi bisogni e le sue abitudini. Se il nostro mestiere si sta sviluppando è perché il digitale deve avere l’uomo al centro del progetto. Quello informatico è invece talvolta un linguaggio per iniziati. Perché non deve essere accessibile per qualsiasi tipo di utente? L’ergonomia, in pratica, è quella scienza che si occupa dello studio dell’interazione tra individui e tecnologie.
Cosa ci riserva il futuro in campo digitale?
Credo siamo all’alba di una grande rivoluzione che poggia sull’intelligenza artificiale e, sottolineo ancora una volta, questa deve interfacciarsi con l’utente e quindi con la persona. Fra 5 o 10 anni non dovremo probabilmente più cliccare sui tasti ma buona parte dell’informatica sarà fatta vocalmente e molti processi evolveranno ulteriormente grazie alla tecnologia, per esempio in campo diagnostico e medico, mentre una serie di mestieri cambieranno o scompariranno del tutto, non avendo più senso.
La prospettiva di un ulteriore sviluppo legato ai robot e alle macchine desta però anche qualche inquietudine
Secondo me se mettiamo la macchina al nostro servizio avremo più spazio per noi da dedicare, per esempio, al tempo libero. La macchina inoltre produrrà valore aggiunto. Alcuni mestieri cambieranno, ma non quelli legati all’arte, alla cultura, alla creatività, ovvero al meglio dell’uomo. Certo ci vogliono norme etiche e legali per gestire tutto questo.
Tornando alla sua scelta di vivere all’estero, come si trova in Costa Azzurra?
Ci stiamo proprio adesso trasferendo da Nizza a Sophia Antipolis, sede universitaria e parco tecnologico immerso nel verde tra Nizza e Cannes, con moltissime aziende tecnologiche. È un posto magico dove si può camminare e andare in 15 minuti al mare e dove la qualità della vita si unisce alla qualità del lavoro.
E l’Italia?
Amo l’Italia (a Milano, tra l’altro, abbiamo anche una sede) e ci torno non appena posso. Inoltre faccio ogni acquisto nel nostro Paese, l’arredo, il mobilio di casa mia, gli abiti ecc.
Angela Valenti Durazzo

Il Bilancio di Competenze


Photo: ambire.net
Per capire cos'è il Bilancio di Competenze utilizzo un'analogia presa dal mondo del mare. Per tracciare una rotta verso un porto preciso e voluto (approdo) occorre prima sapere dove siamo, ovvero fare il punto nave. Punto nave non sempre facile da determinare e che possiamo fare con strumenti manuali (sestante) o elettronici come il GPS. Una volta chiarito dove siamo, possiamo tracciare la nostra rotta sulla carta nautica, capire quanto dista la meta e calcolare dei tempi di percorrenza. Va da se che se il mare è mosso, abbiamo vento contrario e ci sono correnti la nostra rotta (teorica) sarà più difficile da mantenere e comporterà una navigazione (reale) più difficile.

Il buon esito della navigazione dipenderà quindi dalle nostre conoscenze tecniche, da una buona barca, dalla nostra bravura di marinai e dalla nostra esperienza.

Fuor di metafora: ogni persona che lavora ha un obiettivo lavorativo (approdo), e per raggiungere tale obiettivo deve sapere nel modo più preciso possibile dov'è (punto nave). Come scrivevo prima posso fare il punto nave con strumenti manuali o elettronici più sofisticati ma l'importante è avere dati utili (latitudine e longitudine) e non commettere errori. Quindi il lavoratore è bene sappia che posto ha nel contesto aziendale.
Alla rotta (teorica) segnata sulla carta nautica sappiamo però che dovremo sovrapporre la rotta (reale) dovuta alle condizioni meteo-marine che possono influenzare poco o tantissimo la navigazione. Il nostro lavoratore avrà in mente una progressione di "carriera" (soldi, funzione, responsabilità, riconoscimento...) che dovrà però tenere conto di interferenze, difficoltà, problemi intercorsi nel cammino, o magari insperati e positivi sviluppi professionali. Sovente la navigazione è perigliosa o addirittura occorre restare in porto al sicuro, ovvero l'azienda può andare in crisi, fallire o essere comprata da cinesi, indiani o chissà chi...

Se abbiamo studiato, sovente con grandi sacrifici personali e familiari è per cercare di avere un buon lavoro, avere sicurezza economica, fare progetti individuali o di coppia, mettere su famiglia.
Molte persone sono soddisfatte del loro lavoro, hanno motivazione e si sentono integrate nel contesto lavorativo. Altri, invece, si lamentano, sono insoddisfatti di come sono andate e come andranno le cose, sperano quanto prima di cambiare società ed ambiente lavorativo. Ebbene prima di fare scelte dettate più dalla voglia (legittima) di scappare, potrebbe essere utile e propositivo fare una bel Bilancio di Competenze.

Come si svolge: in pratica pongo una serie articolata di domande sulla formazione scolastica, sino all'Università, sulle esperienze lavorative e professionali svolte e sull'esperienza tratta da tali attività. Passo poi a valutare il livello di "autostima" della persona in rapporto alle sfide lavorative incontrate.
Utilizzo poi una griglia di domande per capire meglio come il soggetto affronta le difficoltà ed i problemi insorti in ambito lavorativo per poi analizzare il sistema di valori utilizzati.
Ovviamente occorre sondare la capacità della persona di creare, progettare ed inventare soluzioni in ambito lavorativo.
Ora, dal mio punto di vista, inizia la parte più importante del Bilancio stesso: conoscere la personalità del soggetto nel modo più approfondito con l'utilizzo di questionari e test proiettivi come il Rorschach o il test dei colori di Lüscher. Spezzo una lancia per ricordare che l'uso dei test proiettivi (cosiddetti di personalità) è consentito solo agli psicologi, anche per obblighi legislativi ed etici. Purtroppo tali strumenti vengono spesso utilizzati da persone non autorizzate e preparate, che creano più pasticci che buon servizio alla persona che si è rivolta loro...
Al termine del lavoro di raccolta dati e di confronto con la persona, si può ragionevolmente pensare di avere un buon quadro del soggetto con una scansione temporale del profilo lavorativo ed umano.
Ad onor del vero mi stupisce che le aziende utilizzino molto poco tale strumento in fasi diverse del percorso professionale di un lavoratore, quale che sia il suo livello e la sua funzione. Vorrebbe dire valorizzare ed orientare il lavoratore, organizzare meglio i flussi di informazioni e le procedure in azienda, in una parola stare meglio tutti e creare un clima più sano e collaborativo.
Dovrebbe essere uno dei cosiddetti benefits, ma sappiamo che sono percepiti più importanti l'auto, il cellulare, il computer portatile ed i buoni pasto!
Negli ultimi tempi delle persone mi hanno chiesto il Bilancio di Competenze vuoi prima di cambiare lavoro, vuoi per modificare percorsi di carriera sentiti non più motivanti, vuoi per capire meglio che lavoro sarebbe per loro più consono ed appagante.