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Il principio della "rana bollita"


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Il principio della rana bollita: 

Se si butta una rana in un contenitore di acqua bollente la bestiola, come tocca l’acqua, spicca un salto fulmineo e riesce ad uscirne viva. Se si mette la rana nell’acqua fredda e si riscalda molto lentamente il contenitore fino ad ebollizione, la bestiola finisce bollita senza mostrare alcun segno di reazione e senza tentare di venirne fuori. Conosciamo tutti la metafora: quando un cambiamento viene effettuato in maniera sufficientemente lenta e graduale sfugge alla consapevolezza e non suscita nessuna reazione ed opposizione.

Il principio della rana bollita è utilizzato dal filosofo americano Noam Chomsky in riferimento ai popoli che accettano passivamente restrizioni, vessazioni, scomparsa di valori in totale passività. Medesimo principio può essere usato per il comportamento delle persone passive, remissive, disinteressate e disattente, che si deresponsabilizzano di fronte ai cambiamenti in corso.

Scrive Chomsky: “Se guardiamo ciò che succede nella nostra società da alcuni decenni ci accorgiamo che stiamo subendo una lenta deriva alla quale ci abituiamo. Un sacco di cose, che ci avrebbero fatto orrore 20, 30 o 40 anni fa, a poco a poco sono diventate banali, edulcorate e oggi ci disturbano solo leggermente o lasciano decisamente indifferenti la gran parte delle persone. In nome del progresso e della scienza, i peggiori attentati alle libertà individuali, alla dignità della persona, all’integrità della natura, alla bellezza ed alla felicità di vivere, si effettuano lentamente ed inesorabilmente con la complicità costante delle vittime, ignoranti o sprovvedute. Proprio come la rana bollita, cotta a puntino, mentre sguazzava tranquilla nella sua acqua sempre più tiepida."

Anche il sociologo americano Joseph Overton ha lavorato su questi concetti: egli è noto per la sua teoria di ingegneria sociale, conosciuta coma "La Finestra di Overton". Overton ha studiato ed analizzato i meccanismi di persuasione e di manipolazione delle masse. Era particolarmente attratto dal comprendere come si potesse trasformare un’idea inaccettabile per la società in un certo momento storico e dopo alcuni anni essere considerata accettata e "normale".

Overton identifica una sequenza in progressione che consta di sei fasi:

1) Inconcepibile. Potremmo dire l'apertura della "finestra". L'idea o il comportamento è impensabile, rifiutato, spesso considerato orrendo o vietato. Però se ne parla sempre più spesso...

2) Estrema. L'idea o il comportamento è sempre considerato molto negativamente però qualcuno inizia a fare timidi distinguo e propone delle eccezioni.

3) Accettabile. Che si può sintetizzare nel modo seguente:  “Io non lo farei mai, ma perché impedirlo ad altri?” Overton nota poi che alla televisione molti "esperti" affrontano l'argomento che quindi è sempre più diffuso al gran pubblico.

4) Ragionevole. In questa fase Overton nota che l'idea o il comportamento ha perso gran parte dell'aspetto negativo o ripugnante. Si pensa: "Se riguarda poche persone può essere tollerato".

5) Diffusa. L'idea o il comportamento si diffonde rapidamente, sovente tramite i cosiddetti "influencer", che veicolano con la forza della loro persuasione il tema in oggetto.

6) Legalizzata.  L’idea o il comportamento viene accettato, normalizzato e sancito ufficialmente.

Overton si astiene dal connotare "politicamente" la sua analisi. Il suo scopo è approfondire i passaggi tramite i quali un'idea o un comportamento connotato negativamente o proibito può (ovviamente in un tempo adeguato) un po' alla volta divenire accettabile e "normale" per le persone.

Overton è ben consapevole della forza di persuasione dei media (tv e giornali) e dell'opinione pubblica nel fare accettare un po' alla volta idee e comportamenti che qualche anno (o decennio) prima non sarebbero stati mai considerati normali. Overton (morto nel 2003 a soli 43 anni) non aveva ancora conosciuto l'immensa forza di persuasione di Internet e dei Social che stavano nascendo, ad esempio Facebook è del 2004. 

Un classico esempio di finestra di Overton è il proibizionismo negli Stati Uniti. Nel periodo dal 1920 al 1933 negli Stati Uniti d'America tramite il XVIII emendamento e il Volstead Act venne sancito il bando sulla fabbricazione, vendita, importazione e trasporto di alcool. Era il cosiddetto "proibizionismo", che tutti noi abbiamo visto in numerosi film americani. Pensate che oggi si potrebbe mai riproporre il "proibizionismo"...?

La finestra di Overton può anche spiegare come alcuni popoli abbiano potuto accettare e condividere idee e comportamenti violenti, razzisti e distruttivi (tipici delle dittature) nel volgere di non molti anni. Il riferimento è ai totalitarismi del nazismo e del comunismo, alle operazioni militari chiamate "missioni di pace" ed alle limitazioni delle libertà fondamentali a causa della pandemia...

Corso per Operatore Transculturale a Palermo


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Il corso annuale forma la figura dell’Operatore Transculturale in ambito etnoclinico, un professionista in grado di integrare nel proprio lavoro un approccio sensibile alle differenze culturali e ai contesti migratori.

Il corso è rivolto alle professioni sanitarie, in particolare a psicologi, psicoterapeuti, medici, psichiatri, infermieri, e si rivolge a coloro che desiderano approfondire le connessioni tra cultura, sofferenza psichica e pratiche di cura.

In un mondo in rapido mutamento, la cura e la salute mentale si trovano sempre più spesso a dover rispondere a situazioni complesse, attraversate da diversità culturali, esperienze migratorie, e da nuovi assetti familiari e sociali. La transculturalità diventa così una chiave fondamentale per leggere il disagio, comprendere il paziente nella sua interezza e costruire pratiche di cura realmente efficaci.

La formazione ha una struttura esperienziale, in cui il gruppo è lo strumento elettivo di apprendimento. Si lavora attraverso il gruppo, per promuovere una riflessione profonda e condivisa sulle proprie pratiche professionali.

L’approccio etnoclinico proposto permette di sviluppare competenze relazionali e cliniche centrate sull’ascolto delle differenze, sull’attenzione ai codici simbolici culturali e sulla costruzione di uno spazio terapeutico interculturale. Anche sul versante applicativo il gruppo viene considerato strumento elettivo, e la formazione sarà rivolta anche allo sviluppo di competenze relative alla conduzione di gruppi, variamente declinata secondo le specifiche professionalità degli allievi.

La sede del Corso, organizzato dal Centro Penc in collaborazione con Psiche Srl, sarà Palermo. Verranno date reali opportunità di partecipazione online a coloro che risiedono lontano dalla sede.

Il corso sarà svolto a Palermo in collaborazione con Psiche Srl di Milano 

 

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Maria e Paul

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Maria è venuta in consultazione dicendo: “Mi sembra che la mia vita stia andando avanti senza di me.” Una frase che all’inizio può sembrare bizzarra, ma in realtà è un segno molto concreto di sofferenza, di "disallineamento" interno.

Maria, trentenne è fiorentina e vive da sei anni a Lione. Quando racconta del trasferimento, si percepisce che allora era carica di entusiasmo: la nuova città, il lavoro, l’idea di reinventarsi. E poi, quasi come una parentesi, dice: “E poi ho incontrato Paul.” Quella parentesi, in realtà, è diventata fondamentale per la sua vita francese. Si sono sposati, hanno costruito una quotidianità stabile, affettuosa e molto funzionante.

La difficoltà è arrivata dopo. Non con un trauma, non con un evento singolo, più come una crepa che si allarga lentamente. Lei stessa non sa esattamente quando sia iniziata. Forse quando era triste nel viaggio di rientro a Lione dalla sua Firenze. O quando ha iniziato ad avere quelle sensazioni strane, non veri attacchi di panico, ma momenti in cui la realtà sembrava scivolare un po’ di lato, come se fosse leggermente sfocata. Durano pochi secondi, ma sono bastati a farla spaventare.

La sua voce, quando ne parla, non è drammatica. È più come se fosse sorpresa da se stessa: Non capisco perché succede. Non sono fatta così.”

Ed è proprio questo uno dei punti cruciali: il fatto che ciò che prova non corrisponde più alla persona che crede di essere. Il senso di identità, nel suo caso, non è tanto “rotto” quanto disallineato. Maria si sente sospesa tra due luoghi, due appartenenze, due versioni di sé. In Italia non si sente più davvero “di casa”, ma in Francia non si sente del tutto “arrivata”.

E poi c’è la questione dei figli. Il marito è pronto, lei no. Non “solo no”: un no pieno di inquietudine. Dice: “Come faccio a decidere dove costruire una vita nuova, se non riesco a capire dove ho lasciato la mia?”
Non c’è rifiuto materno, né un problema di coppia in senso profondo. C’è una paura più vasta, quasi identitaria: la paura di radicarsi in un posto mentre una parte di sé è ancora altrove.

Nel modo in cui parla, si vede che non ha mai davvero preso in considerazione la possibilità di essere una persona divisa, complessa, intrecciata a due mondi. Lei cerca un “posto giusto” in cui collocarsi, e il problema è proprio che quel posto non esiste come entità singola. Esiste la possibilità di essere entrambe le cose, ma questo per lei è un concetto ancora difficile da accettare.

Durante i colloqui, Maria è sempre molto rispettosa, molto ordinata nel modo di raccontarsi. Ma basta farle la domanda giusta, o toccare una corda emotiva e improvvisamente le si inumidiscono gli occhi, non perché stia “crollando”, ma perché è esausta da mesi di equilibrio precario. Dice spesso: “Mi manca qualcosa, ma non so cosa.”

Maria non si può definire depressa, dorme male dato che non sente di riposare davvero ed il suo rapporto con il cibo è "normale", ma ha sempre quella sensazione di vedere la sua vita come "sfocata".

Sembra sempre dovere scegliere dove vivere, Italia o Francia. Italia che è la sua terra con i genitori anziani e due fratelli. Sono sempre stati una famiglia unita ed hanno supportato Maria quando per lavoro si è trasferita a Lione. Lei rientra ogni due-tre mesi per qualche giorno a casa a Firenze ed è un bel momento per tutti, ritrovarsi ed abbracciarsi. Paul è stato accolto molto bene in famiglia, è un giovane simpatico e parla già bene l'italiano, il che lo rende ancor più amato da tutti loro. Peraltro la Francia le ha fatto conoscere Paul che è davvero l'uomo della sua vita e le consente di insegnare italiano all'Università, sua grande passione. Anche i familiari di Paul le vogliono bene ed hanno grande stima di lei.

Per molte sedute lavoriamo sul suo senso interno di continuità. Spesso non è necessario “scegliere” una patria emotiva: può averne due... L’appartenenza non è un luogo, ma un processo. E lei ascolta, riflette, porta ogni settimana un pezzetto nuovo di quel puzzle. 

Adesso, dopo qualche mese, si sente meno angosciata. I risvegli notturni sono diminuiti, gli episodi di sfocatura della realtà sono più rari. E soprattutto, parla di sé con meno colpa. Non dice più “Dovrei essermi abituata ormai”, ma“Sto imparando ad abitare entrambe le mie parti”.

Una svolta importante (e inaspettata) avviene un giorno quando sta per lasciare Firenze per tornare a Lione: nel salutare i familiari la mamma l'abbraccia e le dice quasi sottovoce che non avrebbe mai pensato di avere una figlia di cui andare così orgogliosa dopo.....  Dopo che? Maria non capisce e chiede alla mamma. La mamma quasi in lacrime le confessa che prima di Maria aveva perso un bambino e per lei era stata un'esperienza traumatica che nessuno dei figli sapeva. Ora per Maria si apre una consapevolezza importante: che paura le ha passato "inconsciamente" sua mamma in riferimento ad una gravidanza? Maria ha bisogno di parlare di ciò per molte sedute ed ha l'impressione che qualcosa possa cambiare dentro di lei in riferimento a ciò che sente come un mancato desiderio di avere un bambino, che invece Paul desidera.

Ovviamente ne parla con Paul, che accoglie il racconto e la consapevolezza di lei come un passaggio decisivo per la serenità e "crescita" psicologica di Maria al di là dell'avere o meno un figlio. 

Lavorare su questo aspetto porta Maria ad avere sempre meno quei momenti di "sfocatura", racconta in seduta un sogno in cui ha due gemelli e che devono decidere con Paul i nomi...

Ne è piacevomente sorpresa, anche se è consapevole che ha ancora bisogno di tempo per capire quanto è suo il desiderio di un figlio e quanto sente di volerlo per l'amore che ha nei confronti di Paul. 

Il cammino è ancora aperto.  Ma c’è una differenza netta tra la donna che è entrata la prima volta in seduta, tesa e trattenuta e quella che ora si concede di dire: “Forse posso stare dove sono, anche se non so ancora definirlo” e, clinicamente parlando, questo è un movimento enorme.

 

Il testo è redatto nel rispetto del Codice della Privacy-GDPR-regolamento UE 2016/67  

 

 

 

 

 


La relazione tossica di Costanza


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Costanza è una ragazza ventisettenne nativa di Bari che si é trasferita a Londra per lavorare in una società informatica. 
È laureata in fisica ma é attratta dall’informatica ed ha messo in conto di avere un’esperienza all’estero di alcuni anni, poi chissà…
La mamma di Costanza è mancata tanti anni fa e la famiglia (di umili origini) é composta dal padre e da due fratelli più grandi di lei che raramente hanno sostenuto il desiderio di Costanza di studiare. Le fa onore avere seguito i corsi universitari mentre lavorava come cameriera per sostenere le spese universitarie.
Il padre ed i due fratelli hanno una piccola officina di riparazioni auto e Costanza ha ben chiaro che deve allontanarsi da Bari per fare la sua vita.
Appena concluso gli studi, con tre anni di ritardo, motivati dal connubio studio-lavoro, cerca lavoro all’estero: è attratta dall’Inghilterra e dato che se la cava bene con l’inglese, appreso da sola, inizia ad inviare un gran numero di curriculum.
Immaginate quindi la sua gioia quando é contattata da un’azienda informatica con sede a Londra, che dopo il classico iter di colloqui la assume a tempo indeterminato.
In men che non si dica si trasferisce a Londra e trova sistemazione presso un’Associazione che fornisce appoggio a stranieri con un contratto lavorativo stabile. La modesta cifra richiesta per l’alloggio, peraltro in una zona centrale di Londra e non lontano dall’ufficio, le permette una buona qualità di vita.
I primi mesi sono “fantastici” per lei, visita tutta la città ed i suoi musei, ed ora mette in conto nei fine settimana di visitare i dintorni di Londra.
Tramite Facebook entra in contatto con altri italiani della capitale ed inizia ad uscire alla sera per bere qualcosa e partecipare alle sue prime feste, che la galvanizzano.
Conosce alcuni ragazzi che le piacciono ma niente di troppo serio, é una bella ragazza e non ha certo difficoltà a “farsi notare”.
Ha piccoli flirt siano a quando conosce Mattia, ragazzo italiano che si è appena trasferito a Londra dopo avere abbandonato gli studi in Italia. Mattia é un bellissimo ragazzo, con velleità di fare il modello, nel frattempo lavora come cameriere in un ristorante di Londra.
Si incontrano con altri italiani del gruppo FB e Costanza è subito attratta dalla simpatia e bellezza di Mattia che però ha una storia in essere con Giulia. Dopo alcuni mesi accade qualcosa che stravolge la vita di Costanza (parole sue): una notte Mattia citofona a Costanza angosciato e chiede di salire da lei, ha appena litigato furiosamente con Giulia, che gli ha ingiunto di uscire di casa immediatamente.
Costanza lo fa restare a casa da lei e lo conforta. Il giorno dopo Costanza si mette in contatto con Giulia che le dice chiaramente che è tutto finito tra loro, Mattia è totalmente irresponsabile e si comporta sempre da ragazzino nell’incapacità di avere una relazione seria.
Costanza è scossa dal sentire quelle parole ma é anche consapevole che Giulia non ha mai veramente mostrato attaccamento al “povero” Mattia. 
Il ragazzo trova un alloggio e per qualche tempo Costanza e Mattia si incontrano in modo “amichevole” sino a quando ad una festa, complice qualche bicchiere di troppo, si baciano.
Ha inizio una storia molto coinvolgente per i due ragazzi tanto che cercano subito un alloggio e vanno a convivere.
Per oltre un anno tutto procede per il meglio, Costanza è molto contenta di Mattia, che reputa un ragazzo assennato e serio, che purtroppo è costretto a fare il cameriere in attesa di trovare lavoro come modello.
Mattia viene a sapere che un corso tenuto da una società di pubbliche relazioni potrebbe aiutarlo a trovare buoni contatti per entrare nel mondo della moda. Il corso è molto costoso e richiede un impegno incompatibile con il lavorare al ristorante e Costanza viene in aiuto di Mattia, pagherà l’iscrizione e lo manterrà durante le lezioni per l’anno di corso. 
Al termine del corso Mattia è deluso, tante promesse ma nessun contatto davvero utile. Costanza gli chiede di riprendere a lavorare dato che da sola ha difficoltà a pagare affitto e spese varie per loro due. Mattia tergiversa, anzi è convinto di dovere insistere con il suo desiderio di fare il modello quindi farà tutti i casting possibili a Londra. Il clima comincia ad essere teso, Costanza incalza Mattia che insiste assolutamente con il suo desiderio di “sfondare” nella moda e certo non può perdere occasioni andando a lavorare in un ristorante.
Spesso Mattia torna a casa piuttosto bevuto ed i litigi con Costanza diventano la norma. Al momento solo scontri a parole ma Costanza “sente” che la rabbia di Mattia potrà prima o poi sfociare in qualcosa di fisico. 
Infatti un giorno, nel mentre di una litigata, Mattia scaglia il cellulare di Costanza contro il muro.
La ragazza è molto spaventata e Mattia con l’abilità di un attore hollywoodiano si scusa, implora di perdonarlo e giura di cercare lavoro al più presto.
Mattia riprende a lavorare al ristorante e sembra che il clima tra i due ragazzi migliori sino a quando… Costanza scopre che al ristorante non l’hanno mai visto e Mattia ha contratto dei debiti con la firma, ovviamente falsa, della ragazza.
Litigata furiosa tra i due e Costanza cade spinta dal ragazzo. Di colpo Mattia si trasforma, la soccorre, piange ed implora perdono per quanto ha fatto. Ancora una volta Costanza lo perdona, forse per paura di reazioni ancora più estreme di Mattia. Costanza ora è molto spaventata, comincia a pensare a come "fuggire" da Mattia e decide di telefonare a Giulia, che nel frattempo si è trasferita a Nizza per lavoro e che l’aveva ben avvisata della vera natura di Mattia. Sostenuta anche dalle parole di Giulia e con la scusa delle ferie Costanza si allontana da Mattia e torna a Bari, aggiorna a grandi linee i familiari e stavolta ha il pieno appoggio del padre e dei fratelli che non vedono l’ora di incontrare faccia a faccia Mattia. Costanza capisce bene che non è il caso (!) per il bene di tutti ma ora DEVE affrontare il suo di bene e fare scelte coraggiose.
In men che non si dica, su suggerimento di Giulia, trova lavoro a Sophia Antipolis, e blocca Mattia in tutti i modi per non sentirlo più. 
Giulia si comporta da “sorella maggiore” per Costanza, purtroppo condividono entrambe l’essere state “vittime” di Mattia. Giulia ascolta, supporta ed assiste Costanza con due imperativi categorici: non sentire più Mattia e intraprendere un percorso di psicoterapia come già sta facendo lei. È molto doloroso per Costanza “mettere mano” alla sua attitudine (malata) ad essere crocerossina per un ragazzo in una relazione che si è rivelata tossica. Da qui occorre partire nel percorso delle sedute, analizzare gli aspetti di sacrificio e martirio che Costanza considera insiti in una relazione amorosa. Alcuni sogni di Costanza ci aiutano a capire il vissuto profondo della ragazza: in un ricordo delle prime sedute ci racconta che ha sognato lei che cercava disperatamente di piacere al padre, affaccendato ed intento a parlare con i suoi figli (maschi).
In un successivo sogno ricorda che seguiva un corso di meccanica on-line per poi mostrare al padre il diploma e andare a lavorare con lui in un’officina senza i suoi due fratelli!
Sogni sin troppo “trasparenti” ed evocativi di una sofferta richiesta di essere vista ed apprezzata, ma che si concludono con un rifiuto.
Costanza capisce anche che in qualche modo ha bisogno (ed anche desidera un pò) riprendere i contatti con i suoi familiari, trovare un modo nuovo di relazionarsi a loro, dare una chance al padre ed ai fratelli non solo nel momento del bisogno (vedi Mattia) ma anche in momenti più “familiari”.
Decide di prenotare a Nizza un soggiorno per tutti, vuole provare ad averli vicino tenuto conto che a Londra non ha mai voluto che venissero a trovarla.
Detto fatto, organizza un breve soggiorno che permette a tutti di avere momenti sereni, del resto hanno tanto da raccontarsi visto che si conoscono molto poco in riferimento alle emozioni profonde ed alle loro dinamiche familiari. Il racconto della dolorosa storia di Mattia consente loro di “avvicinarsi” molto di più ed affrontare le difficoltà di relazione che troppo spesso hanno caratterizzato i loro scambi familiari. Le giornate assieme si concludono con una cena in un bel ristorante di Nizza ove sono presenti tutti, Giulia compresa che di fatto ora é parte della famiglia… 


Il testo è redatto nel rispetto del Codice della Privacy-GDPR-regolamento UE 2016/67 




















Chiara e Luca

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Chiara ha 28 anni e Luca 30. Si sono conosciuti a Milano ove si erano trasferiti dal sud Italia per gli studi. Descrivono il loro incontro “magico” e fonte di grande serenità e gioia. Stanno assieme da cinque anni e convivono da tre, Chiara è grafica freelance e Luca fisioterapista. Un amico di Luca lo convince a trasferirsi a Nizza ove avrà sicuramente ottime prospettive di lavoro, mentre Chiara che lavora on-line potrà continuare senza problema anche a distanza.
Il primo anno a Nizza li vede soddisfatti della scelta, cominciano a conoscere tanti altri italiani, come loro trasferitisi alla ricerca di un lavoro più gratificante.
Poi qualcosa si “rompe” tra di loro. La coppia si presenta in consultazione su iniziativa di Chiara, che riferisce un progressivo allontanamento affettivo e una sensazione di vuoto nella relazione. Luca accetta di partecipare, pur manifestando scetticismo e una certa difficoltà a riconoscere la dimensione emotiva del disagio.
Entrambi riportano un momento “pesante” caratterizzata da difficoltà comunicative, calo del desiderio e sentimenti di incomprensione reciproca.
Chiara riferisce di “Non sentirsi più vista né desiderata”, mentre Luca lamenta “Continue richieste e tensioni” che lo portano a ritirarsi. La (dolorosa) domanda esplicita della coppia è comprendere se “Ha ancora senso restare insieme”, ma sul piano implicito emerge un bisogno di riconoscimento e validazione reciproca, spesso agito attraverso modalità difensive.
Durante le prime sedute si evidenzia una dinamica interattiva complementare: Chiara tende a occupare la posizione di chi ricerca contatto e conferme affettive, mentre Luca assume un atteggiamento di distacco e razionalizzazione.
Anche il linguaggio corporeo della coppia rifletta tali polarità: Chiara è protesa in avanti, con tono di voce carico di urgenza emotiva; Luca è più composto, spesso distoglie lo sguardo, e parla in modo contenuto, talvolta difensivo.
Il dialogo è frequentemente interrotto da incomprensioni che riattivano nel campo relazionale un clima di frustrazione. Si percepisce nella stanza una tensione oscillante tra desiderio di fusione e timore di invasione, che viene letta come espressione di un conflitto di fondo relativo ai bisogni di attaccamento e autonomia.
Appare chiaro che i due giovani si “lanciano addosso” difficoltà legate alle rispettive vicende familiari senza averne chiara comprensione. Entrambi sentono di avere ragione ed il tutto non fa che allontanarli pur con tutta la sofferenza che comporta il solo pensiero di lasciarsi…
Lavoriamo con Chiara sul proprio bisogno di contenimento e sicurezza, che esprime in forma di rimprovero o richiesta controllante nei confronti di Luca, che si sente “attaccato” e non percepisce la sofferenza di Chiara all’origine di tale comportamento.
Chiara ci racconta la sua esperienza infantile di avere avuto a che fare con una madre emotivamente imprevedibile, in cui la ricerca di vicinanza veniva vissuta con ambivalenza, paura e delusione. Da qui il suo profondo timore di “perdere” Luca che la porta ad agire aggressivamente nei suoi confronti, anziché esprimere il proprio bisogno di rassicurazione e la sua paura.
Luca, dal canto suo, esprime un modello relazionale di ritiro difensivo, legato ad una madre vissuta come intrusiva e ad un padre poco presente, che lo hanno portato a costruire un Sé autonomo a costo di un forte controllo affettivo ed emotivo.
Portare a livello consapevole le due dinamiche psicologiche che Chiara e Luca che si proiettano l’uno verso l’altra permette di cogliere la sofferenza di entrambi piuttosto che la sola parte aggressiva, richiedente, esigente o sfuggente.
Il conflitto inconscio della coppia può essere descritto come lo scontro tra due fantasmi relazionali: quello di Chiara, che teme l’abbandono, e quello di Luca, che teme l’invasione. Le rispettive difese — l’agito relazionale di tipo fusionale di Chiara e il ritiro evitante di Luca — mantengono il legame, ma ne impediscono la crescita.
Ma Chiara e Luca come sappiamo in cuor loro desiderano salvare la coppia. É che non sanno come fare dato che non riescono ancora a riconoscere ciò che li lega veramente e ciò che li allontana.
Ovviamente non é facile per i due giovani comprendere appieno queste dinamiche, capire che ognuno di loro ha bisogni, paure e desideri da esprimere e non vale il discorso del “Chi ha più ragione”…
Il lavoro terapeutico continua e le sedute successive sono all’insegna di una maggiore consapevolezza per entrambi, riconoscimento dei bisogni e desideri reciproci ed “abbassamento” delle difese e dei momenti di tensione dovuti ai “fraintendimenti”.

Chiara riesce a riconoscere la propria ansia di separazione come parte della sua storia personale e non come conseguenza diretta del comportamento di Luca.
Luca, dal canto suo, comincia a verbalizzare la paura di “essere invaso” e di “non avere spazio per sé”, comprendendo come il suo silenzio sia un modo per evitare la perdita di controllo.
Il clima relazionale si fa più tollerante: la coppia riesce a confrontarsi senza attivare immediatamente il ciclo di attacco-ritiro. Il desiderio reciproco sembra riemergere come espressione di un incontro meno difensivo.
Il caso di Chiara e Luca evidenzia la difficoltà, tipica di molte coppie giovani contemporanee, di integrare i bisogni di autonomia e di dipendenza all’interno di una relazione stabile.
La terapia ha mostrato che la crisi non era segno di disamore, ma manifestazione di un conflitto evolutivo tra il desiderio di fusione e la paura di annullamento, riattivato da antichi modelli familiari .


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Forum Engagement - 29 ottobre 2025

 

 
 

Soremax é stata invitata al Forum de l'Engagement del 29 ottobre al parc Phoenix di Nizza.

Dalle 14 alle 14.45 avremo uno spazio dedicato per presentare Soremax al pubblico.

 

 

 

Marta, il corpo come rifugio

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Marta è una ragazza diciannovenne che vive con i genitori e la sorella minore di un anno Sonia, non lontano da Montpellier.
Fin dall’adolescenza ha mostrato una certa insicurezza e una forte sensibilità al giudizio altrui. Durante gli studi è stata oggetto di prese in giro per il suo aspetto fisico, esperienza che ha inciso profondamente sulla sua autostima. Da allora ha iniziato a usare il cibo come fonte di conforto, soprattutto nei momenti di stress o solitudine. Appena prende peso lascia il ballo che è la sua passione sin da bambina, appena torna a controllarsi ricomincia le lezioni. 
La madre ha una lunga storia di diete fallite e tende a criticare spesso l’aspetto della figlia maggiore, anche se con intenzioni “educative”. Il padre, più distante emotivamente, tende a minimizzare le difficoltà psicologiche, sostenendo che “Con la forza di volontà si risolve tutto”.
In questo contesto Marta riferisce di sentirsi poco compresa e di nascondere la propria sofferenza per non deludere i genitori. Marta percepisce la famiglia come affettuosa ma poco disponibile a parlare di emozioni. 
Marta e Sonia sono complici nella vita, escono spesso assieme ed hanno i loro primi flirt con comuni amici di scuola. Si confidano e spalleggiano dato che la loro mamma è ben poco interessata alle loro storielle con i ragazzi. Proprio un compagno di classe di Marta rappresenta il suo primo vero legame affettivo: Giacomo è un ragazzo dolce e premuroso con cui la ragazza sta proprio bene.
Al termine degli studi Marta cerca un semplice lavoro dato che non ha voglia di studiare mentre Giacomo si trasferisce a Montpellier per iscriversi a Scienze dell’Educazione (STAPS).
Il trasferimento di Giacomo viene vissuto molto male da Marta che si sente “abbandonata” e si ritrova ad essere molto gelosa. Non avrebbe pensato di stare così male ma teme che Giacomo incontri un’altra ragazza più carina di lei… Sonia cerca di rassicurarla, è assolutamente certa di Giacomo ma la sorella è veramente angosciata.
Marta, al momento solo un po’ sovrappeso inizia a mangiare di tutto, anche di notte, pasticcia e addirittura assume cibo già scaduto e in breve tempo prende molti chili.
Sonia è consapevole della grave sofferenza della sorella e la esorta a chiedere aiuto, oltretutto Marta ha preso tanti chili e dice di sentirsi “Bloccata nel corpo sbagliato” e di “Non avere più voglia di uscire, tanto non valgo niente, nessuno potrà mai accettarmi così.”
Marta viene in consultazione accompagnata da Sonia, che si comporta da “genitore” visto che i veri genitori hanno difficoltà a comprendere la sofferenza della ragazza.
Marta ci racconta che per la sua gelosia “patologica” Giacomo la ha chiesto una pausa, che ovviamente la ragazza vive come l’inizio della fine, cosa che non corrisponde a quanto Giacomo pensa.
Proponiamo un incontro tra Marta, Giacomo e noi, nel tentativo di ristabilire una comunicazione “sana” tra i due ragazzi.
Pur con difficoltà Marta si convince che Giacomo è preoccupato e non sa che fare dell’immotivata (dal suo punto di vista) gelosia della ragazza, e acconsente a tornare al paese per alcuni mesi, per rassicurarla e starle vicino.
Si tratta di un primo passo, ora occorre lavorare sul senso di abbandono che Marta vive appena sente di “perdere il controllo” nei confronti di Giacomo.
Il corpo di Marta sembra diventare una metafora del suo mondo interno: il peso rappresenta una difesa, un modo per contenere emozioni che non trovano parole. Il cibo è il suo linguaggio affettivo, un mezzo per colmare il vuoto emotivo e la mancanza di riconoscimento. 
L’obesità non è solo un sintomo fisico, ma un modo di essere nel mondo, una protezione contro l’esposizione, il giudizio, il rifiuto e l’abbandono.
Con l’aiuto di un accompagnamento nutrizionale Marta riprende (pur con fatica) a meglio gestire il cibo, in termini di quantità e qualità, e perdere alcuni chili, non solo riprende i suoi corsi di danza e può guardarsi allo specchio senza “Vedersi grassa come una balena…” (Parole sue).
Il lavoro di consapevolezza sui genitori non sortisce grande effetto, la mamma è sempre giudicante e poco empatica mentre il babbo è convinto (in cuor suo) che il cibo, il peso ed il corpo siano solo problemi che angustiano le donne, giovani o meno !
Giacomo, davvero colpito dalla sofferenza di Marta le propone di trasferirsi a Montpellier, potranno affittare uno studio assieme e poi la ragazza si troverà un lavoretto.
Giacomo chiede a Marta di continuare le sedute, talvolta assieme o individualmente, per affrontare i “suoi fantasmi” che in situazioni di stress psicologico emergono con forza: altresì prosegue il lavoro di consapevolezza alimentare per la ragazza, con l’accompagnamento che potrà portarla a vivere il cibo come nutrimento e non scudo o trasformarsi in un modo per allontanare il dolore emotivo che non riesce ad esprimere altrimenti.

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