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Giulia e l'ADHD

 

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Giulia ha otto anni quando arriva in consultazione accompagnata dalla mamma. È una bambina minuta, con lo sguardo vivace e curioso; durante il colloquio esplora la stanza, tocca gli oggetti e fatica a rimanere seduta. Interrompe spesso, ma non con intento oppositivo: sembra piuttosto trascinata da un flusso interno difficile da regolare.
La richiesta di aiuto parte dalla scuola primaria che segnala difficoltà attentive, impulsività, conflitti con i compagni e un rendimento altalenante. Gli insegnanti convocano i genitori e parlano di una bambina intelligente, intuitiva, ma “imprevedibile”: può partecipare con entusiasmo e subito dopo distrarsi completamente, alzarsi senza permesso o reagire in modo eccessivo a una frustrazione minima. 
Due anni prima i genitori si erano separati in modo conflittuale. Ai forti sentimenti iniziali ed alla gioia per la nascita di Giulia aveva fatto seguito una crisi tra i due con incomprensioni e litigi talvolta aspri. Ad oggi la comunicazione tra loro è tesa e mediata quasi esclusivamente da messaggi formali. Giulia vive prevalentemente con la madre e con i nonni, che sono molto disponibili, e trascorre con il padre weekend alterni.
Nel racconto materno emerge stanchezza: “Con me non ascolta, devo ripeterle le cose cento volte”. Il padre, in un colloquio separato, minimizza: “È una bambina vivace, come lo ero io. Non ha niente che non va”.
Spinti dalla scuola i genitori sottopongono Giulia ad una serie di test che confermano la valutazione clinica di un quadro compatibile con Disturbo da Deficit di Attenzione-Iperattività (ADHD). Tuttavia, ciò che colpisce maggiormente non è solo la sintomatologia attentiva e comportamentale, ma la fragilità emotiva che emerge nei momenti di passaggio tra le case della mamma e del papà.
Giulia racconta che il giorno prima di andare dal padre ha mal di pancia. Quando torna dalla madre, è spesso irritabile e oppositiva. In seduta dice: “Se faccio la brava, forse non litigano più”. Questa frase sembra condensare il suo vissuto: una bambina che interiorizza il conflitto genitoriale e si attribuisce una responsabilità che non le appartiene.
Le differenze educative tra i genitori risultano marcate. La madre cerca di mantenere routine strutturate, orari regolari e limiti chiari. Il padre adotta uno stile più permissivo, le lascia vedere la televisione ed ha poche richieste strutturate. Giulia si muove tra due sistemi normativi incongruenti. La sua difficoltà di autoregolazione, tipica dell’ADHD, trova in questa incoerenza un terreno che amplifica disorganizzazione e impulsività.
In terapia individuale, Giulia mostra una buona capacità simbolica attraverso il gioco. Nei disegni compaiono spesso case separate, collegate da ponti fragili o spezzati. I personaggi sono agitati, in movimento costante. Lavorando sulle emozioni, fatica inizialmente a nominarle; tende a passare rapidamente dall’euforia alla frustrazione. Gradualmente, attraverso tecniche di regolazione emotiva e rinforzo delle competenze sociali, inizia a riconoscere segnali corporei di attivazione e a chiedere aiuto prima dell’esplosione comportamentale.
Parallelamente viene avviato un lavoro con entrambi i genitori. Separatamente partecipano a incontri di parent training sull'ADHD, finalizzati a comprendere che il comportamento della figlia non è né “capriccio” né “colpa educativa”, ma espressione di una difficoltà neuro-evolutiva che necessita coerenza e prevedibilità. Successivamente, in incontri congiunti, si lavora su accordi minimi condivisi: routine simili per i compiti, regole chiare sull’uso della televisione, modalità comunicative meno accusatorie in presenza della bambina.
Dopo alcuni mesi, la scuola segnala una maggiore stabilità: Giulia si alza ancora dal banco, ma riesce più spesso a completare le attività; i conflitti con i compagni di classe diminuiscono. I momenti di passaggio tra le due case restano delicati, ma vengono introdotti rituali di transizione che la aiutano a sentirsi più sicura.
Clinicamente, il caso evidenzia come l’ADHD non si sviluppi nel vuoto relazionale. La vulnerabilità neuro-biologica della bambina si intreccia con l’instabilità del contesto familiare. L’incoerenza educativa e la tensione tra i genitori non causano il disturbo, ma ne modulano l’espressione e l’intensità.
Il lavoro terapeutico, integrando intervento sul minore e sostegno alla genitorialità, permette una progressiva riduzione del sintomo come unico canale espressivo del disagio. Giulia non smette di essere vivace e intensa, ma inizia a disporre di strumenti per abitare quella intensità senza esserne travolta.


Il testo è redatto nel rispetto del Codice della Privacy-GDPR-regolamento UE 2016/67 







Il principio della "rana bollita"


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Il principio della rana bollita: 

Se si butta una rana in un contenitore di acqua bollente la bestiola, come tocca l’acqua, spicca un salto fulmineo e riesce ad uscirne viva. Se si mette la rana nell’acqua fredda e si riscalda molto lentamente il contenitore fino ad ebollizione, la bestiola finisce bollita senza mostrare alcun segno di reazione e senza tentare di venirne fuori. Conosciamo tutti la metafora: quando un cambiamento viene effettuato in maniera sufficientemente lenta e graduale sfugge alla consapevolezza e non suscita nessuna reazione ed opposizione.

Il principio della rana bollita è utilizzato dal filosofo americano Noam Chomsky in riferimento ai popoli che accettano passivamente restrizioni, vessazioni, scomparsa di valori in totale passività. Medesimo principio può essere usato per il comportamento delle persone passive, remissive, disinteressate e disattente, che si deresponsabilizzano di fronte ai cambiamenti in corso.

Scrive Chomsky: “Se guardiamo ciò che succede nella nostra società da alcuni decenni ci accorgiamo che stiamo subendo una lenta deriva alla quale ci abituiamo. Un sacco di cose, che ci avrebbero fatto orrore 20, 30 o 40 anni fa, a poco a poco sono diventate banali, edulcorate e oggi ci disturbano solo leggermente o lasciano decisamente indifferenti la gran parte delle persone. In nome del progresso e della scienza, i peggiori attentati alle libertà individuali, alla dignità della persona, all’integrità della natura, alla bellezza ed alla felicità di vivere, si effettuano lentamente ed inesorabilmente con la complicità costante delle vittime, ignoranti o sprovvedute. Proprio come la rana bollita, cotta a puntino, mentre sguazzava tranquilla nella sua acqua sempre più tiepida."

Anche il sociologo americano Joseph Overton ha lavorato su questi concetti: egli è noto per la sua teoria di ingegneria sociale, conosciuta coma "La Finestra di Overton". Overton ha studiato ed analizzato i meccanismi di persuasione e di manipolazione delle masse. Era particolarmente attratto dal comprendere come si potesse trasformare un’idea inaccettabile per la società in un certo momento storico e dopo alcuni anni essere considerata accettata e "normale".

Overton identifica una sequenza in progressione che consta di sei fasi:

1) Inconcepibile. Potremmo dire l'apertura della "finestra". L'idea o il comportamento è impensabile, rifiutato, spesso considerato orrendo o vietato. Però se ne parla sempre più spesso...

2) Estrema. L'idea o il comportamento è sempre considerato molto negativamente però qualcuno inizia a fare timidi distinguo e propone delle eccezioni.

3) Accettabile. Che si può sintetizzare nel modo seguente:  “Io non lo farei mai, ma perché impedirlo ad altri?” Overton nota poi che alla televisione molti "esperti" affrontano l'argomento che quindi è sempre più diffuso al gran pubblico.

4) Ragionevole. In questa fase Overton nota che l'idea o il comportamento ha perso gran parte dell'aspetto negativo o ripugnante. Si pensa: "Se riguarda poche persone può essere tollerato".

5) Diffusa. L'idea o il comportamento si diffonde rapidamente, sovente tramite i cosiddetti "influencer", che veicolano con la forza della loro persuasione il tema in oggetto.

6) Legalizzata.  L’idea o il comportamento viene accettato, normalizzato e sancito ufficialmente.

Overton si astiene dal connotare "politicamente" la sua analisi. Il suo scopo è approfondire i passaggi tramite i quali un'idea o un comportamento connotato negativamente o proibito può (ovviamente in un tempo adeguato) un po' alla volta divenire accettabile e "normale" per le persone.

Overton è ben consapevole della forza di persuasione dei media (tv e giornali) e dell'opinione pubblica nel fare accettare un po' alla volta idee e comportamenti che qualche anno (o decennio) prima non sarebbero stati mai considerati normali. Overton (morto nel 2003 a soli 43 anni) non aveva ancora conosciuto l'immensa forza di persuasione di Internet e dei Social che stavano nascendo, ad esempio Facebook è del 2004. 

Un classico esempio di finestra di Overton è il proibizionismo negli Stati Uniti. Nel periodo dal 1920 al 1933 negli Stati Uniti d'America tramite il XVIII emendamento e il Volstead Act venne sancito il bando sulla fabbricazione, vendita, importazione e trasporto di alcool. Era il cosiddetto "proibizionismo", che tutti noi abbiamo visto in numerosi film americani. Pensate che oggi si potrebbe mai riproporre il "proibizionismo"...?

La finestra di Overton può anche spiegare come alcuni popoli abbiano potuto accettare e condividere idee e comportamenti violenti, razzisti e distruttivi (tipici delle dittature) nel volgere di non molti anni. Il riferimento è ai totalitarismi del nazismo e del comunismo, alle operazioni militari chiamate "missioni di pace" ed alle limitazioni delle libertà fondamentali a causa della pandemia...

Maria e Paul

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Maria è venuta in consultazione dicendo: “Mi sembra che la mia vita stia andando avanti senza di me.” Una frase che all’inizio può sembrare bizzarra, ma in realtà è un segno molto concreto di sofferenza, di "disallineamento" interno.

Maria, trentenne è fiorentina e vive da sei anni a Lione. Quando racconta del trasferimento, si percepisce che allora era carica di entusiasmo: la nuova città, il lavoro, l’idea di reinventarsi. E poi, quasi come una parentesi, dice: “E poi ho incontrato Paul.” Quella parentesi, in realtà, è diventata fondamentale per la sua vita francese. Si sono sposati, hanno costruito una quotidianità stabile, affettuosa e molto funzionante.

La difficoltà è arrivata dopo. Non con un trauma, non con un evento singolo, più come una crepa che si allarga lentamente. Lei stessa non sa esattamente quando sia iniziata. Forse quando era triste nel viaggio di rientro a Lione dalla sua Firenze. O quando ha iniziato ad avere quelle sensazioni strane, non veri attacchi di panico, ma momenti in cui la realtà sembrava scivolare un po’ di lato, come se fosse leggermente sfocata. Durano pochi secondi, ma sono bastati a farla spaventare.

La sua voce, quando ne parla, non è drammatica. È più come se fosse sorpresa da se stessa: Non capisco perché succede. Non sono fatta così.”

Ed è proprio questo uno dei punti cruciali: il fatto che ciò che prova non corrisponde più alla persona che crede di essere. Il senso di identità, nel suo caso, non è tanto “rotto” quanto disallineato. Maria si sente sospesa tra due luoghi, due appartenenze, due versioni di sé. In Italia non si sente più davvero “di casa”, ma in Francia non si sente del tutto “arrivata”.

E poi c’è la questione dei figli. Il marito è pronto, lei no. Non “solo no”: un no pieno di inquietudine. Dice: “Come faccio a decidere dove costruire una vita nuova, se non riesco a capire dove ho lasciato la mia?”
Non c’è rifiuto materno, né un problema di coppia in senso profondo. C’è una paura più vasta, quasi identitaria: la paura di radicarsi in un posto mentre una parte di sé è ancora altrove.

Nel modo in cui parla, si vede che non ha mai davvero preso in considerazione la possibilità di essere una persona divisa, complessa, intrecciata a due mondi. Lei cerca un “posto giusto” in cui collocarsi, e il problema è proprio che quel posto non esiste come entità singola. Esiste la possibilità di essere entrambe le cose, ma questo per lei è un concetto ancora difficile da accettare.

Durante i colloqui, Maria è sempre molto rispettosa, molto ordinata nel modo di raccontarsi. Ma basta farle la domanda giusta, o toccare una corda emotiva e improvvisamente le si inumidiscono gli occhi, non perché stia “crollando”, ma perché è esausta da mesi di equilibrio precario. Dice spesso: “Mi manca qualcosa, ma non so cosa.”

Maria non si può definire depressa, dorme male dato che non sente di riposare davvero ed il suo rapporto con il cibo è "normale", ma ha sempre quella sensazione di vedere la sua vita come "sfocata".

Sembra sempre dovere scegliere dove vivere, Italia o Francia. Italia che è la sua terra con i genitori anziani e due fratelli. Sono sempre stati una famiglia unita ed hanno supportato Maria quando per lavoro si è trasferita a Lione. Lei rientra ogni due-tre mesi per qualche giorno a casa a Firenze ed è un bel momento per tutti, ritrovarsi ed abbracciarsi. Paul è stato accolto molto bene in famiglia, è un giovane simpatico e parla già bene l'italiano, il che lo rende ancor più amato da tutti loro. Peraltro la Francia le ha fatto conoscere Paul che è davvero l'uomo della sua vita e le consente di insegnare italiano all'Università, sua grande passione. Anche i familiari di Paul le vogliono bene ed hanno grande stima di lei.

Per molte sedute lavoriamo sul suo senso interno di continuità. Spesso non è necessario “scegliere” una patria emotiva: può averne due... L’appartenenza non è un luogo, ma un processo. E lei ascolta, riflette, porta ogni settimana un pezzetto nuovo di quel puzzle. 

Adesso, dopo qualche mese, si sente meno angosciata. I risvegli notturni sono diminuiti, gli episodi di sfocatura della realtà sono più rari. E soprattutto, parla di sé con meno colpa. Non dice più “Dovrei essermi abituata ormai”, ma“Sto imparando ad abitare entrambe le mie parti”.

Una svolta importante (e inaspettata) avviene un giorno quando sta per lasciare Firenze per tornare a Lione: nel salutare i familiari la mamma l'abbraccia e le dice quasi sottovoce che non avrebbe mai pensato di avere una figlia di cui andare così orgogliosa dopo.....  Dopo che? Maria non capisce e chiede alla mamma. La mamma quasi in lacrime le confessa che prima di Maria aveva perso un bambino e per lei era stata un'esperienza traumatica che nessuno dei figli sapeva. Ora per Maria si apre una consapevolezza importante: che paura le ha passato "inconsciamente" sua mamma in riferimento ad una gravidanza? Maria ha bisogno di parlare di ciò per molte sedute ed ha l'impressione che qualcosa possa cambiare dentro di lei in riferimento a ciò che sente come un mancato desiderio di avere un bambino, che invece Paul desidera.

Ovviamente ne parla con Paul, che accoglie il racconto e la consapevolezza di lei come un passaggio decisivo per la serenità e "crescita" psicologica di Maria al di là dell'avere o meno un figlio. 

Lavorare su questo aspetto porta Maria ad avere sempre meno quei momenti di "sfocatura", racconta in seduta un sogno in cui ha due gemelli e che devono decidere con Paul i nomi...

Ne è piacevomente sorpresa, anche se è consapevole che ha ancora bisogno di tempo per capire quanto è suo il desiderio di un figlio e quanto sente di volerlo per l'amore che ha nei confronti di Paul. 

Il cammino è ancora aperto.  Ma c’è una differenza netta tra la donna che è entrata la prima volta in seduta, tesa e trattenuta e quella che ora si concede di dire: “Forse posso stare dove sono, anche se non so ancora definirlo” e, clinicamente parlando, questo è un movimento enorme.

 

Il testo è redatto nel rispetto del Codice della Privacy-GDPR-regolamento UE 2016/67