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Storie di giovani professionisti italiani che lavorano in Costa Azzurra


Photo: Italia chiama Italia

Dato che incontro molti giovani italiani che si sono trasferiti qui in Costa Azzurra per lavorare, desidero raccontare le storie di alcuni di loro. Uomini e donne che si sono trovati a dovere lasciare l'Italia per ambire ad un lavoro legato non solo agli studi intrapresi, ma con contratti a tempo indeterminato.
Basta girare per Nizza e cittadine limitrofe per sentire parlare italiano da moltissimi giovani che si sono trasferiti da anni o da pochissimo (il trend è in costante aumento), per potere avere un lavoro commisurato agli studi fatti, con contratti solo all'inizio a tempo determinato e poi con assunzione stabile. Niente di paragonabile ai contratti di tre mesi rinnovabili a vita, o partite IVA fittizie per non assumere stabilmente, assai utilizzati in Italia. Rimango sempre stupefatto quando mi raccontano di colloqui fatti via Skype tra imprese francesi e loro, due tre sessioni Internet, poi visita all'azienda e contratto inviato per mail entro un mese... Firma da ambo le parti e via, al lavoro nel polo tecnologico di Sophia Antipolis, la "Silicon valley" francese nell'entroterra di Antibes, in mezzo ad un bosco.
Molti di questi giovani mi raccontano che i loro colleghi di Università rimasti in Italia faticano non poco a trovare un lavoro adeguatamento pagato e, soprattutto, con contratti a tempo indeterminato; condizione necessaria per acquistare l'auto o accendere un mutuo per la casa...
Del resto potersi "sistemare" ovvero sposarsi, comperare casa e contare su un lavoro stabile è una giusta aspettativa per un giovane che ha studiato, sovente con un importante impegno economico da parte dei familiari. Anche se va tutto bene, il nostro giovane, dovrà fare i conti con la lontananza da casa, dalla fidanzata e dagli amici, per un tempo che sa bene essere di molti anni. Alcuni sperano di potere rientrare in Italia a lavorare ma molti, realisti o disillusi, sanno che iniziato il viaggio all'estero facilmente dovranno continuare la loro "orbita" in Europa o altrove.
Va da se che alla soddisfazione per il lavoro trovato occorre mettere in conto lontananza da casa, nostalgia per le persone amate, diverse abitudini alimentari e usanze, lingua e ri-costruzione di legami sociali soddisfacenti. Questo è il costo iniziale, talvolta di forte impatto, da pagare per ciscuno. Molte persone lo affrontano con forza e determinazione, anche se i momenti di nostalgia sono sempre presenti, e sarebbe veramente strano se così non fosse.
Ebbene il mio volere raccontare le storie di alcuni di loro è un riconoscimento all'impegno, alla determinazione ed al coraggio di questi giovani uomini e donne, che contribuiscono a portare in Europa e non solo, cultura, conoscenze, creatività e "italianità" che molti ci invidiano ed ammirano.
Nel prossimo post inizierò a raccontare la storia di uno di questi giovani...









Il contributo dell'alimentazione e del gusto nella cura dell'Alzheimer

Di solito gli chef italiani hanno grande pratica, maestria ed inventiva, quale che sia la regione di provenienza e hanno cominciato a cucinare presso altri ristoranti per poi aprire il loro e continuare la tradizione "cuciniera" del nostro paese. Ben pochi però hanno una formazione scientifica di base che possono coniugare con l'arte dei fornelli, nel pieno della sintesi tra tradizione e innovazione della cucina. Ebbene Giovanni Sorrentino, biologo di formazione e chef per passione, dopo tanti anni di lavoro ai fornelli tra Italia e Francia, ha da poco intrapreso una ricerca in collaborazione con il Centre Mémoire de Ressource et de Recherche di Nizza, sull'evoluzione del gusto nei malati di Alzheimer.
Il tutto parte dal quinto gusto, l'UMAMI... Ma non voglio togliere il piacere di leggere la sua biografia e scorrere il sito Blutomate. Buona lettura!

Photo dal sito: maquerau marinée aux agrumes et mozzarella di bufala campana
Né à Naples, Giovanni Sorrentino, Chef italien basé à Nice a préféré cette expérience à celle de vie dans un laboratoire de recherche biologique. Après avoir obtenu son diplôme en Science Biologiques de l’ Université SUN de Naples, il a terminé sa formation scientifique dans un laboratoire américain avant d’être rattrapé par sa passion d’ enfance, la cuisine.  Ayant grandit dans une famille de la vieille ville napolitaine qui gérait son restaurant des années 40 aux années 60, il a pu apprendre les secret de la cuisine traditionnelle du Sud. Il sera éternellement marqué par le feu de la passion pour la cuisine. L’un des tournants de sa vie le ramène à son amour d’enfance: le métier de cuisinier. Les voyages à l’ étranger lui ont permis de rencontrer des professionnels, souvent des visionnaire, qui ont enrichi ses connaissances culinaire et aider à développer son talent. La dernière étape de ses voyages fut Nice où il commença à mettre ses capacités et sa passion au service des autres. Aujourd’hui, en continuant à s’ engager dans son travail, il a concentré son intérêt sur l’ étude et la découverte du goût et de ses effets sur le bien être mental et corporel. Giovanni, qui a gardé son amour pour la recherche, a lancé un étude en collaboration avec le Centre pour la Recherche sur la Mémoire de Nice pour évaluer la progression du gout dans le temps auprès des personnes atteintes de la maladie d’ Alzheimer. Il propose aussi des ateliers de cuisine pour le tout un chacun qui souhaite apprendre la cuisine véritable, simple et délicate.

Di seguito il link al sito di Giovanni Sorrentino: Blutomate 


La fabbrica della famiglia

La copertina del libro
L'amico Bruno Capaldi mi ha proposto la lettura di questo interessante libro dal titolo apparentemente ambiguo: "La fabbrica della famiglia". Una famiglia non si fabbrica, non è un'automobile, direte voi, giustamente. Semmai avremo a che fare con sentimenti, desideri, passioni, grandi amori e conflitti, separazioni e divorzi, nelle miscele più diverse.
Hefez, parte dal mostrare che ciò che intendiamo come famiglia, ed è un modello estremamente radicato soprattutto in noi italiani, può non tenere conto di ciò che accade nel XXI secolo.
Già in Francia la percezione della piccola istituzione chiamata famiglia è diversa dalla percezione di noi italiani: è molto più accettato (o tollerato) che avvengano separazioni, divorzi, ricomposizioni di famiglie con figli di primo letto ed altri, successivi. Poi adozioni, trasferimenti in territori lontani ed emancipazione di ragazzi già a 18 anni, magari per andare a studiare in città diverse dalla residenza familiare... E' meglio o peggio? Non saprei, al momento occorre registrare il fenomeno e provare a raccontarlo per riflettere sui modelli culturali che abbiamo dentro di noi. E' ciò che fa Hefez, psichiatra e psicoanalista, responsabile dell'unità di terapia familiare all'ospedale della Pitié Salpêtrière di Parigi, quindi un osservatorio privilegiato sulle vicende familiari e contorni vari.
La sfida che lancia Hefez è di abbandonare la comodità di pensare alla famiglia in termini madre-padre con figli e basta, un bianco-nero rassicurante dal punto di vista psicologico e "naturale". L'autore basandosi sull'esperienza di terapeuta di famiglia si è trovato di fronte a famiglie tradizionali, ricomposte, con figli adottivi, pluriparentali (a seguito di separazioni), monoparentali (un solo genitore) o omoparentali...  Utilizzare gli schemi della famiglia "classica" non lo avrebbe portato ad aiutare i suoi pazienti, nel momento della consultazione psicologica. E' per questo che ci propone di utilizzare la metafora della "fabbrica" di una famiglia che si sta componendo con gli elementi che si trovano in giro nella società attuale: maschi e femmine, omosessualità e desiderio di figli, matrimoni e separazioni successive, famiglie ricomposte con vari genitori di vari figli o genitorialità al singolare.
Hefez propone di leggere la famiglia sia in senso orizzontale che verticale, una sorta di tridimensionalità certo complessa ma che descrive molto meglio ciò che accade nella realtà della nostra società del XXI secolo. In qualche modo accettare cambiamenti che possono crearci timore ed ansia all'interno di scenari molto fluidi e poco tradizionali. L'autore con il supporto di vignette cliniche tratte dalla sua esperienza di psicoanalista ci invita ad accettare le mutazioni in corso nella società attuale tralasciando giudizi morali per pensare queste "nuove famiglie in costruzione" come una risposta più fluida e più libera alla trasmissione della cultura ed all'educazione dei figli.

“Nasciamo, per così dire, provvisoriamente, da qualche parte; soltanto a poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per nascervi dopo, e ogni giorno più definitivamente”.   Rainer Maria Rilke in "Lettere milanesi", 1923












La cultura della mediazione familiare per gestire in modo costruttivo il conflitto

Ospito con piacere nel mio blog uno scritto della collega Zaira Galli, relativo alla mediazione familiare. Leggete con attenzione il suo denso scritto che vuole dare una risposta sul tema delle separazioni conflittuali e relative sofferenze, sovente in presenza di bambini.
La Mediazione è un modo radicalmente diverso di concepire i conflitti, non tanto per le specifiche tecniche utilizzate, ma per la filosofia che ne sta alla base: gestire i conflitti impedendo che questi si esprimano in forme violente, riaccendendo la speranza e la voglia del dialogo e del confronto civile.
Mediazione non significa affatto “incontrarsi a metà strada”, trovando una soluzione di
compromesso. L’etimologia della parola mediazione è “dividere, aprire nel mezzo”: è piuttosto la presa d’atto di una “crisi (da “krino” che significa separazione, scelta, rottura) a cui si cerca una via d’uscita.
In tutti i casi la Mediazione diventa uno spazio-laboratorio ove provare a rinnovare un patto di convivenza riconoscendo la dignità ed il dolore di cui spesso sono portatori i confliggenti, un patto in cui coniugare le loro scelte e responsabilità anche con nuove modalità di condivisione del futuro.
In fondo, a ben considerare, la Mediazione è un’ “antica pratica” (sua culla è la Cina nel V secolo a. C.) secondo la quale si era soliti rivolgersi a una persona, ritenuta esperta e di fiducia, per chiedere il suo intervento in casi di dissidio per arrivare a un accordo. Rivisitata in chiave moderna può essere definita l’arte e la tecnica di condurre due o più parti in conflitto alla risoluzione di una disputa, il tutto reso possibile dall’applicazione della logica del miglior interesse realizzabile per tutti. Il “direttore del conflitto” è una terza figura neutrale, imparziale, chiamata “Mediatore”, a cui le parti in lite si rivolgono per trovare una soluzione mutuamente accettabile e soddisfacente per entrambe.
In altre parole è una precisa tecnica strutturata di gestione dei conflitti basata su precise abilità professionali e determinati presupposti teorici ed etici volta a porre fine alla conflittualità. Come tale è una procedura alternativa o complementare alla lite legale e ad altre forme di assistenza terapeutica o sociale rispetto alle quali agisce in completa autonomia pur stabilendo un rapporto interdisciplinare: lo scopo della mediazione, secondo quanto affermano Folberg e Taylor, è quello di isolare i termini della lite, sviluppare delle opzioni e raggiungere una risoluzione consensuale, senza vincitori e vinti.
La chiave di volta della nuova “cultura della mediazione” sta nella profonda conoscenza del conflitto come fenomeno socio-relazionale e in quanto tale da risolvere secondo una logica collaborativa, alla pari, per superare la dialettica vincitore-vinto della logica antagonista.
La mediazione nella sua accezione più ampia è un’alternativa all’iter legale nella risoluzione dei conflitti.
La Mediazione familiare è nata negli Stati Uniti d’America negli anni settanta e strutturata, poco dopo, in materia di separazione e/o divorzio coniugale. Jim Coogler, avvocato e terapeuta familiare di Atlanta, agli inizi degli anni settanta, mentre discuteva con alcuni amici sulla sua personale devastante separazione, cominciò a considerare la necessità di trovare un sistema più razionale e civile del processo legale (contenzioso) di divorzio fondato principalmente sull’accusa. A metà degli anni settanta Coogler decise così di fondare la Family Mediation Association con lo scopo di assistere i coniugi separandi per far sì che partendo da una situazione caratterizzata da frustrazione, debolezza e antagonismo, si arrivi a ristabilire o riguadagnare il controllo della propria situazione e raggiungere una risoluzione consensuale.
Ormai da circa un trentennio anche in Italia si parla di Mediazione come procedura alternativa e/o complementare all’iter legale nella risoluzione delle dispute (ADR): si tratta in senso lato di una nuova tendenza culturale sollecitata dai continui cambiamenti sociali e da nuove istanze psicologiche che sottolineano la natura socio-relazionale del conflitto, come tale è ineliminabile dalla relazione stessa. Il cambiamento culturale vuol dire cambiare atteggiamento nei confronti del conflitto stesso: esiste e di per sé non è né negativo né positivo, dipende da come ci si pone di fronte. E’ possibile adottare tre stili: di evitamento; far finta che non esista con il risultato che il conflitto si cronicizzi e interrompa la comunicazione interpersonale e perciò si deleghi gli esperti in giurisprudenza a stabilire chi ha ragione; uno stile antagonista con il risultato che dopo una guerra distruttiva ci sia un vincitore e un vinto; uno stile collaborativo che accetta il conflitto e lo gestisce alla pari con il risultato di una giustizia compositiva dei confliggenti. In quest’ultima condotta si può riconoscere che il conflitto prima di essere agito può essere pensato e ancora, pensare il conflitto, vuol dire possibilità di parlare dei motivi del contendere, di metacomunicare “di” e “su” questo conflitto e quindi capacità di riconoscere i bisogni dell’altro perché sono i suoi motivi del contendere. In quest’ottica, che ritengo la più rispettosa dei diritti individuali, entrambe le parti hanno diritto al riconoscimento dei propri bisogni, che è poi la soddisfazione degli stessi, intesa come giustizia compositiva.
Sovente chi lo vive non riesce a gestirlo perché troppo coinvolto emotivamente, paralizzato dalla paura del cambiamento, dalla convinzione di avere ragione o colto da spirito vendicativo. Si configura così la necessità di un intervento specialistico, quello del mediatore appunto che conduce “super partes” il percorso di mediazione.
Alla luce di quanto detto possiamo ora capire meglio come la Mediazione nella sua accezione più ampia sia una precisa tecnica strutturata di gestione dei conflitti basata su precise abilità professionali e determinati presupposti teorici ed etici volti a porre fine alla conflittualità in sede stragiudiziale.
Il suo campo di applicazione è ad ampio raggio perché diversi sono i contesti sociali in cui il conflitto può insorgere per cui nell’ambito dei conflitti familiari si parla di Mediazione Familiare.
Cos’è la mediazione familiare
La letteratura ne ha dato diverse definizioni, quella in cui io personalmente mi ritrovo è nel concetto di “relazione d’aiuto che il professionista debitamente formato può offrire alla coppia in una dimensione spazio-temporale”.
Nel tempo quando la coppia attraversa la fase più critica della sua storia evolutiva fatta di anoressia di sentimenti positivi che prelude l’evento separativo. Nello spazio in quanto la coppia viene accolta nella stanza della mediazione (dove si svolgono le sedute), spazio neutro fatto di ascolto empatico.
“Non ci si sposa per separarsi, quando invece accade, la propria separazione rappresenta un gravissimo insuccesso. Questa percezione di fallimento e la necessità di lottare con sentimenti quali disillusione, rabbia, senso di tradimento, inganno, spirito vendicativo, senso di colpa, dolore, paura del cambiamento, autocommiserazione e vittimismo rendono la separazione estremamente difficile”.
Spesso il sentimento che prevale è quello di rivalsa; rifarsi sul coniuge appaga della perdita subita. La presenza di figli porta ad usarli come ostaggi per ottenere qualcosa in più e la vicenda separativa diventa una lotta estenuante.
Ciò di cui la coppia ha bisogno in questo momento non sono soltanto i pareri legali, è proprio nei casi di separazione coniugale, e soprattutto in presenza di figli, che ci si accorge dei limiti normativi della giurisprudenza che non può farsi carico dell’aspetto emotivo-relazionale delle persone coinvolte in questo momento carico di stress.
Le esperienze di Mediazione extra-giudiziaria rappresentano un tentativo di modificare il contesto entro cui trattare le crisi familiari. Il problema è quello di ridurre la conflittualità “pubblica” e di arrivare a una “negoziazione” privata svolta su un piano di realtà; negoziazione che muove dal riconoscimento che al di là degli interessi di contrasto, permane un interesse comune: quello di ridurre la tensione, l’ansia, la conflittualità simbolica, semplificare i tempi e i costi della causa.
L’ammissione del limite del diritto rispetto all’esigenza di riportare una serena convivenza nei rapporti familiari sta a confermare che “la scommessa della MF sia possibile trait d’union tra diritto e psicologia”in materia di conflitto coniugale.
Allora la Mediazione è un’alternativa allo stato di sofferenza che spesso l’inevitabile iter giudiziario rinforza e può essere scelta come percorso da affiancare a quello legale, prima che la separazione legale sancisca uno status occorre elaborare la separazione psicologica altrimenti il destino degli ex partner è un “legame disperante e quello dei figli un dolore confusivo”.
La Mediazione è anche un processo di apprendimento della realtà: è capire e far capire, acquisire nuove conoscenze e competenze. E’ dare spazio a una “giustizia compositiva” perché condivisa e rinnovata, intimamente sentita tale dalle parti in conflitto.
Lo spazio di Mediazione è uno spazio neutro dove le parti in conflitto sentono che possono tirare il fiato, fermarsi un attimo, anche parlare della loro sofferenza, ascoltarsi e ritrovare il senso di ciò che è accaduto ed accadrà: è tornare a ”guidare” la propria vita o perlomeno di provarci ancora.
Il bisogno al quale la Mediazione Familiare cerca di rispondere è quello portato da coppie che, in procinto di separarsi o già separate, vivono una situazione di conflittualità tale per cui non riescono a trovare un modo adeguato per gestire ciò che resta in comune, i figli. Si può essere coniugi separati, ma genitori per sempre.
La Mediazione Familiare si propone come un percorso del tutto volontario durante il quale le persone vengono aiutate, dopo aver identificato le loro istanze e l’oggetto del contendere, a fare esperienza di un nuovo modo di stare insieme, nel rispetto della decisione di non essere più coppia coniugale, ma coppia genitoriale.
Induce gli ex coniugi a trovare soluzioni concordate nel rispetto dei bisogni e delle disponibilità personali e consente alla coppia di trovare per proprio conto le basi di un accordo (riguardante i figli e i beni patrimoniali, accordo che verrà poi formalizzato giuridicamente dall’avvocato che assisterà la coppia avanti gli organi giudiziari competenti (Tribunale ordinario anche in presenza di figli minorenni) durevole e accettabile affinché siano loro stessi a decidere le modalità secondo le quali intendono separarsi ed occuparsi dei figli. “Come insieme ci si sposa così insieme ci si separa”. Obiettivo concreto è la realizzazione di un progetto di riorganizzazione delle relazioni familiari in vista o dopo la separazione e/o divorzio coniugale, nel rispetto del quadro legale esistente, soprattutto in presenza di figli; l’obiettivo finale si realizza quando il padre e la madre, nell’interesse loro e dei figli, si riappropriano, pur separati, della comune responsabilità genitoriale in un clima di cooperazione e di mutuo rispetto. Si può con una metafora definirla anche un intervento che fa da ponte tra ciò che attiene alla sfera del privato (il versante dei sentimenti psicologicamente espressi) e ciò che appartiene alla sfera del pubblico (il versante dei diritti-doveri regolamentati giuridicamente).
Anche dopo la separazione è possibile continuare ad essere genitori attenti e presenti in modo significativo nella vita dei figli, a patto di essere capaci di accantonare rabbia e delusione verso l’ex partner, per dare spazio ad un dialogo collaborativo e costruttivo nel proprio ruolo di genitori.
A queste condizioni la separazione e il divorzio, per quanto dolorosi, possono essere vissuti non come la fine totale, ma l’inizio di una nuova storia, forse più complicata, più difficile, ma possibile.
In concreto il percorso della mediazione nei casi di separazione e div. può essere utilizzato prima, durante (la fase legale che viene momentaneamente sospesa), dopo (fase post sentenza); si articola mediamente in un massimo di dieci-dodici incontri con cadenza settimanale o quindicinale; quindi è un intervento limitato nel tempo e con finalità pratiche.
Gli invianti possono essere tutti i professionisti che sono impegnati nelle problematiche familiari: avvocati esperti in diritto di famiglia, ora dopo la legge del marzo 2006 “sull’affido condiviso” i
giudici della sezione famiglia, psicologi, psicoterapeuti, purchè tutti rispettosi della propria specificità e competenza di confini.
Concludendo è auspicabile l’“Espansione della cultura e della pratica della Mediazione in tutti gli angoli del mondo”.

Dr.ssa Zaira Galli
Psicopedagogista, formatrice, mediatrice familiare, coordinatrice genitoriale, supervisore professionale

http://www.cmf-milano.it/

https://studioardea.it/

Il burnout lavorativo



Photo by Roland Kettenring
Negli ultimi anni sempre più persone che ho incontrato mi hanno raccontato di difficoltà lavorative legate alle relazioni con i capi o con i colleghi.
Sia ben inteso, non parlo delle "normali" difficoltà del lavoro, oggettive e spesso legate ai ritmi di lavoro sostenuti. Nemmeno le comuni antipatie e gelosie lavorative, fisiologiche in qualunque micro comunità quale può essere un ufficio o altro luogo di lavoro.
Mi riferisco a situazioni francamente di burnout lavorativo.
Il termine burnout viene da lontano: negli anni '70 Maslach e Freudenberger studiarono alcuni operatori di un reparto di Igiene Mentale che presentavano effetti di stress accentuato.
Allora si parlava di stress, termine molto in voga che stava ad indicare gli effetti, a volte anche gravi, che colpivano delle persone al lavoro per la fatica e per le difficili relazioni con gli altri colleghi.
Un po' alla volta ci si è resi conto che questo stress aveva però caratteristiche peculiari e venne studiato soprattutto nel personale che svolgeva le cosiddette "relazioni di aiuto" in costante contatto con altre persone in difficoltà, bisognose o in pericolo. Tanto per intenderci: medici e infermieri, assistenti sociali, poliziotti, vigili del fuoco ecc. Tutte professioni complesse che hanno a che fare con persone in stato di pericolo o difficoltà, paura ed angoscia.
Questi professionisti, all'inizio molto motivati e competenti, perdevano le loro capacità di intervento, erano nervose, stressate, negative. In una parola sola si "bruciavano". 
Del resto è comprensibile che queste persone vadano incontro ad "esaurimento" per il loro lavoro. Non è certo come stare tranquilli in un ufficio con orari definiti, pausa caffè e week end sempre a casa. Con il passare degli anni però ci si è resi conto che il fenomeno del burnout colpiva anche persone che sembrava non potessero mai essere coinvolte date le condizioni lavorative normali e tutto sommato protette.
Per orientarsi nel fenomeno del burnout dobbiamo tenere in conto che è nella relazione con le persone che ci attorniano al lavoro l'indicatore più importante che può dirci se la persona andrà incontro a fenomeni di burnout. L'esperienza clinica mi ha mostrato che non sono i carichi di lavoro, la complessità del compito o l'affrontare nuove tecnologie l'innesco del burnout.
Semmai tali elementi sono il substrato sul quale si sovrappongono le relazioni conflittuali o meno con i colleghi di lavoro ed i capi. Ancora una volta l'esperienza mostra che se l'ambiente di lavoro non è conviviale, collaborativo, con quella generosità umana che ci fa stare bene assieme, allora vi è pericolo di burnout. Molte persone mi riferivano di difficoltà relazionali con colleghi protratte nel tempo. E, soprattutto, l'incapacità del loro capo di risolvere o almeno gestire tale conflitto. Un pò come dire che sia orizzontalmente che verticalmente lo stress era troppo. Questa è una classica condizione di pre-burnout, poi il protrarsi nel tempo fa esplodere la sofferenza.
Carlo lavora da sei anni a Milano come venditore in una importante concessionaria di auto e moto. E' un appassionato motociclista, felice di trattare anche quelle moto che ama tanto. Per quattro anni va contento al lavoro, è apprezzato dai clienti per la simpatia e competenza e va d'accordo con i colleghi. Il suo capo, ex corridore di rally è quasi un amico, tanto che spesso si ritrovano fuori del lavoro.
2017, riorganizzazione aziendale, molto spesso sinonimo di tagli al personale ed al budget: Carlo viene spostato dalle vendite al magazzino ricambi, alle vendite sono inseriti due giovani laureati (Carlo ha solo un diploma). Il suo capo viene spostato in una concessionaria dell'hinterland milanese da "risollevare" come vendite ed al suo posto è promosso un venditore senior della parte auto.
Carlo pur dispiaciuto non può che accettare tali cambiamenti, voluti dalla direzione centrale del marchio in Italia. Iniziano dei dissapori con il suo capo che ritiene il magazzino ricambi solo una piccola parte del fatturato della concessionaria e quindi nega ogni riconoscimento salariale al nostro. I due giovani venditori sembra facciano di tutto per rendersi antipatici. Sono sussiegosi e considerano le moto un peso per il marchio rispetto ai guadagni della vendita delle auto.
Carlo mi dice che ha sentito il "clima" della concessionaria cambiare, i numeri del budget e delle vendite diventano la bibbia cui tutti devono conformarsi. L'importante è vendere, a qualunque costo, il rapporto con il cliente diviene formale e occorre sempre fare in fretta, fare firmare i contratti in fretta, vendere in fretta... Ma i problemi sono solo all'inizio per Carlo. Un pomeriggio ha uno scontro con il suo capo che lo rimprovera di non essere abbastanza efficiente nel suo ruolo di capo magazziniere perché alcuni corrieri hanno ritardato le consegne per scioperi in Austria.
Carlo si sente accusato ingiustamente e avrebbe voglia di mollare tutto, ma non lavora certo per svago! Si susseguono mesi di episodi sgradevoli e ripicche tra i vari dipendenti, con un capo che ha come massima: «Si può fare sempre di più». 
Com'erano belli i tempi in cui andava al lavoro volentieri, ora è totalmente demotivato e deluso, il clima della concessionaria è talmente cambiato che inizia a fare delle assenze per malattia. Il medico lo trova stressato e gli prescrive degli ansiolitici. Al ritorno al lavoro il suo capo lo attacca e l'accusa di essere un furbetto che fa la scena per non lavorare! Carlo stavolta risponde per le rime e poco dopo si ritrova con una lettera di richiamo da parte dell'azienda. Carlo si sente impotente, arrabbiato ed al contempo esaurito. Il medico gli prescrive altri giorni di malattia ed ipnotici dato che dorme male ma, soprattutto, gli dice che è in burnout. Carlo è sorpreso, non sa nemmeno bene cosa significhi, si documenta e deve riconoscere che è proprio vero: è "bruciato". Sicuramente vorrete sapere com'è finita: Carlo ha intrapreso un percorso con uno psicologo per affrontare questa sofferenza oltre a rivolgersi ad un avvocato del lavoro. Attualmente lavora in un motolavaggio (ne esistono alcuni a Milano), guadagna meno di prima ma ha a che fare quotidianamente con moto di tutti i tipi e con colleghi "malati" come lui di motori su due ruote. Pensate il suo capo viene sempre in moto da lontano, anche nelle fredde giornate milanesi, un "malato" anche lui!







Bravi, giovani e giustamente desiderosi di un lavoro qualificato


Incontro sempre più giovani italiani che si sono trasferiti tra Nizza, Antibes o Marsiglia per lavoro.
In zona la parte del leone la fa Amadeus, grande azienda con uffici di ricerca e sviluppo a Sophia-Antipolis, fornitrice di software per prenotazione ed emissione biglietti per compagnie aeree, ferroviarie e catene alberghiere che ha assunto tantissimi giovani e continua ad inserire neo-laureati in azienda.
Sono prevalentemente ingegneri informatici ma anche matematici e statistici, e provengono da tutte le parti d'Italia. Nel parco tecnologico di Sophia-Antipolis esistono altre realtà come laboratori di ricerca farmacologica o bio-medica che hanno al loro interno giovani dottorandi e ricercatori. Anche qui molti sono italiani. Ecco, mi colpisce che così tanti ragazzi preparati, volenterosi e disposti a mettersi in gioco, siano costretti a cercare un lavoro qualificato e con prospettive di sviluppo professionale, qui in Francia.
Di tutti questi giovani che ho conosciuto solo uno è riuscito, dopo alcuni anni a rientrare in Italia con un lavoro qualificato, la maggior parte di loro ha ben capito che dovrà rimanere in Francia molti anni oppure continuare all'estero che si tratti di Spagna, Inghilterra, Irlanda, Germania...
E' vero che occorre avere uno sguardo "internazionale", conoscere le lingue e non essere provinciali oltre che credere nell'Europa ma l'altra faccia della medaglia mostra una criticità ed un problema da troppi anni sottovalutato.
Qualche settimana fa in un breve viaggio nella "mia" Milano, ho approfittato per andare a salutare un caro amico che era anche il mio medico di base. Sta per andare in pensione dopo tanti anni di lavoro fatto con passione ed attenzione ai suoi pazienti. Mi raccontava sconsolato che nessuno prenderà il suo posto nell'ambulatorio dato che vi è una carenza di giovani medici. Mi ricordava che quando lui aveva iniziato la professione sembrava ci fossero troppi medici allora era stato introdotto l'esame di ammissione a medicina per selezionare i candidati. Ora, a distanza di non molti anni, si "scopre" che all'andare in pensione degli attuali medici senior sono troppo pochi i giovani medici usciti dalle università pronti per rimpiazzare i loro colleghi.
Ascoltarlo metteva i brividi, ma chi si occupa di programmazione sanitaria...?
Se state pensando quindi che i giovani medici troveranno subito lavoro in Italia vi sbagliate, i contratti sono sempre a tempo determinato e con stipendi troppo bassi per attrarre. Guarda caso la Francia approfitta di ciò ed attrae sempre più nostri giovani medici: vengono assunti con contratti a tempo indeterminato e giusti stipendi perché sono capaci ed apprezzati dato che le nostre scuole di specializzazione formano professionisti di valore.
Ancora una volta dobbiamo assistere alla migrazione per lavoro di tanti giovani di ogni regione d'Italia, che provengono da famiglie abbienti o proletarie, accomunati dal bisogno legittimo di trovare un lavoro adeguato agli studi fatti e, soprattutto, pagato il giusto.
Il centro studi e ricerche Idos di Roma ha rilevato che dal 2017 ben 250.000 italiani sono emigrati all'estero e secondo il Sole 24 ore più del 30% di loro è composto da laureati. Sono numeri sconfortanti oltre tutto i costi economici della formazione di tali giovani sono a carico dell'Italia ma la fruizione del loro potenziale avvantaggia altri paesi europei come la Francia.
Ammetto che tutto questo mi addolora, soprattutto perché so bene che in Italia ci sono risorse, competenze, capacità e creatività da vendere ma qualcosa si inceppa e fa girare a vuoto troppe persone. Non è mio compito analizzare le ragioni, ognuno di noi ha le sue risposte e sa bene perché questo si produce. Però seguire i TG italiani e leggere i giornali mette tristezza, di questo patrimonio culturale ed umano che se ne va fuori Italia si parla poco e quasi con fastidio, tanto, si sa, gli italiani si arrangiano. Già si arrangiano, siamo maestri in questo, ma protestare vivamente no?

PS In questi giorni la Francia è alle prese con le manifestazioni che avvengono in tutto il paese dei cosiddetti gilet gialli, persone che a motivo dell'aumento del carburante, soprattutto diesel, hanno iniziato a protestare contro il governo per una raffica di aumenti in atto o previsti a breve.
I manifestanti hanno ben capito che ancora una volta la fascia media di popolazione pagherà il prezzo più alto in termini di tasse dato che Macron, in assoluto calo di popolarità, ha ormai mostrato il suo vero volto di garante della finanza a scapito della borghesia e delle fasce povere della popolazione.
Cito queste manifestazioni "spontanee" perché trovo giusto che un popolo si ribelli a certe ingiustizie, e mi chiedo: perché gli italiani non protestano quando vedono i loro figli emigrare per trovare lavoro.
Lavoro che consente loro poi di comperare casa, sposarsi, fare figli fuori dal loro paese e, ovviamente, poi vivere la nostalgia della loro bella Italia...?!

Se volete leggere il comunicato stampa di Idos, cliccate il link seguente:




XVIII settimana della lingua italiana nel mondo

La locandina della XVIII settimana della lingua italiana nel mondo
Il blog "salute e benessere senza frontiere" è stato invitato alla conferenza di mercoledi 17 ottobre per presentarsi al pubblico di connazionali ed amici francesi presso il Consolato Generale Italiano di Nizza.
Desideriamo ringraziare il Console Generale di Nizza Raffaele De Benedictis e la Signora Paola per il cortese invito.
La serata si colloca all'interno della XVIII settimana della lingua italiana nel mondo, nello specifico sul tema dell'italiano e la rete, le reti per l'italiano. Tema di grande attualità, ampiamente dibattuto.
Il nostro blog ha per sottotitolo: "consigli pratici per gli italiani all'estero". Desideriamo contribuire a costruire una rete con indicazioni, indirizzi utili di specialisti medici e non solo, informazioni su tecniche inerenti il benessere psico-fisico e la creatività. Anche interviste a personaggi noti e meno noti che siano chef, artisti, Maestri di arti marziali o allenatori sportivi. Un blog di servizio alla numerosa comunità italiana della costa azzurra, che una volta era composta soprattutto da pensionati e residenti che sfruttavano la mitezza del cima. Ora abbiamo tantissimi giovani laureati in discipline tecniche, ricercatori, professionisti preparati che hanno dovuto lasciare il nostro bel paese alla ricerca di un'opportunità lavorativa soddisfacente. Per non parlare della nutrita schiera di persone che lavorano nel circuito di ristoranti e locali italiani, sempre più apprezzati dalla clientela francese.
Il blog ha bisogno del contributo di chi avrà voglia di fornire indicazioni, recensioni, notizie, per crescere e diventare ancor più al servizio della comunità, non solo italiana...

https://consnizza.esteri.it/consolato_nizza/it/la_comunicazione/dal_consolato/2018/10/xviii-settimana-della-lingua-italiana.html