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La cultura della mediazione familiare per gestire in modo costruttivo il conflitto

Ospito con piacere nel mio blog uno scritto della collega Zaira Galli, relativo alla mediazione familiare. Leggete con attenzione il suo denso scritto che vuole dare una risposta sul tema delle separazioni conflittuali e relative sofferenze, sovente in presenza di bambini.
La Mediazione è un modo radicalmente diverso di concepire i conflitti, non tanto per le specifiche tecniche utilizzate, ma per la filosofia che ne sta alla base: gestire i conflitti impedendo che questi si esprimano in forme violente, riaccendendo la speranza e la voglia del dialogo e del confronto civile.
Mediazione non significa affatto “incontrarsi a metà strada”, trovando una soluzione di
compromesso. L’etimologia della parola mediazione è “dividere, aprire nel mezzo”: è piuttosto la presa d’atto di una “crisi (da “krino” che significa separazione, scelta, rottura) a cui si cerca una via d’uscita.
In tutti i casi la Mediazione diventa uno spazio-laboratorio ove provare a rinnovare un patto di convivenza riconoscendo la dignità ed il dolore di cui spesso sono portatori i confliggenti, un patto in cui coniugare le loro scelte e responsabilità anche con nuove modalità di condivisione del futuro.
In fondo, a ben considerare, la Mediazione è un’ “antica pratica” (sua culla è la Cina nel V secolo a. C.) secondo la quale si era soliti rivolgersi a una persona, ritenuta esperta e di fiducia, per chiedere il suo intervento in casi di dissidio per arrivare a un accordo. Rivisitata in chiave moderna può essere definita l’arte e la tecnica di condurre due o più parti in conflitto alla risoluzione di una disputa, il tutto reso possibile dall’applicazione della logica del miglior interesse realizzabile per tutti. Il “direttore del conflitto” è una terza figura neutrale, imparziale, chiamata “Mediatore”, a cui le parti in lite si rivolgono per trovare una soluzione mutuamente accettabile e soddisfacente per entrambe.
In altre parole è una precisa tecnica strutturata di gestione dei conflitti basata su precise abilità professionali e determinati presupposti teorici ed etici volta a porre fine alla conflittualità. Come tale è una procedura alternativa o complementare alla lite legale e ad altre forme di assistenza terapeutica o sociale rispetto alle quali agisce in completa autonomia pur stabilendo un rapporto interdisciplinare: lo scopo della mediazione, secondo quanto affermano Folberg e Taylor, è quello di isolare i termini della lite, sviluppare delle opzioni e raggiungere una risoluzione consensuale, senza vincitori e vinti.
La chiave di volta della nuova “cultura della mediazione” sta nella profonda conoscenza del conflitto come fenomeno socio-relazionale e in quanto tale da risolvere secondo una logica collaborativa, alla pari, per superare la dialettica vincitore-vinto della logica antagonista.
La mediazione nella sua accezione più ampia è un’alternativa all’iter legale nella risoluzione dei conflitti.
La Mediazione familiare è nata negli Stati Uniti d’America negli anni settanta e strutturata, poco dopo, in materia di separazione e/o divorzio coniugale. Jim Coogler, avvocato e terapeuta familiare di Atlanta, agli inizi degli anni settanta, mentre discuteva con alcuni amici sulla sua personale devastante separazione, cominciò a considerare la necessità di trovare un sistema più razionale e civile del processo legale (contenzioso) di divorzio fondato principalmente sull’accusa. A metà degli anni settanta Coogler decise così di fondare la Family Mediation Association con lo scopo di assistere i coniugi separandi per far sì che partendo da una situazione caratterizzata da frustrazione, debolezza e antagonismo, si arrivi a ristabilire o riguadagnare il controllo della propria situazione e raggiungere una risoluzione consensuale.
Ormai da circa un trentennio anche in Italia si parla di Mediazione come procedura alternativa e/o complementare all’iter legale nella risoluzione delle dispute (ADR): si tratta in senso lato di una nuova tendenza culturale sollecitata dai continui cambiamenti sociali e da nuove istanze psicologiche che sottolineano la natura socio-relazionale del conflitto, come tale è ineliminabile dalla relazione stessa. Il cambiamento culturale vuol dire cambiare atteggiamento nei confronti del conflitto stesso: esiste e di per sé non è né negativo né positivo, dipende da come ci si pone di fronte. E’ possibile adottare tre stili: di evitamento; far finta che non esista con il risultato che il conflitto si cronicizzi e interrompa la comunicazione interpersonale e perciò si deleghi gli esperti in giurisprudenza a stabilire chi ha ragione; uno stile antagonista con il risultato che dopo una guerra distruttiva ci sia un vincitore e un vinto; uno stile collaborativo che accetta il conflitto e lo gestisce alla pari con il risultato di una giustizia compositiva dei confliggenti. In quest’ultima condotta si può riconoscere che il conflitto prima di essere agito può essere pensato e ancora, pensare il conflitto, vuol dire possibilità di parlare dei motivi del contendere, di metacomunicare “di” e “su” questo conflitto e quindi capacità di riconoscere i bisogni dell’altro perché sono i suoi motivi del contendere. In quest’ottica, che ritengo la più rispettosa dei diritti individuali, entrambe le parti hanno diritto al riconoscimento dei propri bisogni, che è poi la soddisfazione degli stessi, intesa come giustizia compositiva.
Sovente chi lo vive non riesce a gestirlo perché troppo coinvolto emotivamente, paralizzato dalla paura del cambiamento, dalla convinzione di avere ragione o colto da spirito vendicativo. Si configura così la necessità di un intervento specialistico, quello del mediatore appunto che conduce “super partes” il percorso di mediazione.
Alla luce di quanto detto possiamo ora capire meglio come la Mediazione nella sua accezione più ampia sia una precisa tecnica strutturata di gestione dei conflitti basata su precise abilità professionali e determinati presupposti teorici ed etici volti a porre fine alla conflittualità in sede stragiudiziale.
Il suo campo di applicazione è ad ampio raggio perché diversi sono i contesti sociali in cui il conflitto può insorgere per cui nell’ambito dei conflitti familiari si parla di Mediazione Familiare.
Cos’è la mediazione familiare
La letteratura ne ha dato diverse definizioni, quella in cui io personalmente mi ritrovo è nel concetto di “relazione d’aiuto che il professionista debitamente formato può offrire alla coppia in una dimensione spazio-temporale”.
Nel tempo quando la coppia attraversa la fase più critica della sua storia evolutiva fatta di anoressia di sentimenti positivi che prelude l’evento separativo. Nello spazio in quanto la coppia viene accolta nella stanza della mediazione (dove si svolgono le sedute), spazio neutro fatto di ascolto empatico.
“Non ci si sposa per separarsi, quando invece accade, la propria separazione rappresenta un gravissimo insuccesso. Questa percezione di fallimento e la necessità di lottare con sentimenti quali disillusione, rabbia, senso di tradimento, inganno, spirito vendicativo, senso di colpa, dolore, paura del cambiamento, autocommiserazione e vittimismo rendono la separazione estremamente difficile”.
Spesso il sentimento che prevale è quello di rivalsa; rifarsi sul coniuge appaga della perdita subita. La presenza di figli porta ad usarli come ostaggi per ottenere qualcosa in più e la vicenda separativa diventa una lotta estenuante.
Ciò di cui la coppia ha bisogno in questo momento non sono soltanto i pareri legali, è proprio nei casi di separazione coniugale, e soprattutto in presenza di figli, che ci si accorge dei limiti normativi della giurisprudenza che non può farsi carico dell’aspetto emotivo-relazionale delle persone coinvolte in questo momento carico di stress.
Le esperienze di Mediazione extra-giudiziaria rappresentano un tentativo di modificare il contesto entro cui trattare le crisi familiari. Il problema è quello di ridurre la conflittualità “pubblica” e di arrivare a una “negoziazione” privata svolta su un piano di realtà; negoziazione che muove dal riconoscimento che al di là degli interessi di contrasto, permane un interesse comune: quello di ridurre la tensione, l’ansia, la conflittualità simbolica, semplificare i tempi e i costi della causa.
L’ammissione del limite del diritto rispetto all’esigenza di riportare una serena convivenza nei rapporti familiari sta a confermare che “la scommessa della MF sia possibile trait d’union tra diritto e psicologia”in materia di conflitto coniugale.
Allora la Mediazione è un’alternativa allo stato di sofferenza che spesso l’inevitabile iter giudiziario rinforza e può essere scelta come percorso da affiancare a quello legale, prima che la separazione legale sancisca uno status occorre elaborare la separazione psicologica altrimenti il destino degli ex partner è un “legame disperante e quello dei figli un dolore confusivo”.
La Mediazione è anche un processo di apprendimento della realtà: è capire e far capire, acquisire nuove conoscenze e competenze. E’ dare spazio a una “giustizia compositiva” perché condivisa e rinnovata, intimamente sentita tale dalle parti in conflitto.
Lo spazio di Mediazione è uno spazio neutro dove le parti in conflitto sentono che possono tirare il fiato, fermarsi un attimo, anche parlare della loro sofferenza, ascoltarsi e ritrovare il senso di ciò che è accaduto ed accadrà: è tornare a ”guidare” la propria vita o perlomeno di provarci ancora.
Il bisogno al quale la Mediazione Familiare cerca di rispondere è quello portato da coppie che, in procinto di separarsi o già separate, vivono una situazione di conflittualità tale per cui non riescono a trovare un modo adeguato per gestire ciò che resta in comune, i figli. Si può essere coniugi separati, ma genitori per sempre.
La Mediazione Familiare si propone come un percorso del tutto volontario durante il quale le persone vengono aiutate, dopo aver identificato le loro istanze e l’oggetto del contendere, a fare esperienza di un nuovo modo di stare insieme, nel rispetto della decisione di non essere più coppia coniugale, ma coppia genitoriale.
Induce gli ex coniugi a trovare soluzioni concordate nel rispetto dei bisogni e delle disponibilità personali e consente alla coppia di trovare per proprio conto le basi di un accordo (riguardante i figli e i beni patrimoniali, accordo che verrà poi formalizzato giuridicamente dall’avvocato che assisterà la coppia avanti gli organi giudiziari competenti (Tribunale ordinario anche in presenza di figli minorenni) durevole e accettabile affinché siano loro stessi a decidere le modalità secondo le quali intendono separarsi ed occuparsi dei figli. “Come insieme ci si sposa così insieme ci si separa”. Obiettivo concreto è la realizzazione di un progetto di riorganizzazione delle relazioni familiari in vista o dopo la separazione e/o divorzio coniugale, nel rispetto del quadro legale esistente, soprattutto in presenza di figli; l’obiettivo finale si realizza quando il padre e la madre, nell’interesse loro e dei figli, si riappropriano, pur separati, della comune responsabilità genitoriale in un clima di cooperazione e di mutuo rispetto. Si può con una metafora definirla anche un intervento che fa da ponte tra ciò che attiene alla sfera del privato (il versante dei sentimenti psicologicamente espressi) e ciò che appartiene alla sfera del pubblico (il versante dei diritti-doveri regolamentati giuridicamente).
Anche dopo la separazione è possibile continuare ad essere genitori attenti e presenti in modo significativo nella vita dei figli, a patto di essere capaci di accantonare rabbia e delusione verso l’ex partner, per dare spazio ad un dialogo collaborativo e costruttivo nel proprio ruolo di genitori.
A queste condizioni la separazione e il divorzio, per quanto dolorosi, possono essere vissuti non come la fine totale, ma l’inizio di una nuova storia, forse più complicata, più difficile, ma possibile.
In concreto il percorso della mediazione nei casi di separazione e div. può essere utilizzato prima, durante (la fase legale che viene momentaneamente sospesa), dopo (fase post sentenza); si articola mediamente in un massimo di dieci-dodici incontri con cadenza settimanale o quindicinale; quindi è un intervento limitato nel tempo e con finalità pratiche.
Gli invianti possono essere tutti i professionisti che sono impegnati nelle problematiche familiari: avvocati esperti in diritto di famiglia, ora dopo la legge del marzo 2006 “sull’affido condiviso” i
giudici della sezione famiglia, psicologi, psicoterapeuti, purchè tutti rispettosi della propria specificità e competenza di confini.
Concludendo è auspicabile l’“Espansione della cultura e della pratica della Mediazione in tutti gli angoli del mondo”.

Dr.ssa Zaira Galli
Psicopedagogista, formatrice, mediatrice familiare, coordinatrice genitoriale, supervisore professionale

http://www.cmf-milano.it/

https://studioardea.it/

Il burnout lavorativo



Photo by Roland Kettenring
Negli ultimi anni sempre più persone che ho incontrato mi hanno raccontato di difficoltà lavorative legate alle relazioni con i capi o con i colleghi.
Sia ben inteso, non parlo delle "normali" difficoltà del lavoro, oggettive e spesso legate ai ritmi di lavoro sostenuti. Nemmeno le comuni antipatie e gelosie lavorative, fisiologiche in qualunque micro comunità quale può essere un ufficio o altro luogo di lavoro.
Mi riferisco a situazioni francamente di burnout lavorativo.
Il termine burnout viene da lontano: negli anni '70 Maslach e Freudenberger studiarono alcuni operatori di un reparto di Igiene Mentale che presentavano effetti di stress accentuato.
Allora si parlava di stress, termine molto in voga che stava ad indicare gli effetti, a volte anche gravi, che colpivano delle persone al lavoro per la fatica e per le difficili relazioni con gli altri colleghi.
Un po' alla volta ci si è resi conto che questo stress aveva però caratteristiche peculiari e venne studiato soprattutto nel personale che svolgeva le cosiddette "relazioni di aiuto" in costante contatto con altre persone in difficoltà, bisognose o in pericolo. Tanto per intenderci: medici e infermieri, assistenti sociali, poliziotti, vigili del fuoco ecc. Tutte professioni complesse che hanno a che fare con persone in stato di pericolo o difficoltà, paura ed angoscia.
Questi professionisti, all'inizio molto motivati e competenti, perdevano le loro capacità di intervento, erano nervose, stressate, negative. In una parola sola si "bruciavano"
Del resto è comprensibile che queste persone vadano incontro ad "esaurimento" per il loro lavoro. Non è certo come stare tranquilli in un ufficio con orari definiti, pausa caffè e week end sempre a casa. Con il passare degli anni però ci si è resi conto che il fenomeno del burnout colpiva anche persone che sembrava non potessero mai essere coinvolte date le condizioni lavorative normali e tutto sommato protette.
Per orientarsi nel fenomeno del burnout dobbiamo tenere in conto che è nella relazione con le persone che ci attorniano al lavoro l'indicatore più importante che può dirci se la persona andrà incontro a fenomeni di burnout. L'esperienza clinica mi ha mostrato che non sono i carichi di lavoro, la complessità del compito o l'affrontare nuove tecnologie l'innesco del burnout.
Semmai tali elementi sono il substrato sul quale si sovrappongono le relazioni conflittuali o meno con i colleghi di lavoro ed i capi. Ancora una volta l'esperienza mostra che se l'ambiente di lavoro non è conviviale, collaborativo, con quella generosità umana che ci fa stare bene assieme, allora vi è pericolo di burnout. Molte persone mi riferivano di difficoltà relazionali con colleghi protratte nel tempo. E, soprattutto, l'incapacità del loro capo di risolvere o almeno gestire tale conflitto. Un pò come dire che sia orizzontalmente che verticalmente lo stress era troppo. Questa è una classica condizione di pre-burnout, poi il protrarsi nel tempo fa esplodere la sofferenza.
Carlo lavora da sei anni a Milano come venditore in una importante concessionaria di auto e moto. E' un appassionato motociclista, felice di trattare anche quelle moto che ama tanto. Per quattro anni va contento al lavoro, è apprezzato dai clienti per la simpatia e competenza e va d'accordo con i colleghi. Il suo capo, ex corridore di rally è quasi un amico, tanto che spesso si ritrovano fuori del lavoro.
2017, riorganizzazione aziendale, molto spesso sinonimo di tagli al personale ed al budget: Carlo viene spostato dalle vendite al magazzino ricambi, alle vendite sono inseriti due giovani laureati (Carlo ha solo un diploma). Il suo capo viene spostato in una concessionaria dell'hinterland milanese da "risollevare" come vendite ed al suo posto è promosso un venditore senior della parte auto.
Carlo pur dispiaciuto non può che accettare tali cambiamenti, voluti dalla direzione centrale del marchio in Italia. Iniziano dei dissapori con il suo capo che ritiene il magazzino ricambi solo una piccola parte del fatturato della concessionaria e quindi nega ogni riconoscimento salariale al nostro. I due giovani venditori sembra facciano di tutto per rendersi antipatici. Sono sussiegosi e considerano le moto un peso per il marchio rispetto ai guadagni della vendita delle auto.
Carlo mi dice che ha sentito il "clima" della concessionaria cambiare, i numeri del budget e delle vendite diventano la bibbia cui tutti devono conformarsi. L'importante è vendere, a qualunque costo, il rapporto con il cliente diviene formale e occorre sempre fare in fretta, fare firmare i contratti in fretta, vendere in fretta... Ma i problemi sono solo all'inizio per Carlo. Un pomeriggio ha uno scontro con il suo capo che lo rimprovera di non essere abbastanza efficiente nel suo ruolo di capo magazziniere perché alcuni corrieri hanno ritardato le consegne per scioperi in Austria.
Carlo si sente accusato ingiustamente e avrebbe voglia di mollare tutto, ma non lavora certo per svago! Si susseguono mesi di episodi sgradevoli e ripicche tra i vari dipendenti, con un capo che ha come massima: «Si può fare sempre di più»
Com'erano belli i tempi in cui andava al lavoro volentieri, ora è totalmente demotivato e deluso, il clima della concessionaria è talmente cambiato che inizia a fare delle assenze per malattia. Il medico lo trova stressato e gli prescrive degli ansiolitici. Al ritorno al lavoro il suo capo lo attacca e l'accusa di essere un furbetto che fa la scena per non lavorare! Carlo stavolta risponde per le rime e poco dopo si ritrova con una lettera di richiamo da parte dell'azienda. Carlo si sente impotente, arrabbiato ed al contempo esaurito. Il medico gli prescrive altri giorni di malattia ed ipnotici dato che dorme male ma, soprattutto, gli dice che è in burnout. Carlo è sorpreso, non sa nemmeno bene cosa significhi, si documenta e deve riconoscere che è proprio vero: è "bruciato". Sicuramente vorrete sapere com'è finita: Carlo ha intrapreso un percorso con uno psicologo per affrontare questa sofferenza oltre a rivolgersi ad un avvocato del lavoro. Attualmente lavora in un motolavaggio (ne esistono alcuni a Milano), guadagna meno di prima ma ha a che fare quotidianamente con moto di tutti i tipi e con colleghi "malati" come lui di motori su due ruote. Pensate il suo capo viene sempre in moto da lontano, anche nelle fredde giornate milanesi, un "malato" anche lui!







Bravi, giovani e giustamente desiderosi di un lavoro qualificato


Incontro sempre più giovani italiani che si sono trasferiti tra Nizza, Antibes o Marsiglia per lavoro.
In zona la parte del leone la fa Amadeus, grande azienda con uffici di ricerca e sviluppo a Sophia-Antipolis, fornitrice di software per prenotazione ed emissione biglietti per compagnie aeree, ferroviarie e catene alberghiere che ha assunto tantissimi giovani e continua ad inserire neo-laureati in azienda.
Sono prevalentemente ingegneri informatici ma anche matematici e statistici, e provengono da tutte le parti d'Italia. Nel parco tecnologico di Sophia-Antipolis esistono altre realtà come laboratori di ricerca farmacologica o bio-medica che hanno al loro interno giovani dottorandi e ricercatori. Anche qui molti sono italiani. Ecco, mi colpisce che così tanti ragazzi preparati, volenterosi e disposti a mettersi in gioco, siano costretti a cercare un lavoro qualificato e con prospettive di sviluppo professionale, qui in Francia.
Di tutti questi giovani che ho conosciuto solo uno è riuscito, dopo alcuni anni a rientrare in Italia con un lavoro qualificato, la maggior parte di loro ha ben capito che dovrà rimanere in Francia molti anni oppure continuare all'estero che si tratti di Spagna, Inghilterra, Irlanda, Germania...
E' vero che occorre avere uno sguardo "internazionale", conoscere le lingue e non essere provinciali oltre che credere nell'Europa ma l'altra faccia della medaglia mostra una criticità ed un problema da troppi anni sottovalutato.
Qualche settimana fa in un breve viaggio nella "mia" Milano, ho approfittato per andare a salutare un caro amico che era anche il mio medico di base. Sta per andare in pensione dopo tanti anni di lavoro fatto con passione ed attenzione ai suoi pazienti. Mi raccontava sconsolato che nessuno prenderà il suo posto nell'ambulatorio dato che vi è una carenza di giovani medici. Mi ricordava che quando lui aveva iniziato la professione sembrava ci fossero troppi medici allora era stato introdotto l'esame di ammissione a medicina per selezionare i candidati. Ora, a distanza di non molti anni, si "scopre" che all'andare in pensione degli attuali medici senior sono troppo pochi i giovani medici usciti dalle università pronti per rimpiazzare i loro colleghi.
Ascoltarlo metteva i brividi, ma chi si occupa di programmazione sanitaria...?
Se state pensando quindi che i giovani medici troveranno subito lavoro in Italia vi sbagliate, i contratti sono sempre a tempo determinato e con stipendi troppo bassi per attrarre. Guarda caso la Francia approfitta di ciò ed attrae sempre più nostri giovani medici: vengono assunti con contratti a tempo indeterminato e giusti stipendi perché sono capaci ed apprezzati dato che le nostre scuole di specializzazione formano professionisti di valore.
Ancora una volta dobbiamo assistere alla migrazione per lavoro di tanti giovani di ogni regione d'Italia, che provengono da famiglie abbienti o proletarie, accomunati dal bisogno legittimo di trovare un lavoro adeguato agli studi fatti e, soprattutto, pagato il giusto.
Il centro studi e ricerche Idos di Roma ha rilevato che dal 2017 ben 250.000 italiani sono emigrati all'estero e secondo il Sole 24 ore più del 30% di loro è composto da laureati. Sono numeri sconfortanti oltre tutto i costi economici della formazione di tali giovani sono a carico dell'Italia ma la fruizione del loro potenziale avvantaggia altri paesi europei come la Francia.
Ammetto che tutto questo mi addolora, soprattutto perché so bene che in Italia ci sono risorse, competenze, capacità e creatività da vendere ma qualcosa si inceppa e fa girare a vuoto troppe persone. Non è mio compito analizzare le ragioni, ognuno di noi ha le sue risposte e sa bene perché questo si produce. Però seguire i TG italiani e leggere i giornali mette tristezza, di questo patrimonio culturale ed umano che se ne va fuori Italia si parla poco e quasi con fastidio, tanto, si sa, gli italiani si arrangiano. Già si arrangiano, siamo maestri in questo, ma protestare vivamente no?

PS In questi giorni la Francia è alle prese con le manifestazioni che avvengono in tutto il paese dei cosiddetti gilet gialli, persone che a motivo dell'aumento del carburante, soprattutto diesel, hanno iniziato a protestare contro il governo per una raffica di aumenti in atto o previsti a breve.
I manifestanti hanno ben capito che ancora una volta la fascia media di popolazione pagherà il prezzo più alto in termini di tasse dato che Macron, in assoluto calo di popolarità, ha ormai mostrato il suo vero volto di garante della finanza a scapito della borghesia e delle fasce povere della popolazione.
Cito queste manifestazioni "spontanee" perché trovo giusto che un popolo si ribelli a certe ingiustizie, e mi chiedo: perché gli italiani non protestano quando vedono i loro figli emigrare per trovare lavoro.
Lavoro che consente loro poi di comperare casa, sposarsi, fare figli fuori dal loro paese e, ovviamente, poi vivere la nostalgia della loro bella Italia...?!

Se volete leggere il comunicato stampa di Idos, cliccate il link seguente:




XVIII settimana della lingua italiana nel mondo

La locandina della XVIII settimana della lingua italiana nel mondo
Il blog "salute e benessere senza frontiere" è stato invitato alla conferenza di mercoledi 17 ottobre per presentarsi al pubblico di connazionali ed amici francesi presso il Consolato Generale Italiano di Nizza.
Desideriamo ringraziare il Console Generale di Nizza Raffaele De Benedictis e la Signora Paola per il cortese invito.
La serata si colloca all'interno della XVIII settimana della lingua italiana nel mondo, nello specifico sul tema dell'italiano e la rete, le reti per l'italiano. Tema di grande attualità, ampiamente dibattuto.
Il nostro blog ha per sottotitolo: "consigli pratici per gli italiani all'estero". Desideriamo contribuire a costruire una rete con indicazioni, indirizzi utili di specialisti medici e non solo, informazioni su tecniche inerenti il benessere psico-fisico e la creatività. Anche interviste a personaggi noti e meno noti che siano chef, artisti, Maestri di arti marziali o allenatori sportivi. Un blog di servizio alla numerosa comunità italiana della costa azzurra, che una volta era composta soprattutto da pensionati e residenti che sfruttavano la mitezza del cima. Ora abbiamo tantissimi giovani laureati in discipline tecniche, ricercatori, professionisti preparati che hanno dovuto lasciare il nostro bel paese alla ricerca di un'opportunità lavorativa soddisfacente. Per non parlare della nutrita schiera di persone che lavorano nel circuito di ristoranti e locali italiani, sempre più apprezzati dalla clientela francese.
Il blog ha bisogno del contributo di chi avrà voglia di fornire indicazioni, recensioni, notizie, per crescere e diventare ancor più al servizio della comunità, non solo italiana...

https://consnizza.esteri.it/consolato_nizza/it/la_comunicazione/dal_consolato/2018/10/xviii-settimana-della-lingua-italiana.html






Narcisisti, amarli o odiarli...?



Conosciamo tutti delle persone narcisiste, è difficile non vederle.
Sempre al centro dell'attenzione, sicure di se, arroganti, determinate e simpatiche per forza...!
Il narcisista ha bisogno di un pubblico, deve fare il suo show e pretende gli applausi finali.
Sovente si esprime con linguaggio colorito se non volgare ed è certo di riscuotere ammirazione in che lo ascolta per la sua superiorità intellettuale.
Se uomo potrebbe anche esibire muscoli e tatuaggi da guerriero, comportarsi cioè da "maschio alfa". 
Se donna, vestirsi in modo provocante e sensuale, per attirare ancor di più lo sguardo degli uomini e l'invidia delle donne.
E' innegabile che all'inizio una persona narcisista piace, è simpatica è un "animale sociale", estroverso e trascinatore. Spesso è una persona intelligente quindi può ben utilizzare il linguaggio e la sua cultura per affascinare gli altri. 
I cosiddetti reality sono il perfetto palcoscenico per tali persone, uomini e donne, non si spiegherebbe altrimenti il gran numero di stagioni di programmi che possiamo trovare alla tv in tutti i paesi europei e non solo.
I reality sono lo strumento perfetto per mostrare dei narcisisti all'opera, sfide, baruffe, amorazzi e congiure tra uomini e donne per apparire e vincere in notorietà e fare salire l'audience. Dapprima i personaggi sono amati e seguiti quasi morbosamente, poi nella stragrande maggioranza dei casi "esplodono" in litigi, pianti, parolacce e vengono di conseguenza esclusi e lasciano il reality affranti.
Questa è l'essenza dei reality, moderno colosseo in cui i gladiatori-narcisi combattono ed alla fine soccombono tra le invettive del pubblico televisivo. Quasi ogni puntate prevede che qualcuno dei partecipanti vada in crisi, si comporti male o esploda a piangere, così il pubblico resta incollato al televisore per vedere sadicamente la fine del malcapitato.
Un ulteriore campo in cui i narcisisti proliferano è nei social media, in primis Facebook. Umberto Eco ha avuto parole pesanti per le troppe persone che usano e, soprattutto abusano, di tali strumenti, egli scrive: 

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».  

Se ad imbecilli sostituiamo narcisisti, credo che il quadro sia più chiaro. Troppe persone scrivono, postano foto, selfie e fanno commenti spinti dal loro narcisismo e spesso i commenti scadono nell'invettiva e nell'offesa...
Riassumendo possiamo dire che così come il narcisista velocemente si guadagna simpatia e consenso da parte degli altri, altrettanto velocemente si instaura ostilità nei suoi confronti e le persone si allontanano.
Questo soprattutto perché il narcisista è anche un manipolatore ed alla lunga tale comportamento di sicuro darà fastidio e sarà chiaro essere a solo vantaggio del narcisista. 
Vi chiederete: ma il narcisista si accorge di ciò o ne è totalmente inconsapevole?
Nella stragrande maggioranza dei casi agisce così perché si tratta della sua personalità e non gli è possibile "vedere" in azione tale meccanismo psicologico, altrimenti potrebbe evitare la fine ingloriosa della sua notorietà ed il compatimento.
Ma non sentiamoci troppo in colpa, a tutti noi è capitato di conoscere e frequentare anche per lungo tempo dei narcisisti, poi però ce ne siamo accorti e abbiamo preso le distanze, se non abbiamo avuto addirittura uno scontro con tali persone.
Ricordo ancora le parole di un professore a Padova, ci diceva che il male della contemporaneità è proprio il narcisismo. Parole sagge, pronunciate tanti anni fa...!




La terapia individuale o di coppia

Roberto è convinto che alcune vicende familiari del suo passato lo hanno turbato e gli hanno lasciato delle fragilità emotive. Non si è mai sentito di affrontare tutto ciò negli anni ma da qualche mese ha conosciuto una ragazza, di cui è innamorato e sente giunto il momento di iniziare una psicoterapia. 
E' implicito in ciò il seguente ragionamento: ho nella mia storia personale delle vicende che mi hanno fatto soffrire ma è giunto il tempo di affrontare i miei fantasmi per potere vivere appieno la mia relazione con Carmen. Come dire: meglio tardi che mai, ma gli esseri umani sono fatti così...
Questa è una "classica" domanda di terapia che può ricevere uno psicologo magari come inizio di una psicoterapia.
Però le cose possono complicarsi: Roberto racconta che sta bene con Carmen, entrambi gioiscono dell'essersi incontrati, oltretutto in terra straniera (guarda caso in Francia) e stanno pensando entro pochi mesi di affittare un appartamentino e andare a convivere.
Roberto, pur convinto di "dovere guardare" dentro di sé vorrebbe che anche Carmen partecipasse ai colloqui, dato che talvolta non si "capiscono" ed hanno momenti di freddezza, superati poi per l'amore che sentono l'uno per l'altra.
Ora la domanda di Roberto si articola diversamente, non c'è solo lui che chiede di fare dei colloqui, vorrebbe coinvolgere anche Carmen, che però sa non essere disposta a recarsi da uno psicologo per timore e vergogna.
La posizione dello psicologo è chiara e netta: se una persona non se la sente di partecipare va assolutamente rispettata la sua volontà, pur consapevoli di eventuali pregiudizi e timori.
Roberto chiede anche allo psicologo di "convocare" Carmen (a fin di bene ovviamente!) ma il terapeuta lo invita, all'interno della coppia a porre la questione come un proprio desiderio o bisogno, senza forzare Carmen, tanto in questo modo sarebbe solo inutile e fonte di ulteriore diffidenza.
Roberto per alcuni mesi viene da solo ai colloqui pur occupando gran parte della seduta nel racconto della relazione con Carmen. Spesso si lamenta che la sua ragazza proprio non lo vuole accompagnare in seduta perché è convinto che una "terapia di coppia" sarebbe molto meglio per loro e cerca di "forzare" lo psicologo a vedersi tutti e tre assieme.
In queste situazioni mi oriento così: ogni caso è a sé, ritengo non esista una soluzione giusta ed una sbagliata. Lavoro con la persona che mi ha chiesto i colloqui, cerco poi di sondare la disponibilità del partner e in caso negativo prendo atto di ciò. Se il partner si rivela possibilista, con l'assenso della persona che è già in cura, fisso un colloquio che potrebbe essere individuale o di coppia se le persone, ovviamente, sono concordi.
Questo passaggio potrebbe essere preliminare ad un cambiamento di setting quindi trasformare la psicoterapia da individuale a terapia di coppia, oppure lasciare invariato il quadro clinico.
Se siete curiosi vi dico che Roberto continua il suo percorso individuale dato che Carmen, sino ad oggi, non ha voluto seguirlo in seduta.
Vedremo poi...









Gli attacchi di panico


         
Carlo sale in macchina per tornare a casa dal liceo di Milano ove insegna come supplente di latino e greco. Sta per avviare l'auto quando si rende conto che il suo cuore va a mille e quasi gli manca il respiro.
Cerca di calmarsi, è completamente sudato, vorrebbe uscire dall'auto per chiedere aiuto ma è come "bloccato", in preda ad un'ansia smisurata e, apparentemente, senza motivo.
Cerca di respirare lentamente ma con scarsi risultati, si sente immerso in una sensazione di impotenza che lo spaventa tantissimo.
Dopo alcuni minuti, che a lui sono sembrati ore, un collega si avvicina alla macchina, intuisce che qualcosa non va e dopo avere aperto la portiera gli parla e tenta di rassicurarlo...
Poco alla volta Carlo sembra riprendere il controllo su di sé, il cuore rallenta il suo battito e il sudore si asciuga. Le parole del collega sembrano averlo riportato alla vita!
Carlo dopo tale episodio si è rivolto al suo medico di base per cercare di capire cosa gli era successo, ed il sanitario, attento e preparato, dopo avere escluso evidenze mediche, ha parlato di attacco di panico ed anziché prescrivere i soliti ansiolitici gli ha suggerito di consultare uno psicologo per affrontare tale sofferenza.
L'attacco di panico può accadere a ciascuno di noi, senza predilezione di età, sesso o che,  e sembra essere in gran aumento nella nostra epoca. 
Potremmo descriverlo come un subitaneo impatto con il terrore, un sentimento di impotenza che ci annienta, l'idea di "essere perduti".
La psicoanalisi ha molto studiato l'attacco di panico e colto nella difficoltà della persona che ha tale sofferenza l'impossibilità di soddisfare aspettative, aspirazioni, obiettivi di altri o che egli stesso si prefigge al punto da non ascoltare e considerare i propri bisogni, desideri e … limiti!
Scrivevo prima che tale sofferenza è sicuramente in grande aumento nel nostro tempo: ciò darebbe corpo all'interpretazione che se le aspettative sociali, lavorative, di performance dei nostri anni sono sempre più elevate, molte persone si trovano in conflitto tra ciò che la società esige loro ed i propri desideri e le proprie aspettative. Possiamo leggere l'attacco di panico come una sofferenza, un conflitto tra la persona e la pressione della società. La persona cerca di adeguarsi, accelera, stringe i denti e non ascolta i propri desideri profondi o sacrifica quanto di più intimo ha in se. L'attacco di panico lo pietrifica, lo spaventa e gli ricorda che prima ci sono le sue istanze emotive e sociali, poi le aspettative della società.
Il nostro Carlo intraprende un percorso di psicoterapia ed in tempi brevi mette a fuoco l'aspetto conflittuale tra il diventare ciò che i genitori (pur legittimamente) gli chiedono, ovvero essere un bravo insegnante di latino e greco di un liceo milanese, dato che i familiari hanno fatto tanti sacrifici per farlo studiare (è figlio unico) ed un profondo desiderio di recarsi a fare l'insegnante in sud America, con un'associazione che ha conosciuto un anno prima.
Dare ascolto ai genitori, che ama tantissimo, o dare ascolto a Carlo?
L'attacco di panico colpisce come un fulmine, non si può aspettare altro tempo, occorre capire cosa è in gioco per la persona, senza ipocrisie e false soluzioni.
Carlo da qualche anno è in Ecuador, a Quito, in una scuola ove insegna la lingua italiana a bambini e ragazzi. Ogni tanto facciamo ancora una chiaccherata, magia di Skype che ci permette di parlare e vederci pur essendo così lontani.

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