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Photo : Progetto Iside
La Scala per lo Stress Percepito (Perceived Stress Scale) di Sheldon Cohen è il test psicologico più utilizzato per misurare la percezione dello stress.
Ci può dare indicazioni delle situazioni nella vita di una persona che vengono valutate come stressanti. La scala contiene anche una serie di domande dirette sui livelli attuali di stress percepito. Le domande sono di facile comprensione e riguardano i sentimenti e i pensieri relativi all’ultimo mese. Per ciascuna domanda alle persone viene chiesto di indicare con che frequenza si sono sentite in un certo modo.

Ecco la Scala PSS:

Le domande contenute in questa scala riguardano i suoi sentimenti e pensieri durante l’ultimo mese. Per ogni domanda le viene chiesto di indicare la sua risposta circolettando la frequenza con cui si è sentito o ha pensato in un certo modo.

0 = Mai 1 = Quasi mai 2 = A volte 3 = Abbastanza spesso 4 = Molto spesso

 1. Nell’ultimo mese, con che frequenza si è sentito fuori di sé poiché è avvenuto qualcosa di inaspettato?.....................................................................                                            0 1 2 3 4

2. Nell’ultimo mese, con che frequenza ha avuto la sensazione di non essere in grado di avere controllo sulle cose importanti della sua vita?........................                                   0 1 2 3 4

3. Nell’ultimo mese, con che frequenza si è sentito nervoso o “stressato”?.....        0 1 2 3 4

4. Nell’ultimo mese, con che frequenza si è sentito fiducioso sulla sua capacità di gestire i suoi problemi personali?....................................................                                                0 1 2 3 4

5. Nell’ultimo mese, con che frequenza ha avuto la sensazione che le cose andassero come diceva lei?...............................................................................                                               0 1 2 3 4

6. Nell’ultimo mese, con che frequenza ha avuto la sensazione di non riuscire a star dietro a tutte le cose che doveva fare?....................................................                                             0 1 2 3 4

7. Nell’ultimo mese, con che frequenza ha avvertito di essere in grado di controllare ciò che la irrita nella sua vita?..........................................................                                                    0 1 2 3 4

8. Nell’ultimo mese, con che frequenza ha sentito di padroneggiare la situazione?...........................................................................................                        0 1 2 3 4

9. Nell’ultimo mese, con che frequenza è stato arrabbiato per cose che erano fuori dal suo controllo?.......................................................................................                              0 1 2 3 4

10. Nell’ultimo mese, con che frequenza ha avuto la sensazione che le difficoltà si stavano accumulando a un punto tale per cui non poteva superarle?...............................        0 1 2 3 4

Calcolo dei punteggi: i punteggi sono ottenuti nel seguente modo. Invertire il punteggio (0=4;1=3;2=2;3=1; e 4=0) solo per le seguenti domande: 4-5-7-8. Per le altre domande il punteggio resta quello crocettato da voi. Sommate tutti gli item della scala. Risultati: (adattamento di M.Smith, R. segal, and J. Segal. Feb.2015)

1-10 = Sotto la media. Buona gestione degli eventi stressanti e adattamento agli imprevisti.

11-14 = Nella media. Ben lontani dalla mancanza di eventi stressanti, ma imparando a ridurne gli effetti si può raggiungere un buon livello di benessere.

15-18 = Medio-alto. E’ possibile che, anche senza accorgersene, lo stress stia già influenzando corpo, emozioni e comportamento.

19 o più = Alto. La percezione dello stress è elevata e gli effetti alla lunga potrebbero essere dannosi.

Scala per lo Stress Percepito
Copyright © 1994. By Sheldon Cohen. All rights reserved. 
Traduzione Italiana a cura di Andrea Fossati, Università Vita-Salute San Raffaele, Milano

La Scala PSS da un'indicazione dello stress percepito da una persona in un certo momento della sua vita, ed occorre ricordare che lo stress protratto per tempi molto lunghi ha effetti amplificati su di noi, sul tono dell'umore, sul "nervosismo" sull'irascibilità e sul corpo.
Avere consapevolezza del proprio stato di salute e benessere è fondamentale, così come conoscere il proprio livello di stress per potere intervenire per tempo prima che lo stress si "cronicizzi" e ci tolga energie e voglia di fare e vivere appieno.



Jimmy Picard e Georges Devereux

Jimmy Picard e Georges Devereux - Photo: My Movies.it
Stati Uniti, Montana 1948. Jimmy Picard è un nativo americano della tribù dei Blackfeet Pikuni, che vive e lavora nel ranch della sorella Gayle. Jimmy è reduce di guerra, ha combattuto in Francia e ne è rimasto traumatizzato.
Jimmy soffre di disturbi inspiegabili: la vista si offusca, il cuore accelera e il respiro si fa corto. Preoccupata per le condizioni del fratello, paralizzato a terra da frequenti crisi, Gayle lo esorta a farsi visitare all'ospedale militare di Topeka, specializzato nelle patologie dei veterani. Esclusa la disfunzione di ordine neurologico i medici giudicano il malessere di Jimmy imputabile a qualcosa di più profondo. Persuasi di non poter intervenire sul paziente, l'équipe chiede il parere e l'intervento di Georges Devereux, antropologo e psicoanalista francese che studia la dimensione psicologica di culture diverse da quella occidentale. Approdato in Kansas con entusiasmo e competenza, Devereux individuerà il disagio psicosociale di Jimmy, tramite un percorso terapeutico e amicale.
Adattamento del libro di Georges Devereux, etnopsichiatra di origine ungherese naturalizzato francese, Jimmy P. è la storia di un incontro, di una relazione umana prima che terapeutica, la narrazione di un'indagine analitica in cui medico e paziente si sono impegnati insieme.
Jimmy P. è un film sulla guarigione come presa di coscienza. Personaggi che sanno bene che la vita è una giostra infernale, anzi una guerra, personaggi che sanno altrettanto bene che la "guarigione" non è nient'altro che la possibilità di una ricaduta, una tregua tra la vita e il mondo. Jimmy P. - Psicoterapia di un indiano delle pianure è il titolo originale, perché la pianura descrive molto bene il paesaggio estetico e mentale del dramma di Desplechin, la sua sconfinatezza, la sua solitudine.
Psicoanalista transculturale, specializzato nell'elaborata cultura amerinda, Georges Devereux avvia un'indagine che finisce per scavare una galleria parallela dentro le coscienze dei protagonisti, che avanzano a cadenza irregolare. La spedizione conosce allora tensioni, frizioni, corrispondenza, affinità, lacune e pienezze.
Devereux traduce in parole il male invisibile del suo paziente, che converte le sue parole e le materializza in immagini che permettono allo spettatore di conoscere Jimmy Picard. E delle sue angosce, dei suoi fantasmi, delle sue emicranie, delle sue prove, dei suoi sguardi annebbiati, delle sue febbri, dei suoi movimenti tellurici, si fa carico Benicio del Toro. Abbiamo un indiano Pikuni e un ebreo ungherese, due popoli esiliati, due "selvaggi" venuti dalle "praterie" di due continenti, due sopravvissuti che hanno un nome segreto e hanno percorso le zone grigie e inquietanti della malattia, fraternizzando nella lingua di un paese di finzione, francese in America.

Film: Jimmy P. di Arnaud Desplechin, USA 2013

https://www.comingsoon.it/film/jimmy-p/49883/video/?vid=14471





Padri e madri ma non più coniugi


Photo : Mamma Poppins
Ospito con piacere un nuovo scritto della collega Zaira Galli sul tema della genitorialità e del rapporto con i figli.

Spesso si tende a considerare la separazione e il successivo divorzio come conclusione negativa di una relazione, ma la separazione è l’inizio di un nuovo processo evolutivo che si configura diversamente secondo il momento del ciclo di vita familiare e personale in cui avviene, comportando percorsi organizzativi articolati in rapporto alla storia dei coniugi, alle loro risorse, all’età dei propri figli e al loro status economico. Il percorso di elaborazione successivo alla separazione avviene in un arco temporale molto lungo e può essere effettuato in modo autonomo attraverso la riflessione della perdita e il cambiamento. Può accadere che, in caso di separazione conflittuale, i sentimenti di collera permangano anche per anni dall’avvenuta separazione e che gli ex coniugi si trovino in conflitti interminabili con tragici risultati per i figli. Per poter portare in salvo qualcosa è necessario che ciascuno dei due partner rispetti il processo di elaborazione dell’altro invece di concentrarsi nel negare la separazione e nutrire vendetta.
Sta di fatto che la separazione coniugale legittimata o no provoca la dicotomia tra coppia coniugale e genitoriale. La separazione come afferma Cigoli, “è un’impresa di coppia, come insieme ci si lega, insieme ci si separa” E’in questo contesto che la coppia deve rielaborare una nuova dimensione del “Noi” ovvero riconoscere l’altro come genitore separato. La coppia genitoriale deve istituire una gerarchia di valori (l’altro, il figlio prima di me), un comune ideale, che vada al di là del dolore del divorzio. Cosa sicuramente non facile in quanto nel processo di separazione prevalgono vissuti dolorosi connotati da sentimenti di colpa, amarezza e rifiuto reciproco: emozioni tutte che richiedono l’elaborazione del lutto.
La presenza dei figli è il motivo che richiama i partners a rendersi consapevoli e considerare l’altro come persona e come genitore, a tenere vivo l’aspetto etico della relazione per il semplice fatto che dai figli non si divorzia; ma nel momento così doloroso dell’evento i protagonisti troppo coinvolti dalle proprie sofferenze e tesi a rimarginare le ferite non riescono a cogliere i bisogni dei figli.
A questi è dovuta la loro presenza e disponibilità, la verità sull’accaduto, l’educazione alla libertà, l’aiuto a soffocare l’auto-accusa con cui cercano di rispondere alla separazione dei genitori e dargli una giusta collocazione, la non alienazione dell’altro genitore, la coerenza educativa che li aiuti ad uscire fortificati e più maturi dal dramma della separazione.
In linea teorica tutto questo è perfettamente logico e lineare; anche la giurisprudenza -con la legge 54/2006- ha introdotto il concetto di “bigenitorialità” inteso come diritto del minore a continuare ad avere rapporti stabili e significativi con entrambi i genitori anche dopo la separazione, ma la mia lunga esperienza professionale di lavoro con le coppie mi porta ad asserire che non è così.
Il disinvestimento emotivo della fase di identità inconscia tipica dell’innamoramento, in cui si è “una cosa sola” non è direttamente proporzionale alla separazione coniugale che riporta alla condizione della “metà perduta”. La fine di un legame rimanda al principio fatto di bisogni, di attese, di speranze, per cui, la rottura non può essere da tutti tollerata; per tale ragione molte coppie si separano con odio, rabbia o voglia di rivalersi o vendicarsi, o con la paura della solitudine o di non riuscire ad affrontare il
futuro da soli. La separazione è un momento difficile nella vita di ognuno di noi ed assume le caratteristiche psicologiche della crisi, è un evento di cambiamento, è da intendersi come elaborazione di un lutto con tempi e modi propri di adattamento.
La considerazione “tout court” dell’evento ci presenta un impasse quasi impossibile da superare; l’opportunità della mediazione, procedimento in grado di aiutare la coppia ad affrontare questa transizione promuovendo la cooperazione nell’interesse dei figli, rappresenta una risorsa da utilizzare. In primo luogo come processo alternativo in grado di stimolare le risorse relazionali dei coniugi bloccate dai conflitti, successivamente come logica di gestione costruttiva del conflitto coniugale, per ridefinire la dimensione del “noi”, riconoscendosi genitori.
Il contesto mediativo permette di lavorare con finalità di supporto alla genitorialità in contesti familiari connotati da equilibri fragili, spesso il disagio psicologico di alcuni minori altro non è che il risultato di dinamiche disfunzionali presenti in queste realtà familiari, in seguito a separazioni altamente conflittuali o a rapporti interpersonali nei quali il conflitto è il modus relationandi”.
Tale sostegno è un valido strumento per garantire alle parti non solo il ripristino di una comunicazione bloccata da tempo ma aiutarle a riconoscersi genitori, riscoprendo il desiderio di crescere attraverso questa esperienza. Per i figli è la garanzia al loro sacrosanto diritto di “ essere tali”.
La funzione pedagogica della mediazione consiste nel percorso da svolgere con tutta la famiglia: essere padre e madre significa “sentire” il proprio figlio come parte di sé e questo porta a una relazione fatta di comunicazioni verbali e non verbali: gesti, sguardi, carezze, momenti di intimità e di grande empatia.
Essere padre e madre è una condizione biologica che determina diritti/doveri, è un riconoscimento da parte nostra di funzioni e responsabilità; sentirsi padre e madre è una condizione esistenziale, è la percezione emotiva della paternità e della maternità, significa essere in relazione con il proprio mondo interiore e con quello degli altri: ascoltare e ascoltarsi, dare un nome alle emozioni, lasciarsi andare a quella che è stata definita “relazione pura”. Si tratta di una sorta di passaggio dall’essere al sentirsi, ovvero da un evento all’interiorizzazione dell’esperienza della paternità e maternità che recupera tutta la gamma delle emozioni che vi sono connesse e la capacità di costruire un’immagine di sé accanto al proprio bambino.
Questa capacità è strettamente legata alla possibilità di avere un’interazione precoce col proprio bambino, una “preoccupazione paterna primaria”, come scrive Winnicott, tale da permettere un legame affettivo coinvolgente e pregnante, e consentire di rispondere adeguatamente ai bisogni del proprio bambino durante il suo percorso di crescita.
Padre e madre che sanno accompagnare il figlio nel suo percorso evolutivo diventano un punto fermo nella sua esistenza che non può incrinarsi neppure quando si verifica la separazione tra i genitori.
Non tutti noi siamo preparati all’assunzione di tale ruolo e responsabilità e alla comunicazione in codice relazionale-empatico, pertanto dobbiamo essere aiutati ad essere “genitori a pieno titolo”.
Gli impegni professionali e una cultura ancora centrata sul ruolo materno, soprattutto nei primi anni di vita del figlio, confinano spesso il padre in un
ruolo secondario nella crescita del bambino, limitano la conoscenza diretta delle sue esigenze, dei suoi interessi, tanto che spesso non sa o non riesce a gestire il tempo che può trascorrere insieme, non sa proporre o chiedere al figlio cosa fare insieme nel tempo a loro riservato. Un padre presente e competente rappresenta inoltre uno straordinario sostegno alle neo madri, necessario e complementare alla loro funzione.
Come dicevo all’inizio la nuova dimensione del “Noi” in un rapporto di coppia in cui si è spezzato il legame non è un’acquisizione scontata; al contrario è molto faticosa e richiede un lavoro di elaborazione emotiva della perdita.
Il punto di forza della mediazione è in senso qualitativo del complessivo contenuto delle interazioni della coppia coniugale, dovrebbe riguardare la manifestazione diretta delle emozioni dei partners e il reciproco scambio di riconoscimenti relativo al rapporto concluso. Il processo di separazione è da sempre connotato in modo antagonistico, pertanto l’idea di mostrare sentimenti di dolore e di gioia all’altro separato potrebbero essere visti come segnale di debolezza.
La possibilità di dar spazio alla sfera emotiva, in un contesto protetto come quello della mediazione, permette ad ognuna delle parti di conoscere i vissuti dell’altro in merito alla vicenda separativa.
Allora quel clima antagonistico, si trasforma in un clima di fiducia che incrementa l’autostima nelle parti. Espressioni come “mi dispiace”, “sono stato molto male”, “ti ho sempre considerato un buon genitore”, costituiscono dei riconoscimenti necessari per l’assunzione del ruolo di padre e madre non più coniugi.
Attraverso la condivisione dei vissuti emotivi, si giunge pertanto ad un linguaggio comune che è il risultato di un percorso condiviso che “disancora” dalla dimensione dell’essere coppia coniugale per far strada alla consapevolezza del sentirsi padre e madre che per altro proiettata nel futuro è più ricca di speranza e predittiva di una negoziazione altrimenti difficoltosa.
In quest’ottica la mediazione non ha come obiettivo primario la formulazione di un accordo ma quello della rinegoziazione della dimensione del “noi” ridefinendo le due individualità nel riconoscersi padre e madre.
In questo spazio ridefinito l’elemento di condivisione è la realtà dei figli che rappresenta il collante contradditorio della coppia separata.
Il processo di separazione per sua natura coglie delle zone d’ombra che proprio attraverso il confronto tra gli ex partner può favorire quel processo di ricollocazione dell’altro, rielaborazione degli affetti nel proprio vissuto relazionale e in quello interiorizzato. Attraverso la ridefinizione dell’area genitoriale comune, è possibile che gli ex partner si scambino riconoscimenti che interessano l’esperienza coniugale passata.
In questa fase la mediazione rende possibile la restituzione di esperienze e ricordi, necessaria a garantire un buon esercizio della bigenitorialità nonché consentire agli ex coniugi di elaborare personalmente l’intero rapporto. Pertanto riconoscere l’altro come genitore separato, significa vivere un’esperienza di confronto da intendersi come ascolto dell’altro ed esposizione di sé, potersi fidare e, al tempo stesso, evidenziare i limiti di questa fiducia legata al recupero di autostima che consente di non temere di essere sopraffatti o di sopraffare.
La migliore garanzia per i figli non è tanto rappresentata dal raggiungimento degli accordi che evitino il protrarsi del conflitto, quanto essere collocati fuori dall’area di sopraffazione reciproca dei genitori.
Attraverso il delinearsi degli accordi, mi riferisco alla fase finale del processo di mediazione, in particolare a quelli dell’area genitoriale, papà e mamma porteranno, all’interno della mediazione, i loro vissuti in merito alle nuove modalità di rapporto ed anche alle relazioni con i terzi.
Nella fase conclusiva della mediazione, i genitori sviluppano un differente modo di considerare la realtà dei propri figli e cooperano alla formulazione della loro presa in carico dei figli nel dettaglio della vita quotidiana. Ora i bisogni dei figli non sono più considerati in modo strumentale, come soprattutto nella fase iniziale della mediazione; l’immagine del figlio portata dai genitori sempre più nei suoi aspetti reali. L’essere padre e madre porta a considerare il figlio terreno di scambio e non più oggetto di appropriazione.
La breve e spero chiara esposizione della necessità di traghettare dalla sponda coniugale a quella genitoriale porta in salvo l’esigenza di costruire un ponte comunicativo e conservarlo nel tempo per poter essere presenti nella vita del figlio a condividere la straordinaria e faticosa esperienza della genitorialità.
Io traghettatore consegno una mappa di orientamento senza decidere la destinazione, porto al riparo dalle interperie delle collisioni competitive se il traghetto che guido è l’arte di saper ascoltare, con la quale l’ascolto prima passivo ora è attivo e dinamico; non c’è una prospettiva giusta ed una sbagliata ma una pluralità di prospettive; gli atteggiamenti non sono né soggettivi né oggetivi ma entrambe le parti trasportate diventano esploratrici di nuove realtà.
Porto in salvo che per comprendere l’altro è necessario riconoscergli che ha ragione chiedendogli come e perché; le emozioni inoltre sono degli strumenti conoscitivi fondamentali se si riesce a comprendere il loro linguaggio relazionale e analogico, non ci informano su ciò che vediamo, ma su come guardi. Un buon ascoltatore è appunto un esploratore di mondi possibili, accoglie i paradossi del pensiero, affronta i dissensi come occasione di crescita.
Concludendo desidero lasciare un messaggio: sottolinerae il concetto del “rispetto” dell’alterità come sintesi della dialettica degli opposti, il padre e la madre devono essere educati a riconoscersi, imparare ad accettare le loro diversità e viverle come risorsa nel comune compito di cura e crescita del figlio togliendosi di dosso “l’abito” comune che è l’arroganza, per indossare un “abito” più autentico che è quello della semplicità e umiltà con il quale i nostri figli vengono alla luce e soprattutto perché dai figli non si divorzia.

Psicopedagogista, formatrice, mediatrice familiare, coordinatrice genitoriale, supervisore professionale
http://www.cmf-milano.it/

Il cellulare dei nostri figli : uso ed abuso


Photo : Giovaniemedia
Non c'è niente da fare: quando incontro un genitore o una coppia con figli, è inevitabile.
Inevitabile cosa...? Ma naturalmente parlare dell'uso del cellulare da parte del figlio, anzi l'abuso!
Credo non ci sia genitore che non lamenti che il proprio ragazzo o adolescente stia ore ed ore attaccato al maledetto aggeggio, presenza fisica in casa senza mai parlare o quasi con gli altri componenti della famiglia. Dopo la lamentazione di solito i genitori mi raccontano le strategie messe in atto per tentare di arginare il fenomeno: si va dall'opera di convincimento soft, al mostrare i rischi insiti nell'abuso del cellulare, a divieti in ordine al tempo di utilizzo sino a proibizioni assolute dell'uso. Taluni genitori disattivano il wi-fi casalingo e modificano i piani tariffari dei figli per "tagliare" l'utilizzo ma vanamente. Infatti i ragazzi ne sanno una più del diavolo, tra hotspot, free wi-fi e connessioni libere, continuano imperterriti a "navigare".
Si sprecano gli scritti sulla dipendenza da cellulare, sui rischi e sul pericolo dell'abuso. Tutto ciò è comprensibile dato che il fenomeno è in rapida espansione. 
Lasciamo per un attimo la prospettiva dalla parte dei ragazzi e vediamo che facciamo noi adulti. 
Nei locali come bar, trattorie e ristoranti ad ogni tavolo in cui qualcuno è seduto troviamo cellulari in "bella vista". Taluni ne espongono due, dell'ultima generazione naturalmente. Il mio vecchio iPhone 5 è guardato da molti come un oggetto vintage, forse pensano lo usi "solo" per telefonare quindi fuori del tempo e dello spazio...
Sui bus e sui treni poi è un delirio: squilli prolungati, parole ad alta voce, litigate e frasi dolci sussurrate che ahimè saranno sentite da tutti i presenti! Quanti di voi al cinema hanno visto delle persone con i cellulari accesi (l'inconfondibile lucina blu) guardare Facebook durante la proiezione? Per non parlare degli squilli durante i concerti o a teatro.
Dato che l'apprendimento è basato più sui comportamenti che sulle parole, che potranno imparare i nostri ragazzi dagli adulti? Cominciamo ad essere attenti noi all'uso ed abuso del cellulare, abbassiamo la suoneria, spegniamolo di notte e smettiamo con i Like per ogni stupidaggine dei nostri "amici". Pensate il marketing di molte automobili le definisce: "sempre connesse", uno non sa se deve guidare o navigare (non con la barca ma su FB...). 
Pensate alle Storie di FB, inventate da adulti (della scuderia di FB), per i giovani, considerati solo numeri per fare soldi! Non considero FB ed il suo inventore Zuckerberg il diavolo ma è innegabile che questo signore adulto con l'etica e con i giovani non ha un buon rapporto. Del resto sin dall'inizio della sua attività è stato considerato un "poco di buono" con varie cause legali al suo attivo per avere scippato idee e progetti ai suoi compagni di Università. E' accusato di evasione fiscale in Gran Bretagna e con la privacy si è trovato nel pieno della bufera. Zuckerberg non nasconde di volere essere solo lui il dominus di Internet, di fatto ha già WatsApp, Instagram e Facebook Messenger che vuole integrare tra loro per essere leader assoluto mondiale! Proviamo a raccontare queste cose ai giovani, mostriamo loro che sono un mercato vivente eccezionale e facilmente manipolabile da parte di questi adulti. Forse è il solo modo per metterli in guardia, far loro usare il cellulare per quanto di positivo può dare ed evitare di essere burattini nelle mani di certi personaggi.
Sapere certe cose di Zuckerberg mi ha impedito di utilizzare alcune sue App e usare FB molto meno...! Magari mi illudo, però sono convinto che molti giovani sapendo certe cose saranno meno disposti a seguirlo nelle sue applicazioni da Grande Fratello.

Photo: Frederic Guimont








La storia di Angela



Photo: Cultura e culture
Qualche giorno fa avevo espresso il desiderio di raccontare le storie di alcune persone che hanno dovuto trasferirsi in Francia per motivi di lavoro nella nostra bella Regione PACA.
Chiamerò la ragazza Angela, originaria della provincia di Napoli dopo gli studi classici si era trasferita a studiare al Politecnico di Milano, prestigiosa Università ove si era laureata brillantemente. Dapprima aveva alloggiato in condivisione con altre due ragazze campane, successivamente con un ragazzo, suo collega di studi.
In effetti il collega di studi era anche il suo compagno, un tenebroso ragazzo romano avvezzo più a frequentare locali “trendy” che i corsi universitari. Ma si sa, per una ragazza seria e studiosa, un compagno così ha un suo fascino, anche se spesso Angela si preoccupava di non riuscire a studiare come avrebbe voluto…
Terminato il corso di studi Angela aveva cercato un lavoro, possibilmente verso Roma dove avrebbe voluto stabilirsi con il suo ragazzo e poi sposarsi. Il suo ragazzo, abbandonati gli studi, si era “accontentato” di un lavoro a Roma in una piccola società di vendita di computer e materiale informatico.
Angela risponde a molti annunci di lavoro ma è abbastanza demoralizzata, le offrono contratti di sei mesi-un anno a partita IVA e pur a malincuore deve accettare. I due giovani vanno a vivere assieme vicino Roma ma la situazione di coppia è tesa, con quello che guadagnano, tolte le spese faticano ad arrivare alla fine del mese. Va da se che i genitori li aiutano ma come partenza di coppia è davvero faticosa. Oltre all’inglese Angela aveva studiato il francese e quando inaspettatamente era stata contattata da una società di consulenza per un’opportunità di lavoro su Nizza aveva risposto senza esitazione.
Potete immaginare il seguito, colloqui tecnici via Internet, proposta di lavoro, firma e partenza per la Francia dopo nottate a parlare con il suo ragazzo, per niente favorevole a tale scelta.
Con questa valigia pesante di sensi di colpa, Angela si era trasferita a Nizza a vivere.
Tutto sommato i primi mesi non erano stati difficili: aveva buoni colleghi di lavoro di tutto il mondo, l’alloggio si era rivelato confortevole ed era contenta della sua coinquilina italiana.
Il ragazzo era venuto a trovarla diverse volte ed il clima di coppia sembrava rasserenato pur con la fatica e nostalgia di una relazione a distanza. Angela era fiduciosa che il fidanzato si sarebbe trasferito anche lui, appena possibile, per tornare a vivere assieme; nel frattempo lo aveva convinto a studiare il francese.
Angela era contenta, aveva prospettive di lavoro interessanti, viveva in una città che offre molto in termini di piacevolezza di vivere, clima ed in un’ora di aereo poteva essere a Roma. Una maggiore disponibilità economica le aveva permesso di iscriversi ad un corso di yoga che da tanto tempo desiderava praticare, oltre a studiare spagnolo con un piccolo gruppo di colleghi di lavoro.
L’insegnante di spagnolo, un uomo di quasi 50 anni, sposato e con due figli aveva notato eccome tra i suoi allievi questa bella ragazza, studiosa e affidabile.
Forse avete già capito il seguito: Angela cede alle lusinghe dell’insegnante e inizia una storia con quest’uomo maturo. Però, dopo solo due mesi di "follia", Angela ha un sussulto e sta davvero male, non si piace per ciò che ha fatto, si sente sporca e disonesta per avere tradito il suo ragazzo per una storia che sa bene non portare da nessuna parte...
Decide di troncare la storia con il professore, nonostante le sue insistenze, va a Roma ed in una drammatica nottata racconta tutto al suo ragazzo.
Potete immaginare lo sconquasso, pianti da entrambe le parti e vita che sembra non valere più nulla.
Angela si assume totalmente la responsabilità di quanto accaduto, certo la distanza e la nostalgia sono forti, ma il tradimento va ben al di là.
Come amo dire spesso, in queste situazioni o si va dall'avvocato (ci si separa) o si va dallo psicologo per salvare il salvabile. Angela decide di iniziare un percorso terapeutico perché è consapevole che la sofferenza che hanno vissuto è tanta e dovuta a contingenze esterne ed alla fatica di dovere vivere a distanza, quasi fosse una colpa avere un lavoro commisurato agli studi ed al proprio merito.
Il suo ragazzo lascia il "lavoretto" a Roma e si trasferisce a Nizza. Ha difficoltà ad inserirsi e dapprima fa il commesso in una panetteria, poi lava i piatti in un ristorante italiano.
Certo è faticoso per entrambi, ma la sfida è troppo importante, devono stare assieme, uniti e combattere per la loro coppia. 
Salto alle conclusioni: da oltre un anno i due giovani sono stabilmente a Nizza, decisi e consapevoli della loro storia. Il ragazzo continua a lavare piatti, scherzosamente dice che diventerà una lavastoviglie vivente...
Angela ha scoperto da poco di essere incinta, quando mi ha comunicato la notizia non stava nella sua pelle, così pure il suo ragazzo.
Come dire: dopo tanta fatica l'amore prevale. Auguri a loro due, anzi a loro tre!





Storie di giovani professionisti italiani che lavorano in Costa Azzurra


Photo: Italia chiama Italia

Dato che incontro molti giovani italiani che si sono trasferiti qui in Costa Azzurra per lavorare, desidero raccontare le storie di alcuni di loro. Uomini e donne che si sono trovati a dovere lasciare l'Italia per ambire ad un lavoro legato non solo agli studi intrapresi, ma con contratti a tempo indeterminato.
Basta girare per Nizza e cittadine limitrofe per sentire parlare italiano da moltissimi giovani che si sono trasferiti da anni o da pochissimo (il trend è in costante aumento), per potere avere un lavoro commisurato agli studi fatti, con contratti solo all'inizio a tempo determinato e poi con assunzione stabile. Niente di paragonabile ai contratti di tre mesi rinnovabili a vita, o partite IVA fittizie per non assumere stabilmente, assai utilizzati in Italia. Rimango sempre stupefatto quando mi raccontano di colloqui fatti via Skype tra imprese francesi e loro, due tre sessioni Internet, poi visita all'azienda e contratto inviato per mail entro un mese... Firma da ambo le parti e via, al lavoro nel polo tecnologico di Sophia Antipolis, la "Silicon valley" francese nell'entroterra di Antibes, in mezzo ad un bosco.
Molti di questi giovani mi raccontano che i loro colleghi di Università rimasti in Italia faticano non poco a trovare un lavoro adeguatamento pagato e, soprattutto, con contratti a tempo indeterminato; condizione necessaria per acquistare l'auto o accendere un mutuo per la casa...
Del resto potersi "sistemare" ovvero sposarsi, comperare casa e contare su un lavoro stabile è una giusta aspettativa per un giovane che ha studiato, sovente con un importante impegno economico da parte dei familiari. Anche se va tutto bene, il nostro giovane, dovrà fare i conti con la lontananza da casa, dalla fidanzata e dagli amici, per un tempo che sa bene essere di molti anni. Alcuni sperano di potere rientrare in Italia a lavorare ma molti, realisti o disillusi, sanno che iniziato il viaggio all'estero facilmente dovranno continuare la loro "orbita" in Europa o altrove.
Va da se che alla soddisfazione per il lavoro trovato occorre mettere in conto lontananza da casa, nostalgia per le persone amate, diverse abitudini alimentari e usanze, lingua e ri-costruzione di legami sociali soddisfacenti. Questo è il costo iniziale, talvolta di forte impatto, da pagare per ciscuno. Molte persone lo affrontano con forza e determinazione, anche se i momenti di nostalgia sono sempre presenti, e sarebbe veramente strano se così non fosse.
Ebbene il mio volere raccontare le storie di alcuni di loro è un riconoscimento all'impegno, alla determinazione ed al coraggio di questi giovani uomini e donne, che contribuiscono a portare in Europa e non solo, cultura, conoscenze, creatività e "italianità" che molti ci invidiano ed ammirano.
Nel prossimo post inizierò a raccontare la storia di uno di questi giovani...









Il contributo dell'alimentazione e del gusto nella cura dell'Alzheimer

Di solito gli chef italiani hanno grande pratica, maestria ed inventiva, quale che sia la regione di provenienza e hanno cominciato a cucinare presso altri ristoranti per poi aprire il loro e continuare la tradizione "cuciniera" del nostro paese. Ben pochi però hanno una formazione scientifica di base che possono coniugare con l'arte dei fornelli, nel pieno della sintesi tra tradizione e innovazione della cucina. Ebbene Giovanni Sorrentino, biologo di formazione e chef per passione, dopo tanti anni di lavoro ai fornelli tra Italia e Francia, ha da poco intrapreso una ricerca in collaborazione con il Centre Mémoire de Ressource et de Recherche di Nizza, sull'evoluzione del gusto nei malati di Alzheimer.
Il tutto parte dal quinto gusto, l'UMAMI... Ma non voglio togliere il piacere di leggere la sua biografia e scorrere il sito Blutomate. Buona lettura!

Photo dal sito: maquerau marinée aux agrumes et mozzarella di bufala campana
Né à Naples, Giovanni Sorrentino, Chef italien basé à Nice a préféré cette expérience à celle de vie dans un laboratoire de recherche biologique. Après avoir obtenu son diplôme en Science Biologiques de l’ Université SUN de Naples, il a terminé sa formation scientifique dans un laboratoire américain avant d’être rattrapé par sa passion d’ enfance, la cuisine.  Ayant grandit dans une famille de la vieille ville napolitaine qui gérait son restaurant des années 40 aux années 60, il a pu apprendre les secret de la cuisine traditionnelle du Sud. Il sera éternellement marqué par le feu de la passion pour la cuisine. L’un des tournants de sa vie le ramène à son amour d’enfance: le métier de cuisinier. Les voyages à l’ étranger lui ont permis de rencontrer des professionnels, souvent des visionnaire, qui ont enrichi ses connaissances culinaire et aider à développer son talent. La dernière étape de ses voyages fut Nice où il commença à mettre ses capacités et sa passion au service des autres. Aujourd’hui, en continuant à s’ engager dans son travail, il a concentré son intérêt sur l’ étude et la découverte du goût et de ses effets sur le bien être mental et corporel. Giovanni, qui a gardé son amour pour la recherche, a lancé un étude en collaboration avec le Centre pour la Recherche sur la Mémoire de Nice pour évaluer la progression du gout dans le temps auprès des personnes atteintes de la maladie d’ Alzheimer. Il propose aussi des ateliers de cuisine pour le tout un chacun qui souhaite apprendre la cuisine véritable, simple et délicate.

Di seguito il link al sito di Giovanni Sorrentino: Blutomate