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Aiuto sto crescendo!




Aiuto, sto crescendo!

“…E sto crescendo da solo…”, si potrebbe aggiungere al titolo del testo presentato alla Casa della Psicologia il 7 Febbraio 2017, all’interno della rassegna “gli strumenti della psicologia per la prevenzione, la riabilitazione e il sociale”.
Il giornalista Carlo Verdelli nota, dal suo osservatorio di cronista della vita quotidiana, che comprende la fabbrica, i luoghi della contrattazione sindacale, la politica, ma anche – come padre e cittadino – i luoghi in cui crescono le nuove generazioni, che se si può pensare ad una “cifra” della contemporaneità, questa potrebbe essere la solitudine.
I bambini crescono da soli, in un mondo sempre più indaffarato, crescono a loro volta indaffarati, come piccoli manager, fra corsi di inglese e di Karate, fra corsi di musica e di teatro. Una solitudine che è spesso appesantita da un rumore di fondo, un’attività frenetica quanto privata da una vera disponibilità relazionale. Una solitudine che è l’effetto, il riscontro potremmo dire, dello smarrimento proprio del mondo adulto, una solitudine affollata di gadget ma anche di presenze, che tuttavia sono smarrite e non in grado di offrire modelli, di indicare un futuro. I “post bambini”, e in generale gli adolescenti nati a cavallo del nuovo millennio, sanno che la loro vita si sviluppa per lo più in orizzontale, è una vita di oggetti, di apparenti sicurezze, che cela un’assenza radicale di futuro, di quel futuro verticale, che è ancora presente, fantasmaticamente, come ideale, per le generazioni precedenti, ma che non è più disponibile per loro. “I bambini sanno che crescono, studiano, vanno all’università, ma dopo l’adolescenza, qualcosa sembra non più pensabile. Respirano questa precarietà, questa nebbia, la sentono attorno a loro”.
Certo non è un sapere conscio, non è un pensiero, è piuttosto un’atmosfera, un “bagno” , nel quale sono immersi bambini, adolescenti e adulti, tutti  condannati a rassomigliare a questo “adolescente eterno” che sembra aver catturato l’immaginario collettivo.
Da dentro questo “bagno”, di incertezza, solitudine e precarietà esistenziale, la curatrice di “Aiuto sto crescendo” Pamela Pace e gli autori Aurora Matroleo, Marta Bottiani, Graziano Senzolo, Laura dalla Ragione e molti altri, ci permettono di esplorare i mutamenti antropologici che queste nuove coordinate dell’Altro sociale comportano, nei corpi stessi, nelle biologie, dei soggetti preadolescenti.
Quello che accade, nelle patologie e nei disturbi dell’alimentazione della pubertà, è che il corpo, il soggetto e l’Altro, si disarticolano, faticano a trovare un accordo, una sintonia, un impasto.
L’adolescenza sembra diventata l’unica certezza, l’unico momento del ciclo di vita che la società post-capitalistica, liquida e globalizzata, è in grado di proporre, come modello, come momento evolutivo, di crisi, di passaggio, che diviene statico, impossibile, incompiuto.
Così, ad una pubertà sempre più precoce, anche sul piano strettamente biologico (il menarca compare in età sempre più infantili, 8 anni e mezzo, 9 anni); ad una sessualità che viene esplorata fra coetanei sempre più precocemente; fa riscontro una immaturità sociale, una dipendenza dall’Altro familiare, che si estende ormai ben oltre i limiti dell’adolescenza, per varcare le soglie dell’età adulta. La dipendenza da un Altro familiare che vive il bambino come parte del proprio corpo, in una dimensione narcisistica, e che spesso fatica a favorire processi di separazione, producono fenomeni di profondo conflitto inconscio, fra spinte evolutive e regressive.
Giunti sulla soglia della società civile, spinti dalle trasformazioni corporee a fare i conti con lo specchio e con il mutamento radicale dello sguardo dell’Altro, spesso questi post-bambini, non ancora adolescenti e non  in grado di acquisire un’identità sessuale, incapaci di dare una risposta soggettiva alla tempesta ormonale che li travolge, finiscono per ricorrere al disturbo alimentare, come modalità estrema, extrema ratio, per arrestare lo sviluppo in corso, fermare l’orologio, pietrificarsi sulla soglia.
La psicoanalisi ci insegna che non esiste una causalità lineare, e che ciò che si riattualizza nella pubertà, ha a che vedere con i fallimenti, con le fatiche del processo di soggettivazione che si svolge nella primissima infanzia.
E’ la risposta soggettiva, unica, di questi soggetti bambini alle mutazioni del corpo, e al suo essere immerso nella dimensione relazionale, che permette di decodificare il messaggio, di decriptare l’appello di questi soggetti, sulla soglia dell’adolescenza.
Sono spesso i genitori a dare l’allarme, peraltro, a portare la loro sofferenza, la loro impotenza, il loro allarme, il loro stupore. Si lamentano di quello che accade nel cuore della quotidianità, a tavola, nel bagno. Assistono impotenti e sconcertati ai rituali di eliminazione del cibo, alle torture inflitte al corpo. Sono loro a dar voce ad una sofferenza difficile da descrivere, che si manifesta nel corpo del loro figlio o figlia, e che non riesce a trovare parola.
Il testo esplora le varie declinazioni di questa disarticolazione, di questo scollamento, fra corpo, soggetto e Altro, illustrando come l’équipe interdisciplinare di Pollicino sia riuscita, nel corso degli anni, a rispondere a questa complessità offrendo un ascolto corale, in grado di far suonare tutti gli strumenti e tutte le discipline, per permettere al sintomo singolare del soggetto, di trovare il suo posto e di costruire la sua propria soluzione.
Endocrinologi, pediatri, ginecologi, nutrizionisti, psicologi, educatori, servizi ambulatoriali e ospedalieri, ogni strumento è messo a disposizione, piegato, messo al servizio di un reciproco ascolto, rispettoso e profondo che mette al centro la parola dei pazienti e dei familiari, il loro sapere.
L’intervento multidisciplinare testimoniato da “Pollicino” non ci offre un sapere “pret à porter”, ma un modo originale di pensare ciascuna amenorrea, ciascuna obesità, e di ripensare le sindromi e i quadri patologici nella loro possibile articolazione soggettiva. Così, se è vero che esiste, anche in medicina, una assodata concatenazione causale fra calo ponderale importante e scomparsa del ciclo mestruale, così come possiamo dire in linea di massima che può esserci una correlazione, fra abuso sessuale e obesità infantile, non esistono ricette, e tanto meno facili reversibilità. A volte, il ciclo permane molto a lungo, nonostante importanti cali ponderali, mentre altre volte, tarda a ricomparire, anche dopo anni di recupero di un’alimentazione corretta. Lo scollamento, il gap, fra corpo, risposta soggettiva e risintonizzazione con l’Altro, ci mostrano, caso per caso, le zone intermedie, i nodi, le aree grigie in cui si situa spesso il trauma, l’impossibile a dirsi, il “non saputo”, che è quel sapere custodito nel corpo e nei suoi misteriosi equilibri endocrinologici e biochimici. Ed è solo prendendo per buone, ascoltando queste aree grigie, accogliendole, senza volerle rimuovere e sopprimere, che è possibile predisporre, preparare per il soggetto, quel terreno, quello sfondo, entro cui egli stesso saprà ritrovare la sua strategia di risposta. Il passaggio può essere quello di un ricordo recuperato, di una paura affrontata, di una rivendicazione antica, ma non ancora mentalizzata, e per ottenere questi risultati, si diventa in grado di aspettare, di sospendere una risposta farmacologica, di accogliere una paura o una resistenza. Pamela Pace e Aurora Mastroleo hanno mostrato come ogni intervento, ogni risposta, anche sul piano concreto (ospedalizzazioni e interventi medici, spesso comunque indispensabili e ineludibili), non possa prescindere da un’attenta valutazione e ascolto di quello che il soggetto intende farsene. Accogliere, quindi, la domanda di cura, l’ansia del genitore, passando attraverso l’inclusione del corpo sofferente del fanciullo “sulla soglia” dell’età puberale, valorizzare il sapere di tutti dentro l’équipe multidisciplinare degli specialisti, costituisce la strategia, ma più ancora la prospettiva etica, dello staff di Pollicino Onlus. Un sapere mai saturo, che si costruisce e si decostruisce ogni volta che una nuova famiglia suona il campanello, dal momento che quella richiesta di aiuto contiene in sé la risorsa, preziosa, di un discorso che può essere riaperto.

Come si sentono i pazienti con Disturbi del Comportamento Alimentare

Guardate questo interessante filmato del Dr. Sabba Orefice, girato all'ARP di Milano


Trump e Renzi: l'invidia in politica


Perché così tanta gente, anche intelligente e colta ha votato Trump? E perché tanti italiani, anche colti e scolarizzati, paragonano Trump a Renzi?
È evidente che le posizioni di Trump su: immigrazione, donne, armi e giustizia (per non parlare della volgarità del suo linguaggio) sono enormemente più vicine a Grillo, Salvini Berlusconi, Gasparri, Meloni etc., che sono tutti contro Renzi e per il no al referendum costituzionale. Per altri versi abbiamo visto come Renzi e Obama andassero d’accordo fino all’endorsment di Obama sul referendum.
Allora perché qualcuno paragona Trump a Renzi?
Giochetti della politica? Egoismo? Paura? Certo in parte sicuramente... ma questo non spiega la totale irrazionalità del paragone e ad esempio non spiega la scelta delle donne americane di votare per Trump.
Sappiamo come la comunicazione politica faccia leva sempre sulle emozioni, per cui anche le persone più informate votano con la pancia e non con la testa...
Penso che inconsciamente il principale sentimento su cui ha fatto leva e che spiega questa irrazionalità sia l’invidia. 
L’invidia, come sappiamo tutti, è molto difficile da riconoscere, non tanto negli altri, ma soprattutto in se stessi. 
L’invidia è quel sentimento che ti impedisce di accettare l’invito del tuo amico nella sua bella casa al mare perché tu non ce l’hai... per cui, sostanzialmente, ti tagli i coglioni da solo e perdi l’occasione di farti un bel bagno, che tanto desidereresti!
Questo lo vediamo benissimo anche in molti pazienti, che vorrebbero farsi un bel bagno caldo e si autosabotano.
“Sono una donna in USA e non voto Hillary perché è una carrierista ed è riuscita ad arrivare fino a là! Io invece no, allora piuttosto voto chi mi fa credere che i miei insuccessi e le mie frustrazioni siano dovute ai latinos, ai neri, o alla politica ambientalista!”
“Non voto Renzi perché sono talmente invidioso di lui, del fatto che è riuscito a fare delle proposte e portarle avanti per cambiare l’Italia, che preferisco vedere solo le mancanze, assumere una posizione ipercritica e non prendere quello che c'è di buono di questa riforma.”
Si poteva fare meglio! certo, è vero! ma sappiamo che dire così è una tipica trappola per non fare passi in avanti, per cui il meglio diventa nemico del buono...
Allora la domanda diventa: Qual è l’antidoto all’invidia? Come fare a diminuirne l’intensità e la distruttività? Cosa consigliare a Renzi? 
Certamente il suo essere presuntuoso (per certi aspetti inevitabile) e a tratti la sua arroganza (va moderata) e i toni assimilabili all’opposizione (rottamare le persone) alzano il livello di invidia, e questo non aiuta...
Nella mia esperienza di candidato psicoanalista, la pazienza è la nostra unica arma, la resistenza, giorno per giorno, per contrastare queste parti della popolazione e della nostra personalità che tendono sempre a slegare, a rompere, a togliere significato agli sforzi per cambiare, che non si assumono le responsabilità della propria vita, per poi compiacersi che non c’è nulla da fare, in modo da poter imprecare ancora una volta che il mondo va sempre peggio!
L’invidia è una brutta bestia perché non ci fa sentire il desiderio di quel bagno al mare che tanto vorremmo, ma ha come contropartita il fatto di non farti sentire desideroso e quindi fragile, piccolo e incompleto. Come ogni essere umano è!

Lo scritto è a firma di Davide Rosso, tratto da Pratica Psicoterapeuticarivista semestrale di clinica psicoanalitica e psicoterapia, (n° 15-dicembre 2016) il cui direttore è l'amico e collega Roberto Carnevali.
L'ho volutamente pubblicato dopo il referendum e le dimissioni di Renzi, per non entrare nello scontro SI o No al referendum.... 




Lavorare nella Regione PACA

Da quando sono arrivato a Nizza, poco alla volta sono stato contattato, in quanto psicologo, da giovani italiani che lavorano nella fascia tra Mentone e Cannes, oltre che nell'importante polo scientifico di Sophia Antipolis.
Giovani ricercatori, ingegneri, biologi o chimici che lavorano in aziende private ad alta tecnologia o presso i numerosi laboratori di ricerca del polo di Sophia Antipolis oltreché da Amadeus.
Quali difficoltà hanno espresso queste persone peraltro capaci, preparate, abituate ad agire in contesti europei e non solo: una certa inerzia nell'inserirsi nel contesto lavorativo francese, difficoltà riferite ai rapporti tra colleghi e con i superiori, soprattutto se francesi.
Direte voi che queste tematiche sono presenti in qualunque attività lavorativa ed in ogni paese europeo (volendo limitarci alla nostra cara vecchia Europa), ed è certamente vero, però dopo avere ascoltato le parole di tante persone, mi sono fatto l'idea di un contesto lavorativo, quello francese, per molti versi estremamente formale e con talune rigidità che, soprattutto per noi italiani, davvero sono difficili da comprendere e maȋtriser, come dicono qui.
Da qui lievi sintomi come difficoltà a dormire, ansia, gastriti, poca voglia di socializzare, nostalgia di casa pur sapendo che da noi e soprattutto nelle regioni del sud trovare lavoro è pur sempre difficile.
Troppi giovani lamentano che, se noi siamo abituati a parlare e giungere (o almeno tentare) di giungere ad una decisione comune, sia che si tratti di colleghi, superiori o gruppi di lavoro dedicati, troppo spesso l'unica risposta ad un problema è un giro di mail o un'indicazione fatta calare dall'alto, che dovrebbe sistemare il tutto, ma non risolve nulla.
Mi sono fatto l'idea che la relazione tra le persone troppo spesso è sostituita da formali papers, mail, fogli Excel, chiavette USB con i compiti da fare a casa, invece che un sano ed a volte duro confronto, faccia a faccia.
Talvolta anche gli incontri in diretta sono fonte di frustrazione, come nella storiella paradigmatica appena ascoltata: un ingegnere sicuramente capace e creativo (ebbene si anche gli ingegneri sono creativi!), con una ottima padronanza dell'inglese, dato che ha lavorato alla mitica Intel negli Stati Uniti per anni, doveva incontrare il capo francese per una impasse su un aspetto tecnico del lavoro.
Colloquio iniziato in inglese, è la lingua di lavoro e la documentazione tecnica è scritta in tale lingua.
Ad un certo punto quando il capo si è trovato in palese difficoltà tecnica, di colpo ha preteso di parlare in francese, lingua che il nostro giovane ingegnere conosce certo non così bene....
Il nostro ha immediatamente capito che il cambio di lingua significava per lui passare da una posizione di ragione ad una posizione di inferiorità che lo ha costretto sulla difensiva.
L'incontro si è concluso con un "nulla di fatto", il problema non è stato risolto e tra queste due persone la distanza "umana" si è accentuata, così pure la diffidenza (da entrambe le parti) e si è persa un'occasione.
E' vero siamo rumorosi, gesticoliamo, ci facciamo prendere dalle emozioni a ragione ed a torto, siamo "casinisti" e ci piacciono cose e luoghi belli....
Ma, come mi diceva un giovane ingegnere napoletano che lavora a Sophia Antipolis:  "...Dottò, gli ingegneri francesi sono bravi ma noi italiani siamo meglio, eccome...!"

Per amore di patria evito di affrontare il tema dei giovani "cervelli" (e non solo giovani, ovviamente) che vogliono-devono lasciare l'Italia, dato che è una ferita aperta per noi tutti.
P.S. Ultimo episodio: penso alle parole di un insipiente Ministro della Repubblica, che non nomino ma che tutti noi sappiamo chi è....







Il veliero a tre alberi francese Belem


Il veliero Belem al porto di Nizza
La bella città di Nizza, pur ancora ferita per i tragici avvenimenti del 14 luglio, sta tentando in tutti i modi di "tirarsi su" ed offrire la parte migliore di sé, in termini di ospitalità, offerta turistica e culturale.
Capitano a proposito le giornate europee del Patrimonio, per due giorni il 17 e il 18 settembre, Nizza ha aperto le porte di tutti i suoi monumenti più belli.
La 33ma edizione ha come tema “il Patrimonio e la cittadinanza” ed offre un bel programma di percorsi, di visite a siti normalmente chiusi al pubblico, di concerti e di conferenze, e tutte le proposte sono gratuite.
Tra le offerte abbiamo scelto la visita al grande veliero a tre alberi Belem, ormeggiato al porto di Nizza. Con pazienza abbiamo fatto la coda, assieme a tantissime altre persone, eccitate e curiose di potere salire a bordo di questo magnifico veliero francese.
La storia di questo veliero parte dal 1896, anno del varo in Francia e annovera tantissimi viaggi commerciali oceanici verso il Brasile, la Guyana e le Antille.
Nel 1914 diviene veliero di "plaisance" e verrà dotato di motore. Nel 1951 è acquistato dalla Fondazione Cini di Venezia per essere utilizzato come nave-scuola.
Nel 1978 viene ancora venduto e la Caisse d'Epargne l'acquista per donarlo alla Fondazione appositamente creata: la Fondation Belem.
Gli ultimi lustri vedono la Belem solcare gli oceani per partecipare e fare bella mostra di sé a ricorrenze importanti come il centenario della statua della libertà a New York (1986) poi attraversa l'Atlantico per rappresentare la Francia al 400mo anniversario della fondazione della città di Quebec, e nel 2012 è "invitata" dalla Regina Elisabetta II per il suo Jubilé de Diamant e per i giochi Olimpici di Londra.
Insomma la Belem è ormai divenuta ambasciatrice della Francia in contesti casalinghi ed internazionali ed, ovviamente, si fa notare per la sua bellezza carica di storia. 
Sappiamo bene che i francesi sono bravi ad utilizzare anche "monumenti mobili" come questo veliero per fare azioni di marketing soprattutto di respiro internazionale.
Ma, dal mio punto di vista, e mi fa piacere dirlo, il veliero offre la possibilità di effettuare navigazioni da due a sette giorni, più volte nell'arco dell'anno, ad oltre un migliaio di giovani (studenti e non) che possono così sperimentare il piacere, l'emozione (e la fatica) di governare tale nave.
Ottima idea offrire a dei giovani l'imbarco sulla Belem come scuola di vita, esperienza di condivisione (pensate agli spazi ristretti), e perchè no, occasione per taluni di scoprire che andare per mare è molto bello e potrebbe anche diventare un lavoro...

Capitani coraggiosi








14 luglio a Nizza






Per rispetto delle vittime e dei feriti di Nizza ho atteso a pubblicare questo post. Nel pomeriggio del 14 luglio ero stato invitato alla manifestazione ufficiale del Municipio di Nizza per la ricorrenza della presa della Bastiglia, nella splendida cornice della Villa Massena.
Come potete immaginare i discorsi delle autorità civili e militari facevano chiaro riferimento agli ultimi episodi di terrorismo avvenuti sul suolo francese ed all'unità di tutti i francesi (e non solo) per dare risposta ferma e determinata ai drammatici avvenimenti accaduti.
Al termine dei discorsi ufficiali la banda ha intonato la Marsigliese che è stata cantata con grande emozione da tutti i partecipanti.
Poi sono stati accolti con un caloroso applauso i cinque piloti della pattuglia francese che hanno sorvolato Nizza con i loro velivoli Alpha Jet.
Mi ha sorpreso (piacevolmente) scoprire che tra di loro era presente anche Maurizio, tenente colonnello della nostra Aeronautica Militare, istruttore da tre anni dei colleghi francesi di stanza alla base Nice.
Con simpatia ha accettato di raccontarci della sua esperienza e... foto di rito! Chi avrebbe mai detto che da li a poche ore una tragedia si sarebbe abbattuta su Nizza, città in festa, mentre famiglie intere erano sulla Promenade a passeggiare, appena terminati i fuochi d'artificio.



Intervista a Massimo Recalcati

Ascoltate l'interessante intervento di Massimo Recalcati, amico e collega con cui ho lavorato per molti anni quando era direttore scientifico dell'ABA.