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Giulia e Andrea

 

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Settimane fa a Milano nel corso di un seminario clinico una collega ci ha presentato il caso di Giulia ed Andrea, due ragazzi trentenni sposati da alcuni anni. 

Provengono entrambi da famiglie benestanti, i genitori di Giulia sono avvocati assai conosciuti ed i genitori di Andrea hanno una farmacia in centro a Milano.
In quella che scherzosamente dicono essere la loro “sola ribellione” hanno deciso di non seguire le orme genitoriali dato che lavorano entrambi nella scuola pubblica: Giulia insegna filosofia e Andrea matematica in due licei della città.
Sono entrambi molto sportivi, avrebbero potuto ben figurare anche a livello regionale nel nuoto, loro grande passione e che era stata l’occasione della loro conoscenza nella stessa società sportiva milanese. In breve tempo si erano fidanzati e dopo due anni sposati con il sostegno e la gioia di entrambe le famiglie.
Hanno una bella casa ricevuta in dono dalle rispettive famiglie, consapevoli che con il loro lavoro non avrebbero mai potuto acquistarla nemmeno dopo tanti anni…

Giulia e Andrea sono impegnati nel sociale, entrambi volontari alla Croce Rossa e frequentano assiduamente la vicina Parrocchia cui dedicano delle ore per il doposcuola di bambini e ragazzi.
Giulia è particolarmente dedita al sostegno di bambini e ragazzi, dato che ha una grande sensibilità e pazienza anche con gli “allievi” più difficili.
E qui si apre un capitolo particolarmente delicato della storia di Giulia e naturalmente  di Andrea.

La giovane desidera da tempo avere un figlio, totalmente sostenuta in questo suo desiderio da Andrea ma… ma nulla accade. L’ansia comincia a salire, i due giovani ne parlano con le rispettive famiglie per cercare sostegno e consiglio. Uno zio di Andrea che è primario medico in un ospedale milanese viene consultato e guida i due giovani verso colleghi ginecologi ed andrologi.
Giulia ed Andrea iniziano un percorso di consultazioni, visite ed esami per cercare di dare risposta alla mancata gravidanza della giovane.

Seguono mesi di pellegrinaggio da vari medici sia a Milano che in altre città presso Centri di alta specializzazione. Esami e visite non danno alcuna risposta, tutto è nella norma e non si capisce perché Giulia non resti incinta. Inizia una seconda fase di consultazioni presso Centri in Spagna e Inghilterra. Viaggi, visite, esami e consultazioni si susseguono e la vita dei due giovani è a dir poco stravolta da tutto ciò. In ultima analisi si affidano ad un Centro inglese molto conosciuto e rinomato nell’ambito clinico, la cui spesa (elevata) è sostenuta dalle rispettive famiglie.
Passa quasi un anno di tentativi, speranze e poi grandi delusioni che portano Giulia a lambire una depressione ed avere una crisi con Andrea dato che i fallimenti sono continui. A questo punto Andrea interviene decisamente e ferma tutto: non è possibile andare avanti così, consapevole che la vita di Giulia e della coppia è messa in grave rischio. 
Passano alcuni mesi senza l’incubo di visite e controlli, i due giovani ritrovano un minimo di serenità e decidono di abbandonare il progetto di avere un figlio in modo naturale.

Giulia ed Andrea avevano già messo in conto l’iter di un’adozione, preso atto del fallimento dei tentativi sin li svolti, ed iniziano le pratiche, disponibili anche all’adozione internazionale di un bimbo magari malato. Seguono altri incontri e colloqui che sappiamo essere non facili soprattutto per Giulia, che porta dentro di se il “fallimento” del suo desiderio di maternità. 
Non passa molto tempo che i due giovani vengono chiamati perché un bimbo italiano neonato e in stato di abbandono può essere a loro assegnato. Potete immaginare la gioia di Giulia, che non sta più nella pelle dalla felicità. 
Il piccolo arriva nella casa di Giulia ed Andrea, che sono totalmente dedicati alla creatura in un turbine di forti emozioni per entrambi con una gioia infinita dei due giovani e, manco a dirlo, delle famiglie. Su “decisa spinta” di Andrea, Giulia inizia un percorso psicologico (con la collega) per dare conto alle forti emozioni che vive, nell’alternarsi dapprima di sentimenti depressivi e ora di felicità per il bimbo.

Ebbene quando Donato, il bimbo adottivo ha quasi un anno, accade un fatto assai interessante.
Giulia rimane incinta, è sorpresa e fa tutti i test possibili che confermano la gravidanza senza ombra di dubbio. Giulia, appena ripresa dallo choc e in un misto di gioia e paura per tale evento fa di tutto per proteggere la gravidanza che, nello stupore di molti medici, prosegue serenamente sino alla nascita di Elena. 


La collega ci pone e si pone l’interrogativo di fondo: ma come, una coppia che aveva fatto ogni tipo di test, varie tecniche di PMA e dichiarata senza ombra di dubbio impossibilitata ad avere figli…?

E qui si aprono tanti interrogativi: è possibile che un percorso psicologico abbia in qualche modo “liberato” qualcosa nelle emozioni di Giulia tanto da permetterle di restare incinta?
Numerosi studi hanno evidenziato che le nostre emozioni, i nostri desideri ed i nostri pensieri agiscono sul corpo, sui muscoli, ed anche sui sistemi ormonali ed immunitari.
Dopo l’arrivo del bimbo adottivo Giulia si é forse sentita “autorizzata” ad avere un figlio in modo naturale, sapendo che nell’intimo della ragazza avere due figli rappresenta un equilibrio che sente giusto…? 
Ma allora il desiderio di un secondo figlio è così potente per Giulia da permetterle quel "...Misterioso salto dalla mente al corpo" di cui parla Felix Deutsch…?


Il testo è redatto nel rispetto del Codice della Privacy-GDPR-regolamento UE 2016/67 




Julie ed il cibo-veleno

  

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Julie
conduce la sua vita con un controllo totale su ciò che fa ed ovviamente su ciò che mangia.
E’ una trentenne molto magra che piace ai ragazzi (sue parole), sportiva e che ama vestirsi bene. Ha studiato contabilità ed al momento di scegliere se continuare gli studi o lavorare si concede un anno di libertà per viaggiare lontano, in Estremo Oriente, che è il suo sogno.
Viaggia quasi sempre da sola, occasionalmente con altre persone conosciute nelle tappe intermedie del suo vagabondare. Spesso prende dei rischi in città o in zone non particolarmente sicure ma non ha paura, sente di sapersela cavare.
La vera sfida, per lei, è il mangiare: assume pochissimi alimenti, sempre gli stessi e nel viaggiare non sempre riesce a dare seguito al suo controllo. Perde qualche chilo nel corso del viaggio ma le difficoltà del cibo sono compensate dei meravigliosi posti che visita.
Al ritorno a casa sente che per lei è meglio lavorare che continuare a studiare e viene assunta da un commercialista della sua cittadina.
Julie è precisa, ordinata e affidabile, in breve tempo è apprezzata dal titolare e dalle colleghe più anziane, e diviene la mascotte del piccolo gruppo di collaboratori.
Ha sempre avuto dei ragazzi ma non si sente pronta per una “storia seria” né per una famiglia, Per Julie famiglia coincide con matrimonio e figli ma lei non vuole sposarsi e, anche se le piacciono i bambini con cui gioca spesso, non si sente “pronta”.
Julie è figlia unica, vive con i suoi genitori e la loro relazione è buona, si confida spesso con la mamma ed il papà è adorabile, cortese ed attento ai bisogni della figliola.
Sono una famiglia molto unita ben inserita nella comunità del paese: il padre è benefattore alla chiesa, la mamma aiuta i bambini a fare i compiti al doposcuola della parrocchia e Julie canta nel coro cittadino.
L’unica preoccupazione dei genitori è il peso di Julie, sempre magra e filiforme. Hanno tentato per anni di farla mangiare soprattutto variando gli alimenti ma invano. Ora si sono arresi all’idea che la loro figliola mangi solo alcune verdure ed un pò di riso in bianco ogni giorno senza mai variare. Non solo, prepara lei stessa il cibo, lo cucina e mangia separatamente dai genitori con la scusa che lei va piano e loro troppo in fretta !
Beve solo acqua di una marca particolare di cui ha una riserva enorme per il timore di restare senza, dato che l’acqua del rubinetto è per lei “inquinata”.
Se Julie non riesce a seguire il suo “rito” del cibo è un disastro, diviene aggressiva sino a che torna ad essere tutto sotto il suo controllo.
In ufficio mangia il cibo che si porta da casa e mai con le colleghe, loro sanno del suo “rito” e la lasciano stare, dato che per il resto è una simpatica e cortese ragazza.
Per andare in ufficio Julie usa il suo scooter ed è sempre prudente ma un giorno viene investita da un’auto che non le da la precedenza ad un incrocio. Lo scontro è piuttosto grave, Julie si frattura il polso e la caviglia destra, oltre ad alcune ferite al viso procurate dalla rottura del parabrezza dello scooter.
Viene soccorsa e portata all’ospedale della cittadina sotto choc, ovviamente, e potete ben immaginare l’angoscia dei genitori accorsi immediatamente dalla loro figliola.
Ma più che le ferite del corpo Julie soffre per il dovere mangiare ciò che l’ospedale prepara per tutti i pazienti… Chiede di avere il “suo cibo” ma non le viene concesso, anzi litiga con le infermiere, urla che DEVE MANGIARE le sue cose e non certo quelle dell’ospedale!
Risultato: viene chiamato per consulto lo psichiatra che la imbottisce di farmaci (tramite iniezioni) così che non possa rifiutare le pillole.
Julie è disperata, non mangia per giorni, urla con le ultime forze che ha ma invano.
Il ricovero si prolunga per via delle ferite piuttosto serie e Julie perde molto peso, nonostante gli inviti dapprima cortesi poi decisi per mangiare qualcosa. I genitori si offrono di preparare il “suo cibo” e portarlo a lei ma l’ospedale rifiuta.
Appena Julie è stabilizzata dal punto di vista ortopedico, si ritrova in psichiatria dato che ora i medici sono molto preoccupati per la sua “anoressia”.
Oltre ai medici, con cui ha scontri verbali, vede anche la psicologa che comprende bene il tormento e l’angoscia di Julie per il cibo ed è proprio lei che le propone, appena potrà uscire, di contattare Soremax per il suo problema “alimentare”.
I genitori fanno carte false per farla uscire appena possibile dal reparto psichiatrico ed alla fine riescono nell’intento, speranzosi che Soremax possa fare davvero qualcosa per la figliola.
Quando la incontriamo zoppica vistosamente ed ha una cicatrice sul viso, è molto arrabbiata e decisamente sottopeso.
All’inizio valorizziamo il suo “rito alimentare” fatto di verdure e riso in bianco, dato che per lei è al momento intoccabile. Al contempo però la interroghiamo sul perché non possa mangiare altri alimenti e bere solo la sua acqua. La risposta è forte e chiara: perché sono avvelenati !
Colpo di scena, Julie considera le verdure e il riso in bianco che lei prepara l’unico cibo non avvelenato che può assumere. Quindi ha senso, dal suo punto di vista, mangia ciò che non le fa del male, non la intossica ed avvelena.
Il lavoro di Soremax consta di due “aspetti” che si integrano a vicenda: la parte psicologica nelle sedute individuali o di gruppo per dare parola a Julie e ricostruire per quanto possibile la genesi della sua profonda sofferenza.
Il secondo aspetto consiste nell’avvicinare la persona al cibo in una ritrovata esperienza. Il pensiero di fondo è molto semplice ma efficace: la stragrande maggioranza delle persone che soffrono di “disturbi alimentari” vive il cibo come minaccia, conflitto e/o veleno nei casi più seri.
È basilare accompagnare la persona a “scoprire” colori, sapori, odori e consistenza dei cibi, senza alcuna forzatura a mangiarli. È una prospettiva assai diversa in cui il peso, le calorie, il grasso e gli zuccheri non contano per dare spazio alla novità del conoscere gli alimenti per riscoprire il piacere di nutrirsi. Facile ovviamente a dirsi, soprattutto per persone che per anni hanno combattuto con il cibo vissuto minacciosamente, ma un sentiero di cura che per la nostra esperienza ha dato ottimi risultati. Va anche detto che tale percorso che richiede del tempo e molta pazienza si svolge senza mai giudicare le persone o spingerle a “mangiare”…
Molto utile è anche coinvolgere le persone nella scelta ed acquisto del mangiare, in un
accompagnamento rispettoso ed empatico di cui le persone hanno un bisogno estremo.
Questo nostro “protocollo” ha consentito a Julie dolcemente di accettare di assaggiare piccoli ingredienti da aggiungere al “suo cibo standard” senza alcun obbligo di mangiare il tutto.
Questa libertà consente a Julie di “tenere ancora sotto controllo” il cibo ma ritrovare (o trovare) gusti e sapori sconosciuti forse da troppi anni. Il test PCS che proponiamo alle persone ci consente di meglio comprendere quali alimenti o ingredienti sono vissuti come “minacciosi”, pericolosi ed impossibili a mangiare e proporre di conseguenza “assaggi” per tentare di rompere il circolo vizioso in cui la persona si è imprigionata. È un lavoro artigianale e personalizzato e non potrebbe essere diversamente dato che ogni persona ha una sua storia, dei nodi emotivi irrisolti, dei bisogni e delle paure.
Julie sta sperimentando il nostro protocollo, senza correre ma con quel pò di curiosità che è un potente motore di trasformazione…

Il testo è redatto nel rispetto del Codice della Privacy-GDPR-regolamento UE 2016/679














Limitazione della libertà al tempo del coronavirus. Ripercussioni psicologiche

Associazione Psicologi Italiani in Francia

 

Sono stato accolto tra i membri dell'APSI, ASSOCIAZIONE PSICOLOGI ITALIANI IN FRANCIA. Mi fa molto piacere condividere esperienze e progetti con colleghi italiani su temi di psicologia e psicoterapia ed affrontare, dal nostro vertice di osservazione, la sofferenza ingenerata dalla pandemia a seguito del Covid19.

L’APSI è costituita da psicologi italiani che vivono e lavorano in Francia. Molti di noi si sono incontrati la prima volta il 21 marzo 2019 presso il Consolato d’Italia a Parigi, in occasione della prima riunione, organizzata dalla Console Generale d’Italia, Emilia Gatto, per i medici e gli psicologi italiani a Parigi. A partire da questa data e da altri incontri che sono seguiti, è nata l’idea di creare un’associazione di psicologi italiani.

I tre membri fondatori, Anna Arrivabene, Cinzia Crosali e Alessandra Di Palma, hanno cominciato a lavorare attorno al progetto di fondazione dell’associazione, alla sua missione e agli statuti. Dopo qualche mese le riunioni si sono allargate e altri colleghi hanno iniziato a collaborare alla creazione dell’associazione.

L’APSI è nata ufficialmente il 26 novembre 2019, attraverso la sua registrazione presso la Prefettura di Parigi. Il nostro intento è quello di creare una rete, non solo tra gli psicologi italiani che lavorano in Francia, ma anche con altri professionisti italiani della salute. L'obiettivo è di offrire ai nostri connazionali una piattaforma di psicologi sperimentati, di costruire un confronto formativo tra le specifiche competenze di ogni aderente, e di organizzare insieme eventi culturali aperti al pubblico.  

La nostra particolarità è quella di essere un’associazione eterogenea e composita, in cui psicologi italiani di diverso indirizzo si associano e si confrontano con l’obiettivo comune dello sviluppo e dell’approfondimento della pratica clinica. Desideriamo dialogare e interagire con le associazioni italiane a Parigi e in Francia: culturali, ricreative, sanitarie, imprenditoriali; ma anche con gli artisti, i professionisti, i ristoratori, gli stilisti, gli scrittori… della nuova e dell’antica emigrazione.

Offriamo un ascolto e un aiuto psicologico per i problemi legati all’inserimento nella realtà francese, per il disagio dovuto ai nuovi sintomi della nostra realtà sociale. Riceviamo coppie, famiglie, bambini, adulti, adolescenti. Ci occupiamo dei problemi di depressione, ansia, fobie, problemi alimentari, difficoltà nelle relazioni sociali, nella sessualità, nel ruolo genitoriale, nel lavoro e nello studio.

L’APSI fa attualmente parte del CAP (Coordinamento delle Associazioni dei Professionisti italiani) e la sua attività è stata accolta positivamente anche dalla nuova Console generale d’Italia a Parigi, Irene Castagnoli, che ha dato il suo appoggio al nostro progetto.

Dal mese di marzo 2020, l’APSI ha offerto un’azione di sostegno psicologico gratuito ai connazionali italiani bisognosi di aiuto e in difficoltà di fronte alla crisi sanitaria (Covid -19) . Questo progetto è stato sostenuto dal Consolato, dai CAP, dai COMITES e dalla comunità italiana. Abbiamo operato in collaborazione con i medici italiani impegnati nello stesso momento sul fronte sanitario.

Attualmente l’APSI conta più di 30 membri di vario indirizzo : cognitivo, comportamentale, psicoanalitico, sistemico, fenomenologico, antropologico-trasformazionale, gestaltico, costruttivista, strategico, integrativo… Ciascuno di noi partecipa al confronto con i colleghi nel rispetto delle diversità degli approcci e dei riferimenti teorici e soprattutto nel rispetto della diversità soggettiva dei pazienti e della complessità della sofferenza psichica che incontriamo nella nostra pratica quotidiana. E’ con questo spirito che gli psicologi italiani dell’APSI desiderano fare della loro associazione un luogo di lavoro, di incontro e di promozione della pratica clinica e della ricerca. 

Sito APSI: https://www.apsi-psicologifrancia.com/home.html