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La lingua italiana e l'esame CELI


Alcuni allievi delle scuole di Nizza durante la prova CELI alla Camera di Commercio Italiana di Nizza

I risultati della classifica 2018 stilata da Ethnologue: Languages of the World, ci riservano una bella sorpresa su scala mondiale, infatti, dopo inglese, spagnolo e cinese, l'italiano è la quarta lingua più studiata, prima del francese. Quest'anno poi celebriamo i 500 anni della morte di Leonardo, nato a Vinci nel 1452 e morto nel 1519 ad Amboise.
L'interesse per la nostra lingua è veicolato dal piacere di milioni di turisti che ogni anno visitano il nostro paese attratti dalle sue bellezze - da nord a sud - dalla gioia e simpatia dei nostri connazionali ed ovviamente dal buon cibo...!
A conferma di tali dati la Camera di Commercio Italiana di Nizza ha attivato numerosi corsi collettivi di italiano, dal livello principianti sino ai più avanzati. Nei corsi studiamo la grammatica, facciamo esercizi, simuliamo situazioni di vita reale, impariamo a leggere quotidiani come Il Corriere della Sera, La Stampa, La Repubblica, leggiamo libri e facciamo conversazione. Conversazione talvolta con il tavolo di lavoro imbandito. Ogni allievo porta qualcosa da mangiare o da bere ed al termine della lezione facciamo festa. Del resto è risaputo che si parla meglio una lingua straniera dopo avere bevuto un buon bicchiere di vino...!
 
Camera di Commercio Italiana di Nizza, fine della lezione: aperitivo
Molti allievi desiderano apprendere la nostra lingua per motivi lavorativi: uffici in contatto con clienti italiani, negozi di Montecarlo, ristoranti della Regione. Sovente necessitano di un iter personalizzato ed individuale, che prepariamo per loro. Facilmente necessitano anche di una certificazione del loro livello di conoscenza dell'italiano, da utilizzare al lavoro.
La Camera di Commercio italiana di Nizza è da molti anni il solo centro riconosciuto nel sud della Francia per la certificazione della conoscenza linguistica dell’italiano con l’esame CELI - Certificati di Lingua Italiana - in associazione con la prestigiosa Università per Stranieri di Perugia. L’esame CELI consente di avere un attestato linguistico valido in tutta Europa, paragonabile con le altre certificazioni sia per il francese per l'inglese che per altre lingue. L’esame CELI è di difficoltà crescente e va dal livello A1 al livello C2 quindi da chi ha un primo approccio con la lingua fino a chi ha diversi anni di studio alle spalle ed una conoscenza della lingua approfondita. All’interno dell’Università per Stranieri di Perugia opera il CVCL - Centro Valutazione Certificazioni Linguistiche - che prepara il materiale per gli esami scritti ed orali per i vari livelli delle certificazioni.



Nel febbraio dell'anno scorso mi sono recato a Perugia per seguire il corso di formazione per divenire esaminatore CELI e rafforzare lo staff della Camera di Commercio Italiana di Nizza. Il corso è stato molto interessante ed articolato ed ha visto la presenza di oltre trenta partecipanti, le giornate sono state esaurienti anche per i filmati proposti, utili per meglio comprendere come valutare le prove orali dei candidati.
Al termine del corso ho intervistato i nostri due docenti, Roberta Rondoni e Danilo Rini, che cortesemente mi hanno fornito dati ed informazioni sul CELI. Roberta mi ha detto che Il CVCL di Perugia nel corso degli anni ha collaborato con la divisione per le politiche linguistiche del Consiglio d’Europa per avvalorare gli esami CELI ai livelli del QCER (il quadro comune europeo). Roberta aggiunge, con orgoglio, che al momento al CVCL sono gli unici in Italia ad avere il "bollino di qualità" dell’ALTE (Association of Language Testers in Europe) che viene rilasciato attraverso procedure di audit volte a verificare il rispetto degli standard internazionali ed anche un codice etico che riguarda la condotta professionale degli esaminatori. Il ministero dell'Università e della Ricerca (MIUR) riconosce il CELI 3 come attestazione di conoscenza della lingua italiana ai fini dell'iscrizione all'Università in Italia. Roberta ricorda che i certificati CELI hanno una vasta spendibilità perché dietro il lavoro del CVCL c’è anche una ricerca di qualità e di scientificità che va avanti da anni.
Aggiunge Danilo: <<I nostri corsi di formazione sono molto importanti per coloro che vogliono diventare esaminatori perché la prova di produzione scritta degli esami CELI viene corretta a Perugia ma le prove di produzione orale vengono valutate nei vari centri quindi, dato che l'orale è di difficile valutazione, i nostri corsi aiutano gli esaminatori a capire ed applicare correttamente il sistema certificatorio del CELI>>.
Continua Roberta: <<Volevo solo aggiungere che il fatto di incontrare in questa maniera gli insegnanti ci permette di avere un continuo confronto con loro e avere un feedback sulla stessa qualità dei nostri esami e un riscontro sul lavoro che facciamo. Ciò è molto importante infatti i vari processi di revisione che intraprendiamo nei nostri esami nascono spesso dagli input che ci vengono forniti dagli insegnanti stessi>>.
Ho chiesto anche "un po’ di numeri" rispetto agli esami CELI.
<<Abbiamo un centinaio di centri di esami in Italia ed altrettanti in Europa, oltre 400 in tutto il mondo. Abbiamo formato qui a Perugia oltre 2000 persone nel corso degli anni e quest'anno contiamo di arrivare a 25.000 prove di esame sui vari livelli del CELI, un anno particolarmente importante per l'interesse nei confronti della nostra bella lingua...!>>. 
Con grande piacere qui a Nizza ci siamo trovati nelle varie sessioni di esami CELI (estiva ed autunnale) ad esaminare non solo adulti ma tanti adolescenti delle scuole della città e dintorni, davvero preparati e motivati. Ovviamente offriamo anche corsi di preparazione all'esame CELI, con simulazione dell'intera prova. Il nostro scopo è condurre i corsisti ad affrontare l'impegnativa prova - parte scritta ed orale - al meglio, con il nostro contributo. Dimenticavo: domani, sabato 25 maggio abbiamo da esaminare 13 candidati di alcune scuole di Nizza per la prova CELI 3 adolescenti B2. Da parte mia un grande "in bocca al lupo" ai ragazzi, noi faremo al meglio la nostra parte per una giornata di lavoro che si annuncia impegnativa ed importante per tutti i partecipanti.



          

L'esperimento della prigione di Stanford

Photo dal film: "The Stanford Prison Experiment"
Cosa succede se si mette della brava gente in un posto “cattivo”? Riuscirà il bene a vincere sul male o, piuttosto, trionferà il male? Può una persona buona commettere atti malvagi? Qual è il limite attraverso il quale nelle persone si scatena il male? Sono le situazioni in cui veniamo posti che determinano il nostro comportamento?

Nell'anno 1971 Philip Zimbardo, docente di Psicologia all'Università di Stanford ideò un'esperimento che intendeva riprodurre una situazione carceraria con dei volontari per studiare il loro comportamento. Nei sotterranei di un edificio fu ricostruito un carcere ove fare interagire 24 studenti universitari per svolgere i ruoli di detenuti e guardie. Tutti i ragazzi vennero intervistati e sottoposti ad una batteria di test di personalità al fine di eliminare quelli con problemi psicologici, malattie o precedenti criminali e/o di abuso di droghe. I volontari decisero di partecipare per un periodo di due settimane in cambio di 15 dollari al giorno. 12 diventarono guardie carcerarie, gli altri 12 i loro prigionieri. In questo esperimento non c’erano mezze misure; affinché lo studio potesse essere efficace, doveva avvicinarsi il più possibile all’esperienza reale dei prigionieri e delle guardie.
I “prigionieri” vennero arrestati e prelevati con una macchina della polizia a sirene spiegate, mentre svolgevano le loro attività quotidiane. Poi furono loro rilevate le impronte digitali, furono bendati e messi in una cella, spogliati e perquisiti. Venne loro data una divisa e un numero.
Gli altri partecipanti vennero trasformati in guardie e perciò vestiti in uniforme e dotati di manganello.
Ogni cella ospitava tre prigionieri e comprendeva tre lettini. Altre camere erano utilizzate per le guardie carcerarie. Uno spazio molto piccolo era designato come la camera di isolamento “il buco”, e un’altra piccola stanza serviva da cortile della prigione. Zimbardo e collaboratori osservavano il comportamento dei prigionieri e delle guardie con telecamere nascoste e microfoni. 
Dopo solo due giorni dall'inizio dell'esperimento accaddero i primi episodi di violenza tra i "detenuti" e le "guardie". Scontri sia verbali che fisici, intimidazioni ed umiliazioni. I detenuti spesso non obbedivano agli ordini ed alle consegne delle guardie che erano sempre più aggressive e sadiche nei confronti dei prigionieri. Al quinto giorno vi fu una rivolta da parte di alcuni prigionieri e la rappresaglia delle guardie fu rapida e brutale: vennero rimossi i letti dalle celle, i "rivoltosi" furono sbattuti in isolamento e tutti i “prigionieri” incominciarono ad essere picchiati. Al sesto giorno la situazione stava volgendo al dramma. Sconcertato, Zimbardo decise di interrompere immediatamente l'esperimento. 
Ma a quali effetti erano andati incontro le persone coinvolte?
I giovani che precedentemente all’esperimento si erano dichiarati pacifisti, nel loro ruolo di guardie, umiliarono e aggredirono fisicamente e verbalmente i “prigionieri”; alcuni di essi addirittura segnalarono piacere nel farlo.
I “detenuti", nel frattempo, cominciarono rapidamente a mostrare i classici segni del crollo emotivo, assomigliavano a prigionieri di guerra o pazienti di un ospedale psichiatrico. 
Lo stesso Zimbardo ammise di essersi immerso nel ruolo di “direttore della prigione”. Uno dei risultati più importanti dell'esperimento fu proprio la sua personale trasformazione in una figura istituzionale rigida; una figura più interessata alla sicurezza della sua prigione piuttosto che al benessere dei suoi partecipanti. Zimbardo stava perdendo il contatto con la realtà, la "prigione" era divenuta la sua realtà e lui si stava trasformando in Lucifero! Alla divulgazione dell'esperimento vi furono molte critiche, venne anche definito immorale. Al di là del giudizio sull'esperimento, però occorre porsi qualche interrogativo: in quale momento od in quale situazione una persona "normale" attraversa il confine tra il bene ed il male? Scrive Zimbardo: 
Possono avvenire trasformazioni del carattere umano in nuove  “situazioni sociali”, in cui le forze situazionali sociali sono sufficientemente potenti da riuscire a sopraffare, o a sopprimere temporaneamente, attributi personali di moralità, di compassione, o senso di giustizia.
Studi successivi (Penitenziario USA di Rikers, 1995) hanno cercato di comprendere come le guardie possano non percepire sensi di colpa derivanti dalle violenze inflitte ai detenuti. Alcune guardie non si rendevano davvero conto della tragica trasformazione in aguzzini, sul posto di lavoro. In quel carcere i livelli di violenza contro i detenuti erano così alti che molte guardie furono ufficialmente accusate di aver inflitto gravi aggressioni ai prigionieri e condannate a pesanti pene.
Molti ricorderanno le drammatiche immagini della prigione di Abu Ghraib, soldati e soldatesse che umiliavano e torturavano i prigionieri, con tanto di foto e selfie mettendosi in posa e sorridendo...
lo stesso Zimbardo suggeriva che gli abusi di Abu Ghraib potrebbero essere stati esempi reali degli stessi risultati osservati nel suo esperimento. Non a caso nel 2004 in qualità di perito partecipò al processo contro i militari americani colpevoli delle vessazioni sui prigionieri nel famigerato carcere iracheno.
Scrive Zimbardo nel suo libro:
Il male è l’esercizio del potere di nuocere intenzionalmente (psicologicamente), di procurare dolore (fisicamente), o distruggere (mortalmente o spiritualmente) altri. Solo poche persone sono in grado di resistere alla tentazione di cedere al potere e al dominio"
Philip G. Zimbardo, L'effetto Lucifero. Cattivi si diventa?, Raffaello Cortina, Milano 2008


l'amico Bruno Capaldi

  
Bruno Capaldi

Bruno Capaldi è stata una delle prime persone che abbiamo conosciuto quando ci siamo trasferiti, mia moglie ed io, a Nizza nel settembre 2013. La prima volta alla sede del Comites, di cui era membro, oltre ad essere uno dei quattro eletti del Consiglio Generale degli Italiani all'Estero (CGIE). Ci eravamo rivolti a lui perchè non riuscivamo ad avere informazioni precise rispetto alle pratiche da svolgere per l'iscrizione all'AIRE, per l'assistenza sanitaria (la Carte Vitale) e tutto ciò che concerneva la fiscalità italiana in rapporto a quella francese. Già allora su alcuni gruppi Facebook era possibile trovare informazioni e risposte, sovente però contraddittorie tra loro. Con questa confusione siamo giunti al RDV. Ricordo ancora l'incontro: appena entrati Bruno ci ha fatto accomodare ad una scrivania colma di dossier, ci ha offerto un caffè e chiesto alcune cose di noi per inquadrare la situazione e poi con chiarezza ci ha indicato le procedure da seguire per l'iscrizione immediata all'AIRE e per regolarizzare la nostra posizione sanitaria con la CPAM. Parole chiare, dirette che ci hanno rassicurato soprattutto alla luce della mia (allora) situazione di lavoratore trans-frontaliero, piuttosto difficile da inquadrare.
Bruno ci ha chiarito che gli aspetti sanitari, previdenziali e di sicurezza sociale sono definiti da regolamenti europei, come quello in vigore tra Italia e Francia. Materia complessa che va conosciuta appieno. Siamo usciti dall'incontro rassicurati, avevamo le idee chiare, oltretutto Bruno ci avrebbe assititi passo passo sino alla regolarizzazione della nostra posizione. Detto, fatto.
 
Maratona di Nizza
Quasi per caso abbiamo poi scoperto che Bruno ha una preparazione atletica invidiabile, è un appassionato maratoneta, ha corso per tanti anni sia in competizioni in Francia che in Italia. Cosa volete, con alcune persone nasce una simpatia, un affetto, una stima per il loro modo di porsi, per l'affabilità e la generosità d'animo... e così è stato con Bruno. Ho scoperto anche che Bruno aveva già assistito mia mamma tanti anni prima quando si era trasferita a Nizza da pensionata! Nel corso degli anni Bruno ci ha ancora assistito per aspetti fiscali francesi o italiani, che sovente erano di difficile comprensione anche per gli expert comptable di Nizza. Nemmeno Bruno sa a quante persone ha risolto dossier complicati o totalmente bloccati magari all'INPS, nel corso di tanti anni, con il suo lavoro all'INAS.
Patronato INAS-CISL di Nizza che ha inaugurato nel gennaio 1989 per seguire le molte pratiche di connazionali installati o residenti in questa parte della Francia. Quando vado a salutarlo in ufficio lo trovo indaffarato, con vari dossier sul tavolo e battuta sempre pronta sia di persona che al telefono per le domande più svariate e complesse. Il Patronato INAS è cresciuto, ora ha diverse collaboratrici ed ha permanenze in altre cittadine della Regione Paca.
Di sicuro la passione di Bruno per il suo lavoro attinge alla lunga precedente esperienza di sindacalista in Francia, soprattutto presso aziende chimiche come la ICI di Marsiglia, in anni in cui essere un lavoratore italiano in Francia non era certo facile!
Ora Bruno è in pensione, ovviamente avrete capito che per lui stare fermo è impossibile, curioso ed attivo com'è. Non a caso Bruno offre sempre consulenza a chi avesse bisogno di chiarire aspetti previdenziali, fiscali e di vita qui in Francia, tramite RDV da prendere all'INAS-CISL.
Se avete bisogno di fare chiarezza sulla vostra posizione qui in Francia, ora sapete bene a chi rivolgervi in totale fiducia.



Sede INAS-CISL di Nizza


Stress...


Photo : Progetto Iside
La Scala per lo Stress Percepito (Perceived Stress Scale) di Sheldon Cohen è il test psicologico più utilizzato per misurare la percezione dello stress.
Ci può dare indicazioni delle situazioni nella vita di una persona che vengono valutate come stressanti. La scala contiene anche una serie di domande dirette sui livelli attuali di stress percepito. Le domande sono di facile comprensione e riguardano i sentimenti e i pensieri relativi all’ultimo mese. Per ciascuna domanda alle persone viene chiesto di indicare con che frequenza si sono sentite in un certo modo.

Ecco la Scala PSS:

Le domande contenute in questa scala riguardano i suoi sentimenti e pensieri durante l’ultimo mese. Per ogni domanda le viene chiesto di indicare la sua risposta circolettando la frequenza con cui si è sentito o ha pensato in un certo modo.

0 = Mai 1 = Quasi mai 2 = A volte 3 = Abbastanza spesso 4 = Molto spesso

 1. Nell’ultimo mese, con che frequenza si è sentito fuori di sé poiché è avvenuto qualcosa di inaspettato?.....................................................................                                            0 1 2 3 4

2. Nell’ultimo mese, con che frequenza ha avuto la sensazione di non essere in grado di avere controllo sulle cose importanti della sua vita?........................                                   0 1 2 3 4

3. Nell’ultimo mese, con che frequenza si è sentito nervoso o “stressato”?.....        0 1 2 3 4

4. Nell’ultimo mese, con che frequenza si è sentito fiducioso sulla sua capacità di gestire i suoi problemi personali?....................................................                                                0 1 2 3 4

5. Nell’ultimo mese, con che frequenza ha avuto la sensazione che le cose andassero come diceva lei?...............................................................................                                               0 1 2 3 4

6. Nell’ultimo mese, con che frequenza ha avuto la sensazione di non riuscire a star dietro a tutte le cose che doveva fare?....................................................                                             0 1 2 3 4

7. Nell’ultimo mese, con che frequenza ha avvertito di essere in grado di controllare ciò che la irrita nella sua vita?..........................................................                                                    0 1 2 3 4

8. Nell’ultimo mese, con che frequenza ha sentito di padroneggiare la situazione?...........................................................................................                        0 1 2 3 4

9. Nell’ultimo mese, con che frequenza è stato arrabbiato per cose che erano fuori dal suo controllo?.......................................................................................                              0 1 2 3 4

10. Nell’ultimo mese, con che frequenza ha avuto la sensazione che le difficoltà si stavano accumulando a un punto tale per cui non poteva superarle?...............................        0 1 2 3 4

Calcolo dei punteggi: i punteggi sono ottenuti nel seguente modo. Invertire il punteggio (0=4;1=3;2=2;3=1; e 4=0) solo per le seguenti domande: 4-5-7-8. Per le altre domande il punteggio resta quello crocettato da voi. Sommate tutti gli item della scala. Risultati: (adattamento di M.Smith, R. segal, and J. Segal. Feb.2015)

1-10 = Sotto la media. Buona gestione degli eventi stressanti e adattamento agli imprevisti.

11-14 = Nella media. Ben lontani dalla mancanza di eventi stressanti, ma imparando a ridurne gli effetti si può raggiungere un buon livello di benessere.

15-18 = Medio-alto. E’ possibile che, anche senza accorgersene, lo stress stia già influenzando corpo, emozioni e comportamento.

19 o più = Alto. La percezione dello stress è elevata e gli effetti alla lunga potrebbero essere dannosi.

Scala per lo Stress Percepito
Copyright © 1994. By Sheldon Cohen. All rights reserved. 
Traduzione Italiana a cura di Andrea Fossati, Università Vita-Salute San Raffaele, Milano

La Scala PSS da un'indicazione dello stress percepito da una persona in un certo momento della sua vita, ed occorre ricordare che lo stress protratto per tempi molto lunghi ha effetti amplificati su di noi, sul tono dell'umore, sul "nervosismo" sull'irascibilità e sul corpo.
Avere consapevolezza del proprio stato di salute e benessere è fondamentale, così come conoscere il proprio livello di stress per potere intervenire per tempo prima che lo stress si "cronicizzi" e ci tolga energie e voglia di fare e vivere appieno.



Jimmy Picard e Georges Devereux

Jimmy Picard e Georges Devereux - Photo: My Movies.it
Stati Uniti, Montana 1948. Jimmy Picard è un nativo americano della tribù dei Blackfeet Pikuni, che vive e lavora nel ranch della sorella Gayle. Jimmy è reduce di guerra, ha combattuto in Francia e ne è rimasto traumatizzato.
Jimmy soffre di disturbi inspiegabili: la vista si offusca, il cuore accelera e il respiro si fa corto. Preoccupata per le condizioni del fratello, paralizzato a terra da frequenti crisi, Gayle lo esorta a farsi visitare all'ospedale militare di Topeka, specializzato nelle patologie dei veterani. Esclusa la disfunzione di ordine neurologico i medici giudicano il malessere di Jimmy imputabile a qualcosa di più profondo. Persuasi di non poter intervenire sul paziente, l'équipe chiede il parere e l'intervento di Georges Devereux, antropologo e psicoanalista francese che studia la dimensione psicologica di culture diverse da quella occidentale. Approdato in Kansas con entusiasmo e competenza, Devereux individuerà il disagio psicosociale di Jimmy, tramite un percorso terapeutico e amicale.
Adattamento del libro di Georges Devereux, etnopsichiatra di origine ungherese naturalizzato francese, Jimmy P. è la storia di un incontro, di una relazione umana prima che terapeutica, la narrazione di un'indagine analitica in cui medico e paziente si sono impegnati insieme.
Jimmy P. è un film sulla guarigione come presa di coscienza. Personaggi che sanno bene che la vita è una giostra infernale, anzi una guerra, personaggi che sanno altrettanto bene che la "guarigione" non è nient'altro che la possibilità di una ricaduta, una tregua tra la vita e il mondo. Jimmy P. - Psicoterapia di un indiano delle pianure è il titolo originale, perché la pianura descrive molto bene il paesaggio estetico e mentale del dramma di Desplechin, la sua sconfinatezza, la sua solitudine.
Psicoanalista transculturale, specializzato nell'elaborata cultura amerinda, Georges Devereux avvia un'indagine che finisce per scavare una galleria parallela dentro le coscienze dei protagonisti, che avanzano a cadenza irregolare. La spedizione conosce allora tensioni, frizioni, corrispondenza, affinità, lacune e pienezze.
Devereux traduce in parole il male invisibile del suo paziente, che converte le sue parole e le materializza in immagini che permettono allo spettatore di conoscere Jimmy Picard. E delle sue angosce, dei suoi fantasmi, delle sue emicranie, delle sue prove, dei suoi sguardi annebbiati, delle sue febbri, dei suoi movimenti tellurici, si fa carico Benicio del Toro. Abbiamo un indiano Pikuni e un ebreo ungherese, due popoli esiliati, due "selvaggi" venuti dalle "praterie" di due continenti, due sopravvissuti che hanno un nome segreto e hanno percorso le zone grigie e inquietanti della malattia, fraternizzando nella lingua di un paese di finzione, francese in America.

Film: Jimmy P. di Arnaud Desplechin, USA 2013

https://www.comingsoon.it/film/jimmy-p/49883/video/?vid=14471





Padri e madri ma non più coniugi


Photo : Mamma Poppins
Ospito con piacere un nuovo scritto della collega Zaira Galli sul tema della genitorialità e del rapporto con i figli.

Spesso si tende a considerare la separazione e il successivo divorzio come conclusione negativa di una relazione, ma la separazione è l’inizio di un nuovo processo evolutivo che si configura diversamente secondo il momento del ciclo di vita familiare e personale in cui avviene, comportando percorsi organizzativi articolati in rapporto alla storia dei coniugi, alle loro risorse, all’età dei propri figli e al loro status economico. Il percorso di elaborazione successivo alla separazione avviene in un arco temporale molto lungo e può essere effettuato in modo autonomo attraverso la riflessione della perdita e il cambiamento. Può accadere che, in caso di separazione conflittuale, i sentimenti di collera permangano anche per anni dall’avvenuta separazione e che gli ex coniugi si trovino in conflitti interminabili con tragici risultati per i figli. Per poter portare in salvo qualcosa è necessario che ciascuno dei due partner rispetti il processo di elaborazione dell’altro invece di concentrarsi nel negare la separazione e nutrire vendetta.
Sta di fatto che la separazione coniugale legittimata o no provoca la dicotomia tra coppia coniugale e genitoriale. La separazione come afferma Cigoli, “è un’impresa di coppia, come insieme ci si lega, insieme ci si separa” E’in questo contesto che la coppia deve rielaborare una nuova dimensione del “Noi” ovvero riconoscere l’altro come genitore separato. La coppia genitoriale deve istituire una gerarchia di valori (l’altro, il figlio prima di me), un comune ideale, che vada al di là del dolore del divorzio. Cosa sicuramente non facile in quanto nel processo di separazione prevalgono vissuti dolorosi connotati da sentimenti di colpa, amarezza e rifiuto reciproco: emozioni tutte che richiedono l’elaborazione del lutto.
La presenza dei figli è il motivo che richiama i partners a rendersi consapevoli e considerare l’altro come persona e come genitore, a tenere vivo l’aspetto etico della relazione per il semplice fatto che dai figli non si divorzia; ma nel momento così doloroso dell’evento i protagonisti troppo coinvolti dalle proprie sofferenze e tesi a rimarginare le ferite non riescono a cogliere i bisogni dei figli.
A questi è dovuta la loro presenza e disponibilità, la verità sull’accaduto, l’educazione alla libertà, l’aiuto a soffocare l’auto-accusa con cui cercano di rispondere alla separazione dei genitori e dargli una giusta collocazione, la non alienazione dell’altro genitore, la coerenza educativa che li aiuti ad uscire fortificati e più maturi dal dramma della separazione.
In linea teorica tutto questo è perfettamente logico e lineare; anche la giurisprudenza -con la legge 54/2006- ha introdotto il concetto di “bigenitorialità” inteso come diritto del minore a continuare ad avere rapporti stabili e significativi con entrambi i genitori anche dopo la separazione, ma la mia lunga esperienza professionale di lavoro con le coppie mi porta ad asserire che non è così.
Il disinvestimento emotivo della fase di identità inconscia tipica dell’innamoramento, in cui si è “una cosa sola” non è direttamente proporzionale alla separazione coniugale che riporta alla condizione della “metà perduta”. La fine di un legame rimanda al principio fatto di bisogni, di attese, di speranze, per cui, la rottura non può essere da tutti tollerata; per tale ragione molte coppie si separano con odio, rabbia o voglia di rivalersi o vendicarsi, o con la paura della solitudine o di non riuscire ad affrontare il
futuro da soli. La separazione è un momento difficile nella vita di ognuno di noi ed assume le caratteristiche psicologiche della crisi, è un evento di cambiamento, è da intendersi come elaborazione di un lutto con tempi e modi propri di adattamento.
La considerazione “tout court” dell’evento ci presenta un impasse quasi impossibile da superare; l’opportunità della mediazione, procedimento in grado di aiutare la coppia ad affrontare questa transizione promuovendo la cooperazione nell’interesse dei figli, rappresenta una risorsa da utilizzare. In primo luogo come processo alternativo in grado di stimolare le risorse relazionali dei coniugi bloccate dai conflitti, successivamente come logica di gestione costruttiva del conflitto coniugale, per ridefinire la dimensione del “noi”, riconoscendosi genitori.
Il contesto mediativo permette di lavorare con finalità di supporto alla genitorialità in contesti familiari connotati da equilibri fragili, spesso il disagio psicologico di alcuni minori altro non è che il risultato di dinamiche disfunzionali presenti in queste realtà familiari, in seguito a separazioni altamente conflittuali o a rapporti interpersonali nei quali il conflitto è il “modus relationandi”.
Tale sostegno è un valido strumento per garantire alle parti non solo il ripristino di una comunicazione bloccata da tempo ma aiutarle a riconoscersi genitori, riscoprendo il desiderio di crescere attraverso questa esperienza. Per i figli è la garanzia al loro sacrosanto diritto di “ essere tali”.
La funzione pedagogica della mediazione consiste nel percorso da svolgere con tutta la famiglia: essere padre e madre significa “sentire” il proprio figlio come parte di sé e questo porta a una relazione fatta di comunicazioni verbali e non verbali: gesti, sguardi, carezze, momenti di intimità e di grande empatia.
Essere padre e madre è una condizione biologica che determina diritti/doveri, è un riconoscimento da parte nostra di funzioni e responsabilità; sentirsi padre e madre è una condizione esistenziale, è la percezione emotiva della paternità e della maternità, significa essere in relazione con il proprio mondo interiore e con quello degli altri: ascoltare e ascoltarsi, dare un nome alle emozioni, lasciarsi andare a quella che è stata definita “relazione pura”. Si tratta di una sorta di passaggio dall’essere al sentirsi, ovvero da un evento all’interiorizzazione dell’esperienza della paternità e maternità che recupera tutta la gamma delle emozioni che vi sono connesse e la capacità di costruire un’immagine di sé accanto al proprio bambino.
Questa capacità è strettamente legata alla possibilità di avere un’interazione precoce col proprio bambino, una “preoccupazione paterna primaria”, come scrive Winnicott, tale da permettere un legame affettivo coinvolgente e pregnante, e consentire di rispondere adeguatamente ai bisogni del proprio bambino durante il suo percorso di crescita.
Padre e madre che sanno accompagnare il figlio nel suo percorso evolutivo diventano un punto fermo nella sua esistenza che non può incrinarsi neppure quando si verifica la separazione tra i genitori.
Non tutti noi siamo preparati all’assunzione di tale ruolo e responsabilità e alla comunicazione in codice relazionale-empatico, pertanto dobbiamo essere aiutati ad essere “genitori a pieno titolo”.
Gli impegni professionali e una cultura ancora centrata sul ruolo materno, soprattutto nei primi anni di vita del figlio, confinano spesso il padre in un
ruolo secondario nella crescita del bambino, limitano la conoscenza diretta delle sue esigenze, dei suoi interessi, tanto che spesso non sa o non riesce a gestire il tempo che può trascorrere insieme, non sa proporre o chiedere al figlio cosa fare insieme nel tempo a loro riservato. Un padre presente e competente rappresenta inoltre uno straordinario sostegno alle neo madri, necessario e complementare alla loro funzione.
Come dicevo all’inizio la nuova dimensione del “Noi” in un rapporto di coppia in cui si è spezzato il legame non è un’acquisizione scontata; al contrario è molto faticosa e richiede un lavoro di elaborazione emotiva della perdita.
Il punto di forza della mediazione è in senso qualitativo del complessivo contenuto delle interazioni della coppia coniugale, dovrebbe riguardare la manifestazione diretta delle emozioni dei partners e il reciproco scambio di riconoscimenti relativo al rapporto concluso. Il processo di separazione è da sempre connotato in modo antagonistico, pertanto l’idea di mostrare sentimenti di dolore e di gioia all’altro separato potrebbero essere visti come segnale di debolezza.
La possibilità di dar spazio alla sfera emotiva, in un contesto protetto come quello della mediazione, permette ad ognuna delle parti di conoscere i vissuti dell’altro in merito alla vicenda separativa.
Allora quel clima antagonistico, si trasforma in un clima di fiducia che incrementa l’autostima nelle parti. Espressioni come “mi dispiace”, “sono stato molto male”, “ti ho sempre considerato un buon genitore”, costituiscono dei riconoscimenti necessari per l’assunzione del ruolo di padre e madre non più coniugi.
Attraverso la condivisione dei vissuti emotivi, si giunge pertanto ad un linguaggio comune che è il risultato di un percorso condiviso che “disancora” dalla dimensione dell’essere coppia coniugale per far strada alla consapevolezza del sentirsi padre e madre che per altro proiettata nel futuro è più ricca di speranza e predittiva di una negoziazione altrimenti difficoltosa.
In quest’ottica la mediazione non ha come obiettivo primario la formulazione di un accordo ma quello della rinegoziazione della dimensione del “noi” ridefinendo le due individualità nel riconoscersi padre e madre.
In questo spazio ridefinito l’elemento di condivisione è la realtà dei figli che rappresenta il collante contradditorio della coppia separata.
Il processo di separazione per sua natura coglie delle zone d’ombra che proprio attraverso il confronto tra gli ex partner può favorire quel processo di ricollocazione dell’altro, rielaborazione degli affetti nel proprio vissuto relazionale e in quello interiorizzato. Attraverso la ridefinizione dell’area genitoriale comune, è possibile che gli ex partner si scambino riconoscimenti che interessano l’esperienza coniugale passata.
In questa fase la mediazione rende possibile la restituzione di esperienze e ricordi, necessaria a garantire un buon esercizio della bigenitorialità nonché consentire agli ex coniugi di elaborare personalmente l’intero rapporto. Pertanto riconoscere l’altro come genitore separato, significa vivere un’esperienza di confronto da intendersi come ascolto dell’altro ed esposizione di sé, potersi fidare e, al tempo stesso, evidenziare i limiti di questa fiducia legata al recupero di autostima che consente di non temere di essere sopraffatti o di sopraffare.
La migliore garanzia per i figli non è tanto rappresentata dal raggiungimento degli accordi che evitino il protrarsi del conflitto, quanto essere collocati fuori dall’area di sopraffazione reciproca dei genitori.
Attraverso il delinearsi degli accordi, mi riferisco alla fase finale del processo di mediazione, in particolare a quelli dell’area genitoriale, papà e mamma porteranno, all’interno della mediazione, i loro vissuti in merito alle nuove modalità di rapporto ed anche alle relazioni con i terzi.
Nella fase conclusiva della mediazione, i genitori sviluppano un differente modo di considerare la realtà dei propri figli e cooperano alla formulazione della loro presa in carico dei figli nel dettaglio della vita quotidiana. Ora i bisogni dei figli non sono più considerati in modo strumentale, come soprattutto nella fase iniziale della mediazione; l’immagine del figlio è portata dai genitori sempre più nei suoi aspetti reali. L’essere padre e madre porta a considerare il figlio terreno di scambio e non più oggetto di appropriazione.
La breve e spero chiara esposizione della necessità di traghettare dalla sponda coniugale a quella genitoriale porta in salvo l’esigenza di costruire un ponte comunicativo e conservarlo nel tempo per poter essere presenti nella vita del figlio a condividere la straordinaria e faticosa esperienza della genitorialità.
Io traghettatore consegno una mappa di orientamento senza decidere la destinazione, porto al riparo dalle interperie delle collisioni competitive se il traghetto che guido è l’arte di saper ascoltare, con la quale l’ascolto prima passivo ora è attivo e dinamico; non c’è una prospettiva giusta ed una sbagliata ma una pluralità di prospettive; gli atteggiamenti non sono né soggettivi né oggetivi ma entrambe le parti trasportate diventano esploratrici di nuove realtà.
Porto in salvo che per comprendere l’altro è necessario riconoscergli che ha ragione chiedendogli come e perché; le emozioni inoltre sono degli strumenti conoscitivi fondamentali se si riesce a comprendere il loro linguaggio relazionale e analogico, non ci informano su ciò che vediamo, ma su come guardi. Un buon ascoltatore è appunto un esploratore di mondi possibili, accoglie i paradossi del pensiero, affronta i dissensi come occasione di crescita.
Concludendo desidero lasciare un messaggio: sottolinerae il concetto del “rispetto” dell’alterità come sintesi della dialettica degli opposti, il padre e la madre devono essere educati a riconoscersi, imparare ad accettare le loro diversità e viverle come risorsa nel comune compito di cura e crescita del figlio togliendosi di dosso “l’abito” comune che è l’arroganza, per indossare un “abito” più autentico che è quello della semplicità e umiltà con il quale i nostri figli vengono alla luce e soprattutto perché dai figli non si divorzia.

Psicopedagogista, formatrice, mediatrice familiare, coordinatrice genitoriale, supervisore professionale
http://www.cmf-milano.it/

Il cellulare dei nostri figli : uso ed abuso


Photo : Giovaniemedia
Non c'è niente da fare: quando incontro un genitore o una coppia con figli, è inevitabile.
Inevitabile cosa...? Ma naturalmente parlare dell'uso del cellulare da parte del figlio, anzi l'abuso!
Credo non ci sia genitore che non lamenti che il proprio ragazzo o adolescente stia ore ed ore attaccato al maledetto aggeggio, presenza fisica in casa senza mai parlare o quasi con gli altri componenti della famiglia. Dopo la lamentazione di solito i genitori mi raccontano le strategie messe in atto per tentare di arginare il fenomeno: si va dall'opera di convincimento soft, al mostrare i rischi insiti nell'abuso del cellulare, a divieti in ordine al tempo di utilizzo sino a proibizioni assolute dell'uso. Taluni genitori disattivano il wi-fi casalingo e modificano i piani tariffari dei figli per "tagliare" l'utilizzo ma vanamente. Infatti i ragazzi ne sanno una più del diavolo, tra hotspot, free wi-fi e connessioni libere, continuano imperterriti a "navigare".
Si sprecano gli scritti sulla dipendenza da cellulare, sui rischi e sul pericolo dell'abuso. Tutto ciò è comprensibile dato che il fenomeno è in rapida espansione. 
Lasciamo per un attimo la prospettiva dalla parte dei ragazzi e vediamo che facciamo noi adulti. 
Nei locali come bar, trattorie e ristoranti ad ogni tavolo in cui qualcuno è seduto troviamo cellulari in "bella vista". Taluni ne espongono due, dell'ultima generazione naturalmente. Il mio vecchio iPhone 5 è guardato da molti come un oggetto vintage, forse pensano lo usi "solo" per telefonare quindi fuori del tempo e dello spazio...
Sui bus e sui treni poi è un delirio: squilli prolungati, parole ad alta voce, litigate e frasi dolci sussurrate che ahimè saranno sentite da tutti i presenti! Quanti di voi al cinema hanno visto delle persone con i cellulari accesi (l'inconfondibile lucina blu) guardare Facebook durante la proiezione? Per non parlare degli squilli durante i concerti o a teatro.
Dato che l'apprendimento è basato più sui comportamenti che sulle parole, che potranno imparare i nostri ragazzi dagli adulti? Cominciamo ad essere attenti noi all'uso ed abuso del cellulare, abbassiamo la suoneria, spegniamolo di notte e smettiamo con i Like per ogni stupidaggine dei nostri "amici". Pensate il marketing di molte automobili le definisce: "sempre connesse", uno non sa se deve guidare o navigare (non con la barca ma su FB...). 
Pensate alle Storie di FB, inventate da adulti (della scuderia di FB), per i giovani, considerati solo numeri per fare soldi! Non considero FB ed il suo inventore Zuckerberg il diavolo ma è innegabile che questo signore adulto con l'etica e con i giovani non ha un buon rapporto. Del resto sin dall'inizio della sua attività è stato considerato un "poco di buono" con varie cause legali al suo attivo per avere scippato idee e progetti ai suoi compagni di Università. E' accusato di evasione fiscale in Gran Bretagna e con la privacy si è trovato nel pieno della bufera. Zuckerberg non nasconde di volere essere solo lui il dominus di Internet, di fatto ha già WatsApp, Instagram e Facebook Messenger che vuole integrare tra loro per essere leader assoluto mondiale! Proviamo a raccontare queste cose ai giovani, mostriamo loro che sono un mercato vivente eccezionale e facilmente manipolabile da parte di questi adulti. Forse è il solo modo per metterli in guardia, far loro usare il cellulare per quanto di positivo può dare ed evitare di essere burattini nelle mani di certi personaggi.
Sapere certe cose di Zuckerberg mi ha impedito di utilizzare alcune sue App e usare FB molto meno...! Magari mi illudo, però sono convinto che molti giovani sapendo certe cose saranno meno disposti a seguirlo nelle sue applicazioni da Grande Fratello.

Photo: Frederic Guimont