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Narcisisti, amarli o odiarli...?



Conosciamo tutti delle persone narcisiste, è difficile non vederle.
Sempre al centro dell'attenzione, sicure di se, arroganti, determinate e simpatiche per forza...!
Il narcisista ha bisogno di un pubblico, deve fare il suo show e pretende gli applausi finali.
Sovente si esprime con linguaggio colorito se non volgare ed è certo di riscuotere ammirazione in che lo ascolta per la sua superiorità intellettuale.
Se uomo potrebbe anche esibire muscoli e tatuaggi da guerriero, comportarsi cioè da "maschio alfa". 
Se donna, vestirsi in modo provocante e sensuale, per attirare ancor di più lo sguardo degli uomini e l'invidia delle donne.
E' innegabile che all'inizio una persona narcisista piace, è simpatica è un "animale sociale", estroverso e trascinatore. Spesso è una persona intelligente quindi può ben utilizzare il linguaggio e la sua cultura per affascinare gli altri. 
I cosiddetti reality sono il perfetto palcoscenico per tali persone, uomini e donne, non si spiegherebbe altrimenti il gran numero di stagioni di programmi che possiamo trovare alla tv in tutti i paesi europei e non solo.
I reality sono lo strumento perfetto per mostrare dei narcisisti all'opera, sfide, baruffe, amorazzi e congiure tra uomini e donne per apparire e vincere in notorietà e fare salire l'audience. Dapprima i personaggi sono amati e seguiti quasi morbosamente, poi nella stragrande maggioranza dei casi "esplodono" in litigi, pianti, parolacce e vengono di conseguenza esclusi e lasciano il reality affranti.
Questa è l'essenza dei reality, moderno colosseo in cui i gladiatori-narcisi combattono ed alla fine soccombono tra le invettive del pubblico televisivo. Quasi ogni puntate prevede che qualcuno dei partecipanti vada in crisi, si comporti male o esploda a piangere, così il pubblico resta incollato al televisore per vedere sadicamente la fine del malcapitato.
Un ulteriore campo in cui i narcisisti proliferano è nei social media, in primis Facebook. Umberto Eco ha avuto parole pesanti per le troppe persone che usano e, soprattutto abusano, di tali strumenti, egli scrive: 

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».  

Se ad imbecilli sostituiamo narcisisti, credo che il quadro sia più chiaro. Troppe persone scrivono, postano foto, selfie e fanno commenti spinti dal loro narcisismo e spesso i commenti scadono nell'invettiva e nell'offesa...
Riassumendo possiamo dire che così come il narcisista velocemente si guadagna simpatia e consenso da parte degli altri, altrettanto velocemente si instaura ostilità nei suoi confronti e le persone si allontanano.
Questo soprattutto perché il narcisista è anche un manipolatore ed alla lunga tale comportamento di sicuro darà fastidio e sarà chiaro essere a solo vantaggio del narcisista. 
Vi chiederete: ma il narcisista si accorge di ciò o ne è totalmente inconsapevole?
Nella stragrande maggioranza dei casi agisce così perché si tratta della sua personalità e non gli è possibile "vedere" in azione tale meccanismo psicologico, altrimenti potrebbe evitare la fine ingloriosa della sua notorietà ed il compatimento.
Ma non sentiamoci troppo in colpa, a tutti noi è capitato di conoscere e frequentare anche per lungo tempo dei narcisisti, poi però ce ne siamo accorti e abbiamo preso le distanze, se non abbiamo avuto addirittura uno scontro con tali persone.
Ricordo ancora le parole di un professore a Padova, ci diceva che il male della contemporaneità è proprio il narcisismo. Parole sagge, pronunciate tanti anni fa...!




La terapia individuale o di coppia

Roberto è convinto che alcune vicende familiari del suo passato lo hanno turbato e gli hanno lasciato delle fragilità emotive. Non si è mai sentito di affrontare tutto ciò negli anni ma da qualche mese ha conosciuto una ragazza, di cui è innamorato e sente giunto il momento di iniziare una psicoterapia. 
E' implicito in ciò il seguente ragionamento: ho nella mia storia personale delle vicende che mi hanno fatto soffrire ma è giunto il tempo di affrontare i miei fantasmi per potere vivere appieno la mia relazione con Carmen. Come dire: meglio tardi che mai, ma gli esseri umani sono fatti così...
Questa è una "classica" domanda di terapia che può ricevere uno psicologo magari come inizio di una psicoterapia.
Però le cose possono complicarsi: Roberto racconta che sta bene con Carmen, entrambi gioiscono dell'essersi incontrati, oltretutto in terra straniera (guarda caso in Francia) e stanno pensando entro pochi mesi di affittare un appartamentino e andare a convivere.
Roberto, pur convinto di "dovere guardare" dentro di sé vorrebbe che anche Carmen partecipasse ai colloqui, dato che talvolta non si "capiscono" ed hanno momenti di freddezza, superati poi per l'amore che sentono l'uno per l'altra.
Ora la domanda di Roberto si articola diversamente, non c'è solo lui che chiede di fare dei colloqui, vorrebbe coinvolgere anche Carmen, che però sa non essere disposta a recarsi da uno psicologo per timore e vergogna.
La posizione dello psicologo è chiara e netta: se una persona non se la sente di partecipare va assolutamente rispettata la sua volontà, pur consapevoli di eventuali pregiudizi e timori.
Roberto chiede anche allo psicologo di "convocare" Carmen (a fin di bene ovviamente!) ma il terapeuta lo invita, all'interno della coppia a porre la questione come un proprio desiderio o bisogno, senza forzare Carmen, tanto in questo modo sarebbe solo inutile e fonte di ulteriore diffidenza.
Roberto per alcuni mesi viene da solo ai colloqui pur occupando gran parte della seduta nel racconto della relazione con Carmen. Spesso si lamenta che la sua ragazza proprio non lo vuole accompagnare in seduta perché è convinto che una "terapia di coppia" sarebbe molto meglio per loro e cerca di "forzare" lo psicologo a vedersi tutti e tre assieme.
In queste situazioni mi oriento così: ogni caso è a sé, ritengo non esista una soluzione giusta ed una sbagliata. Lavoro con la persona che mi ha chiesto i colloqui, cerco poi di sondare la disponibilità del partner e in caso negativo prendo atto di ciò. Se il partner si rivela possibilista, con l'assenso della persona che è già in cura, fisso un colloquio che potrebbe essere individuale o di coppia se le persone, ovviamente, sono concordi.
Questo passaggio potrebbe essere preliminare ad un cambiamento di setting quindi trasformare la psicoterapia da individuale a terapia di coppia, oppure lasciare invariato il quadro clinico.
Se siete curiosi vi dico che Roberto continua il suo percorso individuale dato che Carmen, sino ad oggi, non ha voluto seguirlo in seduta.
Vedremo poi...









Gli attacchi di panico


         
Carlo sale in macchina per tornare a casa dal liceo di Milano ove insegna come supplente di latino e greco. Sta per avviare l'auto quando si rende conto che il suo cuore va a mille e quasi gli manca il respiro.
Cerca di calmarsi, è completamente sudato, vorrebbe uscire dall'auto per chiedere aiuto ma è come "bloccato", in preda ad un'ansia smisurata e, apparentemente, senza motivo.
Cerca di respirare lentamente ma con scarsi risultati, si sente immerso in una sensazione di impotenza che lo spaventa tantissimo.
Dopo alcuni minuti, che a lui sono sembrati ore, un collega si avvicina alla macchina, intuisce che qualcosa non va e dopo avere aperto la portiera gli parla e tenta di rassicurarlo...
Poco alla volta Carlo sembra riprendere il controllo su di sé, il cuore rallenta il suo battito e il sudore si asciuga. Le parole del collega sembrano averlo riportato alla vita!
Carlo dopo tale episodio si è rivolto al suo medico di base per cercare di capire cosa gli era successo, ed il sanitario, attento e preparato, dopo avere escluso evidenze mediche, ha parlato di attacco di panico ed anziché prescrivere i soliti ansiolitici gli ha suggerito di consultare uno psicologo per affrontare tale sofferenza.
L'attacco di panico può accadere a ciascuno di noi, senza predilezione di età, sesso o che,  e sembra essere in gran aumento nella nostra epoca. 
Potremmo descriverlo come un subitaneo impatto con il terrore, un sentimento di impotenza che ci annienta, l'idea di "essere perduti".
La psicoanalisi ha molto studiato l'attacco di panico e colto nella difficoltà della persona che ha tale sofferenza l'impossibilità di soddisfare aspettative, aspirazioni, obiettivi di altri o che egli stesso si prefigge al punto da non ascoltare e considerare i propri bisogni, desideri e … limiti!
Scrivevo prima che tale sofferenza è sicuramente in grande aumento nel nostro tempo: ciò darebbe corpo all'interpretazione che se le aspettative sociali, lavorative, di performance dei nostri anni sono sempre più elevate, molte persone si trovano in conflitto tra ciò che la società esige loro ed i propri desideri e le proprie aspettative. Possiamo leggere l'attacco di panico come una sofferenza, un conflitto tra la persona e la pressione della società. La persona cerca di adeguarsi, accelera, stringe i denti e non ascolta i propri desideri profondi o sacrifica quanto di più intimo ha in se. L'attacco di panico lo pietrifica, lo spaventa e gli ricorda che prima ci sono le sue istanze emotive e sociali, poi le aspettative della società.
Il nostro Carlo intraprende un percorso di psicoterapia ed in tempi brevi mette a fuoco l'aspetto conflittuale tra il diventare ciò che i genitori (pur legittimamente) gli chiedono, ovvero essere un bravo insegnante di latino e greco di un liceo milanese, dato che i familiari hanno fatto tanti sacrifici per farlo studiare (è figlio unico) ed un profondo desiderio di recarsi a fare l'insegnante in sud America, con un'associazione che ha conosciuto un anno prima.
Dare ascolto ai genitori, che ama tantissimo, o dare ascolto a Carlo?
L'attacco di panico colpisce come un fulmine, non si può aspettare altro tempo, occorre capire cosa è in gioco per la persona, senza ipocrisie e false soluzioni.
Carlo da qualche anno è in Ecuador, a Quito, in una scuola ove insegna la lingua italiana a bambini e ragazzi. Ogni tanto facciamo ancora una chiaccherata, magia di Skype che ci permette di parlare e vederci pur essendo così lontani.

Photo by Niklas Hamann on Unsplash



Salute e benessere senza frontiere

   
Dal mese di giugno con l'amica Caterina Luchetti abbiamo messo on-line un Blog che abbiamo chiamato "Salute e benessere senza frontiere". A qualcuno potrebbe apparire pretenzioso ma il nostro intendimento è quello di fornire consigli, suggerimenti e idee attorno al tema della salute, sia negli aspetti medici che nell'accezione più estesa di "benessere".
Benessere che crediamo fortemente legato ad uno stile quanto più possibile di vita sana, attività fisica commisurata all'età ed alla tipologia fisica, ricerca di spazi ricreativi e creativi, soprattutto in contatto con altre persone. Crediamo altresì fortemente che essendo l'essere umano "animale sociale", ha bisogno per stare bene e dare senso alla propria esistenza di legami sociali ed affettivi con altre persone.
Senza frontiere: vivere a Nizza significa essere a pochi chilometri dall'Italia e potere usufruire di questa posizione a cavallo tra i due paesi, paesi per molti versi simili ma al contempo diversi per le proprie storie. Senza frontiere soprattutto per non volere isolare noi italiani dal contesto culturale del paese che ci accoglie e consapevoli che la Francia ha offerto a molti di noi opportunità di lavoro e di vita che nella spendida Italia avevamo difficoltà a realizzare.
Se avrete la pazienza di scorrere il Blog troverete oltre ad una breve presentazione di Caterina e mia alcune sezioni su benessere, corpo e spirito, animali e psicologia-psicoterapia.
Il tema del benessere è ampio e si può osservare da diverse angolazioni, con consigli e piccole astuzie, la sezione corpo e spirito è curata da Caterina esperta e "Maestra" di diverse discipline di provenienza orientale o cinese. Nella sezione animali ci avvaliamo soprattutto della preziosa collaborazione di Laura Cutullo, veterinaria milanese, che ha sempre seguito i nostri due gatti Silver e Charlie anche quando sono andati oltre frontiera..!
Psicologia e psicoterapia, da me curata, è la sezione rivolta ad approfondire e conoscere alcune tematiche Psi.
Abbiamo poi alcune rubriche: il Qi Gong, curata da Caterina, le ricette del mese dato che il cibo è (e dovrebbe essere) piacere e salute al contempo ed il personaggio del mese. Abbiamo iniziato con l'intervista ad un visionario Chef giapponese (senza frontiere...) per poi proseguire con altri Chef italiani e non, "sacerdoti" dei riti legati al cibo ed al gusto.
A mano a mano si potranno aggiungere altri collaboratori con nuove rubriche o contributi originali sempre legati al tema centrale della salute e del benessere.
Aggiungeremo interviste di personaggi legati al mondo dello sport, al benessere, all'arte ed alla cultura. Al momento siamo "giovani" ma appena possibile vorremmo avere partenariati con altre realtà del territorio, Blog, Associazioni, Web Magazine e Radio della Costa Azzurra per fornire un servizio di qualità ai nostri lettori.
Caterina ed io ci siamo incontrati per caso a Nizza ed il Blog è nato dal desiderio di entrambi dato che:

« Le montagne stanno ferme, ma gli uomini si incontrano » proverbio russo.

Buona lettura, da Massimo e Caterina.

https://senzafrontierebenessere.com/

Crediti immagine: ©Rapahel Perez
Utilizzo volutamente un'immagine del pittore naif Raphael Perez in occasione della ricorrenza dell'attentato di Nizza del 14 luglio 2016.
Si è scritto molto, polemizzato, analizzato il fenomeno a livello nazionale ed europeo, si è parlato di guerra di religione (come se non fossero bastate le varie Crociate) per cercare di comprendere il fenomeno terroristico. Vorrei porre attenzione alle coordinate emotive che tali eventi scatenano in tutti noi, pur con reazioni comportamentali diverse tra loro. Alcune persone volevano a tutti i costi vedere i luoghi dell'attentato, fotografare, mentre altre nemmeno potevano pensare di passare ove si era consumata una tale strage.
Tali eventi sono definiti dalla psicologia traumatici. Una definizione appropriata recita:

"Possiamo definire traumatico un evento che una persona ha vissuto, cui ha assistito o si è confrontata e che ha implicato morte, rischio di morte, gravi lesioni o una minaccia all’integrità fisica propria o altrui. Non solo, la reazione della persona a tale evento ha comportato grande paura, orrore ed un sentimento di impotenza."

La definizione coniuga due aspetti del fenomeno, l'evento terribile in sé e la reazione soggettiva della persona a tale evento. Tutto ciò peraltro accade in un tempo breve ed è come se non fossimo in grado di mentalizzare e "digerire" ciò che si produce. La realtà è traumatica, violenta e ci sentiamo impotenti e soverchiati da quanto accade, con terrore di essere feriti o di potere morire.
E' innegabile che l'attentato di Nizza, come molti altri prima e, purtroppo successivi, è stato un evento traumatico collettivo. Nizza è sempre stata percepita come città prevalentemente votata al turismo, al divertimento "invasa" da tantissimi italiani residenti tra pensionati e giovani laureati impiegati nelle aziende locali.
Nemmeno lontanamente potevamo avere la percezione del pericolo di un attentato qui a Nizza, anche se la Francia era già stata duramente colpita da simili tragici eventi. Nizza aveva "la guardia abbassata" le persone pensavano solo a divertirsi, cercare uno spazio per vedere i fuochi alla sera, bere, cantare e divertirsi.
A posteriori tutto questo mette il brivido alla schiena, io stesso temevo per i festeggiamenti a Parigi, di certo obiettivo percepito più "sensibile".
Il resto è purtroppo triste cronaca, un uomo solo, psicologicamente instabile, con figli (!) ha programmato e realizzato tale attentato artigianale, con un camion vuoto (niente esplosivi) e con armi finte che gli avevano venduto degli albanesi...
Ha scorrazzato per oltre un chilometro e mezzo a zig-zag tra la folla sulla Promenade des Anglais e investito quante più persone poteva.
Il sentimento prevalente era infatti di sgomento, per tale azione, totalmente inaspettata e drammaticamente efficace.
Per settimane l'aspetto choccante era proprio lo sgomento, poi il lutto ha soverchiato tutte le altre emozioni. Lutto che si materializzava in fiori, candele, bigliettini, manifestazioni spontanee di persone per commemorare e pregare. 
Sappiamo che gli attentatori oltre al danno umano (morti e feriti) contano sulla paura come effetto moltiplicatore di tali eventi. E la paura ancora adesso aleggia per Nizza, martedi scorso in Cours Saleya, affollata di persone per una partita di calcio dei mondiali in corso, a seguito di un forte ed inaspettato rumore la folla ha iniziato a scappare ed ha travolto tavoli e sedie: risultato 30 feriti.
La paura è ancora riscontrabile nei discorsi di molte persone, timorose di andare in luoghi aperti come al chiuso, inquiete e reattive appena sentono una sirena o rumori forti di qualsiasi genere.
Non è mai scomparso anche un altro sentimento: la rabbia, rivolta soprattutto alla moltitudine di "arabi" francesi, che peraltro hanno pagato un triste tributo di morti proprio per mano del loro "connazionale".
Ad oggi però dobbiamo dire sinceramente che la città globalmente ha reagito, anche alla paura, certo il tempo attenua ogni dramma e l'elaborazione del lutto passa proprio per una presa di distanza dalle emozioni violente iniziali. 
Mi piace concludere con la citazione freudiana che l'Eros vuole a tutti i costi prevalere sulla paura e la morte, Thanatos. 

Attentato di Nizza : 86 morti, di cui 6 italiani e 200 feriti di cui 50 gravi 


La scuola di Psicoterapia Relazionale Integrata




La scuola di Psicoterapia Relazionale Integrata nasce dal desiderio dell'amico e collega Roberto Carnevali di Milano, attivo come terapeuta (individuale e di gruppo), scrittore ed artista in senso lato.
Ha voluto attorno a se molti colleghi per costituire un corpo docente di qualità per formare giovani psicologi preparati ad affrontare le sfide della psicopatologia del nostro tempo.
Mi ha voluto con se, lo ringrazio e ne sono felice, per l'insegnamento di Psicologia Transculturale.
La psicologia transculturale è una prospettiva che usa le culture di appartenenza come chiave di lettura dei comportamenti delle persone. 
In questo senso la psicologia transculturale è una psicologia di "frontiera", ha a che fare con gli studi sull'identità, sulla vita sociale, sull'impatto della cosiddetta "globalizzazione" e l'uso massiccio di Internet e dei Social media, che avvicinano persone all'altro capo del mondo ma rendono sempre più spesso gli incontri "virtuali".
Se la natura dell'uomo è la sua cultura (Arnold Gehlen), occorre essere consapevoli che proprio le valenze culturali possono essere la fonte di avvicinamenti, riconoscimenti reciproci e rafforzamento dei legami sociali oppure, al contrario, diffidenza, evitamento se non scontro aperto.  
Balza agli occhi l'importanza degli studi transculturali per cercare di comprendere la portata epocale dei fenomeni migratori trans-nazionali.
La possibilità di incontrare o collidere con una diversa cultura è un fenomeno estremamente accentuato, che sul versante dello scontro culturale è addirittura vissuto da molti come "guerra" di religioni.
Tutto ciò può essere percepito come un attacco al Sè, che comporta fenomeni di rigetto delle radici culturali "dell'Altro" gruppo, vissuto quindi come "ostile" ed aggressivo.
L'allontanamento dal proprio paese, voluto o forzato, attiva sentimenti di nostalgia, tradimento e lutto che possono avere risvolti francamente patologici, anche aggressivi, nei confronti del paese ospitante.
La psicologia transculturale cerca di analizzare profondamente i fattori che possono favorire l'integrazione tra le culture, in modo che nessuna prevalga, ma, come scrive Georges Devereux:

"Dopo tutto, tanti i popoli quanto le culture si assomigliano più che non si differenziano, per la semplice ragione che tutti gli esseri umani sono innanzitutto esseri umani, e solo dopo eskimesi o bantou, e che tutte le culture sono degli autentici campioni della Cultura definita come un prodotto umano caratteristico della Specie; sono solo secondariamente dei campioni di una area culturale specifica".
Vi invito a dare un'occhiata al sito della scuola e scorrere l'elenco dei libri, trovo siano davvero interessanti e ben fruibili sia da un lettore specializzato che da una persona curiosa dei temi della modernità.

Che differenza c'è tra psicologo, psichiatra, psicoterapeuta e psicoanalista?



Spesso mi viene chiesto che differenza c'è tra psicologo, psichiatra, psicoterapeuta e psicoanalista. Iniziano tutti per psi, ma le differenze sono importanti e da tenere in conto quando si consulta uno di questi specialisti.
Partiamo dallo psicologo: pensate che solo negli anni settanta erano stati attivati due corsi di laurea (quadriennali) a Padova e Roma, con i primi laureati nell'anno 1975.
Abbiamo avuto così dei laureati in psicologia ma nessuna legge dello Stato ne riconosceva e tutelava l'operato, soprattutto in un campo delicato come quello della salute.
La legge di Ordinamento della professione di psicologo (Legge 56/89) vide la luce solo nel febbraio 1989, grazie all'impegno ed alla passione di Adriano Ossicini, psichiatra, docente universitario di psicologia all'Università la Sapienza di Roma e Senatore della Repubblica, eletto come indipendente nelle liste del PCI.
Da quel momento dirsi psicologo aveva senso all'interno di una legge apposita che (finalmente) dava un quadro normativo certo con responsabilità e, come si dice, onori ed oneri.
Con la riforme dell'ordinamento universitario anche psicologia si è trasformata, ora è uno dei corsi di laurea quinquennali (o meglio 3+2) offerti dall'Università italiana, corsi attivi in tutte le città principali della penisola.
Torniamo alle definizioni: terminato il corso quinquennale di psicologia si è dottori in psicologia, ma per esercitare come psicologi occorre seguire un tirocinio post-lauream di un anno, poi iscriversi all'Esame di Stato che consiste in due prove scritte più un elaborato su un caso clinico e, per finire, un colloquio.
L'Esame di Stato, che consente l'abilitazione all'esercizio della professione, non è per niente facile, occorre studiare molto e disporsi alla sequenza di scritti e ad un esame orale che verte su molti argomenti.
Lo so bene dato che sono stato commissario per gli Esami di Stato di psicologia diverse volte all'Università Bicocca di Milano.
Ho visto centinaia di giovani colleghe e colleghi, giungere stressati e in debito di sonno agli Esami di Stato, spremuti come limoni... Com'è nel mio animo, ne ho aiutati molti, davvero preparati, ma totalmente in "palla" soprattutto all'ultima importante prova, quella orale!
Ultimo adempimento per dirsi psicologo è iscriversi all'Ordine della Regione di appartenenza.
Cosa fa lo psicologo: "Lo psicologo è un professionista che opera per favorire il benessere delle persone, dei gruppi, degli organismi sociali e della comunità. Si occupa di psicopatologia, ma non solo. Altre importanti aree di intervento riguardano una molteplicità di situazioni, personali e relazionali, che possono essere fonte di sofferenza e di disagio", citazione tratta dal sito dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia. 
Lo psichiatra è necessariamente un medico, abilitato all'esercizio della professione, che intraprende il corso quinquennale di specializzazione in psichiatria. Ha conoscenze sia di tipo psicologico che farmacologiche, e può prescrivere farmaci (in quanto medico) compresi gli psicofarmaci. La maggior parte degli psichiatri lavora negli ospedali e nelle strutture ambulatoriali del territorio, nelle cliniche per malattie nervose e mentali o in strutture assistenziali per anziani, malati di Alzheimer ecc.
Lo psicoterapeuta è un laureato in psicologia o medicina, iscritto anche al rispettivo ordine professionale, che intraprende un corso di specializzazione in psicoterapia, riconosciuto dallo Stato, della durata di quattro anni. Quindi medici e psicologi dopo avere seguito e superato corsi di specializzazione in psicoterapia, possono dirsi psicoterapeuti. Lo psicoterapeuta medico potrà anche prescrivere farmaci, cosa che non può fare lo psicoterapeuta-psicologo.
Infine lo psicoanalista, che può essere di formazione medica o meno, segue un percorso di formazione che passa anche attraverso anni di analisi personale e supervisioni poi, a conclusione di un lungo iter, può dirsi psicoanalista. Non si può parlare di psicoanalisi senza citare Freud, il grande scopritore dell'inconscio. Intendiamoci l'inconscio era già stato ipotizzato dai poeti e dai filosofi, ma l'utilizzo della parola per curare, la psicoanalisi appunto, è la geniale scoperta di Freud.